“Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato. Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine. L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte”. (C. Bobin, L’uomo che cammina, Qiqaion, Magnano 1998. L’autore narra poeticamente, in poche decine di pagine, la vita di Gesù, senza mai nominarlo direttamente.)
Gesù è un profeta in cammino. Sembra essere una scelta precisa la sua. Fin dall’inizio del ministero quando i discepoli gli chiedono di fermarsi e consolidare la sua fama perché «tutti ti cercano!», egli insiste sulla itineranza della sua missione: «andiamocene altrove, per i villaggi vicini, perché io predichi anche là» (Mc 1,37-38). Giovanni Battista vive un ministero stanziale: se ne sta nella valle del Giordano e attende i pellegrini che accorrono da lui, Gesù invece va, cammina incessantemente, di villaggio in villaggio e la maggior parte dei suoi incontri avvengono lungo le strade polverose del la Galilea. Forse anche per questo il segno che lascia ai suoi nell’Ultima cena è chinarsi a lavare i loro piedi. Quelli di Gesù hanno finito il cammino, saranno trascinati al Golgota e inchiodati al legno. I loro invece dovranno camminare ancora, fino agli estremi confini della terra (At 1,8). D’altronde Gesù e i suoi discepoli sono ebrei, figli di quell’Abramo che ha risposto alla chiamata di Dio: «Vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Israele è un popolo in cammino, le sue origini sono segnate dall’itineranza.
Abramo lascia la sua casa, dando fiducia alla promessa di una terra e di una discendenza. Mosè trascina un popolo – alquanto recalcitrante – in un lungo percorso dalla schiavitù alla libertà. I profeti promettono il ritorno dall’esilio, immaginando un immenso cantiere che spiani la via al ritorno del popolo a Gerusalemme. Queste immagini pulsano nella memoria di Israele e costituiscono le sue radici storiche e simboliche. Gesù le raccoglie interpretando il suo ministero profetico in modo originale. Egli è riconosciuto come un rabbi, ma non sta in una scuola, cammina, percorre strade, sceglie di chiamare alcuni e chiede loro di seguirlo. Anche quando la consapevo lezza drammatica che la meta sarà la croce, egli non smette di camminare e di chiedere ai discepoli di andare dietro a lui.