Il Presepe: una bella tradizione che si rinnova

La notte di Natale del 1223 san Francesco, con la semplicità di quel segno, “realizzò una grande opera di evangelizzazione”, che consiste nel “riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità.
Il presepe “suscita tanto stupore e ci commuove” perché “manifesta la tenerezza di Dio”, il creatore dell’universo che “si abbassa alla nostra piccolezza”. 
Fin dall’origine francescana il presepe è un invito “a sentire, a toccare la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. È un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce.
È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi”.
Anche quando “la notte circonda la nostra vita”, “Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io?
Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò?”.
Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo, la sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza.
“Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio”. Gli angeli e la stella cometa “sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore”, come fanno i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. “A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata”.
“Gesù è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso”. Dal presepe, quindi, “emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità.
Maria e Giuseppe: insieme a Gesù Bambino, sono il centro del presepe, custodito nella grotta. “Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo”, è la Madre di Dio che “non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica”. Accanto a lei c’è San Giuseppe, “il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia”.
“ll cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino”: “Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia.
Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi”.
“I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo”.
“Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme. Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano
scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo”.
“Non è importante come si allestisce il presepe; ciò che conta, è che parli alla nostra vita”: “Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi”.
Rinnovo la mia gratitudine e i miei complimenti agli artisti del Presepe realizzato in Chiesa. Grato perché anche quest’anno ci hanno regalato questo bellissimo segno di Natale.

In ascolto della speranza

DIO È FELICE PER NOI E CON NOI
Nel libro del profeta Sofonia, il giudizio di Dio è presentato come il suo intervento nella storia. Sofonia annuncia il giorno del Signore e la salvezza riservata ai miti.
Sperare è…GIOIRE
ASCOLTO SAPIENZIALE: Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un
salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Sof 3,14-18)

Il Profeta Sofonia ci invita a gioire. E lo fa con un tono particolarmente vibrante, carico di speranza e dell’entusiasmo tipico dei giorni di festa.
Il brano biblico che la liturgia propone nella terza domenica di Avvento, invita a riscoprire la dimensione festiva, quella stessa che per Israele rappresentava l’incontro rinnovato di Dio con il suo popolo. Un senso di esultanza accompagnava ogni festa religiosa degli ebrei e che noi cristiani dobbiamo riscoprire in un mondo che muore di noia e di tristezza.
Quella che il Profeta annuncia è una gioia “permanente” che risiede nella certezza che il Signore sta in mezzo al suo popolo come “salvatore potente”. Il motivo della speranza che si fa gioia è dato dunque dal fatto che Dio è in maniera costante “in mezzo” ai suoi per aiutarli e salvarli in ogni momento.
Tutto questo si è verificato precisamente nel mistero dell’Incarnazione, con la quale Gesù Cristo ha posto per sempre “la sua tenda in mezzo a noi”. “Gridate giulivi ed esultate…perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele”. Il rimando “cristologico” è dunque nelle pieghe del testo di Sofonia non appena lo si legge più in profondità.
Il profeta Sofonia, scrivendo in un momento drammatico della vita del suo popolo, invita a superare tutte le paure davanti al dramma dell’esilio che incombeva su tutti. Dopo aver richiamato alla conversione in nome di Dio, Sofonia pronuncia così parole meravigliose di speranza rivolgendosi verso i poveri di cuore,
i poveri del Signore, a coloro che non si affidano alle proprie forze, ma mettono la loro fiducia in Dio.
Il motivo della grande gioia è che Dio abita con il suo popolo, una gioia che deriva dal sapersi amati, dal conoscere ciò che Dio vuole da noi, dal perseverare in Lui anche quando tutto sembra venir meno.
Ma c’è dell’altro, c’è la reciprocità della gioia perché Dio è felice per noi e con noi.
Sono tre i verbi che il profeta utilizza per sottolineare questa felicità: esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia come nei giorni di festa. Il Signore Dio grida la sua gioia, non la sussurra né tuona, ma grida per dichiarare il suo amore per l’umanità. È il quadro di un Dio dal volto felice e dalla gioi contagiante, la stessa di cui parlerà Gesù: “perché la mia gioia sia in voi” .

Spes: spalanchiamo la porta

TERZA DOMENICA D’AVVENTO: INIZIARE ALLA SPERANZA
La speranza in questa terza domenica di Avvento, si coniuga con la gioia! È la domenica laetare e la nostra attesa si abbrevia, mentre Luca, nel Vangelo, ci parla della predicazione di Giovanni Battista e di un battesimo di conversione che suscita cambiamenti nella vita. Condividere, non pretendere, non maltrattare, non fare torto: così ci si prepara ad accogliere il Signore che viene. Egli battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Iniziare è allora il verbo che segna il passo di questa settimana; iniziare alla vita di fede significa introdurci in una amicizia piena ed autentica con Gesù che ci dona la gioia autentica e piena.

Tempo di Avvento: la Speranza non delude

La speranza non delude! San Paolo più volte ha saggiato l’amaro della delusione, il fallimento della predicazione rimanendone sempre forte nella speranza che Dio era con lui, il figlio Gesù Cristo lo arricchiva per annunciare nell’amore la lieta parola di Dio.
Cos’è la speranza cristiana? Per chiarire l’idea di speranza ci facciamo aiutare dalle parole del catechismo della chiesa cattolica che dice: “La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo… La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo… salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna”.
All’inizio del nuovo anno liturgico non possiamo non iniziare con la Speranza che ci porta a credere e confidare nell’amore di Dio. Sperare per il cristiano è un obbligo, sperare diventa stile di vita, scuola per un cristianesimo che ancora può dire la sua in un mondo profondamente cambiato.
La speranza ci ha sorretto e ci sorregge, soprattutto nei momenti di difficoltà, di fatica, di prova, di delusione.
Per questo nel tempo di Avvento il cristiano entra nel portico della speranza, dove trova forza per leggere la vita e il mondo con occhi diversi, pieni e desiderosi di Dio.
Se Dio viene abbandonato, la speranza diventa interesse personale, proprio tornaconto, con Dio la speranza diventa vita, bellezza, concordia.
Nell’attesa della nascita del figlio di Dio deve crescere il senso dell’attendere come momento di profondo desiderio della ricchezza dei doni divini.
Si, la preparazione al Natale è prepararsi a capire che sperare è possibile solo se si accoglie la Parola che diventa carne, il Dio che si fa bambino, l’Amore che diventa luce per gli uomini.
Favorire l’entrata di Dio nella nostra storia è darle ancora, oggi, un salvatore.
Il poeta Mario Luzi scrisse prima di morire alcuni versi in cui immagina la speranza come un bulbo che vuole nascere e germogliare:
“Vorrei arrivare al varco con pochi, essenziali bagagli, liberato dai molti inutili,
di cui l’epoca tragica e fatua ci ha sovraccaricato…
E vorrei passare questa soglia sostenuto da poche,
sostanziali acquisizioni
e da immagini irrevocabili per intensità e bellezza
che sono rimaste come retaggio.
Occorre una specie di rogo purificatorio del vaniloquio cui ci siamo abbandonati
e del quale ci siamo compiaciuti.
Il bulbo della speranza, ora occulto sotto il suolo ingombro di macerie non muoia,
in attesa di fiorire alla prima primavera”

Maria la madre della nostra speranza, guidi i nostri passi verso il giorno in cui nasce l’Amore!