E’ tempo di Avvento (1)

Il tempo di Avvento ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi. La doppia indole dell’Avvento s’intreccia unitariamente in modo naturale giorno dopo giorno: il tono escatologico connota le prime due settimane dell’Avvento mentre le ultime due settimane, e specialmente i giorni dal 17 al 24 dicembre, preparano al memoriale della nascita storica di Cristo. La Parola di Dio e le orazioni costellano l’Avvento di promesse e attese, gioie e speranze, incontri e accoglienza.
In questa costellazione biblico-liturgica rifulgono quattro testimoni che accompagnano il cammino della comunità cristiana nella vigilanza e nell’attesa: il profeta Isaia, testimone della Parola promessa; il precursore Giovanni, testimone della Parola attesa; il giusto Giuseppe di Nazareth, testimone della Parola custodita; la vergine Maria, testimone della Parola creduta e concepita.

Presepiamoci: un segno mirabile

“Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il
mistero dell’incarnazione del Figlio
di Dio con semplicità e gioia.
Mentre contempliamo la scena del
Natale siamo invitati a metterci
spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo”
(Papa Francesco ‐ Admirabile signum)

Il presepe, nato nella mente di San Francesco d’Assisi e da lui allestito per la prima volta a Greccio nel 1223, compie 800 anni.
Un “mirabile segno che suscita sempre stupore e meraviglia”. Così lo definì Papa Francesco nella lettera apostolica Admirabile signum sul significato e valore del presepe, firmata nel 2019 durante la sua visita a Greccio. E proprio in occasione di questo anniversario, per il tempo di Avvento e di Natale, suggerisco una serie di proposte per contemplare ‐ personalmente o come parrocchia, comunità, famiglia‐ il presepe.
La parola che fa da sfondo a tutta la riflessione è “vedere”. Nella S. Messa del giorno di Natale si legge il prologo del Vangelo di Giovanni dov’è scritto che “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
Dio si è fatto vedere inviando suo Figlio che prende carne umana. Il “Vedere”, evangelico e francescano, nella tradizione presepiale ha assunto anche altre caratteristiche. Oltre la scena della nascita del Bambino
e della Sacra Famiglia, si vedono altri personaggi che, nelle varie epoche, hanno trovato posto nel presepe rivelando così tradizioni e sensibilità diverse. I vari personaggi del presepe, di settimana in settimana guideranno il nostro stare davanti al presepe, ci inviteranno alla riflessione e a “presepiarci” ovvero a farci noi stessi presepe per accogliere Gesù.
Ci aiuteranno, nella frenesia dei nostri giorni, a destarci; a cercare Dio e trovarlo negli invisibili che abitano la nostra quotidianità; a meravigliarci e stupirci di fronte all’inatteso; a guardare sempre in basso la realtà che ci circonda, ma senza dimenticare di guardare in alto per adorare Colui chi ci ha donato la vita.

Gesù viene per renderci Santi

Quest’anno il cammino di Avvento non può non tenere presente il tema dell’Anno Pastorale che è un invito alla Santità. Un’esortazione rivolta a tutti perché si possa scoprire che essere santi significa semplicemente essere pienamente felici, e per essere felici la strada è indicata ed è Gesù. Ovviamente è necessario non pensare la santità in modo astratto o concreto. Sono testimoni i Santi della possibilità di vivere gli insegnamenti di Gesù.
La santità della porta accanto “Apro gli occhi per scoprire l’amore che mi circonda ogni giorno” Mi piace vedere la Santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “La classe media della santità”.
Dall’esortazione apostolica “Gaudete ed exultate” di papa Francesco

Concerto di Natale

DOMENICA 10 DICEMBRE, ALLE 18, IN SCENA UN CAPOLAVORO DELLA MUSICA SACRA: LA GROSSE MESSE K 427 DI MOZART

CORO E ORCHESTRA DEL COLLEGIUM VOCALE DI CREMA

Nel 1783, Wolfgang Amadeus Mozart viveva a Vienna da tempo dopo essere stato al servizio dell’Arcivescovo di Salisburgo Colloredo. Decise, seppur senza avere ricevuto alcuna commissione, di comporre una Messa, probabilmente come ringraziamento per la guarigione della moglie Constanze. Nacque così un capolavoro unico della musica sacra: la Grosse Messe k 427, rappresentata per la prima volta nella Peterskirche dei benedettini a Salisburgo il 25 agosto del 1783. Una composizione per soli, coro e orchestra, che restò però incompiuta. Mozart non aveva fretta di concluderla e così rimase per sempre sospesa.
Domenica 10 dicembre, alle 18, nella Chiesa Parrocchiale di San Fiorano, il Coro e Orchestra del Collegium Vocale di Crema interpreteranno proprio la Grande Messa. Un’opera imperdibile caratterizzata da una impareggiabile maestosità sonora. Le parti del solista furono pensate da Mozart proprio per la moglie Constanze, una valida cantante dell’epoca. Nell’opera sono evidenti il ringraziamento per la guarigione della moglie, il dolore per la recente perdita di un figlio e la fede in Dio, salvifica e trionfatrice sulla morte. Giampiero Innocente, direttore del Collegium Vocale, ha definito i due Hosanna che chiudono la composizione come ‘quanto di più solenne e ardito si potrebbe scrivere’. La Grosse Messe è composta da Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Benedictus.
Vi aspettiamo numerosi per un appuntamento unico.

Gesù Cristo Re dell’universo

Ultima tappa
Celebriamo l’ultima domenica dell’Anno liturgico, chiamata solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, re dell’universo. L’anno liturgico rappresenta la nostra vita in miniatura: questa esperienza ci ricorda, e ancor prima ci educa, al fatto che siamo in cammino verso l’incontro con Gesù, Sposo, quando Egli verrà quale Re e Signore della vita e della storia.
Ma c’è anche una venuta intermedia, quella che stiamo vivendo noi oggi, in cui Gesù si presenta a noi nella Grazia dei suoi Sacramenti e nel volto di ogni “piccolo” del vangelo.
E lungo questo cammino, la liturgia si offre a noi quale scuola di vita per educarci a riconoscere il Signore presente nella vita quotidiana e prepararci per l’ultima sua venuta.

Tutto si gioca sull’amore
La Parola di Dio che ascolteremo in questa Solennità ci avvisa che l’esame ultimo verte sull’amore, sulla concretezza della vita, a partire dai suoi gesti più semplici, ordinari. Non gesti eroici, quindi, non gesti estranei alla vita di tutti i giorni e neppure gesti eclatanti. Ma la cosa bella che emerge dal Vangelo, è che Gesù non solo è il Dio con noi fino alla fine del mondo, ma arriva ad essere il Dio in noi, a cominciare dai più piccoli: arriva a identificarsi in quanti sono nel bisogno, con ogni piccolo del vangelo, con ogni perseguitato. Ogni gesto d’amore, quindi, è un gesto fatto “con Gesù”, perché in sua compagnia; “come Gesù”, perché lo si è imparato dal vangelo; ma pure “a Gesù”, perché ogni volta che si è fatto un gesto d’amore lo si è fatto “a Lui”.

L’Amore nel quotidiano
Una cosa sorprende: nei “sei” gesti ricordati da Gesù, che saranno proclamati nel Vangelo di questa domenica, non c’è nessun gesto religioso o sacro, come lo intendiamo noi.
Paiono tutti gesti “laici”, fatti per strada, in casa, dove capita, dove c’è bisogno, ma in realtà “non c’è più nulla di pro-fanum, che stia davanti o fuori del tempio, perché tutta la realtà è il grande tempio di Dio: nulla è profano e tutto è “sacro”, perché tutto è in funzione di Gesù” (L. Giussani).
Questo è il culto bello reso a Dio. In fondo, se il culto dell’altare non è preceduto e accompagnato dal culto dell’amore verso il prossimo vale ben poco.

Tutti i Santi

I santi, gli uomini delle beatitudini, sono le guide segrete della storia.
I santi, gli uomini delle beatitudini sono davvero gli amici del genere umano: essi avanzano sulle uniche strade che assicurano un futuro a questa nostra terra. Perché se c’è un’amicizia per chi è costretto alla guerra, è il costruttore di pace che la offre, gratuitamente. Se c’è amicizia possibile per i calpestati della terra, è negli affamati di giustizia che risiede. Se c’è amicizia vera perfino per il ricco, essa abita nel povero che non vuole competere, che non intende avere, che getta il cuore al di là delle cose. Se c’è un’amicizia per me, cercatore di Dio e mendicante d’amore, la posso trovare presso i puri di cuore, coloro che hanno un cuore fanciullo, che non è infido, che non si vende, pronto all’ascolto. I santi sono gli amici di Dio. A lui attenti, a lui rivolti come il girasole è rivolto al sole, abitati da Dio. Non ci si espone giorno dopo giorno allo sguardo della divina tenerezza, senza riceverne un’insolita bellezza. Santità è una parola che mette soggezione, che impaùra, eppure è la nostra vocazione. Un messaggio forte e dolce al tempo stesso: santità è uguale a felicità.
tutti i Santi è la festa del santo incipiente, iniziale che c’è dentro ciascuno di noi.
Una festa per meravigliarci: anch’io posso essere un uomo che ha le sue radici di cielo, sedotto dall’eterno e innamorato dei giorni che vivo, capace di cose divine. La parte migliore di me vuole sciogliere le vele, vuole ancorarsi al cielo, perché il mondo e la storia sono ancorati ai santi, hanno un disperato bisogno di loro. Nell’Apocalisse Dio grida al suo angelo: Non devastare la terra, né il mare, né le piante, finché ci saranno dei santi. I santi sono la salvezza della terra, la protezione contro un futuro di devastazioni, la salvaguardia dell’intero creato.
Una vita così, che cerca di incarnare questi atteggiamenti, è una vita indistruttibile, garanzia non solo di un paradiso individuale ma di una sopravvivenza del mondo. La nostra terra avrà un futuro se inizieremo a percorrere insieme queste strade, se saremo il popolo delle beatitudini.
C’è una storia apparente, fatta dai forti, dai potenti, dagli astuti, e un’altra sotterranea, dimessa, nascosta i cui protagonisti sono i poveri, i miti, gli integri, i giusti.
La vera storia, quella che ha senso, durata, valore, consistenza, è quella che appartiene agli uomini delle beatitudini. Solo loro conoscono il segreto della felicità.
Noi non saremo giudicati se avremo raggiunto l’ideale, ma se avremo camminato verso di esso, con lealtà e con tenacia, con infinite riprese, perché vivere è l’infinita pazienza di ricominciare.

“Una gloria più splendente della luce” (4)

In terzo luogo, la trasfigurazione ci rivela non soltanto la gloria della Trinità, non soltanto la gloria di Cristo, una persona in due nature, ma anche la gloria della nostra persona umana. La trasfigurazione è una rivelazione non soltanto di ciò che Dio è, ma parimenti di ciò che noi siamo. Guardando a Cristo trasfigurato sul monte, noi vediamo la natura umana – la nostra persona creata – assunta in Dio, riempita interamente della vita e della gloria increate, permeata dalle energie divine, pur continuando a essere totalmente umana. Noi vediamo la natura umana come era al principio, in paradiso, prima della caduta; vediamo la natura umana come sarà alla fine, nel tempo che verrà dopo la risurrezione finale – e questo ultimo stato della natura umana è incomparabilmente più elevato del primo. In questo senso la trasfigurazione ha un carattere escatologico; è, per utilizzare le parole di san Basilio il Grande, “l’inaugurazione della parousia gloriosa di Cristo”. Oggi, nella divina trasfigurazione, tutta la natura umana risplende in modo divino e grida di gioia.
Ma non è tutto. In quarto luogo – e ciò ha un particolare significato per il mondo contemporaneo –, il Cristo trasfigurato ci rivela la gloria non soltanto della persona umana ma ugualmente dell’intera creazione materiale. “Tu hai santificato con la tua luce tutta la terra”. La trasfigurazione ha una portata cosmica, poiché l’umanità deve essere salvata non dal mondo ma con il mondo.
Il monte Tabor anticipa lo stato finale predetto da san Paolo, quando la creazione nella sua interezza “sarà liberata dalla schiavitù della corruzione”, ed entrerà nella “libertà della gloria dei figli di Dio”.
È l’inaugurazione della “nuova terra”, di cui parla l’Apocalisse.

“Una gloria più splendente della luce” (3)

Oltre a essere trinitaria, la gloria della trasfigurazione è, in secondo luogo, più specificamente una gloria cristologica. La luce increata che risplende dal Signore Gesù lo rivela come “vero Dio da vero Dio… consustanziale al Padre”, secondo le parole del Credo. Ma allo stesso tempo sul Tabor il corpo umano del Signore, sebbene radioso di gloria immateriale, resta ancora pienamente materiale e umano; la sua carne creata è resa traslucida, così che la gloria divina risplende attraverso di essa, ma non è abolita né ingoiata. Come si esprime l’innografia di questa festa, utilizzando il linguaggio della definizione calcedonese e di quello del quinto concilio ecumenico, Cristo è rivelato sulla montagna come “una persona in due nature, completa in entrambe”.
Interpretando le implicazioni cristologiche della trasfigurazione, noi possiamo dire: nulla è tolto e nulla è aggiunto. Nulla è tolto: trasfigurato sul Tabor, Cristo resta pienamente umano.
Allo stesso modo, nulla è aggiunto: la gloria eterna rivelata sul Tabor è qualcosa che il Cristo incarnato possiede da sempre, fin dal suo concepimento nel grembo della santa Vergine.
Questa gloria è con lui lungo tutta la sua vita terrena: perfino durante i momenti della sua più profonda umiliazione, come quello dell’agonia nel giardino del Getsemani o in quello del suo urlo di abbandono sulla croce, resta vero che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”.
La differenza sta semplicemente in questo: in altri momenti della sua vita sulla terra la gloria, sebbene realmente presente, è nascosta sotto il velo della carne; sulla cima della montagna, per un breve istante, il velo diviene trasparente e la gloria è resa parzialmente manifesta.
Alla trasfigurazione, comunque, nessun cambiamento avvenne in Cristo stesso; il cambiamento avvenne piuttosto negli apostoli. Secondo san Giovanni Damasceno, “egli fu trasfigurato non assumendo ciò che non era, ma manifestando ai suoi discepoli ciò che egli era, aprendo così i loro occhi”. “Egli non divenne in quel momento più radioso o più esaltato”, dice sant’Andrea di Creta, “lungi da ciò: egli rimase come era prima”. Come afferma Paul Evdokimov, “la storia evangelica non parla della trasfigurazione del Signore, ma di quella degli apostoli”.
La festa della trasfigurazione, così, ci pone di fronte il paradosso salvifico della nostra fede cristiana: Gesù è interamente Dio e allo stesso tempo interamente uomo, essendo tuttavia una sola persona e non due. Ogni anno, il 6 agosto, facciamo bene a riflettere con la massima chiarezza e umiltà su questa doppia pienezza presente nel Salvatore incarnato: la perfezione della sua divinità e l’integrità intatta della sua umanità.

“Una gloria più splendente della luce” (2)

Riguardo a questa luce increata e immateriale che risplende dal Salvatore trasfigurato, si possono affermare almeno quattro cose: Essa ci rivela la gloria della Trinità; Essa ci rivela la gloria di Cristo come Dio incarnato; Essa ci rivela la gloria della persona umana; Essa ci rivela la gloria dell’intero cosmo creato. Innanzi tutto, la luce del Tabor è una luce della santa Trinità, come la chiesa canta ai vespri della festa: Cristo, la luce che risplendette davanti al sole, in questo giorno ha misticamente fatto conoscere sul monte Tabor l’immagine della Trinità. Vista come celebrazione trinitaria, la festa della trasfigurazione è molto simile alla festa che ricorre esattamente otto mesi prima, la teofania o epifania (6 gennaio), la celebrazione del battesimo di Cristo. Entrambe sono feste della luce: infatti la teofania è comunemente chiamata “Le luci”. Ma il parallelo si estende più in là di questo: entrambe sono occasioni in cui è chiaramente manifestata l’azione congiunta delle tre persone della divinità. Al battesimo di Gesù la voce del Padre parla dal cielo, rendendo testimonianza al Figlio, mentre lo Spirito in forma di colomba discende dal Padre e riposa sul Cristo. Esattamente la stessa configurazione triadica è evidente sul monte Tabor: il Padre parla dal cielo, testimoniando del Figlio, mentre lo Spirito è presente in quest’occasione non in forma di colomba bensì come nube luminosa. Leggendo la trasfigurazione in questa prospettiva trinitaria, dunque, noi proclamiamo: Oggi sul Tabor alla manifestazione della tua luce, o Logos, abbiamo visto il Padre come luce e lo Spirito come luce, che guida con la luce l’intera creazione.

“Una gloria più splendente della luce” (1)

Nel racconto evangelico che narra l’episodio della Trasfigurazione è detto che il volto di Cristo risplendette “come il sole”. Qui i padri greci e i libri liturgici ortodossi sono più espliciti ed enfatici. Il volto del Signore, dice san Giovanni Crisostomo, risplendette non soltanto come ma più del sole. La gloria del Tabor, così insegnano i padri con sorprendente unanimità, non è soltanto una luce naturale, bensì soprannaturale; non soltanto una luminosità materiale, creata, bensì lo splendore spirituale e increato della divinità. È una luce divina. Già nel tardo secondo secolo Clemente di Alessandria spiega che gli apostoli non videro la luce grazie alla normale capacità della percezione sensoriale, dal momento che gli occhi fisici non possono vedere la luce della divinità senza essere trasformati dalla grazia divina; la luce è “spirituale” ed è rivelata ai discepoli non nella sua interezza, ma soltanto nella misura in cui essi erano in grado di percepirla.
Si tratta di una luce, dice san Gregorio il Teologo, “troppo forte per gli occhi umani”, una luce, secondo san Massimo il Confessore, che “trascende il funzionamento dei sensi”.
Affermazioni simili ricorrono nei testi liturgici della festa. La luce del Tabor, viene detto, è “immateriale”, “eterna”, “infinita”, “inavvicinabile”, “una gloria più splendente della luce”.
In breve, non è nient’altro che “la gloria della divinità”; “è uno splendore radioso e divino”.
Come afferma san Dionigi l’Areopagita, la luce è “sovraessenziale” o “al di là dell’essere”.
Quando nel quattordicesimo secolo san Gregorio Palamas insisteva dicendo che la luce del Tabor è identica alle energie increate di Dio, non stava facendo nient’altro che riassumere la tradizione patristica esistente, che si estendeva fino a più di mille anni prima di lui.