Papa Leone a Sant’Angelo Lodigiano

Carissimi,

con grande gioia, desidero confermare l’annuncio del passaggio del Santo Padre Leone XIV a Sant’Angelo Lodigiano, città natale di Santa Francesca Saverio Cabrini, nel pomeriggio di sabato 20 giugno. Siamo grati al Signore che benedice la terra lodigiana con questa, seppur breve, ma significativa e storica visita del Successore di Pietro, a trentaquattro anni da quella di San Giovanni Paolo II avvenuta anch’essa il 20 giugno. Sua Santità giungerà da Pavia e si trasferirà nella Basilica parrocchiale per adorare il Santissimo Sacramento e venerare le reliquie della Santa. Ci rivolgerà la Sua parola e riceveremo la Benedizione Apostolica.
Fin d’ora accompagniamo con la preghiera Papa Leone.

Maurizio Malvestiti – Vescovo di Lodi

«Qual è la vera letizia?»

«Qual è la vera letizia?».
L’Ordine dei Frati Minori è cresciuto e si è trasformato, e Francesco fa fatica a riconoscere in esso lo spirito che ha animato i suoi inizi. Alla Porziuncola si sente messo da parte, quasi inutile, persino considerato un «idiota». In questo tempo drammatico e tormentato, Francesco apre il suo cuore all’amico e compagno frate Leone. Mentre si trovano insieme a Santa Maria degli Angeli, Francesco elabora ad alta voce il suo dolore raccontando una parabola. Chiede a frate Leone di elencare alcune cose belle che potrebbero rappresentare un vanto per lui e per la Chiesa: numerose vocazioni di frati santi, grande successo nella predicazione, guarigioni, miracoli, stima degli altri. Poi gli dice di scrivere: «in tutte queste cose non è vera letizia». Il compagno, a questo punto, domanda perplesso: ma, allora, «qual è la vera letizia?». Francesco risponde così:
«Ecco, io torno da Perugia e a notte fonda arrivo qui, ed è tempo d’inverno fangoso e così freddo che all’estremità della tonaca si formano dei dondoli d’acqua fredda congelata, che mi percuotono continuamente le gambe, e da quelle ferite esce il sangue. E io tutto nel fango e nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo che ho picchiato e chiamato a lungo, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa di andare in giro; non entrerai”. E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io resto ancora davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Io ti dico che, se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questo è vera letizia e vera virtù e la salvezza dell’anima» (Della vera e perfetta letizia; FF 278).

La Divina Misericordia

SAN GIOVANNI PAOLO II

San Giovanni Paolo II fu strenuamente legato alla storia e alla spiritualità di santa suor Faustina e improntò tutto il suo pontificato sulla Divina Misericordia, onorando il principale attributo di Dio nel Grande Giubileo dell’anno 2000 e istituendo l’odierna celebrazione della Divina Misericordia. Proprio durante la Seconda Guerra Mondiale (l’occupazione tedesca in Polonia durò cinque anni) quando il giovane Karol Wojtyła lavorava a Cracovia nella fabbrica chimica Solvay, non lontano dalla collina dove si trovava il cimitero delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, iniziarono le prime visite del futuro papa presso la tomba di santa suor Faustina. Il giovane Wojtyła si fermava lì per pregare … iniziando così a legare la sua vita e la sua vocazione alla missione della segretaria della Divina Misericordia. Egli continuò le sue visite alla tomba della mistica anche poi … da sacerdote, da vescovo e da cardinale. Ripercorrendo gli anni della giovinezza di san Giovanni Paolo II si può affermare che la sua vita spirituale fu plasmata dal mistero della Misericordia di Dio che divenne, in seguito, il filo d’oro del suo pontificato. Nel 1965 l’arcivescovo Wojtyła inaugurò il processo informativo relativo alla vita e alle virtù della mistica, dopo di che nel 1968 iniziò a Roma il processo di beatificazione. Il processo si concluse nel 1992 e il 18 aprile del 1993, sulla piazza di San Pietro, Giovanni Paolo II beatificò suor Faustina, mentre il 30 aprile 2000, anno del grande Giubileo, la canonizzò. Il Santo Padre considerò il messaggio della Misericordia trasmesso da Suor Faustina così importante che decise di dedicargli la sua seconda enciclica, Dives in Misericordia (Dio ricco di misericordia). In questa enciclica, il Santo Padre descrive come la rivelazione dell’Amore Misericordioso di Dio nell’Antico e nel Nuovo Testamento trova il suo compimento nel mistero pasquale di Cristo. È proprio in questo testo che si possono trovare innumerevoli concordanze con i contenuti teologici presenti nel Diario di Santa suor Faustina. La missione profetica che Gesù consegnò a santa suor Faustina diviene quindi, con il pontificato di san Giovanni Paolo II, l’impegno principale di tutta la chiesa: il culto della Divina Misericordia non è da considerarsi una devozione secondaria, ma va riconosciuta come la dimensione fondamentale e integrante della fede di ogni battezzato. Ogni credente ha il compito di promuovere il messaggio della Divina Misericordia nel mondo perché diventi scintilla di una nuova civiltà: quella dell’amore. Il Papa aveva sempre in mente le parole di Gesù riportate nel Diario di Suor Faustina (699): “Desidero che la festa della misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime. L’umanità non troverà pace finché non si rivolgerà alla sorgente della mia misericordia”. Per questo motivo ha istituito la domenica della Divina Misericordia, la prima domenica dopo Pasqua. Volle anche fondare un centro internazionale della Divina Misericordia a Roma nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, poco distante dal Vaticano, dove nella seconda domenica di Pasqua del 1 1995 celebrò la Messa e benedì l’immagine di Gesù misericordioso. Il 17 agosto 2002 Giovanni Paolo II, durante il suo ultimo viaggio in Polonia, a Lagiewniki, volle presiedere alla dedicazione del santuario della Divina Misericordia e durante la Santa Messa solenne affidò il mondo alla Divina Misericordia. L’affidamento alla misericordia divina, un concetto centrale nel pensiero teologico di Giovanni Paolo II, implica una fiducia totale in Dio, riconoscendo la Sua bontà e il Suo amore incondizionato, anche di fronte alle proprie debolezze e peccato. Il suo intento è stato quello di diffondere la misericordia nei cuori in cui regna l’odio e la divisione perché possa trionfare la pace e la bontà tra gli uomini. La benedizione dell’immagine, l’affidamento alla Divina Misericordia, l’annuncio e la diffusione del culto nella predicazione e nei testi ufficiali, l’istituzione della Festa della Misericordia: possiamo affermare che il mistero dell’Amore misericordioso di Dio è stato al centro del pontificato di Giovanni Paolo II che ha notevolmente contribuito a prolungare e attualizzare la missione di suor Faustina fino al giorno in cui concluse il suo pellegrinaggio terreno il 2 aprile 2005 alle ore 21,37 … Era un sabato, vigilia della domenica della Divina Misericordia.

La scoperta del dono di Dio

Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani!
Guidati e custoditi da Gesù Risorto, celebriamo domenica 26 aprile, nella IV domenica di Pasqua, detta “domenica del buon Pastore”, la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. È un’occasione in cui condividere alcune riflessioni sulla dimensione interiore della vita, intesa come scoperta del dono gratuito di Dio che sboccia nel profondo del cuore di ciascuno di noi. Percorriamo allora insieme la via di una vita veramente bella, che il Pastore ci indica!
La via della bellezza
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si definisce letteralmente il «pastore bello» (Gv 10,11). L’espressione indica un pastore perfetto, autentico, esemplare, in quanto è pronto a dare la vita per le sue pecore, manifestando così l’amore di Dio. È il Pastore che affascina: chi lo guarda scopre che la vita è davvero bella se lo si segue. Per conoscere questa bellezza non bastano gli occhi del corpo o criteri estetici: occorrono contemplazione e interiorità. Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il suo sguardo può dire con fiducia: “Mi fido, con Lui la vita può essere davvero bella, voglio percorrere la via di questa bellezza”. E la cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta “belli”: la sua bellezza ci trasfigura. Come scrive il teologo Pavel Florenskij, l’ascetica non crea l’uomo “buono”, ma l’uomo “bello”. Il tratto che contraddistingue i santi, infatti, oltre alla bontà, è la bellezza spirituale luminosa che irradia da chi vive in Cristo. Così la vocazione cristiana si rivela in tutta la sua profondità: partecipare della sua vita, condividere la sua missione, splendere della sua stessa bellezza. Questa comunicazione interiore di vita, di fede e di senso fu l’esperienza anche di Sant’Agostino, il quale, nel libro terzo delle Confessioni, mentre dichiara e confessa i suoi peccati ed errori giovanili, riconosce Dio «più intimo di ogni mia intimità». Oltre la consapevolezza di sé, egli scopre la bellezza della luce divina che lo guida nel buio. Agostino scorge la presenza di Dio nella parte più interiore della sua anima, e ciò implica l’aver compreso e vissuto l’importanza della cura dell’interiorità come spazio di relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita. Tale relazione si edifica nella preghiera e nel silenzio e, se coltivata, ci apre alla possibilità di accogliere e vivere il dono della vocazione, che non è mai un’imposizione ma un progetto di amore e di felicità. La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire per gustare la bellezza della vita cristiana. In questo spirito, invito tutti a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo.
Incamminati sulla via che Gesù, il bel Pastore, ci indica, impariamo allora a conoscere meglio noi stessi e a conoscere più da vicino Dio che ci ha chiamati.
Conoscenza reciproca
«Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore». Ogni vocazione, infatti, non può che iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore: Egli ci conosce profondamente, ha contato i capelli del nostro capo e ha pensato per ognuno una via unica di santità e di servizio. Questa conoscenza, però, dev’essere sempre reciproca: siamo invitati a conoscere Dio attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti, la vita della Chiesa e la donazione ai fratelli e alle sorelle. Come il giovane Samuele, che nella notte, forse in maniera inaspettata, udì la voce del Signore e imparò a riconoscerla con l’aiuto di Eli, così anche noi dobbiamo creare spazi di silenzio interiore per intuire ciò che il Signore ha in cuore per la nostra felicità. Non si tratta di un sapere intellettuale astratto o di una conoscenza dotta, ma di un incontro personale che trasforma la vita. Dio abita il nostro cuore: la vocazione è un dialogo intimo con Lui, che chiama – nonostante il rumore talvolta assordante del mondo – invitandoci a rispondere con vera gioia e generosità. «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso, la Verità abita nell’uomo interiore». Ancora sant’Ago-stino ci ricorda quanto sia importante imparare a fermarsi, costruire spazi di silenzio interiore per poter ascoltare la voce di Gesù Cristo.
Carissimi fedeli tutti, ascoltate questa voce! Ascoltate la voce del Signore che vi invita a vivere una vita piena, realizzata, mettendo a frutto i propri talenti. Fermatevi, dunque, in adorazione eucaristica, meditate assiduamente la Parola di Dio per viverla ogni giorno, partecipate attivamente e pienamente alla vita sacramentale ed ecclesiale. In questo modo conoscerete il Signore e, nell’intimità propria dell’amicizia, scoprirete come donare voi stessi, nella via del matrimonio, o del sacerdozio, o del diaconato permanente, oppure nella vita consacrata, religiosa o secolare: ogni vocazione è un dono immenso per il mondo e per chi la accoglie con gioia. Conoscere il Signore significa soprattutto imparare a fidarsi di Lui e della sua Provvidenza, che sovrabbonda in ogni vocazione.
Fiducia
Dalla conoscenza nasce la fiducia, atteggiamento che è figlio della fede, essenziale sia per accogliere la vocazione, sia per perseverare in essa. La vita, infatti, si rivela come un continuo fidarsi e affidarsi al Signore, anche quando i suoi piani sconvolgono i nostri.
Pensiamo a San Giuseppe, che, nonostante l’inatteso mistero della maternità della Vergine, si affida al sogno divino e accoglie Maria e il Bambino con cuore obbediente (cfr Mt 1,18-25; 2,13-15). Giuseppe di Nazaret è un’icona di fiducia totale nel disegno di Dio: si fida anche quando tutto intorno a lui sembra essere tenebra e negatività, quando le cose sembrano andare in direzione opposta rispetto a quella prevista. Egli si fida e si affida, certo della bontà e della fedeltà del Signore. «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani».
Come ci ha insegnato il Giubileo della Speranza, occorre coltivare una fiducia ferma e stabile nelle promesse di Dio, senza cedere mai alla disperazione, superando paure e incertezze, certi che il Risorto è Signore della storia del mondo e della nostra personale: Egli non ci abbandona nelle ore più buie, ma viene a diradare con la sua luce tutte le nostre tenebre. E proprio grazie alla luce e alla forza del suo Spirito, anche attraverso prove e crisi, possiamo vedere la nostra vita maturare, riflettere sempre più la stessa bellezza di Colui che ci ha chiamato, una bellezza fatta di fedeltà e fiducia, nonostante le ferite e le cadute. (…)
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, vi incoraggio a coltivare la vostra relazione personale con Dio attraverso la preghiera quotidiana e la meditazione della Parola. Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il dono della vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo.
La Vergine Maria, modello di accoglienza interiore del dono divino e maestra dell’ascolto orante, vi accompagni sempre in questo cammino!


Dal Vaticano, 16 marzo 2026
LEONE PP. XIV

Affrettarsi

Pasqua è tutta una corsa: Maria di Magdala, scoperto il sepolcro vuoto, corre da Pietro e dall’altro discepolo, e questi a loro volta corrono al sepolcro, a due diverse velocità: per primo arriva il discepolo amato e poi Pietro. Ma perché corrono? Si può correre per tre diversi motivi: o per fuggire da qualche pericolo o per sostenere una gara sportiva o per affrettare un incontro desiderato. La Maddalena e i discepoli non corrono per fuggire o per gareggiare, ma per affrettare un incontro: Maria deve vedere i discepoli e questi vogliono rendersi conto di per-sona se il Signore è stato imprigionato dalla morte. La fede cristiana nasce da queste corse del mattino di Pasqua, che in poco tempo raggiungono tante persone e formano una rete di testimoni della risurrezione di Gesù, formano una comunità. La Chiesa sorge da questo andirivieni dei primi testimoni, che correvano perché avevano fretta di an-nunciare a tutti che la morte aveva perso la sua forza, perché Gesù l’aveva vinta. Anche oggi la Chiesa va avanti perché tanti corrono – non con i piedi ma con il cuore – per trasmettere la bellezza della fede a coloro che incontrano. Però a volte noi cristiani rischiamo di correre non per comunicare l’incontro con Gesù risorto, ma per gli altri due motivi: per fuggire o per gareggiare. La nostra corsa è una FUGA quando inseguiamo le cose da fare e non troviamo il tempo di fermarci a pensare; quando portiamo avanti impegni e iniziative – nella società e nella comunità cristiana – senza darci una formazione adeguata; quando siamo preoccupati dell’efficienza, di orari e risultati, ma trascuriamo le persone che abbiamo a fianco. I nostri fratelli Ortodossi dicono che noi Cattolici siamo caduti nella malattia dell’attivismo, dove conta solo fare e non pensare, dove contano più le prestazioni che le re-lazioni, più la quantità dei risultati raggiunti che la qualità dei rapporti tra le persone. Ma c’è anche l’altro motivo della corsa, che potrebbe insinuarsi dentro di noi: la GARA. San Paolo dice che l’unica gara ammessa tra i cristiani è quella della stima: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10); tutte le altre competizioni non appartengono ai cristiani. Nel racconto evangelico della Risurrezione il discepolo amato giunge per primo al sepolcro, ma poi attende Pietro ed entra dopo di lui: non vuole vincere una gara, ma rispetta la precedenza di Pietro. Eppure entriamo in concorrenza tra di noi a causa degli spazi da occupare e dei compiti da svolgere, accusandoci di reciproche ingerenze e invasioni di campo. Quando questo atteggiamento, così diffuso nella società, si infiltra anche nelle nostre comunità, perdiamo quasi tutte le energie nei faticosi tentativi di ricucire le relazioni, di ridefinire spazi e compiti, di rimettersi d’accordo. Dante Alighieri aveva intuito che in paradiso uno è contento per i doni di un altro e non solo per i propri. Pre-sentando due grandissimi santi medievali, Francesco e Domenico, fondatori di due ordini che all’epoca di Dante erano spesso in competizione, il poeta ha questa geniale trovata: a cantare le lodi di Francesco nel PARADISO non è un francescano, ma un domenicano, san Tommaso (canto XI), così come a cantare le lodi di Domenico è un francesca-no, san Bonaventura (canto XII). Dante suggerisce così che quando riusciamo a mettere da parte la competizione e a provare gioia per i doni degli al-tri, viviamo già un paradiso anticipato. La risurrezione di Gesù, insomma, per essere credibile deve cominciare già ora, nella nostra vita quotidiana, a farsi presente, a gettare le sue luci: chi crede nel Risorto non si affanna a correre, come se questa vita terrena finisse per sempre con la morte; e non vive sempre in competizione con gli altri, tentando di abbassarli per innalzare se stesso. Chi crede nel Risorto corre solo per partecipare ad altri la gioia della fede. Grazie a Dio, non solo sugli altari ma an-che nelle nostre case e nelle nostre strade esistono tanti cristiani che davvero rendono testimonianza che Cristo è risorto. Una di queste persone – molto provata dalla vita – che ho incontrato in parrocchia mi ha detto: «Il Signore in fondo è stato buono con me, perché mi ha tolto tutto tranne la fede». Que-sta persona non si può più muovere fisicamente, ma in realtà corre più di tanti perché testimonia che la fede nel Risorto è capace di dare senso alla vita, anche quando la vita, di senso sembrerebbe non averne più.

Ci parlino i gesti di umiltà e di dono

Questa sera voglio lavarti i piedi, fratello. Non ri-bellarti, non schermirti, non tirarti indietro. Lascia che questo gesto abbia il suo spazio. Ne sono cer-to, è la vera rivoluzione da fare. Lascia, allora, che il gesto ci parli. Inginocchiato davanti a te mi passerà davanti l’umanità sofferente, in particolare i popoli estenuati che soffrono e lottano per il diritto a esi-stere. Questa sera gli occhi di ogni celebrante, an-che i miei, si riempiranno di lacrime e di luce; di gioia e di dolore; di speranza e di domande. Questa sera non permetteremo al male di sopraffarci. Non gli daremo tregua. Gli dichiareremo guerra. Una guerra combattuta senz’armi e senza requie. Con coraggio e abnegazione. Beati coloro che oggi, Giovedì santo, sapranno riposare sul petto di Gesù, sapranno mettersi in ascolto del battito del suo cuore, e delle sue parole. Gesù, dimmi, come ci vedi da lassù? Che stai pensando di questi tuoi figli ot-tusi, illogici, ribelli? Come fai a resistere davanti a tanta sofferenza, a tanta ignavia, a tante sarcasti-che menzogne? Perché ti copri il volto? Perché ti fai sordo al pianto e alle preghiere dei piccoli e dei giusti? Ai traumi e alle grida soffocate dei bambini? Eppure, anche questa sera, ci inviti a cena: «Man-giate! Questo è il mio corpo. Bevete! Questo è il mio sangue», continui a ripeterci. «Accogliete l’invito, rimanete nel mio amore, non allontanatevi, non lasciatevi ingannare dal re della menzogna. Anche se ancora non capite, fidatevi. Dopo, tutto sarà chiaro». Il sangue. Quanto sangue ancora que-sta terra dovrà bere? Fino ad allagarsi? Quante vite innocenti dovranno ancora pagare un prezzo atro-ce per i folli deliri di onnipotenza, le bramosie di denaro e di successi altrui? Caino si chiamava chi uccise per la prima volta, ma la voce di quel sangue ancora non si è spenta. Abele ancora piange, anco-ra geme. Fino alla fine dei tempi, dunque, dovrà tormentarsi Abele? Fino alla fine dei tempi, Caino, s’inebrierà di sangue come se fosse mosto? Questa sera, nel calice, insieme al vino da consacrare, ver-seremo, addolorati e stanchi, il sangue dei nostri fratelli e sorelle vittime innocenti degli egoismi personali, nazionali, di religione o di razza che pro-prio non vogliono finire. Questa sera, non potendo essere nei luoghi martoriati dalle bombe e dalla cattiveria umana, ci ritroveremo tutti nel Cenacolo. Con Cristo, per Cristo e in Cristo. Sulla vetta più al-ta del più alto monte, celebreremo, insieme, la Messa sul mondo.
Per noi, per i tormentati dalla guerra, vivi e morti – ovunque si trovino – e per i loro tormentatori, chiunque essi siano. Il sangue versato dai giusti non andrà perduto. No, non vogliamo indagare sul come e sul perché, ci basta sapere che – nonostante tutto – nemmeno un gemito di quelle donne avvili-te e violentate, di quei bambini privati della vita dalla viltà animalesca di violentatori, e che nem-meno una lacrima, una ferita che non vuole e non può guarire, dei vecchi e degli ammalati andrà sprecata. Se così non fosse, se in modo misterioso ma terribilmente vero, tu, Signore, non raccogliessi i nostri tormenti, i nostri dolori, le nostre angosce, in preziosissimi otri che sfideranno i secoli, davve-ro non varrebbe la pena nascere. Lasciaci riposare accanto a te. Vogliamo saziarci di Pane, ubriacarci di vino anche per chi non può partecipare alla Messa del Giovedì santo. Desideriamo lavare, asciugare, baciare i piedi dei nostri fratelli. Non per ripetere un rito suggestivo, ma per dire a noi stessi e al mondo che ti prendiamo sul serio. Che l’unica strada da percorrere è quella del servizio. Come sa-rebbe, oggi, Signore, questa nostra terra se ti avessimo ascoltato? Quale fantastico paradiso avremmo costruito in questi anni? Ce lo hai ripetu-to tante volte: solo nel servire si nascondono la gioia e il futuro dell’intera umanità. Un servizio che scaturisce dall’amore. Amore a te, Creatore e Si-gnore del cielo e della terra. E a coloro che tu im-mensamente ami e ci chiedi di amare: gli uomini, le donne, i bambini usciti dalla tua volontà, dalle tue mani, dal tuo cuore.

Il Crocifisso e le stigmate di San Francesco

S’infiammano i cuori fedeli pensando alle stimmate sacre dell’umile santo Francesco. / Di nulla dobbiamo gloriarci se non della croce di Cristo seguendo l’esempio del Padre. / Sul monte quest’uomo devoto, e vigile, povero, ardente, è tutto un sospiro d’amore. / Raccolto in silente preghiera, pensando al mister della croce, si sente trafiggere il cuore. / Or viene il Re grande dal cielo, affisso sul legno di croce in mite, dolcissimo spetto. / Il povero vede il Signore soffrire, il Re santo ed eterno che regna glorioso nel cielo. / Trasformasi il cuor di Francesco, e il corpo d’un tratto è ornato di santi mirabili segni. / Di Cristo Gesù crocifisso per lui fu la vita e la morte d’assiduo, dolce pensiero. / L’interno ed intenso fervore si mostra di fuori nel corpo coll’orma di stimmate sacre. / Signore Gesù crocifisso, sia sempre alla croce conforme il cuore di tutti e la vita. / Fa’ che noi nel regno di luce i frutti portiam della croce per il gaudio eterno del cielo. / Sia lode a Gesù Crocifisso, a Francesco unito con lui svincolato dai legami del mondo.