L’appello del Papa: le Chiese in Italia si uniscono alla preghiera per la pace

Durante la Messa di apertura dell’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Papa Francesco ha annunciato un doppio appuntamento di preghiera per la pace: “per invocare dall’intercessione di Maria Santissima il dono della pace, domenica prossima mi recherò nella Basilica di Santa Maria Maggiore dove reciterò il santo Rosario e rivolgerò alla Vergine un’accorata supplica; se possibile, chiedo anche a voi, membri del Sinodo, di unirvi a me in quell’occasione. E, il giorno dopo, 7 ottobre, chiedo a tutti di vivere una giornata di preghiera e di digiuno per la pace nel mondo”.
La Presidenza della CEI, raccogliendo l’appello del Papa, invita le comunità ad unirsi alla preghiera del Rosario di domenica 6 ottobre e a vivere la giornata di preghiera e di digiuno del 7 ottobre.
“Ogni giorno aumentano i pezzi di questa guerra mondiale che si abbatte su diversi popoli e numerosi luoghi, spesso dimenticati. Non dobbiamo stancarci di chiedere che tacciano le armi, di pregare perché l’odio faccia spazio all’amore, la discordia all’unione. È tempo di fermare la follia della guerra: ognuno è chiamato a fare la propria parte, ognuno sia artigiano di pace”, afferma il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.

Tutti ormai sappiamo che il 7 ottobre è dedicato alla Madonna del Rosario perché a questa preghiera fu attribuita la sconfitta dei Turchi a Lepanto, nel 1571: la vittoria della flotta cristiana impedì l’invasione islamica dell’Europa. Il Papa Pio V volle dedicare questa data alla Madonna delle Vittorie, per ricordare e celebrare in tutta la Chiesa un evento così importante per la storia della cristianità e del nostro continente europeo.

Mi viene da pensare a un bambino, che chiede insistentemente alla mamma di essere aiutato.
Quanto può resistere, una mamma, di fronte alle moine del figliolino suo prediletto, bisognoso del suo aiuto? Ecco quello che siamo noi, agli occhi della Vergine Santa, quando ci mettiamo in ginocchio a ripetere le Ave Maria, scorrendo col cuore e col pensiero i misteri della sua vita con Gesù, e le presentiamo le nostre necessità, come quelle di chi amiamo; o anche, semplicemente, le facciamo compagnia, esprimendole il nostro amore, la nostra fiducia, il nostro desiderio di imparare da lei le virtù che ci mancano. O, ancora, ci rivolgiamo a Lei per sentirci uniti al suo Cuore, legati a questa catena di grazia da Lei voluta per riportare l’uomo a Dio. E non sarà capace, la Madonna delle Vittorie, di vincere anche sulle nostre paure, sulle nostre preoccupazioni, spirituali o materiali che siano? «Pregate sempre, senza stancarvi», ci suggerisce: quando camminiamo, quando siamo in treno, quando facciamo la fila alla posta… È così bello avere tra le dita questi piccoli grani, ripetere le parole di un angelo, ripetere i nomi di Gesù e di Maria e, con umiltà, ripetere anche il nostro, insieme a quello di tanti altri “peccatori”: nome che ci ricorda che non abbiamo diritto a niente, ma bisogno di tutto… E questo “tutto” è nelle mani di Maria, l’onnipotente per grazia: non abbiamo che da rivolgerci a Lei, ripetendo non formule magiche, ma una supplica piena di fiducia, che oppone, alla grandezza della “Piena di grazia, Madre di Dio”, la miseria e povertà di noi peccatori, perché è questa umile consapevolezza che commuove il Cuore della Mamma, lo piega e lo apre per far piovere su di noi quelle grazie e quelle benedizioni che il mondo non può dare.

Mese del Rosario

Ottobre è comunemente chiamato il Mese del Rosario perché il giorno 7 viene celebrata la memoria della Beata Maria Vergine del Rosario.  
Il mese di Ottobre è dedicato al santo Rosario, singolare preghiera contemplativa con la quale, guidati dalla celeste Madre del Signore, fissiamo lo sguardo sul volto del Redentore, per essere conformati al suo mistero di gioia, di luce, di dolore e di gloria.
Questa antica preghiera sta conoscendo una provvidenziale rifioritura. Questa devozione fu resa popolare da San Domenico, il quale, secondo la tradizione, ricevette nel 1214 il primo rosario dalla Vergine Maria come mezzo per la conversione dei non credenti e dei peccatori.
Nel 1571, anno della battaglia di Lepanto, papa Pio V chiese alla cristianità di pregare con il Rosario per chiedere la liberazione dalla minaccia Ottomana. La vittoria della flotta cristiana, avvenuta il 7 ottobre, venne attribuita all’intercessione della Vergine Maria, invocata con il Rosario.
In seguito a ciò il papa introdusse nel Calendario liturgico la festa della Madonna del Rosario per quello stesso giorno. Altri impulsi ebbe il Rosario attraverso il Beato Alano della Rupe, San Luigi Maria Grignion de Montfort, ed il beato Bartolo Longo, fondatore del santuario e delle opere di carità di Pompei.
Un augurio, una esortazione per tutti noi: in questo anno pastorale in cui vogliamo crescere nella preghiera personale, familiare e comunitari, viviamo almeno mezz’ora della nostra giornata in comunione con la nostra Madre, recitiamo il Rosario con il cuore, come hanno fatto tutti i Santi, e ne sentiremo i benefici effetti.
Ricordo che, mezz’ora prima dell’inizio della messa feriale e prefestiva, recitiamo comunitariamente il Rosario Meditato.

Un banchetto per tutte le genti

La Giornata Missionaria Mondiale 2024, che si celebra il 20 ottobre, ci invita a riflettere sul tema «Andate
e invitate al banchetto tutti». In un mondo segnato da «divisioni e conflitti», questo messaggio di papa Francesco assume un’importanza ancora più significativa, direi profetica.
Il pontefice sottolinea l’importanza della solidarietà come principio guida per promuovere il bene comune e affrontare le disuguaglianze sociali, economiche e politiche. Invita ad una maggiore responsabilità collettiva, affinché ci si incontri e ci si riconosca come fratelli, garantendo che nessuno venga lasciato indietro. Alla comunità ecclesiale, papa Francesco invita a declinare questi due verbi: andate e invitate; sono due verbi con una connotazione squisitamente missionaria. Il primo verbo andate, è correlato a quello dell’annuncio.
Prima di tutto, la missione nasce dall’incontro con il Signore. Solo coloro che sono con lui possono portare il suo Vangelo e sentire il bisogno di comunicarlo agli altri. Il fervore missionario nasce proprio dal nostro incontro personale con lui, e da lui impariamo lo stile della missione.

La missione specifica della Chiesa è quella di “andare”, “uscire” per annunciare la sua Parola con zelo e passione evangelizzatrice. Per il discepolo-missionario non c’è altro orizzonte se non questo: la missione. Come ci ricorda papa Francesco, anche noi ci sentiamo spinti a portare il gioioso annuncio del Vangelo senza escludere nessuno, offrendo un banchetto desiderabile. «Mentre il mondo propone i vari “banchetti” del consumismo, del benessere egoistico, dell’accumulo, dell’individualismo, il Vangelo chiama tutti al banchetto divino dove regnano la gioia, la condivisione, la giustizia, la fraternità, nella comunione con Dio e con gli altri». Dio non si lascia vincere in generosità. Apre le porte del “banchetto per tutte le genti”.
È lui che prende l’iniziativa e ama invitare l’uomo alla festa, dove in questo caso, la sala delle nozze è l’ambiente della comunione. La nostra storia umana, fin dalle origini, deve essere letta come la storia di comunione nella quale Dio cerca l’uomo, dove Dio corre dietro l’uomo per invitarlo alla festa di nozze, quasi come un mendicante che aspetta il nostro sì per sederci a tavola e gustare il suo amore.
Insomma, questo invito è una chiara chiamata a partecipare alla piena comunione con lui.
Pertanto, essere comunità missionaria significa testimoniare l’amore di Dio per tutti e avere un cuore desideroso affinché tutti possano accettare l’invito del Signore a prendere parte alla festa di nozze.

Drammaticamente, accanto a questo invito, c’è anche il rifiuto di molti. Ciò si verifica ancora oggi, quando lo sviluppo economico e sociale non ha come finalità la dignità e il bene di tutte le donne e gli uomini, ma crea esclusione, marginalità e sofferenza. È il dramma di una società autosufficiente e cinica che calpesta la dignità di milioni di persone affaticate dalla vita. Ogni giorno cresce il numero degli esclusi dal banchetto del progresso. Oggi la parola povertà ha ceduto il posto a un’altra parola, l’esclusione, che mette in luce alcuni aspetti nuovi. Si amplia il ventaglio della povertà, che non comprende più solo la dimensione economica, ma che include anche le nuove forme di povertà, come la povertà di relazioni sociali, il non poter fare riferimento ad una comunità di appartenenza, colui che si sente emarginato, invisibile, socialmente escluso dalla vita e dalla speranza di un futuro, e che non riesce a soddisfare il bisogno di relazioni umane. Queste forme sono nuove perché figlie del nostro tempo: tempo nel quale prevale la dimensione dell’io su quella del noi, influendo sulla soddisfazione dei bisogni relazionali; un tempo in cui la liquidità di questa nostra società ci porta a considerare “usa e getta” non solo i beni materiali, ma anche quelli immateriali.

Una comunità che contempla

Riprende, col nuovo anno pastorale, la DOMENICA DELLA COMUNITÀ, DOMENICA 6 OTTOBRE ALLE ORE 17.00.
Così intitolata alcuni anni fa quando è partita l’iniziativa attraverso la quale invitavo e continuo ad invitare tutta la Parrocchia, in modo particolare coloro che sono in essa “impegnati” in prima persona, a rispondere insieme al Signore che ci convoca per “Stare con lui” prima di “Fare” per Lui.
Esperienza personalmente ritenuta importante e necessaria per crescere nella nostra vera identità cristiana che poi vive nel servizio ai fratelli.
Stare insieme con il Signore, in ascolto di Lui, per essere poi da Lui inviati, diventa un proposito ancora più intenso da realizzare insieme in questo anno del Giubileo nel quale diamo il primato alla Preghiera .
Per non aggravare troppo sulla vita personale e familiare, questa esperienza non è mai stata proposta e neppure lo sarà per tutte le domeniche (anche perché già si fa fatica ad avere presenze nelle poche programmate) ma nelle feste legate a particolari circostanze. La struttura rimane la stessa:

ore 17.00 Recita dei Vespri: in unione con la preghiera di tutta la Chiesa;
ore 17.20: ascolto di un testo biblico scelto per il cammino annuale (quest’anno il Libro di Rut) e breve riflessione: forse ai più è sfuggito che non manca da parte della Parrocchia una proposta formativa per favorire una crescita spirituale personale e per un cammino di apprendimento su quali possano essere gli stili di vita che il Signore chiede alla nostra Parrocchia di san Floriano da incarnare.
Il tutto con un linguaggio molto semplice. Semplicità non significa banalità;
ore 17.45: adorazione comunitaria, breve spazio per un momento di preghiera personale; conclusione con la benedizione eucaristica.

Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato (2)

Un Invito alla Solidarietà e alla Preghiera
In occasione della Giornata de dicata ai migranti e ai rifugiati, Papa Francesco ci invita a unirci in preghiera per tutti coloro che hanno dovuto abbandonare la loro terra in cerca di condizioni di vita dignitose.
Egli ci esorta a sentirci in cammino insieme a loro, a fare “sinodo”, e a vedere ogni incontro lungo il cammino come un’occasione per incontrare il Signore. È un’occasione carica di salvezza, perché nella sorella o nel fratello bisognoso del nostro aiuto è presente Gesù. Questa chiamata alla solidarietà ci invita a riflettere sul la nostra vocazione a essere, come cristiani, pellegrini nella storia, non solo in senso spirituale, ma anche in un impegno concreto verso i bisognosi. L’incontro con i poveri, con i migranti, con gli ultimi, è un incontro con Cristo, e ci offre l’opportunità di vedere il volto del Signore nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle.

Un Cammino di Speranza
In questa Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, ricordiamo e celebriamo la presenza costante di Dio, che cammina con noi e ci invita a camminare con e per gli altri. L’amore divino che accompagna ogni passo del nostro cammino ci chiama a essere strumenti della Sua misericordia, accogliendo e sostenendo co loro che sono in viaggio, proprio come Dio fa con noi. In questo viaggio comune, scopriamo che i poveri ci salvano, perché ci permettono di incontrare il volto del Signore e di vivere la nostra fede in maniera autentica e concreta. Come popolo di Dio in cammino, siamo tutti pellegrini verso il Regno dei Cieli, accompagnati dalla presenza amorevole di Dio che non ci lascia mai soli. Dio cammina con il Suo popolo, non solo come guida e protettore, ma come presenza viva e incarnata nelle esperienze di sofferenza e di speranza dei Suoi figli. In questo cammino, siamo chiamati a essere strumenti della Sua
presenza, offrendo accoglienza, assistenza e solidarietà a coloro che in contriamo lungo la via. Uniamoci in preghiera e in azione, affidando tutti i migranti e rifugiati alla protezione della Beata Vergine Maria, segno di sicura speranza e di consolazione nel cammino del Popolo fedele di Dio.

Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato (1)

Ogni anno il Santo Padre ci dona un Messaggio speciale per celebrare la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Quest’anno la celebrazione, giunta alla sua 110ª edizione, si terrà domenica 29 settembre, e il tema è “Dio cammina con il Suo popolo”.

Un Viaggio di Speranza e Redenzione
Il tema scelto, Dio cammina con il suo popolo, è profonda mente radicato nella tradizione biblica, e rappresenta un pilastro della fede cristiana che Papa Francesco ha richiamato nel suo recente messaggio
per la 110a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2024. Questo concetto non solo ci connette alla narrazione storica del popolo di Israele, ma risuona con forza nella nostra contemporaneità, specialmente nell’esperienza dei migranti e dei rifugiati.

Dio Cammina con il Suo Popolo: uno sguardo biblico
Per la prima volta si parla di Dio che cammina quasi subito, all’inizio della Bibbia, dopo il peccato di Adamo ed Eva. Dio cammina non per condannare, punire e distruggere, ma per trovare l’uomo che si è perso a causa del peccato originale. I primi uomini furono espulsi dall’Eden, costretti a camminare.
Il Signore, però, non abbandona gli uomini, ma continua (e lo farà sempre) ad amare e preoccuparsi dell’umanità. Questo cammino divino rappresenta il primo esempio di come Dio si relazioni con l’umanità, non come un giudice distante, ma come un pastore che cerca e conduce le sue pecore smarrite.
Dio, che cammina con e accanto all’uomo, chiede ripetutamente di fare altrettanto.
Lo chiede a un personaggio importantissimo, ad Abram, al quale cambia il nome in Abramo, che significa «padre di una moltitudine». Proprio a questo personaggio Dio chiede di uscire dalla pro pria patria, dal proprio paese per andare verso una terra sconosciuta. Questo gesto di lasciare il noto per l’ignoto è un atto di fede e obbedienza totale a Dio. Abramo era consapevole della difficoltà di questo viaggio, ma nonostante le sue paure e i dubbi, si avvia perché si affida totalmente a Dio. Egli sa che non camminerà solo, perché Dio sarà con lui. Questa fiducia incrollabile in Dio rende Abramo un esempio per tutti i credenti, mostrando che la fede richiede spesso di affrontare l’ignoto con la certezza che Dio sarà presente ad ogni passo del cammino. L’esodo biblico e l’esperienza dei migranti contemporanei sono entrambi fenomeni complessi che coinvolgono il movimento di persone da un luogo all’altro.

Giornata Mondiale del Turismo

“Turismo e pace”: è con questo binomio che l’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite intende celebrare la tradizionale Giornata Mondiale il prossimo 27 settembre. In un periodo così travagliato come il nostro non si poteva pensare ad una scelta migliore per offrire, a quanti si porranno in viaggio, un momento di riflessione e di impegno personale. Lo scambio culturale tra i popoli, che trova nel turismo una sua forma privilegiata, si può trasformare anche in un concreto impegno per la pace. Dove esistono focolai di guerra è evidente che il turismo soffra, perché viene meno ogni forma necessaria di sicurezza.
La mancanza di turisti, tuttavia, crea un’ulteriore espressione di povertà tra la popolazione che vede venire meno una forma di sostentamento necessaria per vivere con la dovuta dignità. La guerra porta con sé una serie di conseguenze di cui spesso non si ha piena consapevolezza e, tuttavia, esse incidono direttamente nella vita delle persone. Dove c’è la violenza della guerra tutti sono chiamati in causa, nessuno escluso.
L’interesse che muove milioni di turisti può essere coniugato facilmente con l’impegno per la fratellanza, in modo tale da costituire una rete di “messaggeri di pace” che parli al mondo intero per invocare la fine di ogni guerra e la riapertura di territori pieni di storia, di cultura e di fede. D’altronde, la via della bellezza che caratterizza queste mete non può e non deve essere oscurata dalla bruttezza della distruzione e delle macerie che vengono a sostituire quanto la genialità delle generazioni precedenti aveva costruito come emblema di pace e di condivisione. La bellezza dei paesaggi sprigiona vera vita e desiderio di esistere.
Il turismo può favorire in maniera determinante il recupero dei rapporti interpersonali di cui tutti sentiamo una profonda nostalgia.
L’incontro, infatti, è strumento di dialogo e di reciproca conoscenza; è fonte di rispetto e di riconoscimento della dignità altrui; è premessa indispensabile per costruire legami duraturi. Il turismo religioso non può prescindere da questa prospettiva ed è chiamato a farsi promotore credibile di questi legami. Non venga mai a mancare il richiamo e la preghiera per la pace nel mondo e nello stesso tempo per la pacificazione nei rapporti interpersonali. L’uno e l’altro sono profondamente uniti e costituiscono la premessa per una pace duratura. D’altronde, è un’illusione pensare che la guerra sia soltanto un evento che tocca alcune nazioni. La pace inizia quando nel cuore di ognuno si installa in maniera stabile la carità che porta il rispetto per l’altro e il senso di fraternità che tutti accomuna.
Essere costruttori di pace non solo è possibile, ma è richiesto a quanti intraprendono un viaggio.

Pellegrini di speranza!

Pellegrini di speranza! Questo sarà il tema del nuovo anno catechistico, che ci porterà all’apertura del Giubileo. Metterci in cammino insieme è il nostro obiettivo, alla presenza di Dio e alla riscoperta del sentirci fratelli e sorelle. Qui trovate il calendario degli incontri, dei ritiri, delle confessioni e delle sospensioni per il cammino dell’iniziazione cristiana, dalla prima elementare alla terza media. Vi aspettiamo domenica 6 ottobre per la Santa Messa delle 10.30. Al termine, in oratorio, le iscrizioni e una pizzata tutti insieme. Per il pranzo le adesioni vanno inviate ai catechisti entro il 29 settembre. Grazie!

Scarica qui sotto il modulo per l’iscrizione. Qui trovi l’elenco dei catechisti

La scuola è ripartita…

L’anno scolastico è partito. Quando si intraprende un cammino però, non si può avere la pretesa di avere tutto pianificato e di riuscire a tenere tutto sotto controllo. Ci accorgiamo che l’imprevisto e l’inedito fanno parte dell’esperienza stessa del viaggiare. Viaggia solamente chi ha dentro di sé il desiderio di scoprire qualche cosa di nuovo che riguarda sé e gli altri. Non solo: il viaggio ci fa prendere consapevolezza dei nostri limiti e di aver bisogno certamente dell’aiuto di qualcuno, per arrivare a destinazione. Si va a scuola per imparare. Non si deve avere paura nel riconoscere le proprie fragilità, a farsi aiutare a superarle per apprendere sempre di più e meglio. Ogni fatica, ogni difficoltà, se riconosciuta come tale, non è da leggere come un ostacolo, ma come un’occasione.
La scuola è occasione propizia per imparare a percorrere la strada della vita, della crescita, della conoscenza, imparando a misurarsi con le proprie fatiche, scoprendo che l’umiltà è la via della perfezione.
Il più grande e necessario insegnamento è il valore del rispetto che non tollera nessuna forma di presunzione e di maleducazione, che non pretende nulla, e che riconosce nell’altro non un nemico, un rivale, ma un fratello dell’avventura stupenda della vita.
Il compito più affascinante è quello di proporre una didattica che attraverso lo studio delle materie conduca gli alunni a riscoprire il valore immenso della persona, ricordando come la debolezza sia il vero trampolino di lancio per un futuro promettente. Non bisogna avere paura, né incertezza, nel richiamare chi si atteggia in modo superbo, ricordando la via dell’educazione e dell’umiltà. La scuola proponga modelli di vita umili, evidenziando come i grandi scienziati siano arrivati alle loro scoperte attraverso la via dell’umiltà e dello stupore. Di fronte ad ogni risultato non pienamente positivo, indicare da subito la strada per il miglioramento. Come un marinaio che conosce i punti di forza e di debolezza delle sue vele, anche in questo anno scolastico si affronterà la navigazione che sta davanti, consapevoli che il vento che gonfia le vele a volte le metterà a dura prova, a volte servirà per sospingerle nel momento della fatica e a volte invece sarà quella brezza leggera che in modo lieve, ma costante, conduce l’imbarcazione al porto sicuro.
Anche Gesù sulla barca, nel pieno della tempesta, rimprovera i suoi discepoli che non hanno fede in lui. Lui si addormenta nel pieno della tempesta per smorzare il loro orgoglio e risvegliare in loro la consapevolezza della loro umanità. Così si legge nel Vangelo di Matteo: “Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva”. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».
Sì! È perduto l’uomo che non si affida, che crede di bastare a sé stesso, che non si apre all’aiuto fraterno e all’azione dello Spirito. Affidiamo il nuovo anno scolastico a Maria e affidiamo tutti alla grazia sanante dello Spirito perché sospinga con la sua forza la debolezza della vita. Ci basti la Sua grazia, che sgorga proprio dalla nostra fragilità e debolezza. Buon anno scolastico a tutti.

L’amore di Dio consiste nell’amare anche quando non conviene

Il 21 settembre la liturgia ci fa celebrare la Festa di San Matteo Apostolo ed Evangelista. Non a caso si legge un passo proprio del suo vangelo in cui viene raccontato il suo personale incontro con Cristo: “Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì”. Certamente ci saremmo aspettati qualcosa in più da questa asciutta descrizione, ma la cosa che colpisce di questo incontro è la pura iniziativa che Gesù prende, e che anticipa persino lo sguardo dello stesso Matteo. Infatti è Gesù a guardarlo, è Gesù a rivolgergli la parola, è Lui che lo mette in una condizione di decisione. Infatti l’incontro con Cristo è l’incontro con qualcuno che smuove dentro di te una scelta, un dinamismo della tua libertà. Per questo Matteo in questa scena non parla, ma agisce. E lo fa non in maniera casuale, ma in maniera obbediente alla richiesta di Gesù. Infatti la richiesta era stata di seguirlo, cioè di mettersi a camminare dietro di Lui, di imparare il discepolato, la sequela. Non chiede a Matteo una dimostrazione di affetto, ne gli fa una domanda per vedere se è preparato, gli domanda solamente di cominciare a mettersi in cammino e di farlo però non in maniera casuale, ma di farlo avendo come punto focale lo stesso Gesù.

La festa dell’evangelista Matteo non è una festa qualunque, perché è la festa di uno di quei discepoli che più di molti altri hanno fatto l’esperienza dell’amore di Dio. 
E l’amore di Dio consiste in una cosa molto semplice: amare anche quando non conviene. Fidarsi di qualcuno anche quando è inaffidabile. Scommettere sulle cause perse. Perdere la faccia per qualcuno che nella vita ha già mostrato il peggio di sé.
In pratica l’amore di Dio è un amore impopolare. Matteo è uno di questi, e Gesù senza prediche o condizioni chiama quest’uomo: “Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì”. Perché Gesù lo ha scelto? Perché proprio lui? 
Tutti dovremmo farci questa domanda: perché Dio dovrebbe amare proprio me? Perché ha dato la vita proprio a me?
Rispondere sarebbe di un’ingenuità pazzesca. La verità è che per capire il motivo per cui Dio delle volte ci ama così, non abbiamo nessun altro modo se non cogliere l’opportunità di quell’amore e cambiare vita. Matteo non avrebbe mai immaginato che cosa ne sarebbe stato di lui dopo quell’esperienza. Non poteva sapere quanto importante sarebbe stato il suo contributo, la sua opera. Certe cose le capisci solo dopo, e le comprendi solo attraverso un esercizio di profonda gratitudine. Di certo però oggi ci rimane un monito incandescente di Gesù: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio”.