Nella 4 domenica del cammino Quaresimale ad accompagnarci ci sono le allegorie della speranza e della disperazione, poste da Giotto in fondo al ciclo di affreschi.
Avere speranza significa avere una meta alta, un orizzonte che va oltre quello puramente terreno: la speranza ha delle ali che le permettono di staccarsi da terra per slanciarsi con le mani aperte verso il vero premio, la corona della gloria che è preparata nei cieli.
Non si tratta di disprezzare la vita terrena, anzi: guardare al cielo vuol dire trovare il vero senso di questa vita, così spesso segnata dal male.
La disperazione, invece, pur avendo i piedi ben saldi a terra, si è tolta la vita per impiccagione.
Il corpo è pesante, i pugni sono stretti, il capo è inclinato verso il basso, il diavolo stesso viene a reclamare il suo premio: la corda fa venire in mente il gesto di Giuda, ma anche il cappio dell’infedeltà, con il quale l’idolo tiene schiavo chi si affida ad esso.
Quando l’apostolo Pietro parla della “speranza che è in voi” presuppone che i suoi lettori possiedano già la speranza. Infatti non scrive al passato, dicendo “la speranza che era in voi”. E neppure, usando il verbo al futuro, dice “la speranza che sarà in voi”. Invece no! Pietro parla al presente (la speranza che è in voi), perché sa che le persone a cui si rivolge sono animate dalla speranza.
In questo tempo di Quaresima impariamo a rendere ragione della Speranza che è in noi.