Prudenza e stoltezza

Le prime due figure che si incontrano nel ciclo giottesco delle virtù e dei vizi nella Cappella degli Scrovegni sono la prudenza e la stoltezza.
La prudenza è rappresentata come una donna seduta a un banco di studio, con un libro davanti, un compasso nella destra e uno specchio nella sinistra. Con lo specchio, la donna riflette su se stessa e sul proprio passato, rappresentato da un volto anziano sulla nuca.
La Prudenza non è solo calcolo, è meditazione sulla propria vita, per imparare dagli errori compiuti e cogliere i segni che possono orientare il futuro nel modo migliore.
Di contro, la stoltezza è un giullare le cui vesti imitano il piumaggio di un uccello.
Lo sguardo svagato è rivolto verso l’alto e la bocca aperta disegna sul volto un sorriso ebete. La stoltezza non guarda nemmeno dove mette i piedi e rincorre solo divertenti distrazioni. Il problema è che tiene in mano una clava: la stoltezza, priva di risorse morali e culturali, conosce solo la violenza come soluzione ai problemi. Come scriveva Isaac Asimov: «La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci».

Tempo di Quaresima: il realismo della Redenzione

La storia della salvezza è una storia pienamente umana: Dio si inserisce nelle vicende del mondo così come sono e cerca di interagire con i singoli e con i popoli affinché, in piena libertà, essi comprendano il senso profondo del loro cammino e dove il Signore desidera condurli. Il fatto che Dio sia capace di portare alla salvezza attraversando il male che segna la storia di ognuno di noi non significa che quel male diventi improvvisamente bene: ma Dio è in grado di ricavare il bene anche dalle scelte sbagliate, poiché egli è fedele nel suo amore verso l’umanità. Mosè, i profeti e tutte le Scritture avevano previsto un Messia sofferente, perché davvero innamorato dell’umanità.
Siamo noi quelli che facciamo fatica ad accettare che l’amore vero deve passare, nel nostro mondo segnato dal male, attraverso il sacrificio. Eppure, se guardassimo indietro con sincerità alla nostra storia personale, vedremmo quante volte abbiamo ferito gli altri o siamo stati feriti.
Cosa vogliamo fare di questa storia? Ignorarla, fingendo che non sia mai esistita, in modo che da essa non possiamo imparare ad amare veramente? Oppure farcene carico, prendere sulle spalle la nostra croce, e scoprire a quale trasfigurazione possiamo arrivare insieme a Gesù?

La certezza del suo amore

Nel percorso che sta conducendo Gesù verso la Passione e la morte, la trasfigurazione rappresenta un momento importante di consolazione e di manifestazione. Consolazione per lui, che è sempre più solo e che nel frangente decisivo sarà abbandonato da tutti. Manifestazione per i discepoli, che sono invitati a riconoscere in lui il Figlio che compie le promesse di Dio e realizza il suo progetto di salvezza. Entrambe si realizzano grazie all’irruzione di Dio, al suo amore che si rende evidente, palpabile, fino a “trasfigurare” e a rendere splendente ogni fibra di Gesù.
La terribile prova della morte sulla croce, e di tutto ciò che essa comporta, è ormai incombente.
È la prova a cui Gesù va incontro, giorno dopo giorno.
Ed è proprio passando attraverso questa prova che egli “darà prova” del suo amore smisurato.
Il passaggio lacerante in cui sta per avventurarsi sarà anche il luogo in cui risplenderà il volto di Dio e in cui si realizzerà il suo progetto di amore per l’umanità. La prova di Gesù, però, comporterà, inevitabilmente, anche la prova dei discepoli. Sì, perché la croce rappresenta un momento di verità che pone fine a qualsiasi equivoco: i sogni di una gloria a poco prezzo, di un successo trionfale, naufragheranno sulla collina del Calvario quando proprio lui, il Figlio, verrà inchiodato a una croce e sperimenterà una morte terribile e ignominiosa.
Proprio allora, i discepoli dovranno ricordare che quel corpo martoriato lo hanno visto splendere dell’amore di Dio, irraggiare attorno a sé quella luce e quella gioia che hanno in Dio la loro sorgente inesauribile. C’è per ognuno di noi, da qualche parte, un monte della trasfigurazione.
È grazie a quello che lì vi avviene che possiamo fronteggiare i momenti oscuri della prova, quando ci pare di essere abbandonati da tutti, condannati all’isolamento.
In quei frangenti conterà solo la certezza di un amore che non ci abbandona, la fiducia riposta in lui, Gesù, che ce lo ha rivelato. Ascoltarlo non significa solo accogliere la sua

Davanti al Crocifisso segno di sconfitta e di vittoria

La croce di Gesù ci insegna che nella vita c’è il fallimento e la vittoria, e a non temere i «momenti brutti», che possono essere illuminati proprio dalla croce, segno della vittoria di Dio sul male. Un male, Satana, che è distrutto e incatenato, ma «abbaia ancora», e se ti avvicini ad accarezzarlo «ti distruggerà». Nella croce fallisce tutto quello che Gesù aveva fatto nella vita, e finisce tutta la speranza della gente che seguiva Gesù.
Non abbiamo paura a contemplare la croce come un momento di sconfitta, di fallimento. La nostra vita va avanti con Cristo vincente e risorto, che ci invia lo Spirito Santo, ma anche con quel cane incatenato, «al quale non devo avvicinarmi perché mi morderà». Dobbiamo essere capaci di tollerare le sconfitte, di portarle con pazienza, le sconfitte, anche dei nostri peccati perché Lui ha pagato per noi. Tollerarle in Lui, chiedere perdono in Lui ma mai lasciarci sedurre da questo cane incatenato. Anche questo venerdì di quaresima sarà bello se riusciremo a radunarci come comunità parrocchiale davanti al crocifisso: guardarlo, è il nostro segno di sconfitta, che provoca le persecuzioni, che ci distruggono, è anche il nostro segno di vittoria perché Dio ha vinto lì.

Ringrazio coloro che, anche questo venerdì di quaresima, alle ore 21.00 animeranno questo momento.