Sostegno ai Progetti dei Lavoratori Credenti

Sabato 20 e domenica 21 a Corno Giovine

Il ricavato andrà a sostenere i progetti di

  • Padre Bahjat Karakach,
    parroco ad Aleppo (Siria)
  • Betlemme a AIDA
    Bambini disabili
  • Jenin la gente di Gaza
    sostegno ad Asilo
  • Con il SERMIG di Torino,
    aiuti all’Ucraina
  • Padre Paolo Bergamaschi, originario di Secugnago,
    a servizio di poveri in Italia
  • Daniela Migotto, originaria di San Martino in Strada
    impegnata con Action for yout in Camerun.
  • Elena Gaboardi, originaria di Bertonico,
    in Mozambico con CUAMM – Medici con l’Africa

Maria: quello che noi saremo

Occorre uno sguardo completo alla storia della salvezza per dare la giusta collocazione a Maria. Questa figura di madre non è comprensibile se la isoliamo dalla sua concretezza di donna ebrea, vissuta a Nazaret, duemila anni fa. Se si deve parlare della donna coronata di stelle, tutta santa, assunta in cielo, bisogna anche ricordare la fanciulla di Nazaret, donna di lavoro e donna di fede. È necessario evitare di presentare solo i privilegi della Vergine. Maria è stata chiamata «icona escatologica della Chiesa». Questo vuol dire che Maria è in anticipo quello che anche noi saremo. Sarebbe un errore mettere la Vergine su un piedistallo troppo alto e isolato. Viene annullato il suo messaggio, se, a forza di ammirarla, la allontaniamo dalla stirpe di Adamo, dal popolo dell’Alleanza. Maria non è una dea né una donna divina né una superdonna: è una madre, e ogni madre desidera avere figli che le somiglino. Se non ci auguriamo di somigliare alla Madre, praticamente rinneghiamo la sua maternità. Una madre ha molta pazienza, una madre è instancabile; con i figli ritardati o difficili, essa è più madre.
La maternità non è un onore ma una responsabilità. Non pensiamo a Maria come a una regina tanto inaccessibile da riuscirci inimitabile: essa invece è un esempio quotidiano. Certo, Maria ha avuto il privilegio dell’Immacolata Concezione; vuol dire che è stata concepita battezzata; a noi Dio concede la stessa grazia con il battesimo. Non ha avuto il peccato originale; neppure noi lo abbiamo più. Non è stata esente dalla sofferenza e dalla morte: come noi. È stata assunta in cielo: questo significa che Maria è la primizia, l’annuncio di quello che riguarda tutti. I nostri corpi sono destinati alla vita eterna. Pensare a Maria come fidanzata, come moglie, come madre, come vedova, in cammino nel buio luminoso della fede, sorretta da una grande speranza, non è facile. Maria, infatti, ha duemila anni di storia. Santi, poeti, artisti ne sono rimasti tanto affascinati fino a idealizzarla, stilizzarla, divinizzarla: divenuta una dea, naturalmente non ha più senso per l’uomo.
Eppure dal vangelo emerge una donna pienamente inserita nella vita e nella storia: per questo dico che solo una madre (e una madre che abbia visto morire suo figlio!) può comprendere in pieno la vita e il messaggio di Maria, perché il cristianesimo non è una teoria ma una passione, non è un’ideologia ma un’esperienza, è vita da vita. Maria è vissuta in terra di Nazaret; i suoi gesti e pensieri soggiornavano nel perimetro del concreto; anche se l’estasi era un’esperienza frequente, Maria era lontana dalle astrattezze dei visionari, dalle evasioni degli scontenti, dalle fughe degli illusionisti: conservava il domicilio nel terribile quotidiano.
Se sottolineo questa «ferialità» in Maria, se per un attimo tolgo l’aureola e spengo i riflettori, è per vedere quanto è bella Maria a capo scoperto; è per misurare meglio l’onnipotenza di Dio. All’interno della casa di Nazaret, tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, Maria ha vissuto gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni. Festa dell’Immacolata: non un giorno per fare festa, ma una festa per riflettere su una donna uguale e diversa da tutte le altre. E imitarla, perché la vera devozione è quella che porta all’imitazione.

Giubileo delle Persone con disabilità

La Commissione Disabilità dell’Ufficio Catechistico Diocesano (UCD) ci invita a partecipare al Giubileo delle Persone con disabilità che si terrà il 3 Dicembre 2025 a Lodi. Questo appuntamento rappresenta un’occasione preziosa per celebrare la dignità e il protagonismo che le Persone con disabilità hanno all’interno della nostra comunità ecclesiale diocesana. Sarà un momento di incontro, preghiera, condivisione e festa, in cui potremo rafforzare il nostro impegno a costruire una Chiesa sempre più inclusiva e accogliente per tutti. L’invito è rivolto a tutte le Persone con disabilità presenti nelle Nostre parrocchie, alle loro famiglie, alle Associazioni che operano nel Vostro territorio e che si dedicano alle persone con disabilità, ai catechisti, agli operatori pastorali e a chiunque possa essere interessato.

Don Mario Bonfanti
Commissione Disabilità

La Pace verrà

Se tu credi che un sorriso è più forte di un’arma,
Se tu credi alla forza di una mano tesa,
Se tu credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide,
Se tu credi che essere diversi è una ricchezza e non un pericolo,
Se tu sai scegliere tra la speranza o il timore,
Se tu pensi che sei tu che devi fare il primo passo piuttosto che l’altro, allora…
La Pace verrà.
Se lo sguardo di un bambino disarma ancora il tuo cuore,
Se tu sai gioire della gioia del tuo vicino,
Se l’ingiustizia che colpisce gli altri ti rivolta come quella che subisci tu,
Se per te lo straniero che incontri è un fratello,
Se tu sai donare gratuitamente un po’ del tuo tempo per amore,
Se tu sai accettare che un altro, ti renda un servizio,
Se tu dividi il tuo pane e sai aggiungere ad esso un pezzo del tuo cuore, allora…
La Pace verrà.
Se tu credi che il perdono ha più valore della vendetta,
Se tu sai cantare la gioia degli altri e dividere la loro allegria,
Se tu sai accogliere il misero che ti fa perdere tempo e guardarlo con dolcezza,
Se tu sai accogliere e accettare un fare diverso dal tuo, Se tu credi che la pace è possibile, allora…
La Pace verrà.

Avvento, occasione da non perdere

Il tempo in preparazione al Natale di Gesù contiene in sé l’ansia dell’attesa: più che ozio indifferente, un’opportunità da cogliere per dare senso alla vita

«Se invece di voltarci indietro, guarderemo avanti, se invece di guardare le cose che si vedono, avremo l’occhio attento a quelle che non si vedono ancora, se avremo cuori in attesa, più che cuori in rimpianto, nessuno ci toglierà la nostra gioia». Per scorgere e possibilmente raggiungere l’orizzonte indicato da don Primo Mazzolari, l’Avvento cristiano si pone come strada da percorrere senza incertezze. Il tempo liturgico che abbiamo l’opportunità di vivere contiene infatti in sé l’ansia dell’attesa: più che ozio indifferente, una “Fortuna” da cogliere per dare senso alla vita. Un invito straordinariamente importante per la sua collocazione in un contesto – quale quello contemporaneo – dominato dalla fretta, dall’assurda pretesa di stare sempre e ovunque. L’uomo d’oggi suppone di non aver bisogno di nessuno, men che meno del suo prossimo, chino com’è sui piaceri personali, sugli interessi materiali, sull’utile e sull’immediato. Anche i cristiani spesso danno l’impressione di considerare il tempo come un noioso ripetersi privo di sorprese e di novità esistenziali, un infinito cattivo, un eterno presente in cui possono accadere tante cose, ma non la venuta di Gesù Salvatore. E’ la solitudine più nera, il freddo più intenso che si soffre non quando si trova il focolare spento, ma quando non lo si vuol accendere più, neppure per un inatteso “Ospite di passaggio”. Quando pensi, insomma, che nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti per una improvvisata. Ma in un mondo dove si bada soltanto ai bisogni primari, all’accumulo, allo svago, all’affermazione di sé stessi, è necessario, come ricordava lo scrittore Giovanni Papini, che vi sia ogni tanto «uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura». Il torpore, la sazietà, l’indifferenza, la superficialità che si depositano ovunque come una coltre nebbiosa devono e possono essere squarciati da una voce imperiosa che inquieti le coscienze, che susciti domande di senso e spinga a riscoprire la verità che si cela sotto il velo comune della realtà quotidiana. Anzi, lo stato di disagio fa crescere il desiderio di soluzioni positive. Per il credente, però, tutto ciò non riguarda solo la dimensione sociale, politica ed economica, ma è attesa di una vita che, per dirla con Paolo, «piaccia a Dio». A questo si deve tendere, vigilando e osservando la vita reale ed agire per darle un indirizzo diverso. L’Avvento ci ricorda che una prospettiva nuova si può schiudere a patto che vi sia adesione ad essa, con coinvolgimento ed impegno. Buona attesa, buon Avvento, allora. E come augurava don Tonino Bello, «che il Signore ci dia la grazia di essere continuamente allerta, in attesa di qualcuno che arrivi, che irrompa nelle nostre case e ci dia da portare un lieto annuncio».