Prima Comunione

La nostra festa non deve finire e la nostra festa non finirà, perché la festa siamo noi!
Perché la festa è la presenza di Gesù, perché Gesù ci porta in palmo di mano. Siamo nella sua mano e nessuno ci strapperà da quella mano buona; siamo al sicuro, siamo in buona compagnia.
E voi, cari bambini, che fate la prima comunione con Gesù meritate questa festa. Facciamo festa con voi per dirvi che fare la comunione è una cosa bella! È fondamentale, è utile per la vita come mangiare. Difatti Gesù ha voluto rimanere in mezzo a noi come cibo, si dà a noi, si mette nelle nostre mani, perché noi lo mangiamo. Eppure Lui è il Signore del cielo e della terra!
Tutto il mondo sta nella sua mano e pensate l’Onnipotente immenso si mette nelle nostre mani.
Le vostre piccole mani ricevono il Signore che ha creato il mondo e guida la storia.
Si è messo nelle nostre mani, per ricordarci che noi siamo nelle sue mani e perché possiamo veramente lasciarci guidare dalle sue mani. Abbiamo bisogno del Signore per poter vivere bene.
Il nostro istinto, purtroppo, ci inclina al male. Il male ci viene spontaneo come le piccole cattiverie di tutti giorni – e lo sapete già anche voi bambini – crescendo questo male continua a essere presente e può anche diventare più grande e dominare la vita. Ogni giorno, purtroppo, sentiamo notizie tragiche e dolorose di una guerra che fa piangere tante persone e altre sofferenze generate dall’egoismo. Ma da dove nasce una guerra? Da dove nasce la cattiveria, la violenza?
Dalla volontà di prendere qualcos’altro: è l’avidità la causa, cioè la voglia di prendere e di dominare di più. Allora, se noi scendiamo dai grandi capi degli Stati alla nostra situazione, ci accorgiamo che anche nel nostro cuore c’è avidità, voglia di prendere e di dominare. Quando vogliamo prendere qualcosa che ci piace, diventiamo violenti, aggressivi. È comune anche fra fratelli tirarsi un calcio, darsi un pugno, graffiarsi, insultarsi, offendersi. Si comincia di lì, poi crescendo nel potere si può arrivare ai grandi conflitti; ma tutto parte da quell’istinto cattivo con cui cerchiamo di aggredire l’altro per prendergli qualcosa. Abbiamo bisogno di un aiuto divino per diventare generosi. Facciamo la comunione con Gesù per avere questo aiuto, mangiamo l’Eucaristia per essere nutriti, per crescere, per diventare buoni e ne abbiamo bisogno tutti, non solo voi bambini, ne abbiamo bisogno ancora di più noi grandi! Quante volte mangiate? Tutti i giorni, più volte al giorno.
E perché mangiate sempre? Perché ne avete bisogno! Se non si mangia, non si vive! Il nostro corpo ha bisogno di essere nutrito. Anche la nostra anima ha bisogno di essere nutrita, anche il nostro
spirito ha bisogno di crescere, di diventare forte, forte nel bene! Non è così facile essere generosi. Viene istintivo prendere. Non è così istintivo dare. È il Signore Gesù che ci insegna a dare, non solo ci ha detto che bisogna farlo, ma soprattutto ci dà la forza di farlo e lo fa, dandoci Se stesso da mangiare tutte le domeniche. Tutta la vita noi abbiamo bisogno di fare la comunione per diventare grandi, grandi nell’amore, grandi nel servizio, grandi nell’impegno. Ognuno di noi può contribuire a far andare meglio il mondo, proprio impegnandosi a dare generosamente qualcosa di sé: a dare tempo, a dare impegno, a dare servizio. Ma questo non ci viene istintivo, ci viene dalla grazia!
Abbiamo bisogno di mangiare per vivere, abbiamo bisogno di mangiare Gesù per vivere bene.
Allora con tutto il cuor vi auguriamo, cari bambini, che la vostra festa non finisca, perché la festa siamo noi insieme a Gesù. È Lui la festa della nostra vita, è Lui che ci rende capaci di essere veramente buoni. È quello che vi auguriamo: crescete e diventate sempre più buoni, sempre più generosi, sempre più capaci di dare, vincendo l’avidità che vuole prendere. Il Signore Gesù ha dato la vita per noi: siamo nelle sue mani, lasciamoci portare da Lui e diventeremo davvero generosi.

Prima confessione

La Prima Confessione, è un momento importante in cui i bambini, sperimentano sacramentalmente l’abbraccio misericordioso di Dio Padre. È un’occasione per essere riconciliati con Dio e rinnovare il proprio impegno a vivere in modo più vicino a Lui. 
Il peccato: è un’azione che ferisce Dio e gli altri, e che può causare un distacco dalla sua amicizia. 
Il rammarico: aiuta i bambini a capire che il peccato è un errore che li rende infelici e che il rammarico (pentimento) è un sentimento di dolore per averlo commesso. 
Il perdono di Dio: sottolinea che Dio Padre è sempre presente, pronto a perdonare, e che la Confessione è un modo per chiedere e ricevere questo perdono. 
Il sacerdote: nel suo ruolo di intermediario, parla a nome di Gesù e trasmette il perdono di Dio. 
Il sacramento: la Confessione è un sacramento, un segno visibile di qualcosa di invisibile, ossia il perdono di Dio. 
La riconciliazione: la Confessione è un momento di riconciliazione con Dio, una riparazione del rapporto infranto dal peccato. 
L’impegno: la Confessione è anche un momento di impegno a non peccare più e a seguire Gesù. 

Come comunità cristiana vogliamo essere loro vicino con la nostra preghiera per questo loro primo appuntamento sacramentale con l’augurio che sappiano apprezzarlo per tutto il cammino della loro vita cristiana.

L’Agnello apre i sette sigilli

Nella mano destra di colui che sedeva sul trono l’apostolo Giovanni vide un libro a forma di rotolo, chiuso con sette sigilli. Questa visione introduttiva nel libro dell’Apocalisse ci rivela che Dio opera nella storia dell’umanità per formarsi un popolo che gli appartenga. L’Apocalisse è la rivelazione che il Signore offrì a Giovanni in un momento di crisi per mostrargli come l’Agnello, cioè il Cristo morto e risorto, sia l’autentico Signore di tutta la storia e abbia nelle proprie mani le vicende di tutti i tempi. Nessuno è in grado di aprire quel libro, solo l’Agnello, il Cristo morto e risorto è capace di aprire il libro e di leggerlo, solo Gesù Cristo rivela Dio, solo Lui è in grado di spiegarci il senso della storia e della nostra vita. E questa rivelazione si svolge con un sistema di quadri in successione che Giovanni adopera per mostrare la serie dei temi più importanti della storia di salvezza; così i sette sigilli introducono ciascuno un quadro, giacché all’apertura di ogni sigillo da parte dell’Agnello Giovanni descrive una scena diversa.
Al primo sigillo corrisponde un cavallo bianco che rappresenta la forza della vita: è la risurrezione di Cristo che fin dall’inizio segna la storia dell’umanità anche se è afflitta da gravi calamità. Difatti all’apertura del secondo sigillo compare un cavallo rosso, simbolo della guerra che distrugge l’umanità; al terzo sigillo corrisponde un cavallo nero che è la carestia, la fame, la crisi economica; il quarto sigillo poi rivela una cavallo verde, pallido come la morte, figura della pestilenza, delle pandemie, di tutte le malattie che danneggiano e rovinano l’umanità.
Al quinto sigillo si sentono le preghiere delle vittime che provengono da sotto l’altare e chiedono a Dio: “Fino a quando aspetterai per fare giustizia?”. Se è vero che la guerra, la fame, l’epidemia, segnano la storia dell’umanità, è altrettanto vero che la preghiera delle vittime dà senso e forza al divenire umano. Finalmente l’Agnello apre il sesto sigillo che è quello più importante … perché nel pensiero apocalittico il sesto elemento è sempre quello decisivo, è il segno dell’uomo, dell’umanità, perciò in questo momento si racconta l’intervento di Dio della storia.
Il quadro grandioso che viene descritto da Giovanni per il sesto sigillo mostra una folla di persone su cui è stato posto il sigillo di Dio, suddivisa in due parti.
Il primo gruppo è numerato – sono 144.000 – il secondo gruppo invece è costituito da una folla immensa che nessuno può contare e provengono da ogni 1) nazione, 2) tribù, 3) popolo e 4) lingua. Quando vuole sottolineare l’universalità nello spazio Giovanni adopera quattro elementi, perché il quattro è il tipico numero per indicare tutto lo spazio, come noi secondo lo schema normale e comune diciamo che quattro sono i punti cardinali, così come i quattro venti e i quattro angoli del mondo.
Il primo gruppo, quello dei centoquarantaquattromila rappresenta gli israeliti, cioè gli uomini e le donne dell’antica alleanza, che provengono dalle dodici tribù di Israele e sono quelli che hanno creduto nel Signore prima della venuta di Gesù. Pertanto questo numero vuole indicare una grande quantità, ma tuttavia limitata, perché sono solo quelle persone che nello spazio e nel tempo sono appartenute al popolo di Israele. Ma loro non sono gli unici salvati, perché la prospettiva della salvezza è universale. Dopo questo primo gruppo Giovanni infatti vede una moltitudine immensa in cui ci sono tutti gli uomini e le donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi … in quella folla ci siamo anche noi!
È l’immagine dei redenti, coloro che portano sulla fronte il sigillo di Dio. Il sigillo non serve solo per chiudere, il sigillo è soprattutto un segno di appartenenza. Dio ha messo su di noi il suo sigillo, perché gli apparteniamo.
Siamo stati segnati dalla grazia di Dio, perciò gli apparteniamo, siamo diventati il suo popolo, siamo il gregge che egli conduce; non una massa di pecoroni, ma una comunità di persone intelligenti che con libera volontà lo seguono contenti di appartenere al Signore. Non siamo stati marchiati come il bestiame, ci è stato dato in dono il sigillo dell’appartenenza e liberamene lo abbiamo accolto e siamo contenti di appartenere a questo popolo di cui l’Agnello è il pastore. È Lui che ha steso la tenda su di noi, ha preso dimora nella nostra vita e ci conduce alle acque della vita eterna, ci sta portando verso la pienezza della vita. Noi seguiamo l’Agnello che è il pastore: Gesù Cristo, morto e risorto, è il sigillo del Dio vivente, è Lui che è stato messo nella nostra testa, nel nostro cuore, è stato impresso nella nostra vita e noi gli apparteniamo. Lo ringraziamo perciò di averci scelti per appartenere al suo popolo e vogliamo rispondere alla sua chiamata seguendolo con fedeltà e amore.

Professione di fede 14enni

“Siate forti, ragazzi, perseverate nella fede, nell’amicizia con Cristo e nella fedeltà alla Chiesa, nostra madre e maestra”. Questo l’invito rivolto ai ragazzi di terza media di san Fiorano, che sabato 3 Maggio hanno Professato Pubblicamente la loro Fede, insieme agli altri ragazzi del Vicariato di Codogno davanti a Dio, alla Comunità cristiana e al nostro Vescovo, proprio nella nostra Chiesa di san Floriano martire. Dobbiamo esser grati al Signore per i frutti di grazia che sa suscitare nel cuore di questi ragazzi, i quali hanno saputo resistere e tenere fede al loro cammino: un grande esempio per tutta la Comunità!
Consegniamo a loro quattro parole: Fortezza, Eucaristia, Dedizione, Gioia!
La FORTEZZA – dono dello Spirito Santo e virtù cardinale – è essenziale anche per voi ragazzi: essa agisce quando la fede e l’amore di Dio sono in pericolo; quando la tentazione di compromettersi con il mondo e la sua mentalità soffoca la verità. Cari ragazzi avete bisogno di questa virtù. Siate forti, allora, ragazzi. Forti nella fede, forti nell’essere cristiano convinti.
L’EUCARISTIA. Non abbandonate la Santa Messa domenicale! Qui sta il segreto di una vita buona, bella e vera. Come diceva Carlo Acutis “L’Eucaristia è la nostra autostrada verso il Paradiso”. Fate di tutto e l’impossibile per non mancare mai a questo appuntamento così importante e insostituibile. La DEDIZIONE. La fede si professa con le parole – recitando il “Credo” – e con le azioni! L’invito è quello di viverla nella famiglia, nella scuola, nello sport, nello svago, ma anche nella Parrocchia mettendovi a disposizione con animo di servizio: insomma, testimoniando con le opere l’amore per Cristo e per la sua Chiesa.
La GIOIA. È il tratto caratteristico del cristiano. La letizia fondata sulla speranza sarà la prima vera testimonianza di fede. Chi conosce Cristo e vive nella Chiesa non può che essere contento, nonostante le fatiche e le contraddizioni in cui ci getta il peccato. Dunque, allegri.

Mese di maggio: mese Mariano

Nell’anno del Giubileo sulla speranza cristiana, guardiamo a Maria, Madre della speranza.
Maria ha attraversato più di una notte nel suo cammino di madre. Fin dal primo apparire nella storia dei vangeli, la sua figura si staglia come se fosse il personaggio di un dramma. Non era semplice rispondere con un “sì” all’invito dell’angelo: eppure lei, donna ancora nel fiore della giovinezza, risponde con coraggio, nonostante nulla sapesse del destino che l’attendeva. Maria in quell’istante ci appare come una delle tante madri del nostro mondo, coraggiose fino all’estremo quando si tratta di accogliere nel proprio grembo la storia di un nuovo uomo che nasce. Quel “sì” è il primo passo di una lunga lista di obbedienze – lunga lista di obbedienze! – che accompagneranno il suo itinerario di madre. Così Maria appare nei vangeli come una donna silenziosa, che spesso non comprende tutto quello che le accade intorno, ma che medita ogni parola e ogni avvenimento nel suo cuore. In questa disposizione c’è un ritaglio bellissimo della psicologia di Maria: non è una donna che si deprime davanti alle incertezze della vita, specialmente quando nulla sembra andare per il verso giusto. Non è nemmeno una donna che protesta con violenza, che inveisce contro il destino della vita che ci rivela spesso un volto ostile. È invece una donna che ascolta: non dimenticatevi che c’è sempre un grande rapporto tra la speranza e l’ascolto, e Maria è una donna che ascolta. Maria accoglie l’esistenza così come essa si consegna a noi, con i suoi giorni felici, ma anche con le sue tragedie che mai vorremmo avere incrociato. Fino alla notte suprema di Maria, quando il suo Figlio è inchiodato al legno della croce. Fino a quel giorno, Maria era quasi sparita dalla trama dei vangeli: gli scrittori sacri lasciano intendere questo lento eclissarsi della sua presenza, il suo rimanere muta davanti al mistero di un Figlio che obbedisce al Padre. Però Maria riappare proprio nel momento cruciale: quando buona parte degli amici si sono dileguati a motivo della paura. Le madri non tradiscono, e in quell’istante, ai piedi della croce, nessuno di noi può dire quale sia stata la passione più crudele: se quella di un uomo innocente che muore sul patibolo della croce, o l’agonia di una madre che accompagna gli ultimi istanti della vita di suo figlio. I vangeli sono laconici, ed estremamente discreti. Registrano con un semplice verbo la presenza della Madre: Lei stava. Nulla dicono della sua reazione: se piangesse, se non piangesse… nulla; nemmeno una pennellata per descrivere il suo dolore: su questi dettagli si sarebbe poi avventata l’immaginazione di poeti e di pittori regalandoci immagini che sono entrate nella storia dell’arte e della letteratura. Ma i vangeli soltanto dicono: lei “stava”. Stava lì, nel più brutto momento, nel momento più crudele, e soffriva con il figlio. “Stava”. Maria “stava”, semplicemente era lì. Eccola nuovamente, la giovane donna di Nazareth, ormai ingrigita nei capelli per il passare degli anni, ancora alle prese con un Dio che deve essere solo abbracciato, e con una vita che è giunta alla soglia del buio più fitto. Maria “stava” nel buio più fitto, ma “stava”. Non se ne è andata. Maria è lì, fedelmente presente, ogni volta che c’è da tenere una candela accesa in un luogo di foschia e di nebbie. Nemmeno lei conosce il destino di risurrezione che suo Figlio stava in quell’istante aprendo per tutti noi uomini: è lì per fedeltà al piano di Dio di cui si è proclamata serva nel primo giorno della sua vocazione, ma anche a causa del suo istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione. Le sofferenze delle madri: tutti noi abbiamo conosciuto donne forti, che hanno affrontato tante sofferenze dei figli! La ritroveremo nel primo giorno della Chiesa, lei, madre di speranza, in mezzo a quella comunità di discepoli così fragili: uno aveva rinnegato, molti erano fuggiti, tutti avevano avuto paura. Ma lei semplicemente stava lì, nel più normale dei modi, come se fosse una cosa del tutto naturale: nella prima Chiesa avvolta dalla luce della Risurrezione, ma anche dai tremori dei primi passi che doveva compiere nel mondo. Per questo tutti noi la amiamo come Madre. Non siamo orfani: abbiamo una Madre in cielo, che è la Santa Madre di Dio. Perché ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto appare privo di senso: lei sempre fiduciosa nel mistero di Dio, anche quando Lui sembra eclissarsi per colpa del male del mondo. Nei momenti di difficoltà, Maria, la Madre che Gesù ha regalato a tutti noi, possa sempre sostenere i nostri passi, possa sempre dire al nostro cuore: “Alzati! Guarda avanti, guarda l’orizzonte”, perché Lei è Madre di speranza.

Giornata mondiale per le vocazioni

L’11 maggio 2025, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 62a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema “Pellegrini di speranza: il dono della vita”.
Pubblichiamo di seguito il Messaggio di Papa Francesco:

Pellegrini di speranza: il dono della vita

Desidero rivolgervi un invito gioioso e incoraggiante ad essere pellegrini di speranza donando la vita con generosità. La vocazione è un dono prezioso che Dio semina nei cuori, una chiamata a uscire da sé stessi per intraprendere un cammino di amore e di servizio. Ed ogni vocazione nella Chiesa – sia essa laicale o al ministero ordinato o alla vita consacrata – è segno della speranza che Dio nutre per il mondo e per ciascuno dei suoi figli. In questo nostro tempo, molti giovani si sentono smarriti di fronte al futuro. Sperimentano spesso incertezza sulle prospettive lavorative e, più a fondo, una crisi d’identità che è crisi di senso e di valori e che la confusione digitale rende ancora più difficile da attraversare. Le ingiustizie verso i deboli e i poveri, l’indifferenza di un benessere egoista, la violenza della guerra minacciano i progetti di vita buona che coltivano nell’animo. Eppure il Signore, che conosce il cuore dell’uomo, non abbandona nell’insicurezza, anzi, vuole suscitare in ognuno la consapevolezza di essere amato, chiamato e inviato come pellegrino di speranza. Per questo, noi membri adulti della Chiesa, siamo sollecitati ad accogliere, discernere e accompagnare il cammino vocazionale delle nuove generazioni. E voi giovani siete chiamati ad esserne protagonisti, o meglio co-protagonisti con lo Spirito Santo, che suscita in voi il desiderio di fare della vita un dono d’amore.

Accogliere il proprio cammino vocazionale

Carissimi giovani, «la vostra vita non è un “nel frattempo”. Voi siete l’adesso di Dio». È necessario prendere coscienza che il dono della vita chiede una risposta generosa e fedele. Guardate ai giovani santi e beati che hanno risposto con gioia alla chiamata del Signore: a Santa Rosa di Lima, San Domenico Savio, Santa Teresa di Gesù Bambino, San Gabriele dell’Addolorata, ai Beati – tra poco Santi – Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati e a tanti altri. Ciascuno di loro ha vissuto la vocazione come cammino verso la felicità piena, nella relazione con Gesù vivo. Quando ascoltiamo la sua parola, ci arde il cuore nel petto e sentiamo il desiderio di consacrare a Dio la nostra vita! Allora vogliamo scoprire in che modo, in quale forma di vita ricambiare l’amore che Lui per primo ci dona. Ogni vocazione, percepita nella profondità del cuore, fa germogliare la risposta come spinta interiore all’amore e al servizio, come sorgente di speranza e di carità e non come ricerca di autoaffermazione. Vocazione e speranza, dunque, si intrecciano nel progetto divino per la gioia di ogni uomo e di ogni donna, tutti chiamati in prima persona ad offrire la vita per gli altri. Sono molti i giovani che cercano di conoscere la strada che Dio li chiama a percorrere: alcuni riconoscono – spesso con stupore – la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata; altri scoprono la bellezza della chiamata al matrimonio e alla vita familiare, come pure all’impegno per il bene comune e alla testimonianza della fede tra i colleghi e gli amici. Ogni vocazione è animata dalla speranza, che si traduce in fiducia nella Provvidenza. Infatti, per il cristiano, sperare è ben più di un semplice ottimismo umano: è piuttosto una certezza radicata nella fede in Dio, che opera nella storia di ogni persona. E così la vocazione matura
attraverso l’impegno quotidiano di fedeltà al Vangelo, nella preghiera, nel discernimento, nel servizio.
La speranza in Dio non delude, perché Egli guida ogni passo di chi si affida a Lui.

Discernere il proprio cammino vocazionale

La scoperta della propria vocazione avviene attraverso un cammino di discernimento. Questo percorso non è mai solitario, ma si sviluppa all’interno della comunità cristiana e insieme ad essa. Cari giovani, il mondo vi spinge a fare scelte affrettate, a riempire le giornate di rumore, impedendovi di sperimentare un silenzio aperto a Dio, che parla al cuore. Abbiate il coraggio di fermarvi, di ascoltare dentro voi stessi e di chiedere a Dio cosa sogna per voi. Il silenzio della preghiera è indispensabile per “leggere” la chiamata di Dio nella propria storia e per dare una risposta libera e consapevole. Il raccoglimento permette di comprendere che tutti possiamo essere pellegrini di speranza se facciamo della nostra vita un dono, specialmente al servizio di coloro che abitano le periferie materiali ed esistenziali del mondo. Chi si mette in ascolto di Dio che chiama non può ignorare il grido di tanti fratelli e sorelle che si sentono esclusi, feriti, abbandonati. Ogni vocazione apre alla missione di essere presenza di Cristo là dove più c’è bisogno di luce e consolazione.
In particolare, i fedeli laici sono chiamati ad essere “sale, luce e lievito” del Regno di Dio attraverso l’impegno sociale e professionale.

Accompagnare il cammino vocazionale

In tale orizzonte, gli operatori pastorali e vocazionali, soprattutto gli accompagnatori spirituali, non abbiano paura di accompagnare i giovani con la speranzosa e paziente fiducia della pedagogia divina.
Si tratta di essere per loro persone capaci di ascolto e di accoglienza rispettosa; persone di cui possano fidarsi, guide sagge, pronte ad aiutarli e attente a riconoscere i segni di Dio nel loro cammino.
Esorto pertanto a promuovere la cura della vocazione cristiana nei diversi ambiti della vita e dell’attività umana, favorendo l’apertura spirituale di ciascuno alla voce di Dio. A questo scopo è importante che gli itinerari educativi e pastorali prevedano spazi adeguati di accompagnamento delle vocazioni. La Chiesa ha bisogno di pastori, religiosi, missionari, coniugi che sappiano dire “sì” al Signore con fiducia e speranza.
La vocazione non è mai un tesoro che resta chiuso nel cuore, ma cresce e si rafforza nella comunità che crede, ama e spera. E poiché nessuno può rispondere da solo alla chiamata di Dio, tutti abbiamo necessità della preghiera e del sostegno dei fratelli e delle sorelle. Carissimi, la Chiesa è viva e feconda quando genera nuove vocazioni. E il mondo cerca, spesso inconsapevolmente, testimoni di speranza, che annuncino con la loro vita che seguire Cristo è fonte di gioia. Non stanchiamoci dunque di chiedere al Signore nuovi operai per la sua messe, certi che Lui continua a chiamare con amore.
Cari giovani, affido la vostra sequela del Signore all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa e delle
vocazioni. Camminate sempre come pellegrini di speranza sulla via del Vangelo!

San Floriano Martire

Sempre con viva emozione ed interiore compiacimento sono lieto di unirmi alla vostra gioia, della comunità civile e religiosa, mentre insieme ci apprestiamo ad entrare nel vivo dei solenni festeggiamenti in onore del nostro patrono san Floriano martire, discepolo audace di Gesù, nostro esimio compagno di fede e di speranza nel futuro.
In questo Anno Giubilare, indetto dal papa Francesco, recentemente morto e risorto in Cristo e che ricordiamo con affetto nella preghiera, la nostra festa patronale costituirà un tempo singolare di grazia per divenire ‘pellegrini di speranza’ e si configurerà come un’intensa e proficua opportunità per incontrare ancora il Cristo e per ascoltarne la voce, tenendo così «accesa la fiaccola della speranza, che ci è stata donata e facendo di tutto, perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto, cuore fiducioso e mente lungimirante». Il Signore, che in san Floriano ha colmato il nostro popolo di innumerevoli doni di grazia e di santità, chiama in tal modo ancora una volta tutti e ciascuno di noi ad un rinnovato impegno di fedeltà evangelica e ci invita a prendere il largo verso nuove frontiere apostoliche, seguendo il luminoso esempio del nostro Santo, orizzonte della santità, misura alta della vita cristiana ordinaria. Viviamo perciò con gioia cristiana e con santo ardore questi giorni di festa in onore del nostro Patrono! Raccogliamo la sua testimonianza, senza disperdere il patrimonio di fede, che Egli ci ha lasciato! Custodiamolo come il tesoro più prezioso della nostra storia e trasmettiamolo alle nuove generazioni con la parola e con l’esempio, affinché anch’esse riscoprano la bellezza della fede, gli alti ideali di vita e gli autentici valori morali e sociali, che ne derivano! Nessuna difficoltà ci scoraggi: le prove diventino piuttosto occasioni di grazia per alimentare in noi la fiducia nell’azione provvidente dello Spirito, per purificare il nostro agire e nutrire la speranza, stretti gli uni agli altri in un rinnovato vincolo di fraternità e in un più convinto impegno di fede! Ritrovare coesione e slancio per il futuro non è infatti possibile senza questo sguardo contemplativo e trascendente, che dona sicura giustizia e fondata speranza alle nostre aspirazioni, supera stanchezze e delusioni, irrobustisce la carità. E ciò vale per la vita personale e sociale! È dunque questo il senso autentico della nostra Festa Patronale, che non può certamente ridursi a mero sentimento e folklore! Ed è questa l’offerta spirituale più gradita al Signore, che noi desideriamo deporre sul santo altare, attraverso le mani del nostro Santo!
Sarà così più facile – è questo il mio augurio – assicurare al nostro paese un futuro più ricco di speranza, costruendolo sui valori perenni del Regno di Dio che è il Regno della verità e della vita, il Regno della santità e della grazia, il Regno della giustizia, dell’amore e della pace. In questi giorni di festa, rinnovo volentieri tali auspici, invocando la celeste intercessione del santo patrono. Buona festa patronale!

S. Messa per i lavoratori

Fabbro, falegname, carpentiere. San Giuseppe era tutto questo – come insegnano i Vangeli – oltre a essere lo sposo di Maria e il padre terreno di Gesù. Con la sua vita di onesto lavoratore, San Giuseppe nobilita il lavoro manuale con il quale mantiene la sua Santa Famiglia e partecipa al progetto della salvezza.
Il lavoro: partecipazione al disegno divino
Come quei padri che insegnano il proprio lavoro ai figli, così fa anche Giuseppe con Gesù. Egli stesso, più volte, viene chiamato nei Vangeli “il figlio del carpentiere” oppure “del legnaiuolo”. Più di tutti, quindi, San Giuseppe rappresenta la dignità del lavoro umano che è dovere e perfezionamento dell’uomo che così esercita il suo dominio sul Creato, prolunga l’opera del Creatore, offre il suo servizio alla comunità e contribuisce al piano della salvezza. Giuseppe ama il suo lavoro. Non si lamenta mai della fatica, ma da uomo di fede la eleva a esercizio di virtù; sa essere sempre contento perché non ambisce alla ricchezza e non invidia i ricchi: per lui il lavoro non è un mezzo per soddisfare la propria cupidigia, ma solo strumento di sostentamento per la sua famiglia.
Poi, come viene prescritto agli ebrei, il sabato osserva il riposo settimanale e prende parte alle celebrazioni. Non deve stupire questa concezione nobile del lavoro più umile, quello manuale: già nell’Antico Testamento, infatti, Dio viene simboleggiato di volta in volta come vignaiolo, seminatore, pastore.
La festa di San Giuseppe Artigiano
Fu istituita ufficialmente da Pio XII il Primo Maggio del 1955 per aiutare i lavoratori a non perdere il senso cristiano del lavoro così espresso, ma già Pio IX aveva in qualche modo riconosciuto l’importanza di San Giuseppe come lavoratore quando proclamò il Santo patrono universale della Chiesa. Il principio del lavoro come mezzo per la salvezza eterna sarà ripreso anche da Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Laborem Exercens, in cui lo chiama “il Vangelo del lavoro”.