XXIII del Tempo Ordinario

Abbiamo iniziato a costruire a partire dal nostro battesimo, quando colui che ci ha battezzati ha chiesto ai nostri genitori, al padrino e alla madrina: “Rinunciate al male?”. Prima di chiedere se credete in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, chiediamo di rinunciare a ciò che è male. Questo è il principio della costruzione: abbiamo cominciato a costruire e vogliamo essere capaci di finire il lavoro. Il lavoro della nostra vita è rinunciare al male, senza alcuna perdita, perché rinunciare al male vuol dire scegliere il bene, avere una vita piena e realizzata. Ma Gesù ci chiede ancora di più. È chiaro e scontato che sia necessario rinunciare al male, ma molte volte nella nostra vita dobbiamo rinunciare anche a cose buone, perché non possiamo fare tutto. Prendere una strada vuol dire rinunciare alle altre. È una illusione pretendere di avere tutto. E molte volte, proprio nelle nostre relazioni familiari per andare d’accordo ognuno deve rinunciare a qualcosa. È un gesto d’amore. Per essere discepoli di Gesù dobbiamo essere capaci di amore grande; e l’amore autentico è capace di grandi rinunce, non perché rifiuta tutto, ma perché vuole qualcosa di più, perché cerca ciò che è meglio e sa scegliere e lascia perdere ciò che è meno importante. Quando si ama una persona ammalata, ad esempio, si rinuncia ad uscire la sera o al divertimento, perché bisogna stare vicino all’ammalato. Può costare fatica, ma chi ama è capace di questi gesti. Una mamma che ama il bambino lascia perdere tutto il resto perché la presenza del figlio è più importante, rinuncia a tante cose ed è contenta di farlo, perché ama. Così la rinuncia cristiana non è una ricerca quasi astiosa del meglio, ma è il desiderio di seguire il Cristo, non pretendendo di tenere ciò che è nostro, ma rinunciando a qualcosa. Proviamo a verificare questo principio attraverso al vicenda di Onesimo, uno schiavo che è fuggito dal suo padrone Filemone. È una storia che apprendiamo dal biglietto che l’apostolo Paolo ha scritto al suo amico. Filemone era un ricco proprietario terriero che abitava nella città di Colossi ed era anche proprietario di molti schiavi, come succedeva nell’antichità.
Uno di questi schiavi ha tentato l’avventura della libertà: è scappato a rischio della propria vita, perché le regole dell’impero romano condannavano a morte gli schivi fuggitivi. È scappato da Filemone e si è rifugiato nella grande città di Efeso in cerca di fortuna, ma probabilmente ha commesso qualche piccolo reato ed è stato arrestato e messo in prigione. La provvidenza vuole che quel ragazzetto scappato di casa finisca nella cella di Paolo. I due si conoscono. Onesimo racconta la sua storia, gli dice di essere uno schiavo di Filemone e scopre che Paolo è amico di Filemone.
Quest’uomo era cristiano e amico del l’apostolo. Fra Paolo e lo schiavo fuggitivo nasce una amicizia. L’apostolo diventa un padre che genera alla fede quel ragazzo scappato. Lo battezza, e quel giovane vorrebbe mettersi a disposizione di Paolo. Tutte e due vengono liberati dopo poco tempo. Paolo vorrebbe tenere con sé Onesimo come aiutante, Onesimo vorrebbe rimanere con Paolo per poterlo seguire nei suoi viaggi. Ma l’apostolo prende carta e penna e scrive all’amico Filemone e propone un atteggiamento diverso. Gli racconta cosa è successo, dice: “Ho trovato il tuo schiavo fuggitivo, e te lo rimando. Avrei voluto tenerlo con me, ma rinuncio a questo vantaggio perché lui deve imparare a essere obbediente e tu devi imparare ad essere generoso”.
A Onesimo Paolo chiede di rinunciare alla propria libertà, di rinunciare ai propri sogni di indipendenza e di ritornare, chiedendo scusa; ma nello stesso tempo a Filemone chiede di rinunciare al suo atteggiamento da padrone e di accogliere quello schiavo fuggitivo come un «figlio carissimo».
Tutti e tre rinunciano a qualcosa. Devono rinunciare a fare il proprio interesse per crescere nella fede, per maturare nelle relazioni umane. E Onesimo obbedisce: prende questa lettera e torna a casa, la porta al suo padrone, sperando che lo accolga benevolmente; e Filemone, letta la lettera, obbedisce a Paolo e accoglie Onesimo come un figlio. È cambiata la mentalità: Paolo sta facendo un’autentica rivoluzione! La fede in Cristo ha cambiato il mondo antico, non facendo prediche contro la schiavitù – con manifestazioni e polemiche – ma cambiando il cuore delle persone.
Ha chiesto allo schiavo di continuare a fare lo schiavo obbediente e ha chiesto al padrone di trattare bene quel ragazzo. Cambiando il cuore delle persone, cambiano le relazioni, cambia la storia!
Se ognuno rinuncia a qualcosa di sé e diventa discepolo di Cristo cresce come persona, matura nelle proprie relazioni. Le nostre famiglie andrebbero meglio, le nostre città vivrebbero più serene, il mondo potrebbe andare bene … e tocca a noi farlo andare bene. Chiediamo al Signore che ci dia questa libertà grande per rinunciare a qualcosa, per amore suo. Abbiamo cominciato a costruire: facciamo in modo di essere capaci di finire il lavoro e di arrivare alla meta verso cui stiamo camminando che è l’incontro con il Signore – è il Maestro, è l’amato – essere con Lui sarà il premio. Non ci costa niente rinunciare di fronte a un premio del genere.