Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

“Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell’uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, “fino a quando finalmente trovò pace in Dio”, queste parole furono pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Edith Stein a Colonia, il 1° maggio del 1987.  
“Ave Crux, Spes Unica”. E’ con lo sguardo fisso alle braccia aperte di Cristo sulla croce, unica speranza, che Edith Stein affronta il martirio nelle camere a gas di Auschwitz Birkenau nel caldo agosto 1942.
E’ il culmine di un lungo percorso interiore che l’ha portata dallo studio della filosofia all’impegno per la promozione umana, sociale e religioso della donna, alla vita contemplativa. Nata a Breslavia nella Slesia tedesca nel 1891, undicesima figlia di una coppia di ebrei molto religiosa, Edith si distingue da subito per l’intelligenza brillante che favorirà una visione razionalistica e il giovanile distacco dalla religione.
Interrompe gli studi solo durante la Prima Guerra Mondiale per soccorrere i soldati come infermiera della Croce Rossa. Sarà l’incontro con la Fenomenologia del filosofo Husserl, di cui diviene assistente all’Università di Friburgo approfondendo il tema dell’empatia e quello con il filosofo Max Scheler, insieme alla lettura degli esercizi di Sant’Ignazio e della vita di Santa Teresa d’Avila, a far scaturire la conversione al cristianesimo.

Trasfigurazione del Signore

Il perché di questa Festa. Il 6 agosto si celebra la Trasfigurazione del Signore. Si tratta di una festa particolarmente cara alla Chiesa d’oriente che la chiama la “Pasqua dell’estate”, una delle 12 solennità del calendario liturgico bizantino. Perché il 6 agosto? Perché secondo la tradizione la trasfigurazione di Gesù sarebbe avvenuta 40 giorni prima della sua crocifissione. Orbene, come celebriamo la festa dell’Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre, la Trasfigurazione venne fissata 40 giorni prima.
Se l’Oriente ha messo in risalto l’importanza di questa festa, l’Occidente l’ha piuttosto trascurata.
Oggi si sente la necessità di rivalutarla. Ricordiamo che è stata inserita nei “misteri luminosi” del rosario. Teilhard de Chardin l’ha definita “il più bel mistero del cristianesimo”, perché è la primizia di un universo trasfigurato, diventato ‘cristico’.
I tre vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) presentano questo episodio in termini simili.
Dove avviene. I vangeli parlano di “un monte”. Secondo la tradizione si tratta del monte Tabor, che
spicca isolato nella pianura della Galilea.
Il contesto di questo evento. Il contesto in cui viene situato questo evento sembra quello della festa ebraica delle Capanne o delle Tende che commemora i 40 di Israele nel deserto. Durante sette giorni si viveva in capanne. Ecco perché la proposta di Pietro “farò qui tre capanne” non è una “stupidaggine” di un Pietro balbettante, ma il desiderio di rimanere lì a celebrare la festa che si svolgeva in quei giorni. Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti (al tempo di Gesù l’espressione “Mosè e i Profeti” voleva dire tutta la Scrittura) che dialogano con la Parola definitiva. Ma entrambi, Mosè ed Elia, sono collegati al Sinai o Horeb. Questo “alto monte” diventa, quindi, il nuovo Sinai!
Una epifania del Cristo e della Trinità. Infine, è evidente che questo è un racconto che rivela il Cristo Glorioso, un anticipo della risurrezione. Pietro, Giacomo e Giovanni, testimoni privilegiati della passione, condotti da Gesù su questo monte, sono introdotti nel mistero della sua persona. Si tratta pure di una epifania trinitaria, simile a quella del Battesimo, in cui il Padre fa sentire la sua voce e lo Spirito si manifesta tramite la nube luminosa e la sua ombra.
La Trasfigurazione e il “frattempo” in cui viviamo
Questa festa, la “Pasqua dell’estate”, ci ricorda che noi viviamo nel tempo del… “frattempo”! Questo è il tempo dell’uomo, fra la nascita e la morte, vissuto nella speranza di raggiungere una certa pienezza stabile (felicità?). Il “frattempo” è anche il tempo del credente, vissuto tra due Pasque, quella di Cristo e quella nostra. La Trasfigurazione illumina questo “frattempo”, non per sopprimerlo, ma per alimentarlo. Il nostro desiderio sarebbe di raggiungere subito la pace, la gioia, la vita, la felicità del tempo definitivo: “Signore, è bello per noi essere qui! Piantiamo qui le tende!” Eh no! bisogna scendere a valle! Allora a cosa serve quella visione? “Si sale, si vede, si scende. Poi non si vede più. Ma si è visto. C’è un’arte di guidarsi nelle regioni inferiori [della pianura] con il ricordo di ciò che si è visto nelle regioni superiori. Quando non si può più vedere, si può ancora sapere, almeno, che ci sono cose in alto”.
La Trasfigurazione, epifania della bellezza
L’umanità cerca la bellezza, in tutte le sue forme. Cresce, oggi più che mai, la cura del proprio corpo, le operazioni estetiche, l’attenzione all’ambiente… In contrasto con questa tendenza, però, aumenta lo sfruttamento della natura, lo squallore di certi ambienti cittadini, l’indifferenza per la crescita della povertà.
Il nostro è un tempo di trasfigurazione o di… “sfigurazione”?
Il 6 agosto del 1945 gli Stati Uniti sganciavano su Hiroshima la prima bomba atomica e tre giorno dopo su Nagasaki, dove risiedevano il 70 % dei cattolici giapponesi. Si poneva fine, in modo atroce, alla seconda guerra mondiale e si dava inizio all’era atomica attuale. Nel giorno della Trasfigurazione l’uomo ha iniziato l’era della massiva “sfigurazione” dei suoi simili e nessuno sa dove essa lo porterà!
Gesù, “il più bello tra i figli dell’uomo” (Salmo 44,3), è venuto a rivelarci la vera bellezza. Non si tratta di una bellezza seduttrice, ma di una bellezza trasfigurata, pasquale, quella del ‘Pastore Bello’, che dà la vita per il gregge. Questa bellezza talvolta è velata, irriconoscibile, come quella del Servo de Yahweh “uomo dei dolori… davanti al quale ci si copre la faccia” (Isaia 53,3). Solo contemplando la bellezza dell’amore crocifisso possiamo essere a nostra volta trasfigurati ed essere testimoni della vera bellezza che trasfigurerà il mondo.

San Giovanni Maria Vianney: Patrono dei Parroci

“Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore”.
La vita di San Giovanni Maria Vianney è tutta racchiusa in questo suo pensiero. Noto come “il Curato d’Ars”, Giovanni Maria Vianney nasce l’8 maggio 1786 a Dardilly, vicino Lione. I genitori sono contadini e lo avviano sin da piccolo al lavoro nei campi, tanto che Giovanni arriva all’età di 17 anni ancora analfabeta. Grazie agli insegnamenti materni, però, conosce a memoria molte preghiere e vive un forte senso religioso. Donato interamente a Dio e ai suoi parrocchiani, muore il 4 agosto 1859, all’età di 73 anni.
Le sue spoglie riposano ad Ars, nel Santuario a lui dedicato, che ogni anno accoglie 450 mila pellegrini. Beatificato nel 1905 da Pio X, Giovanni Maria Vianney viene canonizzato nel 1925 da Pio XI che nel 1929 lo proclama “Patrono di tutti i parroci del mondo”. A Lui, alla sua intercessione affidiamo il nuovo Parroco di san Fiorano, Corno Giovine e Vecchio, don Gianmario Carenzi.

18 Domenica del Tempo Ordinario

«Vanità delle vanità – dice Qoelet – tutto è vanità».
L’inizio di questo libro dell’Antico Testamento è famoso e nello stesso tempo tragico: “Tutto è inconsistente – dice questo antico sapiente – tutto è un soffio”. Il temine vanità traduce il termine ebraico hébel, che vuol dire soffio: tutto è un soffio, cioè inconsistente. Non è l’assenza di senso, né il concetto moderno di assurdo, senza senso e senza valore. È un soffio, però, che non riesci a controllare e a dominare, non puoi prendere, perché è breve e ti sfugge. Tutto è così. Il lavoro, la fatica, l’ingegno, l’impegno che mettiamo nella vita … tutto è un soffio. Siamo come l’erba che spunta al mattino e avvizzisce la sera. È una vita che ce lo ripetiamo. Lo abbiamo sentito dire tante volte, lo diciamo quando capita qualche tragedia, ma non ne siamo ancora convinti.
È necessario dunque che maturiamo in questa sapienza evangelica, ma nel modo corretto.
È giusto che impariamo a valutare ogni cosa – ma proprio tutto nella nostra vita – come un soffio inconsistente, altrimenti ci montiamo la testa e riteniamo di essere “padreterni”, convinti di essere padroni del mondo. Quando siamo sani, forti, ricchi, in situazione buona, siamo convinti di essere padroni della nostra vita; e molte volte capita che alcune persone nel pieno delle forze si sentano così, padroni del proprio essere, come se la sorte non cambiasse mai e invece … passa presto e cambia tutto. È necessario avere questa consapevolezza del nostro limite, ma non dobbiamo cedere nell’atteggiamento opposto che è quello di un pessimismo disfattista, dicendo che nulla vale, niente merita nella vita, tutto è brutto e cattivo … non è questo che ci ha insegnato il Signore!
Dire che tutto è inconsistente significa avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.
Non è vero che tutto è brutto; niente dura, nulla resiste, tutto passa e noi non abbiamo in mano il potere per tenere la vita; ma, detto questo, riconosciamo che il Signore è la nostra forza.
Lui non passa, lui resta in eterno … tutto è vanità, tranne il Signore. Quindi la saggezza ci porta non a disprezzare le realtà del mondo, ma a considerarle nella giusta luce, a considerare il Signore come nostra meta e a valutare tutte le realtà che fanno parte della nostra vita, sapendo che sono passeggere, che non danno la felicità, che non realizzano la nostra vita e che sono destinate a finire. Tutte le cose sono inconsistenti, ma il Signore resta in eterno. Egli ha fatto buona ogni cosa a suo tempo. Noi non riusciamo a capire il senso di tutto, non riusciamo a spiegare il valore della nostra vita, ma sappiamo di essere nelle mani di colui che comprende il senso della nostra esistenza. “Insegnaci, o Signore, a contare i nostri giorni – gli chiediamo con le parole del salmo – insegnaci a valorizzare quello che siamo, quello che facciamo giorno per giorno, a farlo bene”.
Ogni giorno è un principio di eternità. Sappiamo che la nostra vita passa, proprio per questo ci attacchiamo a te, Signore, che resti in eterno. “Guidaci per una via di eternità”.
Impariamo a valorizzare le cose belle della nostra vita nella luce dell’eternità, riconoscendo che tutto è destinato a finire, ma la nostra persona resterà in eterno con il Signore … ed è questa la parte buona che non ci sarà tolta! Questo non è vanità, questo non è inconsistenza.
Allora investiamo tutto sull’essenziale, diventiamo saggi, diamo valore a ciò che è veramente importante, che è solido e resta in entrano.

Indulgenza della Porziuncola: “Perdono d’Assisi”

Sabato 2 agosto in occasione della Madonna degli Angeli alle ore 21 recita del Rosario in Via Tarenzi.

La maestosa Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, costruita su interessamento di S. Pio V a partire dal 1569 e che sorge a circa quattro chilometri da Assisi, racchiude tra le sue mura l’antica cappella della Porziuncola, legata alla memoria di San Francesco d’Assisi. Oggi sulla sua facciata c’è un affresco raffigurante l’istituzione del Perdono di Assisi.

COME NASCE IL "PERDONO D'ASSISI"?

Proprio alla Porziuncola il Santo d’Assisi ebbe la divina ispirazione di chiedere al papa l’indulgenza che fu poi detta, appunto, “della Porziuncola o Grande Perdono”, la cui festa si celebra il 2 agosto.
È il diploma di fr. Teobaldo, vescovo di Assisi, uno dei documenti più diffusi, a riferirlo.
S. Francesco, in una imprecisata notte del luglio 1216, mentre se ne stava in ginocchio innanzi al piccolo altare della Porziuncola, immerso in preghiera, vide all’improvviso uno sfolgorante chiarore rischiarare le pareti dell’umile chiesa. Seduti in trono, circondati da uno stuolo di angeli, apparvero, in una luce sfavillante, Gesù e Maria. Il Redentore chiese al suo Servo quale grazia desiderasse per il bene degli uomini.
S. Francesco umilmente rispose: “Poiché è un misero peccatore che Ti parla, o Dio misericordioso, egli Ti domanda pietà per i suoi fratelli peccatori; e tutti coloro i quali, pentiti, varcheranno le soglie di questo luogo, abbiano da te o Signore, che vedi i loro tormenti, il perdono delle colpe commesse”.
“Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e
di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra,
da parte mia, questa indulgenza”.

LA RICHIESTA A PAPA ONORIO III
Alle prime luci dell’alba, quindi, Francesco, prendendo con sé solo frate Masseo di Marignano, si diresse verso Perugia, dove allora si trovava il Papa. Sedeva sul soglio di Pietro, dopo la morte di Innocenzo III, papa Onorio III, uomo anziano ma molto buono e pio, che aveva dato ciò che aveva ai poveri.
Il Pontefice, ascoltato il racconto della visione dalla bocca del Poverello di Assisi, chiese per quanti anni domandasse quest’indulgenza. Francesco rispose che egli chiedeva “non anni, ma anime” e che voleva “che chiunque verrà a questa chiesa confessato e contrito, sia assolto da tutti i suoi peccati, da colpa e da
pena, in cielo e in terra, dal dì del battesimo infino al dì e all’ora ch’entrerà nella detta chiesa”.
Si trattava di una richiesta inusitata, visto che una tale indulgenza si era soliti concederla soltanto per coloro che prendevano la Croce per la liberazione del Santo Sepolcro, divenendo crociati.

Il Papa, infatti, fece notare al Poverello che “Non è usanza della corte romana accordare un’indulgenza simile”. Francesco ribatté: “Quello che io domando, non è da parte mia, ma da parte di Colui che mi ha mandato, cioè il Signore nostro Gesù Cristo”. Nonostante, quindi, l’opposizione della Curia, il pontefice gli accordò quanto richiedeva (“Piace a Noi che tu l’abbia”). Sul punto di accomiatarsi, il Pontefice chiese a Francesco – felice per la concessione ottenuta – dove andasse “senza un documento” che attestasse quanto ottenuto. “Santo Padre, – rispose il Santo – a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.
L’indulgenza fu ottenuta, quindi, “vivae vocis oraculo”.

A quali condizioni si può ottenere l’indulgenza?

Ricevere l’assoluzione per i propri peccati nella Confessione sacramentale, celebrata nel periodo che include gli otto giorni precedenti la festa, per tornare in grazia di Dio; partecipare alla Messa e alla Comunione eucaristica nello stesso arco di tempo indicato per la Confessione; visitare la chiesa e rinnovare la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana, e recitare il Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo; recitare una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice (normalmente si recita un Pater, un’Ave e un Gloria).
IN QUALI GIORNI SI PUÒ OTTENERE IL “PERDONO D’ASSISI”?
In tutte le chiese parrocchiali e le chiese francescane sparse nel mondo si può lucrare dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del 2 agosto di ogni anno.
COS’È L’INDULGENZA?
Nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 1478-9) si legge: «L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità [Cfr. Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8; Concilio di Trento: DS 1835].
Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del Purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati. (CCC 1498)

Santi Marta, Maria e Lazzaro

Il 26 gennaio 2021, Papa Francesco ordinò l’iscrizione dei Santi Marta, Maria e Lazzaro nel Calendario Romano Generale, in sostituzione della celebrazione della sola Santa Marta. Il 29 Luglio è la memoria di questa famiglia, tutti e tre molto amici di Gesù. Nel decreto del 2021 sull’unione della venerazione di Maria e Lazzaro con quella di Marta, la Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti ha affermato: “Nella casa di Betania, il Signore Gesù sperimentò lo spirito familiare e l’amicizia di Marta, Maria e Lazzaro, e per questo il Vangelo di Giovanni afferma che li amò. Marta gli offrì generosamente ospitalità, Maria ascoltò con attenzione le sue parole e Lazzaro uscì prontamente dal sepolcro al comando di colui che umiliava la morte”.

Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno.
A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un’altra vita, ma qui, adesso, io sono.
Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita.
Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell’umano, il rialzarsi della vita che si è arresa.
Vivere è l’infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare.
Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro.
Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato di gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto.
Anch’io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l’amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa… Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l’olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell’anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita. E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.

Marta e Maria sono, nei Vangeli, l’immagine e il simbolo di come deve essere il discepolo che alterna la meditazione e la preghiera all’operosità e al lavoro. Una scorretta interpretazione dei Vangeli ha, nel passato, contrapposto le due sorelle che, invece sono i due binari su cui corre il treno della fede.
Non esiste una meditazione che non sfoci nell’azione. È sterile un servizio che non attinga forza dalla preghiera. In Marta celebriamo l’attivismo, attenta ai bisogni dell’ospite, concreta nel preparargli una cena sicuramente gradita. Il benevolo rimprovero di Gesù non è certo indirizzato alla sua azione, il Maestro avrà molto apprezzato la cena!, ma alla preoccupazione, all’agitazione che hanno caratterizzato la buona iniziativa di Marta.
Siamo chiamati ad agire, certo, e a rendere concreta la nostra fede ma con uno sguardo continuamente rivolto al Signore: è lui l’origine del nostro servizio, lui la motivazione, lui il premio.
Chiediamo a Santa Marta di essere sempre molto concreti nel declinare la nostra fede in gesti quotidiani pieni di speranza.

17 domenica del Tempo Ordinario

«Cercate e troverete». Ha il tono del proverbio l’insegnamento di Gesù ed è diventato una espressione comune nel nostro parlare: “Chi cerca trova”. Ma che cosa cerca? Che cosa ci invita a cercare? Nella sua catechesi sulla preghiera Gesù insiste nel rivelare che Dio è padre e il nostro atteggiamento nei suoi confronti è quello di figli che si fidano. Dio è amico dell’uomo e noi rispondiamo con un atteggiamento di amicizia. Allora la preghiera diventa una relazione di bontà come fra amici autentici, come fra padre e figlio … per cui, che cosa dobbiamo cercare, che cosa dobbiamo chiedere? Non quello che vogliamo … sarebbe l’atteggiamento del figlio capriccioso che pesta i piedi e si mette a piangere se non ottiene quello che vuole; e se non riceve quello che vuole, dice al papà o alla mamma: “Sei cattivo”, perché non concedi quello che chiedo. Molte volte le persone si rapportano a Dio come figli capricciosi che hanno in testa le loro idee e usano Dio per ottenere quello che vogliono; e se non lo concede, pestano i piedi e fanno i capricci.
In un Salmo c’è questa espressione: «Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto». Eppure è possibile che qualcuno dica: “Nel giorno in cui ho chiesto al Signore, non mi ha ascoltato”. È purtroppo frequente ascoltare questo rimprovero che qualcuno muove al Signore: “Gli ho chiesto e non mi ha dato, per cui mi sono offeso”. Questo atteggiamento è proprio quello del figlio capriccioso che capisce poco e non si fida. Gesù non ci dice di chiedere quel che vogliamo, non si presenta come il nostro servitore o, addirittura, nella nostra fantasia come il genio della lampada: “Sono al tuo servizio! Comanda quello che vuoi e io realizzo tutti i tuoi desideri”. Queste sono favole. Il Signore non ci dice questo, si presenta come un padre veramente buono che sa dare ciò che è buono. Perciò: cercate una buona relazione con Lui, chiedete lo Spirito Santo, chiedete la grazia di Dio, chiedete la forza, la sapienza, la capacità di comprendere, l’energia per affrontare una difficoltà. Chiedete al Signore che venga il suo regno, chiedete al Signore che sia fatta la sua volontà, chiedete al Signore di esser capaci di fare quello che Lui vuole. Dobbiamo stare attenti anche nella educazione dei bambini per trasmettere una idea corretta della preghiera, perché è possibile che il bambino si rivolga per esempio ad un animatore, a un catechista, a un prete, a una suora dicendo: “Mio nonno è malato”; e l’educatore, convinto di fare bene, gli dice: Prega, così tuo nonno guarisce”. Dopo qualche tempo il bambino gli confida addolorato: “Io ho pregato, ma mio nonno è morto!”. E allora che gli dici? Il tuo insegnamento era sbagliato, perché hai detto al bambino: “Prega, così la persona malata guarisce”. Allora cosa dovremmo rispondere, cosa dovremmo dire a un bambino che vive anche una sofferenza in famiglia? Non offrire la preghiera come la bacchetta magica che risolve i problemi – “prega che così avviene quello che ti fa piacere.” – ma insegnargli a confidare nel Signore: “Prega perché tuo nonno viva bene la sua malattia, chiedi al Signore che gli dia forza per affrontare la difficoltà, stagli vicino, fagli compagnia. E se la malattia è passeggera, guarirà e ci saranno altre occasioni per stare insieme al nonno, ma se invece è questa la sua via, tu chiedi di poter fare bene la volontà del Signore e di accompagnare anche la malattia verso il suo decorso che può arrivare alla morte. Lo sappiamo bene che non basta insistere, battere i piedi per ottenere quello che vogliamo: non è infatti questo l’atteggiamento cristiano. Siamo figli e amici e ci fidiamo di colui che è veramente buono.
Anche nelle situazioni più difficili ci mettiamo nelle sue mani e gli chiediamo di fare noi quello che vuole Lui!
Chiediamo lo Spirito Santo che è la sua sapienza, la sua forza, perché abbiamo la capacità di affrontare bene quello che deve capitare. Se chiedete la forza per vivere bene una situazione difficile, certamente l’avrete, come dice il Salmo: «Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto; hai accresciuto in me la forza». Se vi fidate del Signore nella difficoltà, lasciando che Lui vi sorregga, certamente vi aprirà la porta e vi accompagnerà anche nella situazione difficile, anche affrontando la sofferenza, la malattia e la morte. Non risolve magicamente i problemi, ma ci dà la capacità di attraversarli, di sopportarli e di vincerli. Ci fidiamo di questo Dio che è Padre ed è veramente amico nostro.
Ci fidiamo della rivelazione di Gesù Cristo e ci mettiamo nelle sue mani, come figli obbedienti che si fidano di Lui.

San Giacomo, l’Apostolo che fa camminare il mondo

È detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni sono figli di Zebedeo, pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade. Chiamati da Gesù (che ha già con sé i fratelli Simone e Andrea) anch’essi lo seguono. Nasce poi il collegio apostolico.
Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo e della notte al Getsemani. Conosciamo anche la loro madre Salome, tra le cui virtù non sovrabbonda il tatto.
Chiede infatti a Gesù posti speciali nel suo regno per i figli, che si dicono pronti a bere il calice che egli berrà. Così, ecco l’incidente: “Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono”. E Gesù spiega che il Figlio dell’uomo “è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”.
E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. “Il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni”. Questo Erode è Agrippa I, a cui suo nonno Erode il Grande ha fatto uccidere il padre (e anche la nonna).
A Roma è poi compagno di baldorie del giovane Caligola, che nel 37 sale al trono e lo manda in Palestina come re. Un re detestato, perché straniero e corrotto, che cerca popolarità colpendo i cristiani.
L’ultima notizia del Nuovo Testamento su Giacomo il Maggiore è appunto questa sul suo martirio.
Dopo la decapitazione, secondo la Legenda Aurea, i suoi discepoli trafugarono il suo corpo e riuscirono a portarlo sulle coste della Galizia. Il sepolcro contenente le sue spoglie sarebbe stato scoperto nell’anno 830 dall’anacoreta Pelagio in seguito ad una visione luminosa. Il vescovo Teodomiro, avvisato di tale prodigio, giunse sul posto e scoprì i resti dell’Apostolo.
Dopo questo evento miracoloso il luogo venne denominato campus stellae (“campo della stella”) dal quale deriva l’attuale nome di Santiago de Compostela, il capoluogo della Galizia.
La tomba divenne meta di grandi pellegrinaggi nel Medioevo, tanto che il luogo prese il nome di Santiago e nel 1075 fu iniziata la costruzione della grandiosa basilica a lui dedicata, meta ogni anno di milioni di pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa e del mondo.

V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani

È stato pubblicato il primo Messaggio di Papa Leone XIV in occasione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, la cui quinta edizione si celebrerà domenica 27 luglio 2025. Il tema del Messaggio è “Beato chi non ha perduto la sua speranza (Sir 14,2)” e si inserisce nel contesto del Giubileo della Speranza 2025. Nel Messaggio, il Santo Padre invita a riconoscere gli anziani non solo come destinatari di attenzione pastorale, ma come testimoni di speranza che, in maniera attiva, sono protagonisti della vita ecclesiale. Ecco parte del Messaggio:

Il Giubileo che stiamo vivendo ci aiuta a scoprire che la speranza è fonte di gioia sempre, ad ogni età.
Quando, poi, essa è temprata dal fuoco di una lunga esistenza, diventa fonte di una beatitudine piena.
La Sacra Scrittura presenta diversi casi di uomini e donne già avanti negli anni, che il Signore coinvolge nei suoi disegni di salvezza. Pensiamo ad Abramo e Sara: ormai anziani, restano increduli davanti alla parola di Dio, che promette loro un figlio. L’impossibilità di generare sembrava aver chiuso il loro sguardo di speranza sul futuro. Non diversa è la reazione di Zaccaria all’annuncio della nascita di Giovanni il Battista: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». Vecchiaia, sterilità, declino sembrano spegnere le speranze di vita e di fecondità di tutti questi uomini e donne.
E anche la domanda che Nicodemo pone a Gesù, quando il Maestro gli parla di una “nuova nascita”, sembra puramente retorica: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Eppure ogni volta, davanti a una risposta apparentemente scontata, il Signore sorprende i suoi interlocutori con un intervento di salvezza.
Nella Bibbia, Dio più volte mostra la sua provvidenza rivolgendosi a persone avanti negli anni. Così avviene, oltre che per Abramo, Sara, Zaccaria ed Elisabetta, pure per Mosè, chiamato a liberare il suo popolo quando aveva ben ottant’anni. Con queste scelte, ci insegna che ai suoi occhi la vecchiaia è un tempo di benedizione e di grazia e che gli anziani, per Lui, sono i primi testimoni di speranza. «Cos’è mai questo tempo della vecchiaia? – si domanda al riguardo Sant’Agostino – Ti risponde qui Dio: “Oh, venga meno per davvero la tua forza, affinché in te resti la forza mia e tu possa dire con l’Apostolo: Quando sono debole, allora sono forte”». Il fatto che il numero di quelli che sono avanti negli anni sia oggi in aumento diventa allora per noi un segno dei tempi che siamo chiamati a discernere, per leggere bene la storia che viviamo.
La vita della Chiesa e del mondo, infatti, si comprende solo nel susseguirsi delle generazioni, e abbracciare un anziano ci aiuta a capire che la storia non si esaurisce nel presente, né si consuma tra incontri veloci e relazioni frammentarie, ma si snoda verso il futuro. Nel libro della Genesi troviamo il commovente episodio della benedizione data da Giacobbe, ormai vecchio, ai suoi nipoti, i figli di Giuseppe: le sue parole li spronano a guardare con speranza al futuro, come al tempo delle promesse di Dio. Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire. Quanto spesso i nostri nonni sono stati per noi esempio di fede e di devozione, di virtù civiche e impegno sociale, di memoria e di perseveranza nelle prove! Questa bella eredità, che ci hanno consegnato con speranza e amore, non sarà mai abbastanza, per noi, motivo di gratitudine e di coerenza. Guardando alle persone anziane nella prospettiva giubilare, anche noi siamo chiamati a vivere con loro una liberazione, soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono. Questo anno è il momento propizio per realizzarla: la fedeltà di Dio alle sue promesse ci insegna che c’è una beatitudine nella vecchiaia, una gioia autenticamente evangelica, che ci chiede di abbattere i muri dell’indifferenza, nella quale gli anziani sono spesso rinchiusi. Le nostre società, ad ogni latitudine, si stanno abituando troppo spesso a lasciare che una parte così importante e ricca della loro compagine venga tenuta ai margini e dimenticata. Soprattutto da anziani, perseveriamo fiduciosi nel Signore.
Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa.
Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età.