25 domenica del Tempo Ordinario

La prudenza è al centro della parabola di Domenica 21 Settembre, provocatoria che riguarda il modo di gestire il denaro. La prudenza è una virtù, cardine della nostra umanità, ed è la saggezza pratica, la capacità di scegliere bene i mezzi per raggiungere il fine voluto. È prudente non uno che non fa le cose per paura, ma le fa con intelligenza e cerca di fare le cose giuste per ottenere l’obiettivo a cui intende pervenire. La prudenza riguarda anche l’uso del denaro e al centro della Parola di Dio in questa domenica c’è proprio l’economia: ci è chiesta prudenza, cioè saggezza pratica, nell’usare i mezzi economici. Non ci è detto di lasciare tutto, perché non sarebbe possibile: lo fa qualcuno in una forma profetica, ma non è la condizione abituale. Ci è stato detto nelle domeniche precedenti che dobbiamo distaccare il cuore dalle cose terrene: questo sì è quello che dobbiamo fare! Pertanto la prima prudenza è quella di distaccare il cuore dai soldi, perché il pericolo fondamentale è amare troppo i soldi, adorarli come una divinità, vivere per accumulare denaro. Questo è un atteggiamento sbagliato – è stolto – è l’atteggiamento che non porta a raggiungere l’obiettivo, ma rovina la vita, perché non possiamo servire il Signore e la ricchezza. I soldi sono necessari e lo sappiamo bene, servono: servono perché sono dei mezzi, servono perché sono dei servi, non dei padroni. Il problema è grave quando i soldi diventano i nostri padroni e ci fanno fare di tutto pur di averli. Pensate quante azioni disoneste vengono compiute nella nostra società – a piccolo livello e a grande livello, in tutte le sfere della società – per fare soldi. Dietro un’infinità di azioni disoneste c’è il motivo economico: tutte le truffe, gli inganni, le sofisticazioni alimentari, nascono dal desiderio di fare più soldi, di guadagnare di più; e per ricavare maggior profitto bisogna ingannare, commettere ingiustizie, pagare meno i lavoratori, scegliere materiale più scadente e così via. Perché si sceglie di pagare meno l’operaio, di usare materiale scadente, di vendere anche qualche cosa di scaduto e di pericoloso? Perché si vuole guadagnare di più e per ottenere qualche cosa che riteniamo buono – i soldi – si fa qualcos’altro che si ritiene meno importante: il danno a una persona o a molte persone. Chi mette in second’ordine tutte queste realtà buone, ritiene più importante guadagnare tanti soldi. Questo è il quadro negativo che il Signore ci mette davanti. Non è automatico che il ricco sia malvagio, ma per fare la ricchezza bisogna avere il pelo sullo stomaco – diciamo – mettersi la coscienza sotto i piedi, bisogna chiudere gli occhi e schiacciare quel che c’è da schiacciare pur di raggiungere l’obiettivo. Il Signore ci chiede invece di essere prudenti, persone sagge che sanno valutare bene i mezzi, comprendendo bene che il fine non sono i soldi, ma la relazione buona con il Signore, il fine della nostra vita è la relazione con le persone. Il senso della nostra esistenza è la collaborazione, la concordia, l’amicizia: sono queste le cose che contano! È questo l’obiettivo a cui tendiamo! E i soldi possono servire per creare amicizia, per creare buone relazioni; ma si tratta di riconoscere con prudenza – cioè con sapienza pratica – che i soldi sono dei mezzi e devono essere utilizzati bene per raggiunger un altro fine. Perciò il Signore loda quell’amministratore di un patrimonio disonesto perché è venuto incontro a dei poveri contadini che avevano debiti enormi con quel padrone latifondista; è venuto incontro alle loro esigenze e ha ridotto quello che dovevano, ci ha rimesso la propria commissione, non ha investito sui soldi ma sulle relazioni umane, in modo tale che quelle persone diventassero amici e con riconoscenza poi avrebbero potuto aiutarlo.
È questa dinamica interpersonale che è importante: i soldi servono per creare amicizia, per creare legami buoni. Domandiamoci allora seriamente: “Come io uso i soldi? Quanto voglio bene ai soldi? Li riconosco dei mezzi e per fare cosa? Per godermi io semplicemente la vita o per aiutare anche gli altri?”. Sono domande significative. Il Signore ci pone una questione seria: “Come adoperi il denaro? Ami il Signore più dei soldi o sei un servo dei tuoi soldi?”. La risposta la dà ciascuno di noi e la dà crescendo, maturando, non rimanendo come è, ma diventando come deve essere: “Posso fare meglio, posso usare meglio i soldi che ho a disposizione”. In questa situazione sociale ci troviamo di fronte ad una possibile carestia. Stiamo cominciando a vedere la carenza di materiale e l’aumento enorme dei prezzi. Non sappiamo dove andremo a finire con questa situazione e rischiamo di trovarci in una situazione davvero complicata, dove quelli più deboli saranno i primi ad avere difficoltà – sembra un ritornello comune della politica e dei notiziari televisivi – per l’aumento delle bollette … ma ce ne siamo accorti tutti nel nostro piccolo. Come risolveremo certe situazioni? Sarà proprio necessario, in un contesto del genere, come abbiamo ragionato in modo comunitario nella epidemia, mettere in moto le forze cristiane in una situazione di carestia, di difficoltà economica, per sviluppare un vero impegno comunitario per l’aiuto sociale. La nostra fede nel Signore Gesù non si può esaurire in un discorso teorico, astratto, devoto, ma deve diventare cooperazione, collaborazione, solidarietà, dove ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa per aiutare gli altri. Chiediamo al Signore che ci illumini l’intelligenza per capire e che ci riscaldi il cuore per essere generosi, per usare bene le cose che abbiamo, per usarle in modo generoso. Questa è la prudenza: vogliamo raggiungere il fine che è la beatitudine eterna? Usiamo bene le cose che abbiamo su questa terra per ottenere la vera felicità.

Arrivederci don Giuseppe

È il momento di salutare don Giuseppe Castelvecchio, pastore e guida della nostra comunità cristiana per sei anni. Non è stato un inizio facile. Arrivò a San Fiorano alla vigilia della pandemia, che ha cambiato profondamente il mondo e le nostre abitudini. Ma, appena è stato possibile, don Giuseppe ha creato legami solidi con tutti i fedeli e, in particolare, con i collaboratori della parrocchia. Disponibile, pronto alla battuta, dalla fede profonda, don Giuseppe è diventato presenza amica e punto di riferimento per tutta la nostra comunità. Con lui la mamma Pina, che discretamente ha accompagnato il nostro pastore. Ora per don Giuseppe è il tempo di accogliere il nuovo incarico a Fombio e Retegno. Diverse vicissitudini hanno fatto sì che la sua presenza tra noi sia stata forse più breve del previsto, ma ciò che è stato seminato frutterà con la guida del nuovo parroco, don Gianmario Carenzi. L’ingresso in parrocchia del sacerdote è previsto per domenica 5 ottobre. Vi aspettiamo per dargli un caloroso benvenuto.

Beata Vergine Maria Addolorata

Se l’amore è ciò che rende la vita veramente umana, è vero anche che l’amore è un dono che rende vulnerabili. Infatti se tu ami qualcuno allora la vita di quel qualcuno nel bene o nel male ti riguarda. La sua gioia sarà la tua gioia, e il suo dolore sarà il suo dolore.
È questo forse il significato che è nascosto nella festa di oggi: la Beata Vergine Maria Addolorata.
Il dolore che Maria prova è la testimonianza che ama Gesù. Soffre perché non può restare indifferente davanti alla sofferenza di Suo Figlio. L’amore che ha per Lui la rende vulnerabile.
Ed è qui la cosa che ci lascia senza fiato: Maria pur sperimentando questa lancinante sofferenza, non indietreggia. Lo dice bene la pennellata del Vangelo di Giovanni: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala”.
Lì dove c’è il Figlio, lì c’è la Madre. Non fugge, non si nasconde, non evita, non edulcora.  
Maria si espone al dolore perché non vuole smettere di amare Suo Figlio Gesù.
Ecco allora che questa festa non è la festa del dolore di Maria, ma del Suo coraggioso Amore che non indietreggia neppure davanti al dolore. È a Lei quindi che dobbiamo chiedere di aiutarci a saper vivere così, ad amare così, a non indietreggiare davanti alla vita concreta di chi amiamo. Ecco perché il discepolo Giovanni si accaparra l’affare più importante di tutta la vita: “E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”.
Avere con sé Qualcuno che ama così non può non essere un affare perché si può star certi che nell’ora della prova non ci lascerà mai soli.

Esaltazione della Santa Croce

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Sì, Dio ha tanto amato e ama il mondo, perché sa che gli uomini e le donne spesso si perdono seguendo se stessi, le proprie inclinazioni, il proprio istinto, le proprie abitudini. Senza il Signore ci perdiamo. Questa croce antica, come ogni croce, sta davanti a noi, come in ogni luogo di preghiera dei cristiani. Essa ci ricorda il dono di una vita, quella del Figlio di Dio, che si è umiliato, abbassato fino a noi, per mostrarci in maniera ancor più visibile il volto misericordioso e amorevole del Padre. Il tempo della sua vita terrena non era più facile del nostro. Guerre, violenza, ingiustizia, erano di casa anche nel grande e potente Impero Romano.
Gesù incontrava spesso ammalati, bisognosi, scartati, disprezzati, peccatori. Le sue parole e i suoi gesti volevano far sentire a tutti quella presenza buona di Dio, che guarisce e salva.
Oggi vorrebbe farla sentire anche a noi, che a volte ci intristiamo, ci lamentiamo, ci lasciamo sopraffare dalla paura che ci fa chiudere e abbassare lo sguardo. Per questo la croce sta davanti a noi.
Alza gli occhi, guarda le ferite di quel crocifisso, la sua sofferenza. In essa è racchiusa anche la tua sofferenza, ma si racchiudono anche le sofferenze del mondo intero: quelle degli uomini e delle donne, dei giovani, dei bambini, degli innocenti in guerra; quelle dei profughi che fuggono violenza e povertà; quella di chi tra loro non ce l’ha fatta; quelle dei malati e degli anziani soli negli istituti o a casa, quelle di chi vive il peso sociale ed economico; ma anche quelle di tanti ragazzi e giovani disorientati. Nello sguardo sofferente di quel crocifisso intravediamo la speranza della resurrezione, di una vita che risponde al male del mondo, anche a quello che appare invincibile, come la morte. Allora non ti lasciare andare. Non farti trascinare dalla tristezza o dalla rabbia. Chi lo fa, trascina gli altri nell’abisso dell’inimicizia e dell’odio. Il popolo di Israele era nel deserto, si lamentò per la fatica di quella traversata perché mancava il necessario, cibo e acqua, ma il Signore venne in suo soccorso. Ma dovettero alzare lo sguardo verso quel serpente che rappresentava la vita, per continuare a vivere. Non continuiamo a tenere gli occhi bassi, se sentiamo anche noi la fatica di questo tempo un po’ arido come il deserto, dove ci sembra a volte manchi il necessario. Fai almeno la fatica di non guardare solo a te. Guarda verso quel crocifisso, che ha donato la vita per te e per il mondo, perché non andiamo perduti. Nel suo dono di amore c’è la vita. Perché allora continui a perderti dietro te stesso? A volte l’egoismo ci prende e ci perdiamo. Non siamo soli! Siamo il suo popolo, la sua comunità.
Il Signore vorrebbe che cominciamo a gustare il suo dono di vita già su questa terra. Ma devi seguirlo, ascoltarlo, pregare, meditare la sua parola, saziarti del pane di vita eterna, l’Eucaristia. Sii allora anche tu un dono di amore, di simpatia, di gentilezza in un mondo rude, arrabbiato, pieno di indifferenza e di superbia. E poi prega!

Santissimo Nome di Maria

Nel giorno 12 di settembre la Chiesa celebra la memoria del santo Nome di Maria (Miryam in ebraico), nome che racchiude un vero scrigno di significati, che lungo i secoli sono stati interpretati da grandi autori e che riflettono le altissime qualità e i singolari privilegi concessi da Dio alla Sua Santissima Madre.
Il nome, che viene dato a ciascuna persona, racchiude sempre in sé un particolare significato.
Nella Sacra Scrittura, precisamente in Genesi 2,18-20, leggiamo che Dio fece “sfilare” davanti ad Adamo tutti gli animali creati: il primo uomo, dopo aver osservato ciascuno di essi, determinò come doveva essere chiamato, dando un nome che definisse quella creatura, una parola che potesse racchiudere in sé il significato più profondo della sua natura, la quale rifletteva particolari aspetti della perfezione infinita di Dio.
È molto bello pensare questo anche per ciascuno di noi: creati a immagine e somiglianza di Dio, riflettiamo, con i doni e le caratteristiche che Dio ci ha donato, alcuni aspetti della Sua infinita perfezione. Se ogni creatura riflette la perfezione di Dio, quanto più nel nome di Maria Santissima sono racchiuse tutte le grazie di cui Dio l’ha ricolmata! La Santissima Vergine fu chiamata Maria e fu concepita senza peccato originale, perché destinata a essere la Madre del Verbo di Dio, che si incarnò nel suo seno. Così, il nome di Maria significa non uno, ma un insieme di aspetti infinitamente perfetti di Dio, che Lei rappresenta in modo speciale. I Padri della Chiesa hanno tanto meditato e scritto sul nome di Maria. Sant’Alberto Magno afferma, a esempio, che questo nome significa “Mare amaro”: mare, che viene rammentato come simbolo di Maria Santissima per la sua immensità di grazie e virtù; ma anche perché la sua vita fu uno specchio della vita del Signore, amara e piena di dolori. Significa anche “Stella del mare” e proprio in riferimento a questo titolo si trovano il maggior numero di scritti dei Santi. Esaltando il nome di Maria, diamo gloria a Dio: quando glorifichiamo il nome di Maria, glorifichiamo il senso più profondo della sua persona e pertanto glorifichiamo lo stesso Dio, lodandoLo nella persona della Sua Madre amatissima.
La festa della Madonna del Rosario (7 ottobre) è legata alla battaglia di Lepanto (1571), combattuta contro le forze navali islamiche. Anche la festa del Santissimo Nome di Maria trae la sua origine da un avvenimento storico: la grande vittoria contro i musulmani nella Battaglia di Vienna (1683).
Della vittoria, riportata sui turchi, il re polacco inviò subito notizia al Papa Innocenzo XI: il trionfo di un esercito, numericamente assai inferiore a quello del nemico, fu attribuito all’intercessione di Maria Santissima; e, in memoria di questo avvenimento, il Papa istituì la festa del Santissimo Nome di Maria. In seguito, questa ricorrenza fu estesa a tutta la Chiesa, inserita nel Calendario Romano e fissata per il 12 settembre dal Papa Pio X.
Dobbiamo riconoscere come veramente il nome della Santissima Vergine Maria ci salva da ogni pericolo. Invocando il Suo Nome, siamo tutelati dal rischio di peccare, dalle tentazioni che ci inducono al male e da tutte le difficoltà. Davanti a qualsiasi sofferenza umana, di fronte agli avversari e ai pericoli che incontriamo sul nostro cammino, invocare il nome di Maria Santissima ci fortifica e fa crescere in noi una grande fiducia nel Signore.

Pellegrinaggio alla Madonna dei Cappuccini di Casalpusterlengo

Come da tradizione la fine del mese di Agosto e l’inizio del mese di Settembre, prima di iniziare un nuovo Anno Pastorale, parecchie comunità cristiane della nostra Diocesi, organizzano un pellegrinaggio serale alla Madonna dei Cappuccini di Casalpusterlengo per affidare alla protezione della Vergine Maria le attività pastorali.
Anche la nostra Parrocchia compie questo pellegrinaggio di fede, di devozione e di affidamento.
Giovedì 11 settembre, insieme alle Parrocchie dell’Unità Pastorale.

Programma:

ore 20.30 recita del Rosario e tempo per le confessioni individuali
ore 21.00 celebrazione Eucaristica con Riflessione di un Padre Cappuccino.

Natività della Beata Vergine Maria

Come per S. Giovanni Battista,  di Maria si festeggia non solo la nascita al cielo, ma anche la nascita su questa terra: anzi di Maria si celebra e con grande solennità anche il momento in cui è stata concepita, senza macchia di peccato originale. Tanto speciale è questa creatura, che in tutto anticipa la nostra storia di salvezza e che ne è agli inizi , come sorgente d’acqua viva. E dunque ringraziamo il Signore per il giorno in cui è venuta alla luce. In realtà è proprio Lei che ha portato la luce nella nostra storia di tenebra, perché ha generato Gesù il nostro sole e quindi i Padri della Chiesa giustamente, in modo poetico ma realissimo, ci dicono che la sua nascita è come quell’alone all’orizzonte quando il sole sta per sorgere: Ella è l’aurora che accarezza la terra con il suo dolce chiarore, in attesa che Gesù le offra i suoi raggi potenti a disperdere il buio e a riscaldarla. Facciamo festa ricordando la sua nascita: festa di famiglia come nei compleanni di una madre che merita il nostro amore, che non ci abbandona mai e sempre veglia su di noi. Quante volte abbiamo recitato l’Ave Maria di fronte a una sua immagine, Regina gloriosa e mamma tenerissima, quante volte le abbiamo rivolto così le parole dell’angelo e quelle di Elisabetta che vi sono presenti, rivivendo l’annunciazione e la visita. Parole della scrittura ispirata, a cui seguono, nella seconda parte, parole di supplica e di invocazione generate lungo i secoli della tradizione dalle tante situazioni di umane di gioia, di speranza e spesso di preoccupazione e di dolore. Sono i due polmoni di ogni preghiera: la lode e la supplica.  Soffermiamoci spesso e volentieri su queste parole tanto care a ciascuno, chiedendo che ci aiutino a contemplare il mistero della Vergine e a comprendere meglio il mistero della nostra vita.
Ave Maria: rallegrati, sii felice, apriti alla gioia. Coma una finestra si apre al sole di primavera e la luce inonda tutto. All’inizio della vita cristiana è la gioia. Non l’ardua decisione del bene, la faticosa risposta all’imperativo morale, l’ascetica salita verso la Santità, ma la gioia che riempie il cuore, l’entusiasmo: perché si è visitati.
Piena di grazia: si è felici quando si scopre di essere amati, non più soli, non abbandonati in un mare vasto di nonsenso. Gioisci perché sei colmata dell’amore divino: la grazia, il suo favore, la sua predilezione la sua tenerezza: Charis: Dio ti colma di carezze e per lui sei carissima.
Il Signore è con te: il nome di Dio in Es 3,14. Colui che è qui, che è per te, che è vicino.
Con il suo popolo, coni suoi servi, con La sua serva prediletta. E infatti Il Signore si fa vicino come non mai: L’Emmanuele: Io sarò con voi, nel suo grembo.
Benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno Gesù: la benedetta porterà in grembo una nuova vita, nuova in assoluto, il benedetto fonte di benedizione per tutte le donne e gli uomini che Dio ama. Il corpo di Maria porterà il Figlio di Dio che in lei prende la nostra umanità e la redime. Non un’idea, non una morale ma un incontro molto concreto, corporale: il corpo di Maria diventa fonte di vita nova. Allora a Lei ci si può rivolgere per chiedere la sua intercessione.
Lei la tutta Santa, Madre di Dio, preghi per noi peccatori, per il nostro ricongiungimento col Signore: la misericordia il perdono, una vita santa perché amata come quella di Maria.
Santi in quanto amati. Come Maria Santa perché Dio gli ha detto per primo il suo si e Lei ha potuto rispondergli si. Maria è la nostra speranza che si possa diventare tutti santi perchè tutti amati. Adesso: l’importanza del presente. Il Qui e ora dell’eternità che comincia nel rapporto di comunione d’amore con Dio.

XXIII del Tempo Ordinario

Abbiamo iniziato a costruire a partire dal nostro battesimo, quando colui che ci ha battezzati ha chiesto ai nostri genitori, al padrino e alla madrina: “Rinunciate al male?”. Prima di chiedere se credete in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, chiediamo di rinunciare a ciò che è male. Questo è il principio della costruzione: abbiamo cominciato a costruire e vogliamo essere capaci di finire il lavoro. Il lavoro della nostra vita è rinunciare al male, senza alcuna perdita, perché rinunciare al male vuol dire scegliere il bene, avere una vita piena e realizzata. Ma Gesù ci chiede ancora di più. È chiaro e scontato che sia necessario rinunciare al male, ma molte volte nella nostra vita dobbiamo rinunciare anche a cose buone, perché non possiamo fare tutto. Prendere una strada vuol dire rinunciare alle altre. È una illusione pretendere di avere tutto. E molte volte, proprio nelle nostre relazioni familiari per andare d’accordo ognuno deve rinunciare a qualcosa. È un gesto d’amore. Per essere discepoli di Gesù dobbiamo essere capaci di amore grande; e l’amore autentico è capace di grandi rinunce, non perché rifiuta tutto, ma perché vuole qualcosa di più, perché cerca ciò che è meglio e sa scegliere e lascia perdere ciò che è meno importante. Quando si ama una persona ammalata, ad esempio, si rinuncia ad uscire la sera o al divertimento, perché bisogna stare vicino all’ammalato. Può costare fatica, ma chi ama è capace di questi gesti. Una mamma che ama il bambino lascia perdere tutto il resto perché la presenza del figlio è più importante, rinuncia a tante cose ed è contenta di farlo, perché ama. Così la rinuncia cristiana non è una ricerca quasi astiosa del meglio, ma è il desiderio di seguire il Cristo, non pretendendo di tenere ciò che è nostro, ma rinunciando a qualcosa. Proviamo a verificare questo principio attraverso al vicenda di Onesimo, uno schiavo che è fuggito dal suo padrone Filemone. È una storia che apprendiamo dal biglietto che l’apostolo Paolo ha scritto al suo amico. Filemone era un ricco proprietario terriero che abitava nella città di Colossi ed era anche proprietario di molti schiavi, come succedeva nell’antichità.
Uno di questi schiavi ha tentato l’avventura della libertà: è scappato a rischio della propria vita, perché le regole dell’impero romano condannavano a morte gli schivi fuggitivi. È scappato da Filemone e si è rifugiato nella grande città di Efeso in cerca di fortuna, ma probabilmente ha commesso qualche piccolo reato ed è stato arrestato e messo in prigione. La provvidenza vuole che quel ragazzetto scappato di casa finisca nella cella di Paolo. I due si conoscono. Onesimo racconta la sua storia, gli dice di essere uno schiavo di Filemone e scopre che Paolo è amico di Filemone.
Quest’uomo era cristiano e amico del l’apostolo. Fra Paolo e lo schiavo fuggitivo nasce una amicizia. L’apostolo diventa un padre che genera alla fede quel ragazzo scappato. Lo battezza, e quel giovane vorrebbe mettersi a disposizione di Paolo. Tutte e due vengono liberati dopo poco tempo. Paolo vorrebbe tenere con sé Onesimo come aiutante, Onesimo vorrebbe rimanere con Paolo per poterlo seguire nei suoi viaggi. Ma l’apostolo prende carta e penna e scrive all’amico Filemone e propone un atteggiamento diverso. Gli racconta cosa è successo, dice: “Ho trovato il tuo schiavo fuggitivo, e te lo rimando. Avrei voluto tenerlo con me, ma rinuncio a questo vantaggio perché lui deve imparare a essere obbediente e tu devi imparare ad essere generoso”.
A Onesimo Paolo chiede di rinunciare alla propria libertà, di rinunciare ai propri sogni di indipendenza e di ritornare, chiedendo scusa; ma nello stesso tempo a Filemone chiede di rinunciare al suo atteggiamento da padrone e di accogliere quello schiavo fuggitivo come un «figlio carissimo».
Tutti e tre rinunciano a qualcosa. Devono rinunciare a fare il proprio interesse per crescere nella fede, per maturare nelle relazioni umane. E Onesimo obbedisce: prende questa lettera e torna a casa, la porta al suo padrone, sperando che lo accolga benevolmente; e Filemone, letta la lettera, obbedisce a Paolo e accoglie Onesimo come un figlio. È cambiata la mentalità: Paolo sta facendo un’autentica rivoluzione! La fede in Cristo ha cambiato il mondo antico, non facendo prediche contro la schiavitù – con manifestazioni e polemiche – ma cambiando il cuore delle persone.
Ha chiesto allo schiavo di continuare a fare lo schiavo obbediente e ha chiesto al padrone di trattare bene quel ragazzo. Cambiando il cuore delle persone, cambiano le relazioni, cambia la storia!
Se ognuno rinuncia a qualcosa di sé e diventa discepolo di Cristo cresce come persona, matura nelle proprie relazioni. Le nostre famiglie andrebbero meglio, le nostre città vivrebbero più serene, il mondo potrebbe andare bene … e tocca a noi farlo andare bene. Chiediamo al Signore che ci dia questa libertà grande per rinunciare a qualcosa, per amore suo. Abbiamo cominciato a costruire: facciamo in modo di essere capaci di finire il lavoro e di arrivare alla meta verso cui stiamo camminando che è l’incontro con il Signore – è il Maestro, è l’amato – essere con Lui sarà il premio. Non ci costa niente rinunciare di fronte a un premio del genere.

Santa Teresa di Calcutta

«Di sangue sono albanese. Ho la cittadinanza indiana. Sono una monaca cattolica. Per vocazione appartengo al mondo intero. Nel cuore sono totalmente di Gesù». La migliore presentazione di santa Teresa di Calcutta (1910-1997), per tutti Madre Teresa, non poteva che darla lei stessa, la piccola suora che dilatò il suo cuore fino ad abbracciare ogni uomo come suo prossimo e che quando le veniva chiesto quale fosse il segreto di tanta carità ricordava sempre di guardare e attingere alla sorgente: Dio. Spiegava il concetto con una celebre similitudine. «Quando si legge una lettera, non si pensa alla matita con cui essa è stata scritta. Si pensa a colui che ha scritto la lettera. È esattamente questo ciò che io sono nelle mani di Dio: una piccola matita. È Dio, Lui in persona, che scrive a modo suo una lettera d’amore al mondo, servendosi della mia opera». Al secolo Agnese Gonxha Bojaxhiu, era nata a Skopje (oggi capitale della Macedonia) da genitori albanesi con una grande fede cattolica, che amavano il Rosario e aiutavano i bisognosi. «Quando penso a mia mamma e a mio papà, mi viene sempre in mente quando alla sera eravamo tutti insieme a pregare. Vi posso dare un solo consiglio: che al più presto torniate a pregare insieme, perché la famiglia che non prega insieme non può vivere insieme», ricorderà lei. Rimase orfana del padre a soli otto anni e da maggiorenne decise di entrare tra le Suore di Loreto: qualche mese più tardi fu mandata in India, dove assunse il nome religioso di Teresa in onore di santa Teresa del Bambin Gesù, di cui in seguito condividerà per alcuni anni la «notte della fede», un’esperienza comune ai grandi mistici che passano attraverso la prova dell’assenza di Dio nella loro vita. L’accetterà unendo le sue sofferenze ai dolori di Gesù nella sua sacra umanità, dall’agonia spirituale nel Getsemani alla croce.
Dopo aver professato i primi voti, insegnò per circa 17 anni in un collegio di Calcutta (1931-1948), divenendone pure la direttrice, ma verso la fine di quel periodo un fatto cambiò la sua vita.
La sera del 10 settembre 1946, mentre viaggiava in treno, sentì una chiamata nella chiamata: «Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione. Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta». Decise così di lasciare il convento e nel 1948, ottenuto il benestare della Santa Sede, iniziò con cinque rupie la sua vita solitaria al servizio dei «più poveri tra i poveri». Due anni più tardi, seguita da 12 ragazze, fondò le Missionarie della Carità, il cui numero crebbe così rapidamente che già nel 1953 dovettero spostarsi in una nuova sede, messa a disposizione dall’arcidiocesi di Calcutta.
Bambini e anziani disabili, barboni, lebbrosi, malati mentali, orfani, prigionieri, prostitute, ragazze madri, tossicodipendenti, uomini e donne di ogni religione: tutti gli esclusi e che si sentivano non amati dalla società iniziarono a trovare conforto fisico e spirituale nella congregazione di Madre Teresa, da lei dedicata «al Cuore Immacolato di Maria, causa della nostra gioia e Regina del mondo, perché è nata su sua richiesta e grazie alla sua continua intercessione si è sviluppata e continua a crescere».
Attraverso Maria, la santa voleva portare Cristo ai poveri e i poveri a Cristo. Insegnava a orientare le proprie azioni di carità a partire dalle persone della nostra famiglia, «quelli che vivono vicino a me» e che sono «poveri», ma «non per mancanza di pane» bensì perché non cercano Dio.
Parlò della necessità di mettere Cristo al centro della nostra vita pure nel memorabile discorso del 1979 alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace.
L’inesauribile suora con il sari bianco a strisce azzurre passava almeno tre ore al giorno in preghiera e adorazione del Santissimo Sacramento, che erano il motore di tutta la sua carità. Contemplativa e operosa. Perciò una volta, incontrando l’allora giovane padre Angelo Comastri, gli chiese quante ore pregasse al giorno e, di fronte alla sorpresa del futuro cardinale che si aspettava un’esortazione ad amare più i poveri, gli spiegò con i suoi occhi penetranti: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega».

Giornata per la cura del creato: un grido di speranza, in occasione della preghiera del 1° settembre

L’immagine suggestiva dei “fiori nell’asfalto”, evocata da papa Leone nel messaggio per la X Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato 2025, risuona potente. Una metafora che descrive la battaglia quotidiana che la fragilità della vita, rappresentata da un esile filo d’erba, affronta contro la durezza inesorabile della strada. È un’immagine che cattura la drammatica realtà che il nostro mondo e la madre Terra stanno vivendo. Guerre lontane combattute con i droni e conflitti più vicini, spesso invisibili.
In entrambi i casi, il grido soffocato dei poveri e l’agonia della terra continuano a levarsi sotto il nostro cielo, ignorati o sottovalutati. Di fronte a questo scenario, sorge spontanea la domanda: che cosa possiamo fare? Molti di noi tendono a credere che la situazione non ci riguardi, illudendosi di poter rimanere sani in un mondo malato, come ci ricordava papa Francesco. Altri si sentono impotenti, sopraffatti dalla vastità dei problemi e dalla percezione che siano solo i “grandi” – coloro che “giocano” alla guerra o manipolano le economie globali – a poter agire. Eppure, non possiamo cedere alla disperazione. Siamo “fiori teneri”, ma non dobbiamo perdere la speranza. Ci rimane una responsabilità, per quanto piccola possa sembrare. Questo significa, forse, fare un po’ di rumore, credere fermamente in una nuova cultura di cura e rispetto, o semplicemente alzare le mani al cielo per implorare pace per la Terra e tutti i suoi abitanti.
L’importante è non restare inermi. Meglio unire le forze, stringersi e credere che anche un piccolo fiore possa perforare l’asfalto e trovare la sua via.