Il Grande d’animo

Gesù accoglie andando oltre il peccato

La nobiltà d’animo è una virtù che appare fuori posto nella nostra società, dove sempre più si applaude chi ostenta una condotta segnata da volgarità e arroganza. Potremmo meditare su come la Scrittura pone davanti ai nostri occhi questa virtù mediante le esortazioni a quel sentire e pensare in grande che sono propri di Dio (cf. Es 34,6). Ma preferisco considerare alcuni comportamenti vissuti da Gesù e quindi, proprio per questo, ispiranti per noi. Ora, la nobiltà d’animo di Gesù consisteva innanzitutto nell’essere credibile, perché egli diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Più in profondità, la sua affidabilità nasceva dalla scelta di non essere autoreferenziale: Gesù trovava la sua forza in Dio e annunciava il suo Regno, non sé stesso! La sua grandezza si manifestava inoltre nel suo essere capace di gratuità, di incontrare le persone senza secondi fini: una gratuità che creava un clima di ospitalità, di fiducia e di libertà in cui l’altro poteva sentirsi accolto e, attingendo alla sua intelligenza, decidere cosa fare della propria vita. Infine, Gesù è stato capace di sentire in grande, di vedere la realtà migliore di quella che appare, di cogliere l’altro più grande del suo peccato. Sì, con la sua vita Gesù ci ha narrato che, quando si incontra in verità un uomo, egli cessa di essere ciò che i nostri schemi lo rendono ed è semplicemente un essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Così l’esempio di Gesù può ispirare la nobiltà d’animo a noi suoi discepoli, chiamati nel cammino di sequela dietro a lui ad aprire il nostro cuore e il nostro respiro alla dimensione stessa di Dio perché, come ricordava Ignazio di Antiochia, «il cristianesimo è una questione di grandezza d’animo» (Ai Romani III,3).

“Piango la passione del mio Signore”

Perché ancora la Via Crucis

Una volta Francesco andava solitario nei pressi della chiesa di Santa Maria della Porziuncola, piangendo e lamentandosi a voce alta. Un uomo pio, udendolo, suppose ch’egli soffrisse di qualche malattia o dispiacere e, mosso da compassione, gli chiese perché piangeva così. Disse Francesco: “Piango la passione del mio Signore. Per amore di lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo”. Allora anche l’uomo devoto si unì al lamento di Francesco. (Leggenda dei Tre Compagni 5,13)

Perché piangere la Passione di Cristo? Perché fare continuamente memoria della croce? Perché lo fa il cristiano, chiamato a vivere la gioia del Vangelo? San Paolo ha conquistato il mediterraneo a Gesù Cristo annunciando la stoltezza e lo scandalo della croce e, ancora oggi, molti cristiani muoiono ogni giorno per il segno della croce. Ideata e propagata da san Leonardo da Porto Maurizio (frate minore, 1676-1751), la pratica della Via Crucis vuol essere molto più che una pia devozione. La Via Crucis vuol essere una sintesi del cammino cristiano, della vita stessa di ogni discepolo di Gesù, chiamato dal suo Maestro a prende-re la propria croce e seguirlo.
Ecco perché, nel tempo di Quaresima, le comunità cristiane celebrano ogni venerdì la Via Crucis. Lo fa proprio come Francesco, che piangeva l’Amore, crocifisso e redentivo: un pianto di dolore e gioia, un moto di tutta la vita verso la conversione a Cristo, che ci è vivamente raccomandato di curare, soprattutto in Quaresima. Quest’anno, pregheremo lasciandoci guidare dalla lettera enciclica di Papa Francesco “Dilexit nos” (“Ci ha amati”) sull’amore umano e divino del cuore Gesù Cristo. Pregheremo per le famiglie, per il mondo del lavoro, per la difesa della vita, per i cristiani perseguitati, per i giovani e per tutti i nostri fratelli e sorelle sofferenti. Pregheremo con loro e per loro, ovvero per ciascuno di noi, affinché quella Croce sia per ogni uomo e donna del nostro tempo la risposta più piena al mistero del male e della sofferenza. Perché ogni venerdì siamo invitati a prender parte alla Via Crucis? Ce lo lasciamo spiegare da Papa Francesco (Evangelii Gaudium 85): Anche se con la dolorosa consapevolezza delle proprie fragilità, bisogna andare avanti senza darsi per vinti, e ricordare quello che disse il Signore a san Paolo: «Ti basta la mia grazia; la forza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva contro gli assalti del male. (04 Marzo 2014)

Ascoltare e digiunare.

PER LA QUARESIMA 2026
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle!
La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.
Ascoltare. Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro. Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù. È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa».
Digiunare. Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo. Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità». Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene. Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio». In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana». Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Insieme. Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3). Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.
Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.
Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Dal Vaticano, 5-2-2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.
LEONE PP. XIV

Mercoledì delle ceneri

Il Mercoledì delle Ceneri segna l’inizio della Quaresima, in cui il cristiano è chiamato in modo speciale alla riconciliazione con Dio e alla Gioia, soprattutto in tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a sé stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri» Le ceneri indicano la precarietà della con-dizione dell’uomo e quindi la sua condizione di non essere in grado, senza Dio, di realizzare il suo desiderio di essere Felice per sempre. «Ricordati (uomo) che sei polvere e in polvere tornerai», recita infatti la formula liturgica, fondata sul Genesi 3 e declamata dal sacerdote durante il rito di imposizione delle ceneri. Più volte nelle Sacre Scritture ricorre il tema delle ceneri quale segno della supplica che l’uomo, riconoscendosi creatura fragile e bisognosa di grazia, rivolge a Dio. Il Mercoledì delle Ceneri richiama dunque la necessità per l’uomo di ritornare a Dio, come esorta la liturgia nella prima lettura («Ritornate a me con tutto il cuore…», Gl 2, 12), e di fortificarsi in Lui, rinunciando alle cose effimere per aprirsi a quelle eterne. Per il Mercoledì delle Ceneri i fedeli sono tenuti a osservare il digiuno che favorisce «il dominio su di sé e la libertà di cuore, esso fortifica la volontà, la libera dalla sazietà delle cose effimere, orientandola sempre più a Dio. E’ il segno della Gioia della Sposa di attesa dello Sposo.

Beata Vergine Maria di Lourdes

“Preghiamo la B.V. Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichia-mo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore” (Papa Leone XIV^).
Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Giubileo Francescano

Preghiera di Leone XIV, il Giubileo Francescano
infonda in noi la perfetta letizia e la concordia

San Francesco, fratello nostro,
tu che ottocento anni or sono andavi incontro
a sorella morte come un uomo pacificato,
intercedi per noi presso il Signore.
Tu nel Crocifisso di San Damiano
hai riconosciuto la pace vera, insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione
che abbatte ogni muro.
Tu che, disarmato,
hai attraversato le linee di guerra
e di incomprensione, donaci il coraggio
di costruire ponti dove il mondo erige confini.
In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni,
intercedi perché diventiamo operatori di pace:
testimoni disarmati e disarmanti
della pace che viene da Cristo.