Spes: spalanchiamo la porta

PRIMA DOMENICA D’AVVENTO: ABITARE CON SPERANZA

Con la prima domenica di Avvento iniziamo il nostro percorso di vigile attesa del Natale, che quest’anno avrà come tema la Speranza. La speranza, come dice papa Francesco, è spesso difficile da definire, strettamente legata alla fede e alla carità, ma sappiamo anche che senza di essa non potremmo vivere. Ogni settimana la Parola di Dio parlerà alla nostra vita, suggerendoci un verbo ed un’emozione perché la speranza riecheggi nei nostri pensieri e nei nostri gesti.
Abitare è il verbo col quale vogliamo iniziare, e trepidazione è l’emozione con cui ci incamminiamo in questo percorso. Cristo viene ad abitare la nostra storia e noi lo accogliamo con trepidazione! Luca nel vangelo ci parla di segni, ci invita a stare attenti…allora cosa vuol dire abitare questo periodo con trepidazione? Significa vivere le nostre relazioni e impegni quotidiani abitati da un’attesa gioiosa, perché la venuta di Gesù riempie il nostro cuore di speranza nel futuro.

Cristo Re dell’Universo

La sovranità dell’umile amore

Potremmo chiederci: perché questa festa a conclusione dell’anno liturgico? Quale ne è il significato? Il fine di tutta l’opera redentrice per cui il Figlio di Dio è venuto nel mondo è quello di pacificare e riunire tutto il genere umano e di consegnarlo al Padre costituendo così il regno della vita e dell’amore. Questa festa vuole quindi manifestare il modo in cui si concluderà la storia della salvezza.
La sovranità di Cristo su tutto e su tutti è ben lontana da quella assunta dai re e dai potenti di questo mondo che spesso sono ingiusti, crudeli, oppressori e cercano una propria gloria anziché il vero bene degli uomini. Ci troviamo qui su un altro piano, in una dimensione spirituale: Cristo non governa opprimendo con superiorità ma è il Re pastore, cioè Colui che guida, sostiene e porta su di sé.
Egli infatti si manifestò veramente re dell’universo sulla croce, quando offrì se stesso in un abbraccio di amore che comprendeva tutto l’universo e liberò ogni creatura dalla schiavitù del male e della morte. Questo sacrificio di amore è sempre in atto, vale per ogni istante della storia e continua nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Il Signore continua a liberare e a redimere con la sua regalità di amore, perché il suo Regno non si afferma sulle realtà terrene mediante il dominio e il possesso, ma viene nei cuori, si manifesta nell’atteggiamento dell’amore e dell’umile servizio.

La vera gloria

Gesù è intronizzato sull’altura fuori di Gerusalemme con al fianco due ministri, che ricordano i collaboratori sempre presenti accanto ai troni dei re. Gesù però ha al suo fianco due malfattori, ed egli stesso è crocifisso come ribelle. Questa è la sua gloria! Tuttavia, proprio da questo trono regale Gesù esercita davvero il suo potere, che è il potere di salvare e di perdonare, il potere di togliere il peccato e aprire la porta del suo Regno eterno a chi, pentito, si affida a Lui. Regnare non significa dominare ma servire, beneficare, come Cristo ci ha insegnato, significa cioè vivere per la gloria di Dio e per gli altri, cercando senza posa tutto quello che manifesta la bontà del Signore, tutto quello che può rinnovare l’umanità e ridarle il suo vero volto e la sua somiglianza con Dio. Spesso, purtroppo, si considerano come conquiste e successi quanto invece ci allontana dal Signore, perché ci lasciamo attirare da ciò che soddisfa il nostro orgoglio, e finiamo così nel regno del superbo, mentre il Regno del Signore è per gli umili, è per quelli che non confidano in se stessi, ma si affidano a Lui sapendo di poter essere salvati solo per grazia e per misericordia. Bisogna aprire la porta del cuore, perché nella nostra vita regni il Signore e noi diventiamo come Lui capaci di amare, di soffrire e di offrire tutto quello che comporta la nostra esistenza, perché si compia il Regno di Dio e tutti gli uomini vi possano entrare.

Giornata Mondiale della Gioventù

Papa Francesco ai Giovani per la Gmg 2024: «La Speranza vince ogni ansia e stanchezza». «L’anno scorso abbiamo cominciato a percorrere la via della speranza verso il Grande Giubileo riflettendo sull’ espressione paolina “Lieti nella speranza”.  Proprio per prepararci al pellegrinaggio giubilare del 2025, quest’anno ci lasciamo ispirare dal profeta Isaia, che afferma: ”Quanti sperano nel Signore camminano senza stancarsi”».
È tutto orientato al Giubileo e al tema della “Speranza che non delude” il Messaggio di Papa Francesco ai giovani per la XXXIX Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata nelle Chiese del mondo il prossimo 24 novembre 2024.

«Anche noi, oggi, viviamo tempi segnati da situazioni drammatiche, che generano disperazione e impediscono di guardare al futuro con animo sereno: la tragedia della guerra, le ingiustizie sociali, le disuguaglianze, la fame, lo sfruttamento dell’essere umano e del creato. – ha continuato il Papa nel suo Messaggio – Spesso a pagare il prezzo più alto siete proprio voi giovani, che avvertite l’incertezza del futuro e non intravedete sbocchi certi per i vostri sogni, rischiando così di vivere senza speranza, prigionieri della noia e della malinconia, talvolta trascinati nell’illusione della trasgressione e di realtà distruttive. Per questo, carissimi, vorrei che anche a voi giungesse l’annuncio di speranza: ancora oggi il Signore apre davanti a voi una strada e vi invita a percorrerla con gioia e speranza».

È la vita stessa di ciascuno ad essere un «pellegrinaggio», sottolinea il Santo Padre, «un viaggio che ci spinge oltre noi stessi, alla ricerca della felicità; e la vita cristiana, in particolare, è un pellegrinaggio verso Dio, nostra salvezza e pienezza di ogni bene». Ma del cammino fanno parte anche la stanchezza, la fatica, a volte la noia della ripetitività. «In alcuni casi, a provocare ansia e fatica interiore sono le pressioni sociali, che spingono a raggiungere certi standard di successo negli studi, nel lavoro, nella vita personale. Questo produce tristezza, mentre viviamo nell’affanno di un vuoto attivismo che ci porta a riempire le giornate di mille cose e, nonostante ciò, ad avere l’impressione di non riuscire a fare mai abbastanza e di non essere mai all’altezza. A questa stanchezza si unisce spesso la noia.
Si tratta di quello stato di apatia e di insoddisfazione di chi non si mette in cammino, non si decide, non sceglie, non rischia mai, e preferisce rimanere nella propria comfort zone, chiuso in sé stesso, vedendo e giudicando il mondo da dietro uno schermo, senza mai “sporcarsi le mani” con i problemi, con gli altri, con la vita. Questo tipo di stanchezza è come un cemento nel quale sono immersi i nostri piedi, che alla fine si indurisce, si appesantisce, ci paralizza e ci impedisce di andare avanti. Preferisco la stanchezza di chi è in cammino che la noia di chi rimane fermo e senza voglia di camminare!».

Davanti al rischio dell’apatia, data dalla stanchezza dal “deserto spirituale”, il Papa suggerisce ai giovani un antidoto. «La soluzione alla stanchezza, paradossalmente, non è restare fermi per riposare. È piuttosto mettersi in cammino e diventare pellegrini di speranza. Questo è il mio invito per voi: camminate nella speranza! La speranza vince ogni stanchezza, ogni crisi e ogni ansia, dandoci una motivazione forte per andare avanti, perché essa è un dono che riceviamo da Dio stesso: Egli riempie di senso il nostro tempo, ci illumina nel cammino, ci indica la direzione e la meta della vita».

Allora l’invito è, dunque, a mettersi in cammino verso il Giubileo «non da meri turisti, ma da pellegrini».
Il pellegrino, dice il Papa, «si immerge con tutto sé stesso nei luoghi che incontra, li fa parlare, li fa diventare parte della sua ricerca di felicità. Il pellegrinaggio giubilare, allora, vuole diventare il segno del viaggio interiore che tutti noi siamo chiamati a compiere, per giungere alla mèta finale». «Vi esorto a vivere il pellegrinaggio con tre atteggiamenti fondamentali: il ringraziamento, perché il vostro cuore si apra alla lode per i doni ricevuti, primo fra tutti il dono della vita; la ricerca, perché il cammino esprima il desiderio costante di cercare il Signore e di non spegnere la sete del cuore; e, infine, il pentimento, che ci aiuta a guardare dentro di noi, a riconoscere le strade e le scelte sbagliate che a volte intraprendiamo».

In questo prossimo Anno Santo della Speranza, invito tutti voi a sperimentare l’abbraccio di Dio misericordioso, a sperimentare il suo perdono. E così, accolti da Dio e rinati in Lui, diventate anche voi braccia aperte per tanti vostri amici e coetanei che hanno bisogno di sentire, attraverso la vostra accoglienza, l’amore di Dio Padre.
Ognuno di voi doni «anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza», e così diventiate instancabili missionari della gioia».

Giornata Diocesana del Seminario

Tutte le parrocchie della nostra diocesi si uniscono sabato 23 e domenica 24 novembre nel vivere la Giornata del Seminario.
Una tradizione per noi molto lunga e ricca di coinvolgimento, che ricorda a tutte le Parrocchie che la vocazione nasce solitamente all’interno di un contesto comunitario, nel quale il seminarista ha vissuto una significativa esperienza di fede, e trova importante contributo nelle comunità cristiane, che la sostengono e alimentano in modo significativo.
Quale sono le finalità di questa giornata? La prima è pregare per le vocazioni e in particolare perché quanti il Signore chiama alla vita presbiterale possano rispondere con un sì generoso e radicale.
A questa si lega un’altra finalità importante ovvero pregare per il nostro Seminario, per gli educatori e i seminaristi in cammino.
Inoltre, questa Giornata diventa occasione per portare una sensibilità che possa essere una opportunità per tenere alta nelle nostre parrocchie l’attenzione vocazionale e nello specifico quella presbiterale. 
Infine, come altra finalità vi è quella di contribuire da parte di tutti con un sostegno economico al Seminario.
Il tutto nel desiderio grande che sia una bella opportunità per collaborare assieme per la vigna del Signore e contribuire a quella missione grande della Chiesa che san Giovanni Paolo II ricordava essere l’accompagnamento delle vocazioni, in particolare quelle al sacerdozio.

Giornata mondiale dei poveri

Papa Francesco ha scelto per la VIII Giornata Mondiale dei Poveri un motto particolarmente significativo per quest’anno dedicato alla preghiera, in prossimità dell’inizio del Giubileo Ordinario 2025: «La preghiera del povero sale fino a Dio» (Sir 21,5). Questa espressione, che proviene dall’antico autore sacro Ben Sira, diventa immediata e facilmente comprensibile. Il Papa ribadisce che i poveri hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio, che è attento e vicino a ognuno di loro. Dio ascolta la preghiera dei poveri e, davanti alla sofferenza, diventa “impaziente” fino a quando non ha reso loro giustizia. Infatti, attesta ancora il libro del Siracide, «il giudizio di Dio sarà a favore del povero».
Nel suo Messaggio, Papa Francesco invita ciascuno a imparare a pregare per i poveri e a pregare insieme a loro, con umiltà e fiducia. La Giornata Mondiale dei Poveri è un’opportunità per prendere coscienza della presenza dei poveri nel nostro paese e nella nostra comunità, e per comprendere le loro necessità. Come sempre, il Papa fa cenno anche ai «nuovi poveri», che sorgono dalla violenza delle guerre, dalla «cattiva politica fatta con le armi», che provoca tante vittime innocenti.
Il Papa ribadisce che la preghiera deve trovare nella carità concreta la verifica della propria autenticità. Infatti, la preghiera e le opere si richiamano a vicenda: «se la preghiera non si traduce in agire concreto è vana; tuttavia, la carità senza preghiera rischia di diventare filantropia che presto si esaurisce». È questa l’eredità che ci hanno lasciato tanti santi nella storia, come Santa Teresa di Calcutta, che ripeteva sempre come proprio la preghiera fosse il luogo da cui attingeva fede e forza per servire i poveri. Nel Messaggio troviamo anche l’esempio di San Benedetto Giuseppe Labre, “vagabondo di Dio”, povero tra i poveri, la cui urna si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria ai Monti.
Non dimentichiamo le persone che nel nostro paese e nella nostra comunità continuano a dedicare grande parte del proprio tempo all’ascolto e al sostegno dei più poveri. Sono volti concreti che, con il loro esempio, «danno voce alla risposta di Dio alla preghiera di quanti si rivolgono a Lui».
La Giornata Mondiale dei Poveri è anche un’occasione per ricordare ognuno di loro e ringraziare il Signore. Il Messaggio di Papa Francesco per questa VIII Giornata Mondiale dei Poveri, pertanto, invita tutti a una più seria attenzione spirituale verso i poveri, che hanno bisogno di Dio e di qualcuno che sia segno concreto del Suo ascolto e vicinanza. In questo anno dedicato alla preghiera, abbiamo bisogno di fare nostra la preghiera dei poveri e pregare insieme a loro. Spesso parliamo di poveri e talvolta ci occupiamo dei loro bisogni materiali, è più sfidante pregare insieme a loro, renderli protagonisti delle nostre assemblee, delle nostre liturgie. È una sfida che dobbiamo accogliere e un’azione pastorale che ha bisogno di essere alimentata. I poveri hanno molto da insegnare, perché in una cultura che ha messo al primo posto la ricchezza e spesso sacrifica la dignità delle persone sull’altare dei beni materiali, loro remano contro corrente evidenziando che l’essenziale per la vita è ben altro.

La preghiera del povero sale fino a Dio

Uno degli aspetti meravigliosi del testo biblico – a conferma del suo essere Parola di Dio oltre che dell’uomo – sta nell’esprimere realtà ineffabili con parole semplicissime. È questo il caso di Siracide 21,5, che suona letteralmente: «la preghiera del povero (sale) dalla sua bocca agli orecchi di Lui». Una frase semplice, apparentemente scontata, ma densissima di significato, perché dice qualcosa di essenziale su Dio e sull’uomo, dando allo stesso tempo una chiave di lettura di tutta la storia della salvezza. Riprendendo un’espressione di von Balthasar, potremmo dire che la Parola ha la meravigliosa prerogativa di dire “il tutto nel frammento”, anzi “il tutto in ogni frammento”. Dove quel “tutto” è… Dio, l’uomo, il senso della sua vita e della storia intera.

La preghiera del povero sale fino a Dio: ad affermarlo è Joshua ben Sirach, scriba e saggio gerosolimitano del II secolo a.C., profondamente radicato nella Legge e nella tradizione d’Israele, ma al contempo desideroso di riattualizzare entrambe per la sua generazione. Nel far questo, egli ricorda ciò che lo Spirito chiede al credente d’ogni tempo: rileggere la Parola alla luce del presente, in una fedeltà che non è rigida ripetizione, ma creativa reincarnazione. Ciò che ben Sirach proclama non è mera teoria, ma “realtà” sperimentabile lungo tutta la storia della salvezza. In effetti il testo biblico registra innumerevoli casi in cui un uomo o l’intero popolo, in ristrettezze materiali o morali, si rivolge a Dio e viene puntualmente esaudito. Pensiamo ad Abramo, Mosè, Elia, Ester, a Israele in Egitto o a Babilonia e a tantissimi altri episodi. Le preghiere di poveri esaudite da Dio trapuntano e attraversano, come un filo rosso, tutta la Scrittura dalla prima all’ultima pagina.

La preghiera del povero sale fino a Dio proclama innanzitutto qualcosa di essenziale sul nostro Signore, raccontando la sua predilezione verso chi è nel bisogno. Il testo biblico proclama a più riprese che Egli ascolta le preghiere di tutti, ma soprattutto del “povero”. I salmi dichiarano che il Dio biblico sceglie di preferenza gli ultimi, essendo il suo ascolto sbilanciato verso il misero e l’infelice. Si tratta di una logica umanamente discutibile, che agli occhi di qualcuno potrebbe apparire discriminatoria o non “politicamente corretta”, ma che di fatto ci apre i meandri del cuore di Dio e della compassione che lo contraddistingue. Ci piaccia o no, ci faccia comodo o meno, questo è il nostro Dio, come Lui stesso si è rivelato nelle Scritture. Gesù Cristo, perfetto esegeta del Padre, ha confermato questa “parzialità” dichiarandosi inviato “ai poveri”, proclamando questi “beati” e incarnando tale predilezione lungo tutta la sua esistenza terrena.

La preghiera del povero sale fino a Dio proclama in seconda battuta qualcosa di decisivo sull’uomo, suggerendo che questi non è mai così grande come quando si fa povero, assumendo consapevolmente questa sua dimensione veritativa. La sua povertà è misteriosamente la sua ricchezza, proprio perché gli apre le immensità del cuore e della misericordia di Dio. La povertà materiale crea un cuore umile che, quando si rivolge a Dio, lo “obbliga” ad intervenire. Dio non resiste mai – non perché costretto, ma perché così ha scelto – alla richiesta dei poveri.
Ecco perché sono “beati”, perché oltremodo amati e prediletti da Dio.

La preghiera del povero sale fino a Dio. Ma allora cosa fare per chi, come noi, vive nel mondo dell’opulenza e del benessere? Come Come far sì che anche la nostra preghiera sia accolta da quel Dio che ama preferenzialmente il povero? La Scrittura ci offre due strade: l’umiltà e il dono. La prima rende l’uomo “piccolo” nel suo centro più intimo, ossia il cuore. Non a caso, «la preghiera dell’umile (tapeinos) attraversa le nubi» (Sir 35,17), proprio come quella del povero (ptōchos in Sir 21,5). La seconda via è il dono, ossia la generosità di chi possiede ma non trattiene egoisticamente per sé. La condivisione rende “povero” anche il cuore del ricco, rendendolo libero e non posseduto dalle cose. Chi nell’abbondanza dona generosamente, trasforma la ricchezza “disonesta” (Lc 16,9) in carità doppiamente “salvifica”, per se stesso e per chi è nel bisogno. Come Gesù ha spiegato nella parabola dell’amministratore scaltro (Lc 16,1-9) – splendida riflessione sul corretto utilizzo dei beni – la ricchezza ha il potere decisivo di perderci o salvarci: ecco perché va sottoposta ad attento discernimento.