“Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”

Venerdì di Quaresima – Via Crucis

Trovandosi immerso in difficoltà e prove di vario genere, Paolo scriveva al suo fedele discepolo Timoteo: “Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”. Come era nata in lui questa speranza? Per rispondere a tale domanda dobbiamo partire dal suo incontro con Gesù risorto sulla via di Damasco. All’epoca Saulo era un giovane, di circa venti o venticinque anni, seguace della Legge di Mosè e deciso a combattere con ogni mezzo quelli che egli riteneva nemici di Dio. Mentre stava andando a Damasco per arrestare i seguaci di Cristo, fu abbagliato da una luce misteriosa e si sentì chiamare per nome: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Caduto a terra, domandò: “Chi sei, o Signore?”. E quella voce rispose: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!”. Dopo quell’incontro, la vita di Paolo mutò radicalmente: ricevette il Battesimo e divenne apostolo del Vangelo. Sulla via di Damasco, egli fu interiormente trasformato dall’Amore divino incontrato nella persona di Gesù Cristo. Un giorno scriverà: “Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”. Da persecutore diventò dunque testimone e missionario; fondò comunità cristiane in Asia Minore e in Grecia, percorrendo migliaia di chilometri e affrontando ogni sorta di peripezie, fino al martirio a Roma. Tutto per amore di Cristo.

Cristo nostra Speranza! In cammino verso il Crocifisso Risorto

L’Anno Santo ci invita a farci Pellegrini di Speranza. Ancora di più il tratto di strada che ci porta alla Pasqua ci stimola a muovere i passi verso Colui che è la nostra speranza. Papa Francesco al n° 20 della Bolla di indizione del Giubileo, “Spes non confundit” così ci ricorda: Gesù morto e risorto è il cuore della nostra fede. San Paolo, nell’enunciare in poche parole, utilizzando solo quattro verbi, tale contenuto, ci trasmette il “nucleo” della nostra speranza: «A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici». Cristo morì, fu sepolto, è risorto, apparve. Per noi è passato attraverso il dramma della morte. L’amore del Padre lo ha risuscitato nella forza dello Spirito, facendo della sua umanità la primizia dell’eternità per la nostra salvezza. La speranza cristiana consiste proprio in questo: davanti alla morte, dove tutto sembra finire, si riceve la certezza che, grazie a Cristo, alla sua grazia che ci è stata comunicata nel Battesimo, «la vita non è tolta, ma trasformata», per sempre.
Nel Battesimo, infatti, sepolti insieme con Cristo, riceviamo in Lui risorto il dono di una vita nuova, che abbatte il muro della morte, facendo di essa un passaggio verso l’eternità.
Che la Quaresima sia per tutti occasione in cui riscoprire e far riscoprire ai fratelli e sorelle che incontriamo, Gesù, il Crocifisso Risorto come speranza che non delude nelle sfide che il vivere quotidiano ci mette di fronte. Buon cammino quaresimale .

Guardare i frutti: un esercizio Quaresimale

Ancora una volta Gesù ci invita ad andare all’essenziale.
Ancora una volta ci strappa al gioco sottile delle simpatie ed antipatie, dei pregiudizi e dei sospetti, ci libera dai legami che ci impediscono di valutare in modo giusto e veritiero la realtà. Non perdiamoci a considerare elementi che sono solo superficiali, periferici, secondari. Vogliamo capire chi siamo noi, innanzitutto? Guardiamo a quello che facciamo, a quello che accade attorno a noi, a quello che produce la nostra azione! Intorno a noi c’è profumo di pulito, propensione ad essere limpidi, onesti e sinceri perché noi cerchiamo di essere tali? Vuol dire che siamo sulla buona strada!
Quanti ci stanno attorno ricevono costantemente da noi gesti e parole di benevolenza, di sostegno, di
solidarietà, di misericordia? Indubbiamente il nostro cuore è buono, non infetto da malattie: solo un cuore buono può produrre azioni di questo genere. Viceversa, al di là del nostro spirito “religioso”, delle nostre molte preghiere, della nostra assidua partecipazione ai sacri riti, la nostra presenza è una miccia continua di contrasti, di accuse, di sgarberie e di intimidazioni? Beh, nel nostro supposto rapporto con Dio c’è qualcosa che non funziona. Analogo metro Gesù ci chiede di assumere quando si tratta di valutare l’operato degli altri, di esprimere un giudizio, di dare un parere, di esprimere una scelta, una decisione.
Guardiamo i frutti! Uno non può essere lontano da Dio se è capace di gesti straordinari di bontà, di misericordia, di generosità. E, viceversa, uno può avere sempre in bocca il nome di Dio, ma la sua grettezza, il suo egoismo sono una prova del nove: la sua vita non è affatto sotto il sole benefico della presenza di Dio. Così ognuno di noi è condotto, nella vita quotidiana, a lasciar perdere altri criteri per andare dritto a ciò che conta. Ognuno è invitato seriamente a guardarsi allo specchio, per riconoscere la propria faccia ma anche le tante maschere che indossa, per vedere la trave che è nel suo occhio prima di lanciarsi alla scoperta della pagliuzza che è nell’occhio altrui. Esercizio utile, indispensabile a ogni cristiano.
Se non vuol ingannare se stesso e gli altri, pago solo di belle parole o di favole che si racconta.
Sì, perché prima o poi ci sarà un risveglio doloroso alla realtà!

Giornata per la Vita e Festa di San Giovanni Bosco

Carissime famiglie, cari bambine e bambini, ragazze e ragazzi e giovani, è con grande gioia che vi invito a partecipare alla festa di San Giovanni Bosco presso la nostra Parrocchia e Oratorio. La giornata speciale si svolgerà Domenica 2 Febbraio. Inizieremo con la santa Messa.
Appuntamento alle ore 10.20, presso il cortile della Canonica, dove c’è la Grotta della Madonna di Lourdes, perché è la domenica della Presentazione di Gesù al Tempio. Processione verso la Chiesa dove celebreremo la messa pregando e invocando la protezione di san Giovanni Bosco per tutta la gioventù, per i genitori, gli educatori e il nostro oratorio.
È anche la Giornata Nazionale per la vita.
Subito dopo la messa, la Catechesi nelle aule per tutti i bambini e ragazzi.
Di seguito ci sarà una Pizzata in oratorio e al termine il gioco della Tombola.
Vi incoraggio ad essere presenti a questo momento di condivisione e fraternità. 

“Che la carità e la dolcezza di Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa”.
Questa fu la risoluzione che Don Bosco prese all’inizio della sua vita di sacerdote educatore.
Ed è in questo riferimento a san Francesco di Sales che la pedagogia salesiana prende il suo nome.
«Chi si sente amato, amerà» diceva Don Bosco. Ma la gentilezza e la bontà non sono mai state virtù spontanee. Anche per Don Bosco la dolcezza non era una dote naturale. Egli affermava di essersi svegliato dal «sogno» dei suoi nove anni con i pugni doloranti per i colpi menati a dei giovani bestemmiatori. Da adolescente difese con irruenza l’amico Luigi Comollo.
Racconta lui stesso: «Chi dice ancora una parolaccia, dovrà fare i conti con me. I più alti e sfacciati fecero muro davanti a me, mentre due ceffoni volavano sulla faccia di Luigi. Persi il lume degli occhi, mi lasciai trasportare dalla rabbia. Non potendo avere tra mano un bastone o una sedia, con le mani strinsi uno di quei giovanotti per le spalle, e servendomene come di una clava cominciai a menare botte agli altri. Quattro caddero a terra, gli altri se la diedero a gambe urlando».
Più tardi, il buon Luigi lo rimproverò per quella veemente esibizione di forza: «Basta. La tua forza mi spaventa. Dio non te l’ha data per massacrare i tuoi compagni. Perdona e restituisci bene per male, per favore». Quasi un’eco al personaggio del sogno che aveva detto: «Non è con i colpi, ma con la dolcezza e l’amore che devi mantenere la loro amicizia».
Giovanni imparò così non solo come si perdona, ma quanto sia importante dominare se stessi.
Non lo dimenticherà mai. Porterà sempre dovunque il soffio del mite e nessuno saprà quanto gli costerà sempre, ma per questo, secondo le parole di Gesù “possederà la terra”.
Secondo il suo Testamento spirituale, s’impose come quarto proposito dell’ordinazione sacerdotale la formula: «La carità e la dolcezza di S. Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa».
Dolce non è sinonimo di mellifluo e dolciastro, che sono le sue subdoli caricature. 
Dolcezza non è affatto debolezza. La violenza incontrollata è debolezza.
La gentilezza è forza pacifica, paziente e umile.
Don Bosco univa, nel suo governo, la dolcezza e la fermezza.

Gesù è il Figlio che dà soddisfazione al Padre

La parola “battesimo” è greca e vuol dire “immersione”; “battezzare” significa “immergere”.
Giovanni Battista aveva proposto questo gesto penitenziale: una immersione nelle acque del Giordano. Era un gesto con cui le persone si umiliavano davanti a Dio. Scendere nell’acqua, andare sott’acqua vuol dire “morire”. È un modo per dire: “Abbiamo l’acqua alla gola, stiamo annegando, da soli non ci salviamo”. Giovanni Battista diceva alla gente: “Riconoscete che avete bisogno di essere salvati, immergetevi in segno di penitenza, chiedere al Signore che intervenga per aiutarvi!” E molta gente andava a compiere questo rito penitenziale. Anche Gesù si è messo in fila con i peccatori ed ha accettato questo rito. Gesù si è umiliato in quel momento. Pensate: il Signore del cielo e della terra, il padrone di tutto … è nato bambino in una situazione di semplice povertà, ma anche da grande è rimasto nascosto in mezzo a tanta altra gente. C’era tantissima gente intorno a Giovanni Battista e Gesù era uno come gli altri: non ha voluto emergere per farsi vedere, ma si è messo alla pari degli altri e con umiltà è sceso nelle acque. È sceso. “Scendere” vuol dire “accettare” anche l’umiliazione: è il contrario di alzarsi, di alzare la testa, di emergere, di farsi vedere come i più importati. Noi spesso abbiamo questa voglia istintiva di emergere, di farci notare, di attirare l’attenzione. Da Gesù impariamo invece un atteggiamento di abbassamento, di umiltà; e mentre è raccolto in preghiera succede qualcosa: si aprono i cieli e si sente una voce. È la voce di Dio Padre che si rivolge diretta a Gesù e gli dice: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento”.
È una rivelazione straordinaria: Dio fa sentire la sua voce.
Da Nazareth al Giordano ci sono centinaia di chilometri, quindi non è passato di lì per caso, ci è andato per mettersi insieme ai peccatori e in quel momento, dopo l’immersione, Dio Padre si fa sentire. È la prima volta che nel Vangelo si dice che la voce di Dio entra nella storia – ed è rivolta a Gesù: “Tu sei mio Figlio, tu sei l’amato; io ti approvo, hai tutta la mia stima, il mio favore, mi piaci”. Pensate quale bella parola!
È un complimento straordinario che un genitore può fare al figlio, ad un figlio adulto e maturo, di trent’anni: non è un banale complimento a un bambino! Pensate la soddisfazione di un genitore che può dire ad un figlio di trent’anni: “Tu sei il mio compiacimento, hai tutto il mio apprezzamento, mi hai dato soddisfazione”. Gesù è il Figlio che dà soddisfazione al Padre: ha il suo consenso pieno, il suo apprezzamento.
Noi oggi con il linguaggio moderno dei social diremmo: “Mi piaci”. Non è un banale pollice alzato, è un riconoscimento grandioso. Dio Padre dice a Gesù: “Tu sei il Figlio che ci vuole, mi piaci”.
Nel Battesimo anche noi siamo figli di Dio … siamo figli che danno soddisfazione al Padre?
Siamo diventati figli, uniti a Gesù che è il Figlio, siamo diventati cristiani uniti al Cristo … viviamo una vita da figli? Siamo imitatori di Cristo? Abbiamo Gesù come nostro modello di vita? Vogliamo che sia cosi! Gesù è il nostro ideale! Vogliamo crescere, vogliamo vivere, vogliamo fare tutto avendo Gesù come ideale di vita, come modello da seguire: Lui è il Figlio che piace, noi vogliamo essere figli che piacciono a Dio Padre. Vogliamo avere il suo gradimento: non quello del mondo, non ci interessa l’approvazione degli
uomini, della società e delle mode, ci interessa l’approvazione di Dio. È una scelta molto importante.
Scegliere di seguire Gesù nella vita, di crescere come Lui, vuole dire “avere Lui come modello”; ci vede e ci segue e ci accompagna ogni momento della nostra vita in tutto quello che facciamo, in tutto quello che diciamo, in quello che pensiamo è presente dentro di noi e ci conosce nell’intimo, meglio di come noi conosciamo noi stessi. Vogliamo piacergli, vogliamo che possa dire: “In te ho posto il mio compiacimento”. Questa espressione è la stessa parola che adoperano gli angeli quando annunciano la “pace in terra agli uomini della benevolenza”. È un termine difficile da tradurre e quindi si rende con termini diversi.
Gli uomini sono oggetto della benevolenza di Dio; Dio vuole bene all’umanità, ma l’uomo a cui vuole più bene è il Figlio Gesù: “Tu sei veramente il Figlio in cui io trovo compiacimento; mi piaci, sei veramente l’uomo che ho sempre sognato”. E noi – nella nostra umanità – vogliamo imitare Gesù, vogliamo essere come Gesù: solo se siamo come Gesù, saremo veramente uomini e la nostra vita sarà realizzata.
Vogliamo piacere a Dio: vogliamo essere in tutto come Gesù!

Come investigatori ricerchiamo e riconosciamo il Signore

Epifania è una splendida parola greca che abbiamo conservato dall’antichità e, purtroppo, perché non la capiamo bene, l’abbiamo deformata, l’abbiamo fatta diventare befana; e il linguaggio corrente, aiutato dalla televisione e dal mondo del commercio, ha trasformato la festa dell’Epifania nel giorno della befana.
È un guaio, perché vuol dire perdere il senso della nostra fede. È necessario essere credenti intelligenti.
La festa della Epifania ci ricorda l’intelligenza della nostra fede, la necessità di capire quello in cui crediamo. Epifania vuol dire che il Signore si è fatto conoscere, si è manifestato. Il Signore invisibile si è fatto vedere da noi, noi lo abbiamo riconosciuto e questo riempie di gioia. I magi sono partiti da lontano e hanno riconosciuto in quel Bambino, in una povera casa di Betlemme, il Signore, il vero Re, il Salvatore dell’umanità. Il problema serio non è conoscere, ma riconoscere. Non ci arriviamo da soli con la nostra intelligenza a capire e a spiegare tutto, ma con l’intelligenza riconosciamo la presenza di Dio nella nostra vita. Ed è importante proprio questo impegno: riconoscere il Signore che è presente nella nostra esistenza. Non lo vediamo con gli occhi della carne, non lo sentiamo con le orecchie fisiche, eppure ci accorgiamo che è presente? Lo riconosciamo in qualche momento della nostra vita? Anche se non riusciamo a sentirlo presente sempre, ci sono dei momenti significativi in cui sentiamo che il Signore è presente, sentiamo che ha ragione, ci accorgiamo che è vero quello che ci ha detto.
Per aiutarci a comprendere questo senso, proviamo a immaginare il lavoro di un investigatore.
Quando avviene un delitto, si denuncia il fatto, ma non si sa come sono andate le cose. Bisogna trovare chi sia il responsabile: per mettere insieme i dettagli e gli indizi, ci vuole una ricerca, una investigazione, perché non è tutto così chiaro. Se uno non si impegna, non trova niente. Se invece c’è un investigatore che si impegna e ricerca con intelligenza, può scoprire come sono andati i fatti. In queste ricerche molte volte – tanti telefilm televisivi ci aiutano a pensare questo evento – la soluzione viene attraverso una intuizione: ad una certo momento si accede una luce, l’investigatore ha un attimo di illuminazione, gli viene in mente qualcosa che gli permette di ricostruire tutto. Nel linguaggio dei fumetti in genere c’è la lampadina che si accende. «I magi videro la stella e furono pieni di gioia». Col nostro linguaggio moderno potremmo dire che si è accesa quella lampadina – è una immagine di fede – si è accesa l’intelligenza e in un attimo hanno capito! Quando uno riesce a capire qualcosa di oscuro che stava ricercando, è pieno di gioia.
Perdonate il paragone negativo con l’investigatore in un caso di delitto, ma la nostra esperienza cristiana è proprio quella di investigatori che ricercano Dio. È lui che è venuto a cercare noi, eppure si nasconde, non è così apertamente visibile, ma c’è, opera, è presente nella nostra vita. Noi possiamo non accorgercene e fare come se niente fosse … oppure possiamo cercarlo, possiamo cercare la sua presenza, lasciarci illuminare dalle “sue lampadine” e riconoscerlo. Ogni volta che lo riconosciamo presente nella nostra vita siamo colmi di gioia, ci illuminiamo, perché sentiamo che quello che crediamo è vero. «Se lo senti, lo sai».
È importante sentire la presenza del Signore, riconoscerla! È importante usare l’intelligenza nella nostra vita di fede. Allora proprio in questa festa della intelligenza della fede, possiamo tranquillamente continuare a scherzare con la befana, con tutte le immagini che il mondo consumistico ci propone, ma non dobbiamo chiamarlo il giorno della befana … oggi è il giorno della Epifania, è l’Epifania del Signore nella nostra vita, è qualcosa di molto serio, non è una vecchia befana inventata dai commercianti, ma è la manifestazione di Dio e noi abbiamo bisogno di riconoscerlo.
Siamo venuti qui per adorarlo e per chiedere la luce, per riconoscerlo presente nella nostra vita.
Se lo cercate, lo troverete; se lo sentite, lo sapete; se lo riconoscete, siete persone contente, luminose.

Edith Stein: il Mistero del Natale

“E il Verbo si fece carne” Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in un’altra forma. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata. “Questo è il pane vivo che è disceso dal cielo” chi lo fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo.

Lungo è il cammino per passare dall’autocompiacimento del “buon cattolico”, che “compie i suoi doveri”, ma per il resto fa come gli piace, ad una vita che si lascia guidare per mano di Dio ed è caratterizzata dalla semplicità del bambino e dall’umiltà del pubblicano. Chi però l’ha imboccata una volta, non lo rifà più a ritroso: sarà un rivoluzionamento di tutta la loro vita interiore ed esteriore.

Dal Messaggio di papa Francesco per la Giornata della Pace

All’alba di questo nuovo anno donatoci dal Padre celeste, tempo Giubilare dedicato alla speranza, rivolgo il mio più sincero augurio di pace ad ogni donna e uomo, in particolare a chi si sente prostrato dalla propria condizione esistenziale, condannato dai propri errori, schiacciato dal giudizio altrui e non riesce a scorgere più alcuna prospettiva per la propria vita. A tutti voi speranza e pace, perché questo è un Anno di Grazia, che proviene dal Cuore del Redentore! Che il 2025 sia un anno in cui cresca la pace!
Quella pace vera e duratura, che non si ferma ai cavilli dei contratti o ai tavoli dei compromessi umani.
Cerchiamo la pace vera, che viene donata da Dio a un cuore disarmato: un cuore che non si impunta a calcolare ciò che è mio e ciò che è tuo; un cuore che scioglie l’egoismo nella prontezza ad andare incontro agli altri; un cuore che non esita a riconoscersi debitore nei confronti di Dio e per questo è pronto a rimettere i debiti che opprimono il prossimo; un cuore che supera lo sconforto per il futuro con la speranza che ogni persona è una risorsa per questo mondo.

Il disarmo del cuore è un gesto che coinvolge tutti, dai primi agli ultimi, dai piccoli ai grandi, dai ricchi ai poveri. A volte, basta qualcosa di semplice come «un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito». Con questi piccoli-grandi gesti, ci avviciniamo alla meta della pace e vi arriveremo più in fretta, quanto più, lungo il cammino accanto ai fratelli e sorelle ritrovati, ci scopriremo già cambiati rispetto a come eravamo partiti.
Infatti, la pace non giunge solo con la fine della guerra, ma con l’inizio di un nuovo mondo, un mondo in cui ci scopriamo diversi, più uniti e più fratelli rispetto a quanto avremmo immaginato.

Concedici, la tua pace, Signore! È questa la preghiera che elevo a Dio, mentre rivolgo gli auguri per il nuovo anno ai Capi di Stato e di Governo, ai Responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai Leader delle diverse religioni, ad ogni persona di buona volontà.