Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù

In questa solennità, la Chiesa offre alla nostra contemplazione il mistero del Cuore di un Dio che si commuove e riversa tutto il suo amore sull’umanità. Un amore che, nei testi del Nuovo Testamento, ci viene rivelato come incommensurabile passione di Dio per l’uomo. Nella prima lettera di san Giovanni troviamo ripetuta l’affermazione che «Dio è amore».
In italiano la parola «amore» vuol dire «senza la morte». Amare qualcuno vuol dire fargli capire che lui per noi non morirà mai e che siamo disposti a dare la vita per lui.
Quante volte abbiamo sentito: «ti amo da morire». Che bella espressione!
Questa esclamazione sta a significare che si ama veramente solo quando si è disposti a morire per l’altro e a morire a se stessi per far vivere l’altro in tutta la sua pienezza. In Gesù, Dio non solo ci ha detto, ma ci ha anche dimostrato, che ci ama da morire. Come possiamo, noi che siamo inseriti in questa magnifica realtà dell’amore del Padre, non amarci tra di noi? Come trattenere quella linfa vitale che dalla vigna, ossia da Gesù, passa ai tralci che siamo noi?
L’amore – quello vero, non la passione, il desiderio, l’istinto, l’appagamento… – costituisce l’identità del discepolo, generato dall’amore: «amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore», e indica la via della conoscenza di Dio.
L’amore rivela la storia di Dio nella storia: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati».
Dunque, l’amore della comunità ecclesiale è la risposta all’iniziativa gratuita di Dio: «se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi».
L’amore fraterno, dunque, diventa misura e verifica del nostro amore per il Signore.

L’evangelista Giovanni scrive: «Venite a me e io vi darò ristoro».
Ciò significa che dobbiamo imparare ad amare e a pregare più spesso e più intensamente il Signore, non solo nei momenti bui, difficili, di demoralizzazione. Impariamo ad «essere miti e umili di cuore», scolari sempre attenti a scorgere nei gesti e nelle parole del Signore la sua mitezza, la sua umiltà di cuore, consapevoli che non si finisce mai di imparare e che questi due atteggiamenti sono necessari nella vita di un cristiano. Buttiamoci più spesso, con tanta fiducia, fra le braccia del Signore! Chiediamo di avere la sua mansuetudine!
Ebbene, se è vero che l’invito di Gesù a «rimanere nel suo amore» è per ogni battezzato, nella festa del Sacro Cuore di Gesù, Giornata mondiale di santificazione sacerdotale, tale invito risuona con maggiore forza per i sacerdoti. Preghiamo sempre per loro, affinché possano essere validi testimoni dell’amore di Cristo.

Corpus Domini

Da molti anni faccio la comunione, camminando verso l’altare, a volte un po’ distratto e inaffidabile, eppure Dio non si nega. Sull’altare, un piccolo pane bianco che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio. Che cosa mi può dare questo po’ di pane, lieve come un’ala, povero e così piccolo da non saziare neppure il più piccolo bambino?
Per un istante mi affaccio sull’enormità di Dio che mi cerca, Dio che è arrivato, che mi assedia, che entra e trova casa. La mia processione verso l’altare è solo un pallido simbolo del suo eterno venire verso l’uomo, verso me. L’amore cerca casa. La comunione, più che un mio bisogno, è un bisogno di Dio. Sono colmo di Dio. E non riesco a dire parole, non ho doni da offrire, non ho progetti alti, non coraggio. Ma dentro qualcosa si apre, perché vi si depositi l’orma lieve di Dio.
Faccio la comunione e Dio mi abita, sono la sua casa.
L’incredibile Dio si accontenta di quel groviglio di paure, di quel nodo di desideri che io sono.
E cerco di spremere pensieri e parole da dedicargli, ma finisco per regalargli il silenzio.
Eppure Lui non mi ha mai lasciato. Mai siamo stati lasciati.
E’ tempo di pensare a Dio non solo come Padre che sostiene, ma come Madre presente, che nutre di sé i figli al suo petto, con il suo corpo. A Dio come Sposo, amore esuberante che cerca risposta. E l’incontro con lui è quello degli amanti nel Cantico: dono e gioia, intensità e tenerezza, fecondità e fedeltà.
«Ecco il mio corpo», e non, come ci saremmo aspettati: «ecco la mia mente, la mia volontà, la mia divinità, ecco il meglio di me», ma semplicemente, poveramente, il corpo. 
Il sublime dentro il dimesso, lo splendore dentro l’argilla, il forte dentro il debole.
Il Signore non ha portato solo salvezza, ma redenzione, che è molto di più.
Salvezza è togliere qualcuno dalle acque che lo sommergono, redenzione è trasformare la debolezza in forza, la maledizione in benedizione, il tradimento di Pietro in atto d’amore, il pianto in danza, la veste di lutto in abito di gioia, la carne in casa di Dio.
Prendete questo corpo, vuol dire che Gesù ci consegna la sua storia: mangiatoia, strade, lago, volti, il duro della Croce, il sepolcro vuoto e la vita che fioriva al suo passaggio.
E con il suo sangue versa il rosso della passione, il coraggio della fedeltà fino all’estremo.
Stupendo Dio, che non spezza nessuno, che spezza e sparge se stesso.

Prendete me… e non saprei come altro amarvi

Spezziamo il pane 2023

Torna il classico appuntamento dello Spezziamo il Pane in occasione del Corpus Domini l’11 giugno 2023. Il pane che verrà benedetto durante la messa delle ore 8.30 potrà essere preso e portato a
casa da condividere sulla mensa della famiglia.
Le offerte raccolte saranno destinate alla Mensa Diocesana: il luogo dove ogni giorno si spezza il pane per i fratelli senza dimora del lodigiano.
Questa iniziativa assume un valore ancor più importante nell’anno post-sinodale che sta vivendo la Diocesi di Lodi e che a settembre celebrerà il Congresso Eucaristico diocesano.

Quarantore (2)

Un aiuto per ritrovare il senso autentico dell’esposizione solenne e dell’adorazione eucaristica, ci viene oggi da importanti documenti della Chiesa che traducono la riforma conciliare.
L’Istruzione sul Culto del Mistero Eucaristico fuori della Messa dice che la celebrazione dell’Eucaristia nel sacrificio della Messa è veramente l’origine e il fine del culto che ad essa viene reso fuori dalla Messa. Questo significa innanzitutto che il culto eucaristico, e perciò l’adorazione, deve fare continuo riferimento alla Messa da cui parte ed a cui deve portare, riproponendo una più stretta relazione con la celebrazione. Anche i segni devono parlare questo linguaggio.
Oggi spesso l’Ostensorio viene direttamente collocato sulla mensa della celebrazione, perché appaia più evidente che l’Ostia adorata viene dalla Messa. 
E come nella Messa il pane consacrato è posto sulla mensa per essere distribuito, così l’esposizione sull’altare richiama il desiderio di Gesù che istituì questo sacramento perché fosse a nostra disposizione come cibo. 
Bisogna allora concludere che la preghiera di adorazione a Cristo nel sacramento, prolunga ed interiorizza l’intima unione raggiunta con lui nella comunione sacramentale.
Allo stesso modo, come nella Messa vi è un intimo e inscindibile legame tra la mensa della Parola e quella del Pane, così in ogni preghiera di adorazione eucaristica deve apparire evidente questo rapporto. E’ con questa chiarezza di idee che durante l’esposizione, si raccomanda caldamente di dedicare un tempo conveniente a letture della Parola di Dio e a un po’ di adorazione silenziosa.

Noi pure infatti siamo diventati suo corpo e, per la sua misericordia, quel che riceviamo lo siamo. Ripensate che cos’era una volta nei campi questa sostanza, come la terra la partorì, la pioggia la nutrì e la fece diventare spiga; poi il lavoro dell’uomo la radunò nell’aia, la trebbiò, la ventilò, la ripose [nei granai], poi la tirò fuori, la macinò, l’impastò, la cosse, ed ecco finalmente la fece diventare pane. Ed ora pensate a voi stessi: non eravate e siete stati creati, siete stati radunati nell’aia del Signore, siete stati trebbiati col lavoro dei buoi, ossia di coloro che annunziano il Vangelo. […] Quindi siete venuti all’acqua (del Battesimo) e siete stati impastati e siete diventati una cosa sola. Col sopraggiungere del fuoco dello Spirito Santo siete
stati cotti e siete diventati pane del Signore.
(S. Agostino, Omelia nel giorno di Pasqua)

Quarantore

La pratica delle Quarantore, o meglio conosciuta come “adorazione continua del Santissimo Sacramento”.  Un momento di spiritualità molto forte, intenso e sentito, dove si cerca di coinvolgere quante più persone possibili, per dare loro la possibilità di conoscere ancora di più e di vivere Gesù nel Sacramento dell’altare.
Le Quarantore dovrebbero essere un “ottimo esercizio” per imparare a stare a tu per tu con Gesù Eucarestia: non dimentichiamo che lui è sempre presente in chiesa, nel Tabernacolo, ed aspetta solo noi che andiamo anche a fargli semplicemente compagnia.

Silenzio, adorazione e preghiera:
sono queste le tre parole che caratterizzano uno dei momenti più belli (a dire il vero: dovrebbero esserlo sempre quando varchiamo la porta della Chiesa) che un cristiano possa vivere per stare a tu per tu con il Signore: le Quarantore. Gesù, nel Santissimo Sacramento, è esposto per gran parte della giornata, per 3 giorni nella nostra parrocchia e ci aspetta, con il suo invito a stare con Lui.

Prendere la forma del pane

Durante il Tempo sacro delle Quarantore, sono stati preparati alcuni schemi di Adorazione Eucaristica che tengono conto delle “tradizionali” tre giornate eucaristiche.
Il cammino eucaristico, partendo dalle parole pronunciate da Sant’Agostino il giorno di Pasqua ai neofiti,
invitano, anche la comunità cristiana dei nostri giorni, a “prendere la forma del pane” (primo giorno), per “abitare la vita” (secondo giorno), quali “artigiani di comunione” (terzo giorno).

Trinità: Dio è legame, comunione e abbraccio (2)

Il Figlio non è stato mandato per giudicare.
«Io non giudico!» Che parola dirompente, da ripetere alla nostra fede paurosa settanta volte sette! Io non giudico, né per sentenze di condanna e neppure per verdetti di assoluzione. Posso pesare i monti con la stadera e il mare con il cavo della mano, ma l’uomo non lo peso e non lo misuro, non preparo né bilance, né tribunali. Io non giudico, io salvo. Salvezza, parola enorme. Salvare vuol dire nutrire di pienezza e poi conservare. Dio conserva: questo mondo e me, ogni pensiero buono, ogni generosa fatica, ogni dolorosa pazienza; neppure un capello del vostro capo andrà perduto, neanche un filo d’erba, neanche un filo di bellezza scomparirà nel nulla. Il mondo è salvo perché amato. I cristiani non sono quelli che amano Dio, sono quelli che credono che Dio li ama, che ha pronunciato il suo ‘sì’ al mondo, prima che il mondo dica ‘sì’ a lui.
Festa della Trinità: annuncio che Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione, legame, abbraccio. Che ci ha raggiunto, e libera e fa alzare in volo una pulsione d’amore.

La Trinità è sorgente di sapienza del vivere

Memoria emozionante della Trinità, dove il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Dio non è in se stesso solitudine: esistere è coesistere, per Dio prima, e poi anche per l’essere umano. Vivere è convivere, nei cieli prima, e poi sulla terra. I dogmi allora fioriscono in un concentrato d’indicazioni vitali, di sapienza del vivere. Quando Gesù ha raccontato il mistero di Dio, ha scelto nomi di casa, di famiglia: abbà, padre…
figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito, è un termine che avvolge e lega insieme ogni cosa come libero respiro di Dio, e mi assicura che ogni vita prende a respirare bene, allarga le sue ali, vive quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata da altre vite. Abbà, Figlio e Spirito ci consegnano il segreto per ritornare pienamente umani: in principio a tutto c’è un legame, ed è un legame d’amore

Trinità: un solo Dio in tre persone. Dogma che non capisco, eppure liberante perché mi assicura che Dio non è in se stesso solitudine, che l’oceano della sua essenza vibra di un infinito movimento d’amore. C’è in Dio reciprocità, scambio, superamento di sé, incontro, abbraccio.
L’essenza di Dio è comunione.
Il dogma della Trinità non è una teoria dove si cerca di far coincidere il Tre e l’Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere. E se Dio si realizza solo nella comunione, così sarà anche per l’uomo.
Aveva detto in principio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza».
Non solo a immagine di Dio: molto di più! L’uomo è fatto a somiglianza della Trinità.
Ad immagine e somiglianza della comunione, di un legame d’amore, mistero di singolare e plurale. In principio a tutto, per Dio e per me, c’è la relazione. In principio a tutto qualcosa che mi lega a qualcuno, a molti. Così è per tutte le cose, tutto è in comunione. Perfino i nomi che Gesù sceglie per raccontare il volto di Dio sono nomi che contengono legami: Padre e Figlio sono nomi che abbracciano e stringono legami. Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, quando so accogliere e sono accolto, sto così bene: perché realizzo la mia vocazione di comunione. La festa della Trinità è specchio del senso ultimo dell’universo.
Davanti alla Trinità mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.

Trinità: Dio è legame, comunione abbraccio

I nomi di Dio sul monte Sinai sono uno più bello dell’altro: il misericordioso e pietoso, il lento all’ira, il ricco di grazia e di fedeltà. Mosè è salito con fatica, due tavole di pietra in mano, e Dio sconcerta lui, scrivendo su quella rigida pietra parole di tenerezza e di bontà.
Che giungono fino a Nicodemo, a quella sera di rinascite. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Siamo al versetto centrale del Vangelo di Giovanni, a uno stupore che rinasce ogni volta davanti a parole buone come il miele, tonificanti: Dio ha tanto amato il mondo… e la notte di Nicodemo, e le nostre, s’illuminano.
Gesù sta dicendo al fariseo pauroso: il nome di Dio non è amore, è “tanto amore”, lui è “il molto-amante”. Dio altro non fa che, in eterno, considerare il mondo, ogni carne, più importanti di se stesso. Per acquistare me, ha perduto se stesso. Follia della croce. Pazzia di venerdì santo.
Ma per noi rinascita: ogni essere nasce e rinasce dal cuore di chi lo ama.
Proviamo a gustare la bellezza di questi verbi al passato: Dio ha amato, il Figlio è dato.
Dicono non una speranza (Dio ti amerà, se tu…), ma un fatto sicuro e acquisito: Dio è già qui, ha intriso di sé il mondo, e il mondo ne è imbevuto. Lasciamo che i pensieri assorbano questa verità bellissima: Dio è già venuto, è nel mondo, qui, adesso, con molto amore. E ripeterci queste parole ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ogni volta che siamo sfiduciati e si fa buio.

Pentecoste (4)

Spirito: misterioso cuore del mondo, vento sugli abissi, fuoco del roveto, Amore in ogni amore. Lo Spirito: estasi di Dio, effusione ardente, in noi, della sua vita d’amore. Senza lo Spirito il cristianesimo non è che arida dottrina, la Chiesa si riduce a
organizzazione e codice, la morale a fatica sovente incomprensibile, la croce a follia, Cristo rimane un evento del passato.

Ci sono tante “sere” nella vita, tanti momenti in cui tutto sembra finire, soprattutto la speranza: e sono i momenti nei quali una novità che arriva dirompente non lascia certo il tempo che trova. Ti sconquassa, ti scuote, ti rivoluziona, ti fa ribollire dentro, magari ti fa anche un po’ male perché smuove le giunture dell’anima: ma è sempre qualcosa di profondamente decisivo. È qualcosa che ti fa perdere la paura, che ti fa correre nel buio della notte e accorgersi che in quella sera della vita gli occhi si riaprono alla speranza.

Capitò così anche la sera di quel giorno, il giorno di Pentecoste, il giorno in cui i giudei osservanti celebravano la festa delle sette settimane, cioè il tempo trascorso dalla notte dell’Esodo (la Pasqua) al giorno in cui Mosè ricevette le Tavole della Legge sul Sinai; lo stesso tempo in cui, a primavera inoltrata, si iniziavano a raccogliere i primi frutti della terra. I Dodici, riuniti in un luogo a porte chiuse – chiuse come il loro cuore alla speranza – stanno per assistere alla conclusione dell’ennesimo giorno di festa trascorso come un giorno qualsiasi, senza alcuna voglia di festeggiare la Legge di Mosè che il Maestro aveva insegnato loro a superare, né di gioire per i frutti di una terra che ora non avevano più, perché per seguire lui avevano lasciato tutto in case, campi, terreni e familiari.
E così, mentre il giorno stava per finire, all’improvviso dal cielo arriva qualcosa che nessuno aspettava più, qualcosa che non rientrava nelle loro attese, qualcosa che sconvolge il loro torpore, qualcosa che illumina a giorno anche la sera più buia, qualcosa che non li può lasciare indifferenti, qualcosa che sconvolge talmente le loro vite da prendere possesso addirittura della loro bocca e della loro voce permettendo loro di parlare in lingue diverse e totalmente sconosciute a chi, a mala pena, biascicava qualcosa di ebraico, perché ognuno sapeva solo l’aramaico materno.
No, qui ora si parla greco, latino, arabo, e le più diverse lingue della terra: perché è arrivato qualcosa che non riesce a lasciare indifferenti, e quando arriva ti sconvolge l’esistenza, senza neppure lasciarti il tempo di ragionare se aderirvi o no, perché la sua forza ti trascina per strada ad annunziare le grandi opere di Dio.
A te, che non speravi più nemmeno di poter imparare qualcosa di nuovo, lo Spirito mette sulla bocca un linguaggio nuovo, e così anche agli altri, ognuno diverso, eppure tutti quanti ci si capisce. Perché il linguaggio è diverso, ma la sostanza è la stessa: è il linguaggio dell’amore, ed è universale. E ciò che più sconvolge, è il fatto che arriva alla sera della vita, mentre il giorno di Pentecoste stava per finire.
Sembra proprio che per Dio, e per il dono del suo Spirito, non è mai troppo tardi.