Capodanno, tra passato e futuro, l’eternità del presente

“Che cos’è il tempo? Se non me lo chiedi lo so, ma se devo darti una spiegazione non ne sono capace”. È una affermazione di Sant’Agostino. Inizia proprio con questa ammissione il passaggio fondamentale dell’XI libro delle Confessioni in cui tratta del tempo. Noi ci accorgiamo del tempo che passa proprio in questi momenti dell’anno in cui cambiamo calendario, riconosciamo che finisce un anno e ne inizia uno nuovo… sta passando il tempo, sta passando la nostra vita. Ma che cosa è il tempo? È una realtà così semplice che conosciamo da quando eravamo bambini e tuttavia non riusciamo a spiegare che cosa sia il tempo. È la misurazione del movimento, diceva l’antico filosofo… ma non è solo quello. Il tempo è una dimensione dell’anima, segna il nostro divenire, il passaggio da una situazione ad un’altra – lo si vede bene nei bambini che crescono, ma lo si vede anche negli adulti che diventano anziani – non si vede il tempo in sé, ma si vedono gli effetti del tempo… un giorno dopo l’altro sembra sempre la stessa cosa e invece la cose cambiano. La nostra vita non è statica, non siamo blocchi di marmo che restano sempre uguali nei secoli. Siamo stati creati per cambiare: diventiamo altro rispetto al punto di partenza. Il tempo dunque segna nella nostra vita il cambiamento, che non è automaticamente un cambiamento in meglio … spesso – come capita con l’avanzare dell’età – è un cambiamento in peggio. Perciò diventa necessario affrontare il tempo che abbiamo, ovvero, il tempo che ci resta con una lucida attenzione all’obiettivo, guardando bene al fine verso cui stiamo andando. Il cambiamento della nostra vita dipende da quell’orientamento … il nostro oriente è il Signore Gesù: è lui la meta; il tempo che passa ha in lui un punto fisso, un punto di riferimento; è l’obiettivo verso cui puntiamo la nostra vita.
L’unico tempo che abbiamo a nostra disposizione è il presente. Ancora Sant’Agostino ci aiuta a riflettere proprio su questa realtà importante: “Il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora, l’unico che c’è davvero è il presente”. Eppure noi viviamo anche del passato: la memoria infatti è il presente del passato, mentre il desiderio è la presenza del futuro. Il nostro presente è animato sia dalla memoria che dall’attesa; ma adesso nel presente viviamo il ricordo di ciò che è stato e il desiderio di ciò che sarà; per cui il nostro tempo è il presente, ricco di memoria e di attesa. Il tempo è la distensione dell’anima, è la capacità del nostro essere interiore di abbracciare tutti i tempi, di fare tesoro di ciò che ci ha preceduto e di far diventare desiderio ciò che sarà.
In noi spesso manca proprio il presente: o viviamo di ricordi lontani che addolciamo semplicemente per nostalgia, oppure viviamo di illusioni per il futuro. Questo accompagna tutti i pronostici all’inizio dell’anno: ci auguriamo che sia un anno sereno, buono… come abbiamo già fatto molte volte, all’inizio di ogni anno vi ricordate? Anche gli scorsi anni ci siamo fatti ugualmente gli auguri per il nuovo anno … Continuiamo a farci gli auguri per un nuovo anno, sperando che tutto vada bene e poi prenderemo quel che viene. È inevitabile. Però in tal modo rischiamo di oscillare superficialmente fra il rimpianto di quel che c’era e l’illusione di quel che ci sarà, convinti che andando avanti sia meglio… eppure lo sappiamo benissimo: invecchieremo ancora di più e, andando avanti, moriremo. Quindi è il presente che dobbiamo vivere con intensità, dando importanza alla memoria di quello che è stato e chiarendo che cosa stiamo aspettando, quale è il desiderio che anima il nostro futuro. Il tempo presente deve diventare la ricchezza della nostra anima. Vogliamo essere persone che si disperdono nella nostalgia di un passato che non c’è più o nell’illusione di un futuro che non c’è ancora, me persone che nel presente vivono adesso la pienezza della vita cristiana. Siamo diventati figli nel Figlio, siamo eredi del Padre, abbiamo tutto quello che ci serve per essere contenti adesso: non l’anno prossimo, adesso! E ringraziamo il Signore per il tempo presente che abbiamo, con tutti i suoi problemi. Ringraziamo il Signore per il presente che abbiamo e viviamolo intensamente. Viviamolo ogni giorno con l’intensità che merita ogni giornata e ringraziamo il Signore per tutto quello che siamo. Viviamolo nel presente in modo continuativo e sperimenteremo la ricchezza del nostro tempo… ci accorgeremo che questo tempo presente è l’eternità e, se c’è il Signore, è una eternità beata.

La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante

È una pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante” quella invocata da Papa Leone XIV nel messaggio per la 59ª Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2026. Un testo forte e realistico, ma attraversato da una speranza tenace, intitolato “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante.” Il Pontefice legge senza sconti il nostro tempo: un mondo in cui si arriva a “fare la guerra per raggiungere la pace”, in cui prepararsi al conflitto diventa un dovere morale, mentre il dialogo appare debole. Un mondo segna-to dall’aumento delle spese militari, dalla paura elevata a criterio dei rapporti internazionali e da un uso distorto della religione per giustificare violenza e nazionalismi.
La pace del Cristo risorto, non un’illusione
Leone XIV richiama le parole con cui si presentò al mondo dalla Loggia delle Benedizioni, sette mesi fa: la pace di Cristo risorto non nasce dalla forza, ma dall’amore incondizionato di Dio. È una pace che non umilia né domina, ma illumina e allarga l’intelligenza, capace di resistere alla violenza e di vincerla senza imitarla. Per questo il Papa rifiuta l’idea che la pace sia un’utopia irraggiungibile. Quando la si considera un ideale lontano, avverte, si finisce per accettare come “normale” la sua negazione. E così l’aggressività penetra nella vita privata e in quella pubblica.
Pensieri e parole trasformati in armi
Uno dei fili conduttori del messaggio è il tema del-la comunicazione. Il Pontefice mette in guardia dal rischio di trasformare persino pensieri e parole in armi, trascinando la fede nel combattimento politi-co. Ai credenti chiede una testimonianza concreta, capace di smentire con la vita ogni forma di blasfemia che giustifichi la violenza in nome di Dio. Preghiera, spiritualità, dialogo ecumenico e interreligioso diventano così vie concrete di pace, linguaggi dell’incontro tra culture e tradizioni diverse.
Diplomazia e politica: la via “disarmante”
Nel messaggio c’è anche un appello chiaro alla responsabilità politica. Leone XIV invita chi governa a percorrere la strada della diplomazia, della media-zione e del diritto internazionale, fondata sulla fiducia e sulla fedeltà agli impegni. Una via oggi spesso smentita da violazioni di accordi e dalla de-legittimazione delle istituzioni sovranazionali, che invece andrebbero rafforzate. Il Papa denuncia una logica che va ben oltre la legittima difesa e alimenta una destabilizzazione planetaria, giustificando il riarmo e l’aumento delle spese militari con la paura dell’altro.
Armi, tecnologia e responsabilità morale
Colpisce l’attenzione del Pontefice ai dati: nel 2024 la produzione e il commercio di armi sono cresciuti del 9,4%, raggiungendo 2.718 miliardi di dollari. A questo si aggiunge la preoccupazione per l’uso mi-litare delle intelligenze artificiali, che rischiano di delegare alle macchine decisioni di vita e di morte, riducendo la responsabilità umana. È una spirale che, avverte Leone XIV, mina le basi dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui si regge ogni civiltà.
Non distruggere ponti, custodire la pace
Nel cuore del messaggio c’è l’invito a non distruggere i ponti del dialogo, ma a privilegiare l’ascolto e l’incontro, anche con chi pensa diversamente. La pace, ricorda il Papa citando Sant’Agostino, ama persino i nemici della pace. Un pensiero speciale è rivolto agli operatori e alle operatrici di pace, “sen-tinelle nella notte” in un mondo che Papa Francesco ha definito di “terza guerra mondiale a pezzi”. Donne e uomini che, anche tra le macerie, continuano a credere che la pace esista e voglia abitarci.
Testimoni di una pace disarmata
Il messaggio si chiude con un appello ai cristiani: diventare testimoni profetici della pace di Cristo, una pace disarmata perché disarmata fu la sua lotta. Un invito ad avviare dentro di sé un disarmo del cuore, della mente e della vita. Perché, conclude Leone XIV, mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”.

Cristo nella mangiatoia

Nella nascita di Gesù Cristo, Dio si abbassa e si rivela

Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo,
vi entra dentro […].
Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto,
ciò che non è considerato, l’insignificante,
ciò che è emarginato, debole e affranto;
dove gli uomini dicono “perduto”,
lì egli dice “salvato”;
dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”.
Dove gli uomini distolgono con indifferenza
o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente incomparabile.
Dove gli uomini dicono “spregevole”,
lì Dio esclama “beato”.
Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima, lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia»
(D. Bonhoeffer, Riconoscere Dio al centro della vita).

Dediti alla Pace

«Il Signore viene a visitare il suo popolo nella pace» … È una visita che ci colma di gioia, ci rende davvero contenti. Abbiamo bisogno di questa visita che il Signore fa al suo popolo; abbiamo bisogno della sua presenza di pace nella nostra vita. In questo annuncio della notte di Natale noi sperimentiamo di non essere soli, di non essere abbandonati.
Il Signore viene a visitare il suo popolo e realizza le promesse che gli antichi profeti avevano rivolto a Israele. Eppure la presenza di Gesù non cambia la situazione in modo miracolistico … non è che dal momento in cui Gesù è venuto al mondo le cose siano apparentemente cambiate. Egli è la pace: e tuttavia le guerre sono continuate nella storia dell’umanità e dopo duemila anni ci troviamo an-cora a vivere ancora un Natale di guerra. Cerchiamo di tenerne lontano anche solo il pensiero per non turbare la nostra festa e tuttavia ci rendiamo conto di essere in una situazione difficile. Ci troviamo immersi in una situazione che per tanti uomini e donne comporta un dolore immenso. Non possiamo non essere solidali con chi soffre, non pensando solo alla Palestina o all’Ucraina, ma anche alle tante altre popolazioni che vivono momenti di dolore, di tensione, di guerra, di morte. Noi ringraziamo il Signore di essere venuto “a visitare il suo popolo nella pace” e ci rendiamo conto che c’è ancora bisogno del suo intervento. Non c’è stato un colpo di bacchetta magica che ha trasformato tutto: il mondo è in trasformazione, sta diventando come il Signore lo vuole, faticosamente, anche con tanti passi indietro che spesso sentiamo e subiamo. Il rischio è quello di alternare due sentimenti opposti. Da una parte possiamo illuderci e sentire il Natale come una bella favola: una festa da bambini dove anche i grandi ritornano “piccoli”, giocando con le tradizioni familiari e ripensando alle cose belle di un “Natale da favola”, quasi per scappa-re dalla realtà brutta di tutti i giorni. D’altra parte però ci rendiamo conto che la situazione è ben diversa e allora potrebbe nascere – all’opposto – un pensiero di amara delusione: se Cristo non ha cambiato la situazione del mondo, allora non è lui che ha portato la pace e non serve a niente celebrare questo ricordo. Rischiamo di oscillare fra questi due sentimenti: facciamo festa senza pensarci, oppure pensandoci crolla ogni festa. Come sempre l’equilibrio è la strada migliore. Il Natale non è una favola per bambini, ma è la risposta autentica che il Signore ha dato al dramma dell’umanità, donando a noi la forza di fa-re la pace. Il Signore Gesù è venuto per dare a noi la capacità di costruire la pace. L’antico profeta Isaia si rivolgeva ad un «popolo che camminava nelle tenebre e abitava in terra tenebrosa», ma poi – grazie ad un bambino – «ha vi-sto una grande luce». È un testo storico legato a una situazione ben precisa, molto simile a quello che si sta vi-vendo in questi giorni in Terra Santa e in Europa. Una grande nazione (l’Assiria) aveva invaso il territorio di Israele, distruggendo, portando morte, rovinando tutto; e in quegli anni dolorosi al re di Gerusalemme (Acaz) era stata annunciata la nascita di un bambino. Quel bambino diventò presto re al posto del padre: era molto piccolo, Ezechia aveva solo cinque anni, quando salì al trono di Davide. In quella occasione il profeta Isaia compose il poema che fin dall’antichità noi leggiamo nella notte di Natale: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». Era davvero un bambino quel re, ma si dice che na-sce nel momento stesso in cui sale al trono: è allora che gli viene dato il bastone del comando e prende sulle sue spalle il potere regale. Un piccolo bambino regge il basto-ne del comando e diventa il segno della potenza di Dio; a lui il profeta impone quattro nomi simbolici e significativi: «Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace». “Questo bambino – dice il profeta al-la gente di Gerusalemme, che in momento di guerra sentiva una tremenda paura della distruzione – porterà la pa-ce e la sua pace non avrà fine, perché egli viene a consolidarla e a rafforzarla con il diritto e la giustizia”. Avevano messo in quel re bambino, tutte le loro speranze: ma l’attesa non si fermava lì, non fu Ezechia a portare la salvezza. Eppure il profeta, che sa leggere nelle pieghe della storia una presenza potente, rivela che Dio opera la pace attraverso un bambino – cioè attraverso un piccolo e debole – il Signore riesce a fare grandi cose attraverso la debolezza degli uomini. Quelle antiche parole, datate verso il 730 a.C., non sono state dimenticate; per secoli hanno continuato a leggerle, finché un altro bambino è riconosciuto come il vero Re divino: quel bambino è Gesù, l’unico che ha il potere di fare la pace, perché è il Principe della pace. Noi non raccontiamo queste storie come una bella favola, ma vi riconosciamo la realtà della nostra vita: quel bambino – e solo Lui – è veramente il principe della pace, è il Signore della nostra vita, l’unico che può darci la capacità di fare pace. Allora guardando la nostra difficile situazione, non discutiamo sulle grandi questioni politi-che, su cosa bisognerebbe fare nei rapporti internazionali: è tempo perso, sono parole sprecate ed oziose, per lo più sciocche, non ci illudiamo di salvare il mondo facendo astratte discussioni di diritto internazionale. Che cosa possiamo farci noi? Che pace possiamo realizzare noi? Possiamo portare un po’ di pace nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni umane? Il Signore nasce per aiutarci a creare relazioni buone, riconciliate, amichevoli. Siamo piccoli, siamo poveri: quel poco che possiamo fare noi, a che cosa serve? Il profeta ci ha insegnato che è un bambi-no colui che porta la pace, è un piccolo, è un debole: e noi ci ritroviamo bene in questa realtà piccola e debole. Per-ciò quel poco che possiamo fare noi, vogliamo farlo. Ognuno di noi faccia un buon Natale impegnandosi a ricostruire relazioni buone, perché la guerra è presente anche nelle nostre famiglie, nelle nostre piccole comunità. In quasi tutte le famiglie ci sono delle tensioni, ci sono dei problemi, ci sono delle cose da perdonare, delle relazioni da ricucire. È una favola falsa che il Natale in famiglia sia così bello, perché in ogni famiglia ci sono difficoltà e tensioni, problemi e antipatie. Non le dobbiamo nascondere: dobbiamo curarle! Il Signore viene a visitare il suo popolo perché ci dà la capacità di fare pace. Chiediamogli il desiderio di essere persone di pace, che fanno un passo per andare incontro a chi è offeso, a chi è lontano, a chi è antipatico, a chi è (forse) nemico. Impegniamoci a “fare Na-tale” non scambiandoci regali e facendoci auguri “senza contenuto” ma “regali e auguri” che esprimono la possibilità di ricreare relazioni buone, di ricostruire amicizie, di superare divisioni. Chiediamo al Dio Bambino che dia a ciascuno di noi la voglia di fare qualcosa – il primo passo, il primo sorriso, una stretta di mano – per ricuperare quello che è perduto, per ricostruire quello che è rotto. Facciamo la pace fra di noi: ci fa bene, allarga il cuore, allieta la mente, ci rende persone contente. Il Signore viene a visi-tare il suo popolo per renderci pienamente felici! Accogliamolo e facciamo qualcosa: un piccolo passo, un picco-lo gesto. Ognuno di noi pensi al Natale come a qualcosa da fare e faccia un proposito di impegno per ricostruire qualche relazione. Possiamo fare di più, possiamo fare meglio, possiamo migliorare la nostra famiglia, la nostra comunità, il nostro paese. Vogliamo farlo! Per questo il Signore viene a visitare il suo popolo; e se è vero che noi lo celebriamo, si vedranno i risultati nei prossimi giorni, per-ché noi saremo migliorati, perché i nostri ambienti saranno diventati più belli, più sereni, più accoglienti. Vi auguro di cuore che sia davvero un Natale buono, un Natale di pace.

S. Francesca Saverio Cabrini

S. Angelo Lodigiano 1850-1917 Chicago – Fondatrice delle Missionarie del S. Cuore di Gesù

Il 22 dicembre ricorda Francesca Saverio Cabrini, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano, in un’Italia ancora giovane, impegnata a definire la propria identità dopo l’unificazione. Cresciuta in un contesto rurale e segnato da forti trasformazioni sociali, sin da giovane si trovò a os-servare da vicino le difficoltà di un Paese in cui la povertà spingeva molti a lasciare la propria terra. Alla fine dell’Ottocento, infatti, l’emigrazione italiana verso le Americhe stava assumendo proporzioni imponenti, trasformando la vita di intere comunità. Fu proprio in quel clima di partenze e di incertezze che Francesca fondò, nel 1880, l’istituto delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Inizialmente il suo progetto sembrava rivolto soprattutto al contesto italiano, ma presto i racconti provenienti dagli Stati Uniti – dove migliaia di connazionali si ritrovava-no spesso in condizioni difficili – orientarono la missione verso una direzione nuova. Nel 1889 partì così per New York, approdando in una città che stava cambiando a ritmo vertiginoso, popolata da quartieri sovraffollati e segnata dalle differenze linguistiche e culturali dei nuovi arrivati. Francesca e le sue compagne iniziarono a muoversi proprio in quei luoghi: scuole improvvisate, ospedali per chi non riusciva a permettersene uno, case di accoglienza per famiglie appena sbarcate. L’espansione delle loro attività seguì la geografia stessa dell’emigrazione italiana, accompagnandola da New York a Chicago, dal Colorado alla costa occidentale, e oltre, fino in America Latina. In pochi decenni, le missionarie fondarono istituzioni che di-vennero parte integrante del tessuto urbano delle nuove comunità di migranti.

Nel Cuore dell’inverno

Concerto di Natale 2025

‘Nel cuore dell’inverno’. Un titolo suggestivo ed evocativo per il concerto di Natale nella Chiesa di San Fiorano. L’appuntamento è per domenica 21 dicembre, alle 18. A esibirsi il coro prestigioso e di esperienza più che ventennale della Facoltà di musicologia dell’Università di Pavia, sede di Cremona, diretto da Margherita Bellini e con Rosa Romeo all’organo. Ricco il repertorio, a partire da In the bleak midwinter di Gustav Holst, che ha dato ispirazione per il titolo del concerto. Al termine, apericena per tutti in oratorio. Vi aspettiamo numerosi!

Sostegno ai Progetti dei Lavoratori Credenti

Sabato 20 e domenica 21 a Corno Giovine

Il ricavato andrà a sostenere i progetti di

  • Padre Bahjat Karakach,
    parroco ad Aleppo (Siria)
  • Betlemme a AIDA
    Bambini disabili
  • Jenin la gente di Gaza
    sostegno ad Asilo
  • Con il SERMIG di Torino,
    aiuti all’Ucraina
  • Padre Paolo Bergamaschi, originario di Secugnago,
    a servizio di poveri in Italia
  • Daniela Migotto, originaria di San Martino in Strada
    impegnata con Action for yout in Camerun.
  • Elena Gaboardi, originaria di Bertonico,
    in Mozambico con CUAMM – Medici con l’Africa

Maria: quello che noi saremo

Occorre uno sguardo completo alla storia della salvezza per dare la giusta collocazione a Maria. Questa figura di madre non è comprensibile se la isoliamo dalla sua concretezza di donna ebrea, vissuta a Nazaret, duemila anni fa. Se si deve parlare della donna coronata di stelle, tutta santa, assunta in cielo, bisogna anche ricordare la fanciulla di Nazaret, donna di lavoro e donna di fede. È necessario evitare di presentare solo i privilegi della Vergine. Maria è stata chiamata «icona escatologica della Chiesa». Questo vuol dire che Maria è in anticipo quello che anche noi saremo. Sarebbe un errore mettere la Vergine su un piedistallo troppo alto e isolato. Viene annullato il suo messaggio, se, a forza di ammirarla, la allontaniamo dalla stirpe di Adamo, dal popolo dell’Alleanza. Maria non è una dea né una donna divina né una superdonna: è una madre, e ogni madre desidera avere figli che le somiglino. Se non ci auguriamo di somigliare alla Madre, praticamente rinneghiamo la sua maternità. Una madre ha molta pazienza, una madre è instancabile; con i figli ritardati o difficili, essa è più madre.
La maternità non è un onore ma una responsabilità. Non pensiamo a Maria come a una regina tanto inaccessibile da riuscirci inimitabile: essa invece è un esempio quotidiano. Certo, Maria ha avuto il privilegio dell’Immacolata Concezione; vuol dire che è stata concepita battezzata; a noi Dio concede la stessa grazia con il battesimo. Non ha avuto il peccato originale; neppure noi lo abbiamo più. Non è stata esente dalla sofferenza e dalla morte: come noi. È stata assunta in cielo: questo significa che Maria è la primizia, l’annuncio di quello che riguarda tutti. I nostri corpi sono destinati alla vita eterna. Pensare a Maria come fidanzata, come moglie, come madre, come vedova, in cammino nel buio luminoso della fede, sorretta da una grande speranza, non è facile. Maria, infatti, ha duemila anni di storia. Santi, poeti, artisti ne sono rimasti tanto affascinati fino a idealizzarla, stilizzarla, divinizzarla: divenuta una dea, naturalmente non ha più senso per l’uomo.
Eppure dal vangelo emerge una donna pienamente inserita nella vita e nella storia: per questo dico che solo una madre (e una madre che abbia visto morire suo figlio!) può comprendere in pieno la vita e il messaggio di Maria, perché il cristianesimo non è una teoria ma una passione, non è un’ideologia ma un’esperienza, è vita da vita. Maria è vissuta in terra di Nazaret; i suoi gesti e pensieri soggiornavano nel perimetro del concreto; anche se l’estasi era un’esperienza frequente, Maria era lontana dalle astrattezze dei visionari, dalle evasioni degli scontenti, dalle fughe degli illusionisti: conservava il domicilio nel terribile quotidiano.
Se sottolineo questa «ferialità» in Maria, se per un attimo tolgo l’aureola e spengo i riflettori, è per vedere quanto è bella Maria a capo scoperto; è per misurare meglio l’onnipotenza di Dio. All’interno della casa di Nazaret, tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, Maria ha vissuto gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni. Festa dell’Immacolata: non un giorno per fare festa, ma una festa per riflettere su una donna uguale e diversa da tutte le altre. E imitarla, perché la vera devozione è quella che porta all’imitazione.