Rapporto vacanza-fede

Il rischio maggiore nel periodo estivo è il distacco totale dalla preghiera che conforta, dalla contemplazione che rassicura, dal silenzio e dalla serenità spirituale.
Perciò, è importante riflettere sul rapporto vacanza-fede.
La vacanza, vissuta nella frenesia e caricata di emozioni, obiettivi e mete, può anche scatenare una vera e propria crisi di ansietà. Per essere felici non occorre trasmigrare da un polo all’altro, riempirsi di suoni e colori: occorre saper recuperare il reale senso delle cose e della vita.
Ricordiamoci che Dio non va in vacanza, continua ad amare. Non trascura un attimo della vita dei suoi figli, non li abbandona un momento, non si concede mai un riposo, né tanto meno una vacanza. Nessun cristiano autentico (o che ama definirsi tale) dovrebbe voltargli le spalle. Ma è proprio in estate che si è maggiormente tentati nell’evitare la sosta e la preghiera, la meditazione quotidiana, persino la partecipazione alla Santa Messa la domenica, azioni avvertite come costrizioni e disturbi al riposo estivo. Ecco perché l’estate può anche trasformarsi nel periodo della “vendemmia del diavolo”. «Siate sobri, vegliate: il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare», si legge nella Prima Lettera di Pietro.
Forse, sarebbe più facile pensare che in estate il Signore ci invita di più alla preghiera e alla riflessione perché c’è più tempo, meno fretta e più tranquillità per curare il nostro spirito al quale, durante il resto dell’anno, spesso non dedichiamo “attenzioni vere”. Gesù conosce bene l’uomo, Egli ha lavorato con mani d’uomo, si è fatto uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato e da uomo ha conosciuto il caldo e il freddo, la sete e la fame, la stanchezza, la veglia, il sonno, la tristezza, eppure non ha smesso mai di amare gli altri. Se il suo amore per noi non è mai andato in ferie, altrettanto dobbiamo fare noi con Lui attraverso i nostri comportamenti di vita anche in vacanza, perché il Vangelo è sempre Vangelo, che ci si trovi al mare, in montagna, in città o in giro per il mondo. Per questo motivo, durante le vacanze troviamo momenti importanti per lo spirito, soprattutto per la Messa Domenicale e Festiva.

Elogio del riposo

Ed egli disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi, un po’”.

“Tutto bene, a parte che sono sempre di corsa! Avrei tanto bisogno di riposarmi”. È questa la risposta che, in questa stagione, ci si sente spesso dare alla domanda: “Come stai?”. Non si fatica a riconoscersi in questo “sempre di corsa”: il lavoro, la scuola, gli impegni familiari, le faccende domestiche, il volontariato … tante attività che scandiscono la giornata, quasi senza tregua. E ci si riconosce anche nel bisogno di riposo: con questo desiderio si aspetta il momento giusto per rallentare e per recuperare energie! A volte sono le persone care a suggerire di fermarsi: il loro sguardo amico coglie la fatica sul nostro volto e ci consiglia di prenderci del tempo per noi. Nel Vangelo si racconta in una pagina che i discepoli, dopo aver percorso strade, incontrato persone, ascoltato, guarito, consolato, tornano da Gesù: possiamo immaginare la loro felicità e al tempo stesso intuirne la stanchezza. Gesù li accoglie e con tenerezza li invita a fermarsi con queste parole: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.
In questo modo riconosce la necessità di prendere le distanze dalle attività e di riposare, non per fuggire
dal proprio dovere né per trascurare i bisogni della gente, ma per recuperare energie e riprendere contatto con l’essenza di ciò che sono e di ciò che fanno. È un insegnamento prezioso, quello di Gesù: chi fa, deve anche essere in grado di interrompere la propria attività – per nobile che sia – per dedicarsi a se stesso.
Possiamo sentire questo invito rivolto a ognuno di noi, in particolare in queste settimane in cui per molti gli impegni si rarefanno ed è possibile godere di giornate di ferie. Approfittiamone per sostare e riposare!

La parola italiana “riposo” deriva da una parola greca che significa “fermarsi, cessare da un’attività faticosa”, da cui – sottolinea il dizionario – “poggiare, aver fondamento” e quindi l’espressione “riposare sopra qualcuno”, che in senso figurato diventa “confidare in lui”. Quindi ci si riposa quando ci si può fermare e appoggiare su qualcosa, ma anche quando si ha il dono di poter stare con qualcuno in cui si confida, di cui ci si fida. Ognuno ha i suoi punti d’appoggio, i luoghi dove posarsi con serenità: un paesaggio montano contemplato con calma, senza la fretta di dover tornare a casa; il silenzio dei sentieri di campagna, da percorrere a piedi e non in auto, così da scoprire dettagli che nel quotidiano sfuggono; le sfumature dei paesaggi marini, dove acqua e cielo si confondono e invitano ad allargare gli orizzonti.
O ancora, in senso figurato: la compagnia delle persone care, con cui si può essere semplicemente se stessi, senza doversi preoccupare di cosa dire, come vestirsi, come comportarsi; i momenti di gioco con i propri figli, perché durante l’anno per giocare non c’è tempo, c’è sempre qualcosa di più importante da fare; lo spazio dedicato alle proprie passioni, che ci ricordano chi siamo e dove diamo il meglio di noi stessi; un monastero, una chiesa, dove mettersi in ascolto del proprio cuore, potendo dedicare alla preghiera il tempo necessario per entrare in dialogo col Signore e gustare la sua presenza, intuita nella bellezza del creato e delle relazioni.
Proviamo a cercare, in queste settimane, i nostri punti di appoggio, luoghi e situazioni che sentiamo riposanti, “i pascoli erbosi” che il Signore ci dona; cerchiamoli e dedichiamo ad essi il tempo necessario, un tempo buono, libero da pensieri, un tempo che non sia scandito dalle lancette dell’orologio: è il tempo da dedicarsi per stare bene con se stessi, per riconnetterci con il nostro cuore.
Cerchiamo quel riposo del cuore che dona pace: in questo spazio di pace, nel nostro intimo, là dove intuiamo la nostra essenza, troveremo Dio.
Sarà bello incontrarlo lì e appoggiarci su di Lui, riposarci in Lui.

Maria Goretti: vivere la fede con semplicità e senza formalismi

La vita di Marietta, la sua breve vita, il suo sviluppo e la sua conclusione, non hanno spiegazioni logiche, almeno secondo un tipo di logica centrata su di sé. C’è una logica diversa che la spinge a mettere da parte la sua infanzia a trascurare i suoi diritti, a spendersi fino all’esaurimento delle forze, a mettere coscientemente fine alla sua vita a neanche a 12 anni, a vedere accanto a sé il suo assassino. Eppure Marietta non ha fatto che applicare la logica di fede incarnata in famiglia.
Diranno di lei: “Era obbedientissima ai genitori, a lei potevi affidare qualsiasi incarico sostenibile con la sua età. Fin d’allora incominciò a essermi di aiuto nella cura della casa e dei fratelli minori.” Alla morte del papà cominciò a maturare la risposta alla chiamata di Dio. Il papà non avrebbe più sostenuto la famiglia: ma la fede del padre della madre aveva già messo radici nel suo cuore.
Lei dice: eccomi sono a disposizione completa della famiglia. Sono una piccola serva del Signore attraverso il servizio della mia famiglia. “Mamma, tu prendi il posto di papà e io penserò alla casa. Mamma non piangere, coraggio che paura hai; la Provvidenza ci aiuterà, camperemo!” E la piccola Marietta, nove anni e mezzo, si offre volontariamente a servetta di casa. E si vede che lo fa col cuore, diventa mamma, educatrice, lavoratrice, in tutto mettendo dentro ogni piccolo servizio un cuore infinito. Proprio questa scelta la rendeva felice e realizzata. – Sembrava una “farfalletta” ripeteva la mamma, facendo il ritratto più poetico della figlia. Un ritratto pieno di serenità: mai un lamento, un “basta non ce la faccio più” un “tocca sempre a me” un … – Il segreto di tutto è la FEDE. La madre dirà: “La preghiera le era indispensabile come l’aria che respirava”.
La sua forza: “Mamma, quando faccio la Prima Comunione? Io voglio Gesù!”.

Via Vai: mi indicherai il sentiero della vita

A conclusione delle tre settimane del Grest, la mente torno che ci ha guidato in questa esperienza estiva: “Via vai. Mi indicherai il sentiero della vita”. Infatti, se c’è un grande insegnamento che ci possiamo
portare via dal Grest di questo anno, è proprio l’aver scoperto che la vita è cammino. Diventa cammino sicuro se il sentiero della vita è il Signore. Alla fine del Grest si fanno dei bilanci, si tira la riga dopo le colonne delle cose andate bene e male per far emergere ciò che di positivo c’è stato e quello che andrà rivisto e corretto.
Penso che il punto di vista più adatto per rispondere alla domanda: “com’è andato il Grest?”, sia quello dei discepoli di Emmaus, che tornano verso Gerusalemme pieni della gioia provata nell’aver incontrato il Signore e non possono trattenersi dal narrare quello che hanno vissuto.
Allora anch’io, se devo provare a raccontare qualcosa di quest’esperienza, vorrei raccontarvi della gioia che ho provato nell’esserne parte. Condividere con tantissimi tra ragazzi, bambini, animatori ma anche mamme, genitori, nonni e tante persone che erano lì per darci una mano o anche solo per salutarci, ha riacceso in me, e spero anche in altri, la speranza per un futuro bello e ricco di sorprese per tutti noi.
L’esempio che tanti di loro mi hanno dato in queste tre settimane, è stato quello di farmi vedere che non è vero che siamo tutti indifferenti, poco disponibili. Ci sono persone che sanno mettersi in gioco, desiderano donare del loro tempo per un servizio, che hanno un enorme desiderio di bene. Se fatto insieme con Dio diventa una vera e propria opera d’arte. Gli adulti che hanno condiviso con noi queste settimane o anche i genitori che sono passati, sono testimoni di queste cose e possono aiutarci a diffondere questo annuncio: i ragazzi, i più giovani sono vivi e vogliono vivere!
La gioia, la tristezza, la rabbia, la paura e l’amore sono alcuni dei sentimenti vissuti durante il Grest, ma sono soprattutto quello che viviamo tutti i giorni e che, come una tavolozza di colori, pitturano la nostra vita di tutte le sfumature possibili. Col cuore pieno di gratitudine per tutte le persone che ci hanno dato una mano, sono fiducioso che tutto ciò che abbiamo provato non è destinato a spegnersi come un fuoco, ma può continuare nella quotidianità: sufficiente per continuare a percorrere la strada che il Signore ci sta tracciando. Buona continuazione di estate!

«La storia di tutti e di ciascuno ricomincia senza sosta: camminare, camminare giorno dopo giorno sulla Terra, sfidando la pesantezza e l’immobilità, affrontando i cammini del tempo, del reale e del sogno, scrutando la notte e la luce, prestando ascolto ai detti del vento, alle parole degli altri, al canto sordo della Terra, ai clamori della storia, al rumore confuso del proprio sangue, in cui scorrono tutti i misteri, degli echi e delle domande». È un elogio dell’arte del camminare che tiene conto della sua imprevedibilità, della scoperta del silenzio ma anche della fatica e dei pericoli.
Camminare diventa anche un’occasione di pensiero. «Gli uomini, in fondo, non sono stati fatti per ingrassare alla mangiatoia, bensì per dimagrire lungo i cammini, oltrepassando alberi e alberi, senza mai rivedere gli stessi. Muoversi spinti dalla curiosità, conoscere, questo è conoscere». C’è una vera e propria filosofia del camminare, perché camminare significa anche poter pensare, analizzare la propria anima, ritrovare il gusto di vivere.

Via Vai: le domande del cammino (e)

TAPPA 9 COSA RACCONTO?
Di traguardo in traguardo fino alla meta finale, il cammino autentico fa scoprire il bisogno e il dovere del raccontare ad altri l’esperienza vissuta. È come se fosse tutto ciò che si è visto, ascoltato, gustato, incontrato, vissuto fosse troppo per rimanere racchiuso nella mente e nel cuore di una sola persona. Il cammino ci rende testimoni di tutto ciò che si è ricevuto e donato gratuitamente, senza aspettarsi nulla in cambio se non la possibilità di veder fiorire i cammini di altri. Ed è per questo che i pellegrini portano con sé e scrivono un diario, spesso poco organizzato, ricco di parole, disegni e tesori trovati lungo la vita: mettere per iscritto costringe a trovare le parole, a dare forma all’invisibile e voce all’ineffabile e permette di dare accesso alla memoria grata, rispondendo all’invito di andare per le strade del mondo e annunciare la buona notizia per la vita di ogni uomo e donna.


TAPPA 10 COME RIPARTO?
Chi ha assaporato la bellezza del cammino si sente chiamato a nuove ripartenze, facendo tesoro di quanto conosciuto, scoperto, incontrato, vissuto nelle esperienze precedenti.
La sfida è quella di tornare cambiati, nuovi, cresciuti sempre di più nella propria vocazione di uomini e donne, di bambini, di preadolescenti, di adolescenti e di comunità che abitano la realtà come “buoni cristiani e onesti cittadini”, con i piedi per terra e il cuore nel cielo.
Come i Magi che per un’altra strada fecero ritorno alla loro casa, e ancora come quei due discepoli che tornano in fretta a Gerusalemme con il cuore che ardeva loro nel petto, bisognosi ancora una volta che il sentiero della vita fosse loro indicato.

Via Vai: le domande del cammino (d)

TAPPA 7 FACCIAMO UNA PAUSA?
E poi arriva il momento di fermarsi e di riprendere fiato, magari possiamo sdraiare una coperta al sole e toglierci le scarpe per qualche istante (sempre che non rischiamo di non rimetterle più!) oppure ripararci dalla pioggia sotto una tettoria. Il cammino a piedi è un’occasione unica per assumere la lentezza come condizione per riappropriarsi del tempo, liberandosi dalla velocità per dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità al procedere. Questa tappa vuole allenarci nell’arte dell’indugiare sulle cose, concentrandosi sul dettaglio che arricchisce l’esperienza, che apre il cuore, che rimotiva nel cammino. La pausa diventa quell’istante per tornare a vedere il meglio che ci aspetta, per affidarlo a Dio come Gesù ogni qualvolta si ritirava a pregare.


TAPPA 8 COSA TROVO?
Il cammino riparte e continua fino a che non si è raggiunta la meta, senza dimenticare dei piccoli traguardi intermedi di cui fare tesoro nelle pause, così come strada facendo. I guadagni e gli apprendimenti del cammino sono personali, pur compiendo lo stesso percorso, ciascuno raccoglie e trova emozioni, esperienze, amicizie, conquiste, gioie e dolori, soddisfazioni e fallimenti unici.
I traguardi e le mete possono essere esattamente come nelle proprie aspettative oppure completamente differenti, fondamentale è riconoscerli ed essere disposti a lasciarsi cambiare perché tutto ci aiuti a trovare la nostra felicità e il nostro sentiero incontro a Dio, un po’ che come il cammino che Dante compie dalla selva oscura fino al Paradiso oppure quello di Tobia che, partito per recuperare il denaro di famiglia, trova l’amore e la cura per la moglie e il padre.

Via Vai: le domande del cammino (c)

TAPPA 5 COSA VEDO?
Passo dopo passo, non dimentichiamoci di attivare tutti i sensi per assaporare fino in fondo l’esperienza del cammino e i luoghi che il nostro sentiero attraversa: la natura incontaminata, i campi coltivati, le strade animate di una città, il cielo che cambia colore, il mondo sotto un tombino, le zone degradate nei quartieri. Probabilmente i nostri occhi saranno i più sovraccaricati di stimoli, ma se lasciamo le cuffie nello zaino, anche le orecchie possono allenarsi ad un ascolto autentico. L’olfatto potrà essere raggiunto da profumi di prelibatezze culinarie, anche sconosciute, così come da odori poco gradevoli a ricordarci di un creato da salvaguardare.
Ultimo ma non meno importante, entriamo in contatto perché il mondo diventi sempre più casa, quel giardino affidatoci da custodire e coltivare.


TAPPA 6 QUANTO MANCA?
E quando ciò che sperimentiamo è troppo? Quando ci sentiamo sopraffatti e stanchi per il cammino?! Nasce spontanea una domanda: quanto manca? È la domanda dei meno atletici quando si va in gita in montagna oppure dei più piccoli quando ci si mette in viaggio, magari sul pullman. Potrebbe essere impazienza di arrivare alla meta perché le forze sono finite o perché non si vede l’ora di vivere l’esperienza. A volte possiamo sentirla come una domanda fastidiosa, ma lungo un cammino a piedi è sicuramente preziosa: è occasione per fare i conti con i propri limiti, per riprendere in mano la cartina e accertarsi di non essersi perdersi, per comprendere come affrontiamo la fatica, per riscoprire il valore del tempo e dell’attesa. Forse anche il popolo di Israele avrà rivolto spesso questa domanda a Mosè mentre attraversavano il deserto, la terra era stata promessa, ma il cammino si apriva camminando.

Pietro e Paolo: voci diverse per dire lo stesso amore

Non c’è un unico modo per essere santi, la Chiesa è fatta di molti riverberi che nascono dalla sola vera domanda: “Chi dite che io sia?

Il 29 giugno la Liturgia ci fa festeggiare i Santi Apostoli Pietro e Paolo. Umanamente erano persone con caratteri molto diversi tra di loro e qualche volta per questo si sono create anche delle tensioni. La Parola di Dio ci racconta anche queste cose per togliere da noi quella finta credenza che i santi sono tutti sorrisi e abbracci, quando invece sono uomini come noi che hanno lottato anche con se stessi per cercare di amare nel migliore dei modi nonostante i loro caratteri non sempre impeccabili. Il vangelo che narra l’episodio avvenuto a Cesarea di Filippo ci dice qual è il passaggio che segna il cambiamento vero nella nostra vita. Gesù sta interrogando i discepoli su ciò che pensa la gente su di Lui. Non è un sondaggio, è una strategia. Vuole portare i suoi discepoli a un rapporto personale con Lui senza passare attraverso i “sentito dire” degli altri. Perché anche senza accorgercene tutti rischiamo di essere più discepoli di quello che dice la gente che di quello che vogliamo davvero noi. Qui il problema non è solo dire chi è Cristo, ma è dire chi è Cristo per me. E per rispondere a questa domanda ciascuno deve guardare il proprio cuore e non i vicini di casa. Troppe scelte nella vita le facciamo lasciandoci condizionare dal chiacchiericcio degli altri, quando invece dobbiamo imparare a farle ascoltando noi stessi. È lì che Dio parla: “né la carne, né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. La cosa straordinaria però dei santi sta nel fatto che se la domanda è la medesima, la risposta invece è personale.
Cioè ognuno risponde a questa domanda di Cristo mettendo in gioco se stesso, trovando in se stesso l’alfabeto per dire la medesima cosa di Pietro. È così che si spiega il fatto che nella Chiesa e nella storia non c’è un unico modo di essere santi. È per questo che le modalità diverse di rispondere creano ricchezza, arricchimento e non monotonia e uniformità.
Ecco perché festeggiamo Pietro e Paolo insieme, perché la loro diversità dice però la medesima risposta. Tanti alfabeti per dire: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Per troppo tempo una certa vulgata ha voluto vedere in Pietro e Paolo gli Apostoli degli opposti, una sorta di diversità tenuta insieme dall’evento cristiano, un miracolo di convivenza ecclesiale più immaginato che realizzato. La verità è che non siamo particolarmente aiutati nemmeno dai racconti degli Atti degli Apostoli e dalle Lettere che registrano solo tre episodi in cui troviamo queste due colonne della Chiesa effettivamente insieme. Il loro accostamento è più frutto della sensibilità dei credenti in tempi successivi che delle loro semplici biografie. Credo però che sia giusto dire che Pietro e Paolo non si debbano mai considerare l’uno contro l’altro, né semplicemente l’uno accanto all’altro, ma bensì bisogna imparare a considerarli l’uno difronte l’altro. È la postura della comunione. Essa non nasce semplicemente dall’avere dei valori condivisi o degli obiettivi a cui tendere. Nella comunione la meta è sempre visibile nel volto del prossimo, del fratello, della sorella. Un cristiano legge il mondo a partire dal volto di chi ha di fronte a sé. 
Ecco perché se in maniera evocativa vogliamo mettere Pietro e Paolo vicini, dovremmo trovare il coraggio di metterli l’uno difronte al volto dell’altro. La comunione è la capacità di guardarsi negli occhi e di credere con forza che solo in quello sguardo si riesce a capire la strada. La sinodalità, in questo senso, nasce esattamente da questa consapevolezza.
Non è trovare semplicemente argomenti condivisi ma educarsi a guardare la realtà sentendo l’esigenza del volto, l’urgenza dell’incontro, il desiderio del cuore. Quando pensiamo a Pietro e Paolo pensiamo quindi a una festa che ci ricorda l’ardente desiderio di comunione che rende la Chiesa ciò che è, e ciò che deve sempre diventare.

Via Vai: le domande del cammino (b)

TAPPA 3 COSA PORTO?
La meta e l’itinerario scelti condizionano l’equipaggiamento necessario: preparare il bagaglio chiede cura ed attenzione perché occorre fare delle scelte. È importante ponderare bene che cosa serve perché il peso è da portare tutto sulle proprie spalle, passo dopo passo: la parola d’ordine di questa tappa è essenzialità! Ed essere essenziali nel cammino, come nella vita, è un’arte da affinare, un allenamento per coraggiosi perché si tratta di togliere, di lavorare per sottrazione.
Fare lo zaino è metafora della vita che ti costringe a discernere, per scegliere ciò che merita davvero il tuo spazio e la tua fatica/energie. Il Vangelo di Marco ci invita a prendere un bastone, calzare sandali e non portare due tuniche. Se il bagaglio indica l’uomo, allora chi siamo noi?
Dimmi cosa porti e ti dirò chi sei! Cosa è fondamentale alla mia vita sempre in cammino?


TAPPA 4 CON CHI CAMMINO?
Alziamo lo sguardo e guardiamoci attorno per riconoscere e cercare le guide e i compagni del nostro cammino. Potremmo anche decidere di muoverci in solitaria nella nostra ricerca di noi stessi, di conoscenza del mondo, di incontro con gli altri e con Dio, ma ciò non significa essere soli. La guida e la compagnia possono essere concretamente accanto a noi, o anche e seguire il nostro cammino, da casa. Nuovi compagni si possono conoscere strada facendo, le porte di nuove case e di nuove famiglie si possono aprire per noi, le tavole di altri possono diventare le nostre.
E potrebbe essere come per i discepoli di Emmaus, che l’Infinito si faccia compagno di viaggio al nostro fianco.

Via Vai: le domande del cammino (a)

TAPPA 1 COSA CERCO?
Bussola alla mano, il cammino inizia senza alcun passo fisico, ma con un moto interiore, un desiderio che ci anima da dentro a cercare qualcosa che abbia senso nella nostra vita, che risponda alle domande che ci abitano. L’ago della bussola si muove nella ricerca del nostro nord, della motivazione più profonda che si fa chiamata a mettersi in cammino. La domanda-guida è l’eco di quel “Che cercate?” che Gesù fa ai primi discepoli nel Vangelo di Giovanni, le prime parole che si sentono rivolgere e che danno vita al loro cammino. Nulla era chiaro, ma qualcosa li aveva mossi dentro. Questa è la tappa per scoprire cosa muove ciascuno di noi, cosa ci mette in movimento e ci fa desiderare di partire. Attenzione a non pensare di aver risposto una volta per sempre, lungo il cammino ritorneremo spesso su questa domanda di senso perché, passo dopo passo, l’orientamento è costantemente da ritrovare.

TAPPA 2 DOVE VADO?
Mossi da un desiderio e decisi a camminare, tocca ora scegliere la meta e decidere la direzione per poterla raggiungere. Fondamentale è non avere fretta e dedicare tutto il tempo necessario alla preparazione dell’itinerario, allo studio del percorso: è il momento di inventare la strada, nella consapevolezza che occorre rimanere attenti e creativi a ciò che si incontrerà per via. Questo è il tempo di appassionarsi al cammino che ci aspetta, ai luoghi che attraverseremo e nei quali potremmo decidere di fermarci, agli incontri che potremmo fare e che desideriamo far accadere.
Gesù aveva ben chiara la sua direzione e il suo percorso verso Gerusalemme, libero di vivere ogni incontro e aperto all’imprevisto.