Una speranza scomoda

Quella della fede è una speranza scomoda. Esiste la speranza comoda, quella del bambino o dell’adolescente che spera sempre che ci sia qualcuno a toglierlo dai guai e quindi si sente libero di sperimentare tutto senza curarsi delle conseguenze. Quanti adulti vivono ancora con questo tipo di speranza distorta, egoistica e, in ultima istanza, fallimentare? Seguire Cristo invece significa accogliere una speranza scomoda, soprattutto perché ti spinge a farti carico delle tue responsabilità, ma, al tempo stesso, ti ricorda che non puoi avere il controllo totale e che non tutto dipende da te. «Prega come se tutto dipendesse da Dio e agisci come se tutto dipendesse da te», diceva Ignazio di Loyola. Lo sguardo rivolto al cielo è fondamentale per affrontare con realismo la vita quotidiana, senza lasciarci appiattire dalla gravità (del pianeta, ma anche delle situazioni). Per questo guardiamo al Crocifisso, così terreno, perché così siamo costretti a guardare verso il cielo.

Speranza e disperazione

Nella 4 domenica del cammino Quaresimale ad accompagnarci ci sono le allegorie della speranza e della disperazione, poste da Giotto in fondo al ciclo di affreschi.
Avere speranza significa avere una meta alta, un orizzonte che va oltre quello puramente terreno: la speranza ha delle ali che le permettono di staccarsi da terra per slanciarsi con le mani aperte verso il vero premio, la corona della gloria che è preparata nei cieli.
Non si tratta di disprezzare la vita terrena, anzi: guardare al cielo vuol dire trovare il vero senso di questa vita, così spesso segnata dal male.
La disperazione, invece, pur avendo i piedi ben saldi a terra, si è tolta la vita per impiccagione.
Il corpo è pesante, i pugni sono stretti, il capo è inclinato verso il basso, il diavolo stesso viene a reclamare il suo premio: la corda fa venire in mente il gesto di Giuda, ma anche il cappio dell’infedeltà, con il quale l’idolo tiene schiavo chi si affida ad esso.
Quando l’apostolo Pietro parla della “speranza che è in voi” presuppone che i suoi lettori possiedano già la speranza. Infatti non scrive al passato, dicendo “la speranza che era in voi”. E neppure, usando il verbo al futuro, dice “la speranza che sarà in voi”. Invece no! Pietro parla al presente (la speranza che è in voi), perché sa che le persone a cui si rivolge sono animate dalla speranza.
In questo tempo di Quaresima impariamo a rendere ragione della Speranza che è in noi.

Innalzato sulla Croce

«Essere innalzati» è un’espressione usata, di solito, per evocare l’affermazione di una persona, la sua capacità di distinguersi, di segnalarsi, di avere successo. «Essere innalzati» è dunque sinonimo di potere, di gloria, di forza. Ma come fa a mantenere questo significato una volta che gli si associa la croce, e quindi una morte orribile e pubblica, un castigo disumano? Non è facile abbandonare le abituali rappresentazioni di Dio e accettare che il suo Figlio venga a noi nelle vesti di un condannato, di un giustiziato, abbandonato da tutti. Non è facile accogliere una salvezza che non si realizza esibendo i muscoli, ma offrendo amore, che non si compie attraverso un giudizio o un castigo, ma passando attraverso l’esperienza di essere rifiutati e calpestati.
Eppure è questo il paradosso su cui si regge la fede cristiana. La passione e la morte di Gesù non sono un incidente di percorso da dimenticare rapidamente, ma la strada che Dio ha scelto per raggiungere l’umanità e liberarla dal male, per farla entrare in una vita nuova. È questa croce il «caso serio» da cui non possiamo prescindere, il “passaggio” che rivela la nostra fedeltà a Cristo, la “prova” del nostro amore.
Ciò che essa indica è un amore che non si tira indietro neanche davanti alla debolezza estrema, all’ingiustizia palese, al sopruso ingiustificato. Un modo nuovo di vedere le cose viene proposto, allora, a ogni credente: la bussola delle sue scelte non è orientata dai criteri del successo, della riuscita, ma dalla fedeltà a Dio, dall’obbedienza al suo disegno di salvezza e al suo modo di agire. Buonismo? Rinuncia? Cedimento? Tutti questi interrogativi non fanno che riprendere le parole di coloro che dicevano a Gesù: «Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce e allora noi crederemo in te!» Confusione? Incertezza? Indifferenza? Tutte queste obiezioni riecheggiano quelle di coloro che si attendevano un Messia venuto
per giudicare e condannare, e a cui Gesù non potrà corrispondere.

Giovedì Eucaristico

L’Adorazione Eucaristica è un tempo trascorso in preghiera davanti all’Eucaristia esposta.
È l’intrinseco rapporto tra l’uomo e Dio. Gli uomini e gli angeli devono adorare Dio. Ogni volta che adoriamo ci uniamo al cielo e portiamo il nostro piccolo cielo sulla terra. L’adorazione è l’ unico culto dovuto solo a Dio. Quando Satana cercò di tentare Gesù nel deserto gli offrì tutti i regni, tutto il potere di questo mondo se lo avesse adorato. Satana, nel suo orgoglio di follia, pretendeva l’adorazione dovuta a Dio. Gesù gli rispose con la Scrittura: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. È l’atto più alto di una creatura umana nei confronti del suo Creatore mettersi ai suoi piedi in atteggiamento di filiale ascolto e di lode, riverenza e accoglienza di tutto quanto proviene da Lui, nella consapevolezza che solo Lui basta e solo Lui conta. Chi adora pone al centro della sua attenzione e del suo cuore il Dio altissimo, Creatore e Salvatore di tutto l’universo. Adorare è lasciarsi amare da Dio per imparare ad amare gli altri. Adorare è entrare nell’esperienza del Paradiso, per essere più concreti nella storia.

Sentirsi comunità

Siamo a metà percorso, circa, del cammino quaresimale: un tempo favorevole per scelte personali e comunitarie. Il cammino quaresimale, come tutto l’anno liturgico, è un cammino comunitario  perché attraverso la liturgia si rivolge a tutti i cristiani “simultaneamente” in comunione di fede e di preghiera, rendendo tangibile il significato stesso dell’essere comunità in cammino.
Tempo della Quaresima per rimettere al centro l’identità stessa della nostra Parrocchia che è chiamata, in tempi in cui l’uomo fatica sempre di più a sentirsi unito al proprio prossimo, a camminare insieme con sempre più convinzione. Convinzione che nasce dalla consapevolezza che la partecipazione alla vita di Cristo non può essere per pochi ma deve essere donata a molti nella concretezza delle nostre scelte! Interroghiamoci a questo punto di questo cammino liturgico: le celebrazioni, i momenti di preghiera e di riflessione che la Parrocchia ci sta offrendo stanno accrescendo il senso di Comunità Cristiana? Sono possibilità attraverso le quali non solo c’è una presenza fisica, ma occasioni per crescere nella consapevolezza di essere famiglia di Dio?

Fede e infedeltà

La virtù e il vizio che vengono proposti per questa domenica, e che provengono dal ciclo della Cappella degli Scrovegni, sono la fede e l’infedeltà.

Giotto raffigura la fede come una donna, che porta sulla testa una corona e appesa alla cintura una chiave: entrambi sono simboli della responsabilità del papa di aprire agli altri le porte del regno di Dio confermandoli nella loro fede. La fede regge sulla destra una croce ad asta, con la quale frantuma gli idoli, mentre con i piedi calpesta le false profezie e le superstizioni. La fede è infatti una forza liberante, che toglie la paura del destino e della morte e introduce ad essere figli amati da Dio nel suo Figlio morto in croce.

L’infedeltà, nel senso di idolatria, mostra invece un rapporto di schiavitù: vediamo una donna che innalza una statuetta (l’idolo, appunto) più in alto della propria testa. La statuetta regge un capo di una corda, che all’altro capo è legata attorno al collo della donna con un nodo scorsoio. La donna ha un occhio chiuso e non presta attenzione alle parole di un profeta che le vengono offerte dall’alto: segno che l’idolatria è una scelta consapevole che annebbia sia la ragione, sia la fede.

Una violenza inaspettata

Il Vangelo di questa domenica ci racconta come il Tempio non era più uno strumento per vivere secondo Dio, ma era diventato un sistema economico, di potere, che poco aveva a che fare con l’autentica fede. Per questo Gesù scaccia i mercanti: il culto va liberato, riportato all’autentico dono di se stessi e del proprio corpo. Ma noi, non siamo abituati a gesti del genere. Ci attendiamo sempre un Messia buono, misericordioso, pronto a consolare e a guarire. E qui invece abbiamo a che fare veramente con un gesto forte, un gesto violento, inequivocabile. Un ciclone, che ha come oggetto «coloro che vendono», anche se il loro ruolo è direttamente funzionale alle liturgie e al sostentamento del tempio. Come si potrebbe, del resto, offrire in sacrificio un animale, in onore di Dio, se non lo si trovasse già lì, pronto e perfetto, come vuole la Legge?
Come si potrebbe evitare l’insulto di donare al tempio, e in definitiva a Dio, del denaro che reca l’effigie di divinità straniere? Perché, dunque, Gesù si scatena contro queste persone, la cui presenza è ritenuta, tutto sommato, indispensabile?
Quello che c’è in gioco deve essere estremamente importante se, pur di difenderlo, Gesù ricorre alla forza. Ma di cosa si tratta? Del rapporto con Dio.
Il rischio, pertanto, non dev’essere minimizzato: questa relazione, che costituisce l’asse portante della nostra vita, corre il pericolo di essere, in qualche modo, inquinata, attraversata da un terribile equivoco. Dio non è in vendita, e l’odore del denaro diventa una puzza insostenibile quando proviene da attività svolte all’ombra del sacro, sotto la copertura del tempio, con il pretesto del culto. Dio non è in vendita e coloro che lo fanno credere, o lo danno a intendere col loro comportamento, sono dei blasfemi perché disonorano Dio riducendolo a un’orrida maschera, a un “oggetto” che può essere acquistato. Dio non è in vendita: il suo amore, la sua grazia, non sono il risultato di una transazione commerciale. Chi si illude di poterlo in qualche modo “comperare” si sbaglia del tutto. E si nega, di fatto, un accesso a lui, al suo volto autentico; s’interdice un’esperienza di luce e di pace, che costituisce il tesoro prezioso della nostra esistenza.

Tempo di Quaresima: costretti alla libertà

Nella Scrittura, il rapporto tra Dio e il suo popolo è talmente esclusivo che non di rado assume il linguaggio della gelosia. Una gelosia però a senso unico: il popolo non può avere altri dèi all’infuori del Signore, ma non ha l’esclusiva su di Lui. Infatti, Israele è solo un’anticipazione, il primo nucleo di un popolo di Dio che è destinato a raccogliere tutte le genti della terra. Un atteggiamento da parte di Dio che sfuma i confini culturali e nazionali, che costringe a non accontentarsi di sentirsi dalla parte della ragione. È strano come i comandamenti, ma anche cose più moderne e laiche come la Carta dei diritti dell’uomo, corrispondano a un ideale di vita armoniosa, pacifica, priva di tutte le meschinità che escono dal cuore e che rovinano la vita: un ideale di vita estremamente desiderabile e al contempo difficile da realizzare completamente. Al desiderio dovrebbe seguire la scelta, altrimenti si tradisce la propria coscienza: c’è un cammino tracciato da una serie di pietre miliari, e la libertà di scegliere se seguirlo oppure no è una di queste pietre. È questo il paradosso che rende la fede cristiana così affascinante e adulta nella sua capacità di responsabilizzare ognuno di noi.

Via Crucis di Cristo, via Crucis dell’Uomo

Via di spogliazione, umiliazione, di abbassamento, di Kenosi fino alla polvere. Via dell’uomo abbandonato, “ferito e mezzo morto”, in cammino sulle strade della speranza.
Nell’itinerario di preghiera, meditazione e contemplazione della Via Crucis, mentre è descritta l’esperienza “fallimentare” della vita del Gesù storico, è offerta a tutti noi, una luce (o lo stile) di come vincere gli tsunami della storia e della vita: restare ancorati, come Cristo, alla fedeltà dell’amore del Padre, che “non abbandona il suo Consacrato”.
“Fare la via Crucis”, significa fare sosta! La via del Golgota è una strada che si percorre a passo lento, a velocità ridotta! Nel breve tratto che dal Pretorio giunge al Gòlgota, per Gesù non sono ammesse distrazioni. Il suo passo faticoso, prima di giungere in cima, cerca ancora! Cerca gli occhi di Petro per rivestirlo del “mantello della giustizia”; il volto delle donne in pianto, per consolarle; l’amico dell’ultim’ora, Simone di Cirene; il ladrone pentito, primo invitato al banchetto del regno della vita, il paradiso; Giovanni, il “discepolo amato”, a cui consegnare la Madre.
Così, il Maestro, vero Samaritano della storia, “che nella sua vita mortale passo sanando e beneficando tutti”, anticipa nei gesti e parole della via Crucis, i frutti della Pasqua, primavera dello Spirito, profumo di giorni nuovi. Così, l’olio e il vino della Pasqua, tornano a inebriare il cammino dell’uomo, “oltre il buio della siepe” (G. Leopardi), il mattino della speranza!

Venerdì 8 marzo la via Crucis della sera (ore 21.00)
Sarà animata dall’ASD Oratorio san Fiorano, all’oratorio.

Santità e preghiera: ecco il cammino della Quaresima

Il tempo della Quaresima, occasione speciale, per migliorare e intensificare la preghiera personale, familiare e comunitaria. Anche perché, in questo anno pastorale dedicato alla Santità, siamo pienamente consapevoli che non esiste santità senza preghiera. La preghiera è il respiro dell’anima, è uno stare costantemente alla presenza di Dio tenendo in lui l’affetto del cuore, è un trovare casa nel suo mistero di grazia, un abbandonarsi fiduciosi e grati al suo amore misericordioso, un sentirsi accolti nella sua trascendenza luminosa.
La preghiera è prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi di Dio in ogni momento. Come tale, la preghiera accompagna l’intera esistenza. È incessante. A questo esorta san Paolo quando, scrivendo ai cristiani di Tessalonica, dice: «Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù». La preghiera fa da sfondo a un agire che diviene culto spirituale e abbraccia l’intera esistenza.
La testimonianza più bella della preghiera viene da Gesù stesso, il Figlio amato che tutto riceve dal Padre
e tutto dona a lui. «Io e il Padre siamo una cosa sola», dice Gesù ai suoi discepoli. Una simile comunione trova la sua espressione più alta nell’obbedienza di Gesù al Padre, che suppone una totale sintonia.
Le parole della preghiera di Gesù che troviamo nei Vangeli ne sono la testimonianza. Ogni invocazione che viene riportata nei Vangeli prende avvio con la stessa parola: «Padre!». Acquista poi una propria forma a seconda del sentimento che la accompagna. «Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra»; «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!»; «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno»; «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito»; «Padre, glorifica il tuo nome»; «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi».
Il desiderio di mantenersi in costante comunione con Dio porta necessariamente a riservare dei momenti nei quali dedicarsi totalmente ed esclusivamente alla preghiera. Lo spirito di preghiera esige tempi di preghiera, momenti nei quali raccogliersi in silenzio per discendere nel nostro mondo interiore e ascoltare la voce amica di Dio. I Vangeli ci dicono che Gesù trascorreva notti intere in preghiera.