Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate (2)

In comunione con l’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, sezione di san Fiorano, con il Sindaco e l’Amministrazione Comunale, celebreremo, come Comunità Cristiana, domenica 10 novembre il “Giorno dell’Unità Nazionale e Festa delle Forze Armate”.
Vogliamo insieme ricordare e commemorare i caduti di tutte le guerre e tutti i militari defunti in tutti i luoghi della terra dove si svolgono missioni di Pace. La storia di un popolo ha, nelle sue feste nazionali, un momento forte di presa di coscienza di ciò che costituisce il fondamento e la norma del bene comune, in una tavola di valori che deve rifarsi a Dio che ci è Padre, da cui discende ogni vincolo di fraternità. Per dare voce a questa consapevolezza vogliamo guardare a Cristo che sulla croce ha stabilito il patto universale di riconciliazione e di pace.
In lui, primogenito fra molti fratelli, si infrangono le catene di ogni schiavitù e si aprono nuovi orizzonti di solidarietà nella giustizia e nell’amore.

Celebreremo alle 10.30 l’Eucaristia per ringraziare il Signore del dono della Fede che ha accompagnato e animato tante generazioni e tanti soldati nell’adempimento del loro dovere e nel costruire un tessuto sociale ancora sufficientemente ancorato alle radici morali e religiose della nostra Europa e della nostra Italia. Vivremo questo momento di memoria ricordando e pregando per tutti i caduti di tutte le guerre e per tutte le vittime dell’odio, del terrorismo e dell’oppressione, per rendere omaggio a tutti gli uomini di buona volontà che hanno donato la vita per promuovere i valori della libertà, della giustizia, della tolleranza e della democrazia, chiedendo al Signore il dono della pace e della riconciliazione nel nostro Paese e in tutti i Paesi del mondo, specie dove sono in atto conflitti. Vorrei tanto, che celebrando il Giorno dell’Unità Nazionale, arrivassimo a celebrare il superamento di ogni forma di qualunquismo e di intolleranza e a costruire rapporti sempre più veri e sinceri di dialogo, di rispetto reciproco e di pace e di promozione del vero Bene Comune della gente.
 

Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate (1)

La Pace che va costruita prima di tutto nei cuori. Nel cuore di ogni uomo infatti si sviluppano sentimenti che possono alimentare la pace o, al contrario, minacciarla, indebolirla, soffocarla.
Accanto alla dimensione orizzontale dei rapporti con gli altri uomini, di fondamentale importanza si rivela la dimensione verticale del rapporto con Dio. Il Signore ha vinto sulla Croce. Non ha vinto con un nuovo impero, con una forza più potente delle altre e capaci di distruggerle. Ha vinto con un amore capace di giungere fino alla morte. Questo è il nuovo modo di vincere di Dio: alla violenza Dio non oppone una violenza più forte!. Alla violenza Dio oppone proprio il contrario: l’amore fino alla fine, la sua croce.
Questo è il modo umile di vincere di Dio: con il suo amore – e solo così è possibile – mette un limite alla violenza. Il Signore ci ha insegnato il perdono e la riconciliazione, ha creato un ponte meraviglioso fra cielo e terra, fra Dio Padre e tutti gli uomini, fra gli uomini fra di loro comandando ai suoi discepoli: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”.
In questo tempo di guerre e sofferenze ci auguriamo che tutti i governanti dei singoli paesi del mondo siano saggi e sapienti, riconoscano la propria parte di responsabilità nel costruire la pace nel mondo, collaborino nel debellare ogni forma di riarmo atomico e ogni minima minaccia di guerra che sarebbe catastrofica, giungano a praticare una autentica liberazione dal terrorismo per assicurare la pace, la giustizia e la libertà. Che il Signore ci faccia sentire ed essere tutti e ciascuno suoi figli e fratelli sinceri fra tutti i popoli, capaci di solidarietà, di tolleranza e di una civiltà dell’amore.

Celebrando l’Eucaristia, questa settimana, al Cimitero, accanto alle tombe dei nostri cari, possiamo riscoprire l’essenziale

Mi viene sempre in mente l’immagine dell’ostrica e della perla che ci regala nei suoi testi Gustave Flaubert. Il grande scrittore francese aveva comparato il dolore alla perla dell’ostrica. E memorabili sono state le sue parole: “La perla è una malattia dell’ostrica eppure è una realtà infinitamente preziosa; il dolore è come un raffinamento di noi stessi, una più intensa e completa penetrazione nella nostra anima e nella realtà”. Penso che queste parole ci aiutino a comprendere come la sofferenza ci possa aiutare a crescere e ad “affinarci”».
Un appuntamento che ogni hanno ci vede riuniti come comunità cristiana celebrando l’Eucaristia al cimitero che può simboleggiare anche qualcosa di più.
Proprio come ci raccontano gli epitaffi de “L’antologia di Spoon River” dello scrittore statunitense Edgar Lee Masters. «Sostando di fronte alle tombe dei nostri conoscenti guardando le foto e leggendo la data di nascita e di morte ci dovremmo chiedere cosa dicono a noi oggi e quanto l’esempio delle loro esistenze – è la riflessione finale – ci possa aiutare ad essere dei cristiani migliori, ad essere meno incattiviti e distratti verso lo cose che veramente contano. Può rappresentare un buon esame di coscienza per la vita di ogni giorno. E così come direbbero gli antichi possiamo imparare a “morire a noi stessi” al nostro amor proprio e sostare in preghiera pensando solo all’essenziale».
Che tu vada al cimitero per pregare, riflettere o semplicemente onorare la memoria dei tuoi cari, ricorda che questo è un gesto di amore e gratitudine che non solo ci unisce a coloro che sono passati oltre, ma che ci ricorda anche la bellezza e la preziosità della vita umana.

Davanti al mio Signore

Rimanere in silenzio davanti all’Eucaristia è un esercizio di fede difficile. La nostra mente vaga; riempiamo il silenzio di parole; ci sembra che tante cosa possano essere più importanti ed efficaci di questa… eppure ci viene proposta sempre come un vertice della spiritualità cristiana, in cui sostare con il Signore nella preghiera e nella adorazione. Tanti santi ne hanno fatto un punto centrale della loro esperienza di fede o l’hanno incoraggiata nel popolo di Dio. E noi? Cosa ne faremo di questa proposta? Uno spreco di tempo per il Signore, privo di gusto e di efficacia? Non è da disprezzare un impegno portato avanti con fedeltà e costanza, anche quando costa fatica e non sembra offrire una gratificazione apparente. Ma se il tempo passato nell’adorazione fosse anche un tempo di qualità? Se nell’adorare il Signore io potessi anche rallegrarmi dell’esperienza religiosa che mi viene offerta? Certo sarebbe un vantaggio per tutti.
L’adorazione eucaristica è una forma di preghiera tutta particolare, dominata dalla presenza dell’Eucaristia, che parla a noi con temi, modi, sentimenti che gli sono propri. Sarebbe uno spreco ignorare la potenzialità spirituale che il Santissimo Sacramento esposto offre ai fedeli, per riempire lo spazio di preghiera con altre letture, commenti, pensieri che non hanno a che fare con l’Eucaristia, finendo così per ignorarla e soffocarla. L’adorazione eucaristica, come prolungamento della Messa, ha un suo valore e una sua dignità, suggerisce pensieri e preghiere proprie, da riscoprire in noi stessi, da far risuonare nel proprio cuore ed effondere dinanzi al Signore, come incenso, profumo gradito.
Risuoni allora per noi l’invito del salmo: “Venite, adoriamo il Signore” (Sal 94).

L’adorazione non è un lusso ma una priorità

Adorare Gesù nel Santissimo Sacramento è la risposta di fede e di amore a Colui che essendo Dio, si è fatto uomo, si fece nostro Salvatore, ci ha amati fino a donare la sua vita per noi e continua ad amarci di amore eterno. È il riconoscimento della misericordia e della maestà del Signore, che ha scelto il Santissimo Sacramento per rimanere con noi fino alla fine del mondo.
Il cristiano adorando Cristo riconosce che Egli è Dio e adorandolo davanti al Santissimo Sacramento testimonia la sua Presenza reale, vera e sostanziale nell’Eucaristia. Adorare non è solo compiere un atto sublime di devozione, ma anche testimonianza del più grande tesoro che ha la Chiesa, il dono di Dio stesso, il dono che fa il Padre del Figlio, il dono di Cristo di se stesso, il dono che proviene dallo Spirito: l’Eucaristia. Il culto eucaristico è sempre di adorazione. Anche la comunione sacramentale implica necessariamente l’adorazione. Questo ci ricordava il Santo Padre Benedetto XVI in Sacramentum Caritatis quando citava S. Agostino: “Nessuno mangi questa carne senza prima adorarla … peccheremmo se non la adorassimo”. In un altro senso, l’adorazione è comunione, non solo sacramentale, ma sostanzialmente spirituale. Se la comunione sacramentale è prima di tutto un incontro con la Persona del mio Salvatore e Creatore, l’adorazione eucaristica è una estensione di tale riunione. Adorare è un modo sublime per rimanere nell’amore del Signore.
Quindi, vediamo che l’adorazione non è qualcosa di facoltativo, opzionale, che si può o non si può fare, non è una devozione in più, ma è necessaria, è un dolce obbligo d’amore.

Visita e Messe al Cimitero

Nel silenzio delle tombe, un rituale carico di significato e speranza per ricordare e meditare sulla vita e sulla morte. Nella complessità delle nostre vite, spesso evitiamo di affrontare il tema della morte, relegandolo nell’ombra del tabù o della paura. Tuttavia, la pratica di visitare il cimitero assume un significato profondo e poliedrico, che va oltre la mera commemorazione dei defunti. È un momento in cui convergono memoria, preghiera e riflessione, offrendo uno spazio tangibile per elaborare il dolore della perdita e celebrare la vita di coloro che sono passati oltre. In un mondo in cui la velocità e la superficialità spesso dominano, la visita al cimitero rappresenta un’opportunità unica per rallentare il passo e riflettere sulla fragilità e sulla bellezza della vita umana. È un momento di silenzio e contemplazione, in cui ci immergiamo nel ricordo dei nostri cari e ci confrontiamo con la nostra stessa mortalità.
Il cimitero non è solo un luogo di riposo per i corpi, ma anche un luogo di memoria e spiritualità.
Le tombe, adornate da croci e da fiori, diventano simboli tangibili della nostra fede nella risurrezione e nella vita eterna. Ogni croce è un testimone silente della speranza che trascende la morte, mentre i fiori, con la loro bellezza effimera, ci ricordano la brevità e la preziosità della vita terrena.
La pratica di adornare le tombe con fiori non è semplicemente un gesto estetico, ma un’espressione tangibile del nostro amore e della nostra devozione verso coloro che non sono più con noi fisicamente.
È un modo per onorare la loro memoria e per mantenere vivo il legame che ci unisce a loro.
Ogni fiore deposto sulla tomba è un’offerta di amore e gratitudine, un segno di continuità e di comunione con coloro che abbiamo amato e che continuiamo ad amare.

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Pensare alla morte è la cosa che ci riesce più difficile. Eppure ogni volta che perdiamo qualcuno che amiamo siamo costretti a scontrarci con la sua innegabile realtà. Il Vangelo non censura la morte e solo una lettura superficiale può pensare che il tema della risurrezione è uno stratagemma consolatorio per vincere l’angoscia che essa produce nel cuore dell’uomo. Infatti, Gesù non ci evita il passaggio della morte, ma semplicemente lo spalanca a una luce nuova. Israele ha cominciato a fare spazio alla possibilità della resurrezione molto tardi. E comincia a farlo non attraverso la convinzione che l’anima è immortale, ma attraverso una consapevolezza che man mano si va rafforzando: l’amore di Dio è così fedele da essere eterno. Ed è proprio perché questo amore è eterno che diventa il principio stesso della risurrezione. Dio ci ama fino al punto da non poter permettere che ognuno di noi vada a finire nel nulla, nel vuoto, nella semplice dissoluzione. Il suo amore è talmente grande che ci viene a raccogliere dall’abisso di questo finale inesorabile che segna la creazione. La modalità attraverso cui Dio attua questa redenzione è suo Figlio Gesù. Dobbiamo sempre pensare alla morte come un salto nel vuoto in cui Gesù ha la capacità di afferrarci al volo.
Senza di Lui avremmo ben ragione a essere disperati. Attraverso di Lui possiamo vivere e morire con immensa fiducia. Ma questa fiducia e questa luce non vengono da convinzioni personali, né tanto meno da ragionamenti convincenti. Essi sono un dono, il dono della fede.
Mai come oggi dobbiamo chiedere al Signore questo dono, perché solo esso vince la morte.

Una bella riflessione di Carlo M. Martini sulla speranza paragona la nostra esistenza allo spazio dove è contenuta, oltre a tante altre caratteristiche, limiti e virtù quella, appunto, della speranza che è paragonata ad “un vulcano dentro di noi, come una sorgente segreta che zampilla nel cuore, come una primavera che scoppia nell’intimo dell’anima; essa ci coinvolge come un vortice divino nel quale veniamo inseriti, per grazia di Dio, ed è appunto difficilmente descrivibile”.
Il Cardinale sottolineava che “la speranza è un fenomeno universale, che si trova ovunque c’è umanità, un fenomeno costituito da tre elementi: la tensione piena di attesa verso il futuro; la fiducia che tale futuro si realizzerà; la pazienza e la perseveranza nell’attenderlo. 
La vita umana è inconcepibile senza una tensione verso il futuro, senza progetti, programmi, attese, senza pazienza e perseveranza. Ma è pure intessuta di delusioni e quindi è permeata dalla speranza ma anche, a volte, dalla disperazione.
La speranza cristiana viene da Dio, dall’alto, è una virtù teologale la cui origine non è terrena.
Ci aggrappiamo ancora una volta a Gesù nostra speranza, che ci giudicherà come Salvatore di quanti hanno sperato in lui; come Colui che ha dato la vita morendo per salvarci dai nostri peccati; come Colui che ha uno sguardo misericordioso per coloro che hanno creduto e sperato, che sono stati battezzati nella sua morte e risorti con lui nel Battesimo, che gli sono stati uniti nel banchetto dell’Eucaristia, che si sono nutriti della sua Parola e riconciliati con lui nel Sacramento del perdono, che si sono addormentati in lui sostenuti dal sacramento dell’Unzione dei malati.
La speranza è, quindi, fin da ora la fiducia incrollabile che Dio non ci farà mancare in nessun momento gli aiuti necessari per andare incontro al giudizio finale con l’animo abbandonato in Colui che salva dal peccato e fa risorgere i morti”

Solennità di Tutti i Santi

La vicinanza alla commemorazione dei defunti ha dato alla festa di Tutti i Santi una connotazione un po’ funebre, mentre ci fa bene ricordare che tendiamo a raggiungere il fine e, senza paura per la fine, desideriamo raggiungere il fine della nostra esistenza, che è l’incontro con il Signore. Questo incontro per noi significa santità, cioè perfezione della vita, maturazione piena, raggiungimento dell’obiettivo che il Signore ha progettato per noi. Il fine per cui stiamo vivendo è la nostra santità. Ognuno di noi può dire con piena verità: “Io sono chiamato ad essere santo e desidero arrivare al compimento di questo progetto che Dio ha su di me”. Abbiamo bisogno di ripetercelo: in Paradiso arrivano solo le persone sante e noi vogliamo andare in Paradiso! Questo è il semplice linguaggio popolare, che vuol dire: vogliamo arrivare alla perfezione della vita e alla santità, che è un altro nome della felicità. Le cose, le comodità, tutti i beni che abbiamo non bastano, il nostro cuore desidera di più; la tristezza che possiamo sentire è l’indizio che manca l’essenziale. È la presenza del Signore infatti che dà una concretezza profonda, ci aiuta ad apprezzare tutto quello che c’è di buono, impegnandoci nel valorizzare il bene presente negli altri. In questa strada della santità c’è per noi la possibilità di futuro: non andiamo a cercare un’altra via, se non la presenza del Signore che garantisce il nostro futuro buono, sapendo che il nostro tempo passa, ma il Regno di Dio non avrà mai fine.

Cos’è la Comunione dei Santi

La nostra partecipazione alla redenzione del Cristo implica una partecipazione all’uomo della vita divina, di una grazia però che non è un bene esclusivo e non lo diviene mai, ma tanto più si partecipa quanto più anche diviene comune. Ora, proprio per questo motivo, la comunione delle cose sante diviene naturalmente e necessariamente la Comunione dei santi. Se la grazia di Dio non si comunica all’uomo che aprendo l’uomo ad una universale comunione, ne viene precisamente che, quanto più l’uomo partecipa di questi doni divini, tanto più anche comunica con gli altri uomini, vive una comunione di amore con tutti quelli che partecipano ai medesimi beni. Per la carità di Dio l’uomo non si apre soltanto a Dio, non entra in comunione soltanto con la divinità, ma acquista una sua trasparenza onde l’anima può comunicare con tutte le altre anime, può vivere un rapporto di amore anche con tutti i fratelli. Il peccato ci ha divisi, ci ha opposti gli uni agli altri e ci ha separati, ci ha reso opachi, impenetrabili all’amore; la grazia invece ci dona questa nuova trasparenza, ci dona questa nuova possibilità di comunione di amore. Ed è questo precisamente allora l’effetto della grazia divina: che cioè noi viviamo la vita di tutti e tutti vivono della nostra medesima vita; non c’è più nulla di proprio che non sia, anche qui, di tutti. Quanto più noi siamo ricchi e partecipiamo agli altri i nostri beni, tanto più dell’altrui bene noi viviamo. Un santo tanto più è santo quanto più è privo di ogni difesa nel suo amore, quanto meno è chiuso nella sua ricchezza. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.
Il termine «comunione dei santi» ha pertanto due significati, strettamente legati: «comunione alle cose sante (sancta) e «comunione tra le persone sante (sancti)». «Sancta sanctis!» – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo e comunicarla al mondo.

La “Missione” costruisce la Comunione

Il mese di ottobre ci sta offrendo l’occasione di rinnovare l’impegno di annunciare il Vangelo e dare alle attività pastorali un più ampio respiro missionario. Il mese missionario ci incoraggia a vivere intensamente i vari percorsi pastorali mediante i quali Gesù Cristo ci convoca alla mensa della sua Parola e dell’Eucaristia, per gustare il dono della sua Presenza, formarci alla sua scuola e vivere sempre più consapevolmente uniti a Lui, Maestro e Signore. Egli stesso ci dice: “Chi ama me, sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Solo a partire da questo incontro con l’Amore di Dio, che cambia l’esistenza, possiamo vivere in comunione con Lui e tra noi, e offrire ai fratelli una testimonianza credibile, rendendo ragione della speranza che è in noi.
Una fede adulta, capace di affidarsi totalmente a Dio con atteggiamento filiale, nutrita dalla preghiera, dalla meditazione della Parola di Dio e dallo studio della verità della fede, è condizione per poter promuovere un umanesimo nuovo, fondato sul Vangelo di Gesù.

La comunione ecclesiale nasce dall’incontro con il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che, nell’annuncio della Chiesa, raggiunge gli uomini e crea comunione con Lui stesso e quindi con il Padre e lo Spirito Santo. Il Cristo stabilisce la nuova relazione tra l’uomo e Dio.
Egli ci rivela che Dio è carità e insieme ci insegna che la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento dell’amore.
Coloro, pertanto, che credono alla carità divina, sono da Lui resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani.
La Chiesa diventa comunione a partire dall’Eucaristia, in cui Cristo, presente nel pane e nel vino, con il suo sacrificio di amore edifica la Chiesa come suo corpo.

Come il “sì” di Maria, ogni generosa risposta della comunità all’invito divino all’amore dei fratelli susciterà una nuova maternità apostolica ed ecclesiale, che lasciandosi sorprendere dal mistero di Dio amore, il quale donerà fiducia e audacia a nuovi apostoli. Tale risposta renderà tutti i credenti capaci di essere lieti nella speranza nel realizzare il progetto di Dio, che vuole la costituzione di tutto il genere umano nell’unico Popolo di Dio, la sua riunione nell’unico Corpo di Cristo, la sua edificazione nell’unico Tempio dello Spirito Santo.
La vita cristiana e la missione apostolica hanno bisogno che l’attesa, maturata nella preghiera e nella fedeltà quotidiana, ci liberi dal mito dell’efficienza, dalla pretesa di rinchiudere Dio nelle nostre categorie, perché egli viene sempre in modo imprevedibile, in tempi che non sono nostri e in modi che non sono quelli che ci aspettiamo. Noi siamo la sposa che attende nella notte l’arrivo dello sposo, e la parte della futura sposa è l’attesa. Desiderare Dio e rinunciare a tutto il resto: in ciò soltanto consiste la salvezza. Come Simeone, prendiamo in braccio anche noi il Bambino, il Dio della novità e delle sorprese. Accogliendo il Signore, il passato si apre al futuro, il vecchio che è in noi si apre al nuovo che lui suscita. Come cristiani-missionari proclamiamo al mondo la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo e lo facciamo con gioia senza forzatura; sempre con compassione e tenerezza, il modo di essere e di agire di Dio.