Spes: spalanchiamo la porta

PRIMA DOMENICA D’AVVENTO: ABITARE CON SPERANZA

Con la prima domenica di Avvento iniziamo il nostro percorso di vigile attesa del Natale, che quest’anno avrà come tema la Speranza. La speranza, come dice papa Francesco, è spesso difficile da definire, strettamente legata alla fede e alla carità, ma sappiamo anche che senza di essa non potremmo vivere. Ogni settimana la Parola di Dio parlerà alla nostra vita, suggerendoci un verbo ed un’emozione perché la speranza riecheggi nei nostri pensieri e nei nostri gesti.
Abitare è il verbo col quale vogliamo iniziare, e trepidazione è l’emozione con cui ci incamminiamo in questo percorso. Cristo viene ad abitare la nostra storia e noi lo accogliamo con trepidazione! Luca nel vangelo ci parla di segni, ci invita a stare attenti…allora cosa vuol dire abitare questo periodo con trepidazione? Significa vivere le nostre relazioni e impegni quotidiani abitati da un’attesa gioiosa, perché la venuta di Gesù riempie il nostro cuore di speranza nel futuro.

La donna con il bambino in braccio – Guardare in alto

Io sono la donna che tiene in braccio il bambino.
E nel presepe c’è spazio anche per me che mi prendo cura di un figlio arrivato come un dono quando meno lo aspettavo! Nel presepe c’è spazio anche per me che, senza aver avuto il tempo di rendermi conto di ciò che era accaduto,mi sono messa in gioco e non mi sono tirata indietro!
Nel presepe c’è spazio anche per me che sono una donna e, come tale, troppe volte sono tenuta lontana dalle cose che contano.
E non immagini quanto mi piacerebbe fossimo tutti protagonisti della nostra vita, e capaci di trasformare l’imprevisto in una occasione per ridisegnare noi stessi!
Io sono la donna che tiene in braccio il bambino e tu chi sei?

Lasciamoci attirare dalla bellezza vera, non facciamoci risucchiare dalle piccolezze della vita, ma scegliamo la grandezza del cielo. Guardiamo in alto, il cielo è aperto; non incute timore, non è più distante, perché sulla soglia del cielo c’è una madre che ci attende ed è nostra madre. Ci ama, ci sorride e ci soccorre con premura. Come ogni madre vuole il meglio per i suoi figli e ci dice: “Voi siete preziosi agli occhi di Dio; non siete fatti per i piccoli appagamenti del mondo, ma per le grandi gioie del cielo”. Sì, perché Dio è gioia, non noia. Dio è gioia.”

Chi attendiamo? La tensione verso Cristo

Il Natale, anche quest’anno, è alle porte. Siamo all’ultima settimana di Avvento.
È tempo di riflettere, come credenti, come comunità cristiana, su Chi attendiamo, cioè il tempo di attesa come tensione verso l’incontro con il Signore Gesù.
La parola attesa significa anche «ad – tendere» andare incontro a qualcuno.
Spesso quando noi parliamo del Natale dimentichiamo di aggiungere a chi appartiene questa festa: è il Natale di Cristo; l’espressione «di Cristo» indica in genitivo di appartenenza, significa che la festa alla quale ci stiamo preparando appartiene al Signore Gesù perciò in questo tempo dobbiamo fare in modo che la persona di Cristo sia al centro dei nostri interessi e dei nostri desideri se vogliamo vivere la verità del Natale senza infingimenti e vuote emozioni.
Perciò ritengo importante rispondere questa domanda: Chi attendiamo? Con quali atteggiamenti? Ne indico uno che possa aiutarci a vivere fruttuosamente l’attesa del Signore.

Lo stupore

Natale è una festa che rivela lo stupore della fede.
Lo stupore è la percezione della bellezza degli eventi e delle cose. L’uomo sa ancora stupirsi? Senza stupore il mondo si impoverisce e l’esistenza si ristringe.
Lo stupore è un sentimento presente al momento della
nascita di Gesù: i pastori si stupiscono quando sentono parlare della sua nascita e poi trovano il bambino in una mangiatoia.
Mi pare che sia questa la figura del vero cristiano: tutto incantato, quasi immobile, di fronte allo spettacolo di un Dio che si manifesta e ama gratuitamente e per sempre.
Davanti alla stalla di Betlemme dobbiamo stare alla sua misteriosa presenza come se fosse sempre la prima volta, con l’incanto di chi osserva un evento che supera ogni aspettativa. L’uomo d’oggi in un mondo dominato dalla fretta fa fatica a stupirsi e a percepire nel mistero del Natale un frammento che gli apre un vasto orizzonte di amore e di speranza. L’immagine del frammento ha un senso ancora più profondo per il cristiano. Dio stesso si è manifestato nel nostro mondo attraverso un frammento di umanità: attraverso cioè un uomo, nato in un piccolo paese, in un frammento di mondo, in un frammento di tempo. Eppure in questo frammento Dio si è rivelato pienamente e per sempre. In questo stupendo e meraviglioso avvenimento della storia, l’uomo trova la sua stabilità e il suo senso. Lo stupore, infatti, dinanzi alla grotta di Betlemme accresce il desiderio di credere per conoscere Dio che si rivela nel volto di un bambino nato per noi. Se ogni uomo si fermasse per capire, per comprendere e per aiutare, lo stupore diventerebbe solidarietà e amore.

Il silenzio

Gli ultimi giorni che preparano al natale dovrebbero essere più silenziosi. Approfittiamone per un tempo di quiete, di gioia serena che sboccia dall’ascolto, dalla meditazione, dal silenzio. Già Seneca ci ricordava che “le altre forme di allegria non riempiono il cuore, sono esteriori e vane. Credimi, la gioia è austera”. Un altro grande dell’antichità, il filosofo greco Eraclito, in uno dei suoi “Frammenti” raffigura l’anima come una terra sterminata, come un oceano sconfinato che si percorre senza mai ritornare alle stesse acque (“Non potrai bagnarti due volte nelle acque dello stesso fiume”).
Lui parla di “Logos”, il nodo d’oro che tiene insieme tutto il mistero dell’anima.
Allora perché non navighiamo – nel silenzio – nel mare dell’anima alla ricerca di quel “Logos” che per noi ha un nome e un volto, del quale stiamo per festeggiare la sua natività? Spesso invece la nostra nave è sballottata qua e là senza giungere mai all’approdo sicuro. Corriamo senza una meta. Scrutiamo l’orizzonte senza una stella polare. Proviamo, in questi giorni, a stare davanti a Dio in silenzio, magari dicendogli soltanto: “Sono qui”. Stare in silenzio, in abbandono fiducioso senza moltiplicare le parole, in un dialogo di intimità. Stare davanti al Presepio e guardare. Come un bambino, guardare e credere… Il silenzioso sguardo d’amore vale più di mille doni. Un silenzio illuminato dal chiarore della luce di Betlemme da trovare nella profondità dell’anima. Un silenzio che non pretende di soffocare il buio ma lo invita a diventare luce, seppure tenue. Un silenzio benedetto e prezioso con la propria anima, con le miserie e grandezze che forse ignoriamo di custodire nel cuore. Lasciarsi cercare, raggiungere, interpellare da Lui.
È nel silenzio del cuore che Dio parla. “Dio è amico del silenzio” (Madre Teresa).
Vieni Signore Gesù, vieni nel silenzio, Tu ci sei necessario!

Gesù viene per renderci santi

“Non avere paura della santità”

“Mi lascio guidare dallo Spirito Santo, non dico di No allo Spirito Santo”

Non avere paura della Santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia.
Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere.
Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità. Non avere paura dii puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio.
Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della Grazia. In fondo, come diceva Leòn Bloy, nella vita “non c’è che una tristezza, quella di non essere Santi”.

Dall’esortazione apostolica “Gaudete ed exultate” di papa Francesco.

Dio si è fatto uomo! La Santità si è fatta Carne per illuminare la mia vita!
Questa è la Buona Notizia da portare a tutti coloro che conosco e anche a chi incontrerò
semplicemente sul mio cammino: che l’Amore di Dio per noi è così grande e generoso
da far entrare nella Storia il Suo figlio Unigenito.

La santità dei piccoli gesti

Ecco i miei piccoli gesti di santità da offrire al Signore che viene”
La santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti. Per esempio: una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le critiche. Ma questa donna dice dentro di sé: “No, non parlerò male di nessuno”. Questo è un passo verso la santità. Poi, a casa, suo figlio le chiede di parlare delle sue fantasie, anche se è stanca, si siede accanto a lui e ascolta con pazienza e affetto. Ecco un’altra offerta che santifica. Quindi sperimenta un momento di angoscia, ma ricorda l’amore della Vergine Maria, prende il Rosario e prega con fede. Questa è un’altra via di santità. Poi esce per strada, incontra un povero e si ferma a conversare con lui con affetto. Anche questo è un passo avanti.
Dall’esortazione apostolica “Gaudete ed exultate” di papa Francesco

La speranza è un volto che sorride tra le lacrime

Ci sono momenti nella storia nei quali parlare di allegria sembra una frivolezza, una forzatura.
Oggi ci vuole un bel coraggio a parlare di gioia: il mondo è assillato da tanti problemi; il futuro talmente gravato da tante incognite da ridurre il presente a incubazione della paura.
Ci sono tante persone che soffrono. Parlare di gioia sembrerebbe proprio un nonsenso. 
Tuttavia la gioia è il segno della pace e della serenità degli animi e dei cuori.
La gioia è il frutto più evidente dell’amore. Sembriamo persone oneste ma infelici.
Un seme di allegria, di ironia, di freschezza rende più intensa ed autentica la nostra testimonianza di credenti e rende anche più piacevole la vita stessa!
La terza domenica d’Avvento – che celebreremo domenica 17 dicembre è chiamata “gaudete”, caratterizzata proprio dal segno della gioia. La gioia cristiana non è sinonimo di soddisfazione, non è questione di ottimismo: è l’avvicinarsi del Natale il motivo della nostra gioia.
Non siamo più soli, il Signore viene accanto a noi.
L’attesa si tramuta ormai in speranza e la speranza in gioia: il Signore viene.
La speranza poggia sulla fede e da essa si dirama dandoci la certezza della vicinanza di Dio.
E la gioia del cristiano si chiama Gesù Cristo.
In Cristo Dio ci ha dato tutto e ci condurrà a pienezza per mezzo dell’azione del Santo Spirito.
Il Natale che si avvicina porrà dinanzi al nostro sguardo il dono supremo di Dio che ci ha dato il suo Unigenito, per renderci figli nel Figlio.
Ma la gioia ha, tuttavia, un prezzo. Sì: occorre pagare un prezzo alla gioia.
Come tutte le cose preziose, la gioia autentica è al tempo stesso, paradossalmente, conquista e dono. Non viene da sé, senza il nostro impegno.
Gioire per questa lieta notizia che ci è stata consegnata, comporta per noi infatti un impegno, una fatica, che, bisogna ammetterlo, spesso ci infastidisce, ci mette a disagio, poiché vorremmo che tutto fosse più semplice e più facile. E invece no: la vita cristiana sembra essere un poco più complessa, se proprio Giovanni Battista, il Testimone, ci dice che in mezzo a noi Gesù il Messia, Colui che viene, è uno Sconosciuto: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete».
Come possiamo allora essere nella gioia? Con la capacità di ringraziare, più che lamentandoci; con la capacità di sentire i tanti profumi dell’esistenza e di inebriarci di essi; con la disponibilità a vedere la bellezza non soltanto con gli occhi, ma a vederla anche con il cuore.
Chiediamo al Signore che nell’attesa della sua venuta impariamo a gioire della gioia evangelica. Vieni Dio della gioia! Vieni Signore Gesù!

Focus…

Guardare in alto e stupirsi … tipico dei bambini, perché guardano il mondo dal basso e si meravigliano di tutto con estrema facilità.
Lo stupore in fondo è stordimento, è incredulità e senso di meraviglia provocato dall’inatteso, per questo è tipico dei piccoli, perché per loro è tutto inatteso.
Gli adulti invece troppo spesso sono disincantati … e non sanno più stupirsi.
Eppure Isaia quando scrive non è più un bambino e non lo è nemmeno l’Incantato del presepe: sono uomini che sanno gioire, anzi di più, sanno esultare e spalancare gli occhi di fronte ad un grande annuncio: Dio c’è ed è per me! Un Dio che viene per guarire, liberare, consolare.
L’incantato del presepe sono io, siamo noi, quando facciamo entrare lo Spirito del Signore e ci lasciamo meravigliare dalla sua luce. La nascita di Gesù: un evento che ha cambiato la storia, una “storia” in cui c’è posto per tutti … specialmente per chi sa ancora stupirsi!

L’incantato: meravigliarsi

Io sono l’incantato. Ogni volta che guardi un presepe mi vedi in piedi, a bocca aperta e con gli occhi all’insù. È più forte di me e non lo so spiegare. Lo stupore mi blocca e mi toglie il fiato.
Capita spesso che mi si prenda in giro e si dica che sono un sempliciotto.
Capita però anche di vedere tanta gente che non si sorprende più di niente, sprezzante e cinica, e che nella vita dà tutto per scontato; ma che mondo sarebbe, dico io, se non ci fosse più da incantarsi? Che mondo sarebbe se non riuscissimo più a rimanere per qualche istante a bocca aperta di fronte a una meraviglia?
Io sono l’incantato. E nel presepe c’è spazio anche per me che, senza fiasco e lanterna, sono un uomo arrivato alla mangiatoia a mani vuote ma sgranando gli occhi, estasiato dalla bellezza che si è trovato davanti! Nel presepe c’è spazio anche per me che, pur essendo adulto, ho conservato la capacità di gioire di quand’ero più piccolo! Nel presepe c’è spazio anche per me che, tra tanti personaggi seri, sembro un po’ stralunato! E non immagini quanto mi piacerebbe fossimo in tanti ad appassionarci alle cose della vita, e mai esserne distaccati!
Io sono l’incantato e tu come sei?

Coltivare la speranza

L’Avvento è un cammino animato dal desiderio di raggiungere la meta: l’incontro con il Signore Gesù che viene per riaccendere nel cuore la fiducia. La speranza coltivata è seme dirompente che ci consente di camminare in avanti, una gravitazione sul futuro, verso una pienezza di senso e di libertà che ci permette di scegliere ogni giorno la via della vita.
La speranza coltivata crea nell’uomo un atteggiamento attivo, nutrito di coraggio e di fortezza d’animo, che alimenta la resistenza nella sofferenza e la tensione nella lotta.
Essa dà un respiro ampio all’uomo e lo attiva a vivere il suo impegno nel mondo, non perché rimanga quello che è, ma perché si trasformi e diventi ciò che gli è promesso che diventerà: amico di Dio.
La visione del nostro tempo ci presenta un vissuto esistenziale nel quale si è rotta non solo l’unità di un mondo, di un modello culturale, ma si è rotta in modo più fondamentale anche l’unità della persona.
La protagonista Gristiane, di uno dei testi teatrali del filosofo e drammaturgo G. Marcel, nell’opera Il Mondo in frantumi, mette in evidenza la realtà di un mondo, il suo, e quello degli altri, che è sempre in frantumi, non c’è più un centro, non c’è più neanche vita: «Cristiane dice: Non hai l’impressione, qualche volta, che noi viviamo… se questo può chiamarsi vivere…in un mondo rotto? Si rotto, come un orologio rotto. La molla non funziona più. Apparentemente non c’è niente di cambiato. Tutto è perfettamente a posto. Ma se si porta l’orologio all’orecchio… non si sente più niente. Capisci, il mondo, ciò che noi chiamiamo il mondo, il mondo degli uomini…una volta doveva avere un cuore. Ma si direbbe che questo cuore ha cessato di battere…».
Un cuore che ha cessato di battere dice la mancanza di vita e di speranza.
Tornare a sperare vuol dire porre le condizioni perché questo cuore riprenda a battere di nuovo… un cuore cioè capace di pensare, di sentire e di amare.
Un uomo che spera è perciò stesso un uomo capace di stare dentro la storia, che non vive in fuga, ma senza clamore e chiasso opera il bene in modo molto concreto nelle trame della propria esistenza quotidiana. Sperare è saper guardare come guarda Dio, raggiungere il tempo, la storia, gli altri come Lui li ha raggiunti e continuamente li raggiunge.
Senza forti motivazioni si spegne nel cuore la forza della speranza.
Eppure Cristo viene sostanzialmente per darci speranza. Egli viene ad insegnare a tutti gli uomini a vivere una vita nuova: vissuta nella fede, animata dalla carità, guidata dalla sobrietà.
È una vera e propria rivoluzione che ci chiede il Natale: la rivoluzione interiore del nostro cuore, dei nostri pensieri, delle nostre decisioni. Ed è da questa rivoluzione interiore che scaturirà la gioia di vivere in pienezza la vita, come dono di Dio a noi e da parte nostra ai fratelli e alle sorelle che incontriamo nel nostro cammino.
In questo viaggio verso l’incontro con il Signore che viene lasciamoci prendere per mano dai pastori semplici ed umili, nostri modelli e amici; loro sanno perché ci dicono: «Andiamo a Betlemme!».