Lo stupore è la reazione davanti alle meraviglie di Dio

Gli eventi che accompagnano la nascita di Gesù provocano stupore in tutti coloro che ne ascoltano il racconto. Anche noi nel primo giorno dell’anno, che è ottava di Natale e conclude il grande giorno della Natività, osserviamo e meditiamo con stupore questi eventi che hanno segnato l’inizio della nostra salvezza. Celebriamo la divina maternità di Maria e contempliamo con meraviglia questa giovane donna, semplice e umile, è divenuta la «Madre di Dio». È questa una espressione straordinaria che hanno coniato gli antichi Padri della Chiesa, definendo Maria Theotókos, Colei che ha generato Dio, per sottolineare come nella persona di Gesù sia presente la divinità e l’umanità in modo indissolubile. Maria non ha generato solo l’uomo, ma ha generato la persona di Cristo che e Dio e uomo, quindi si può dire che ha generato Dio. È una affermazione strepitosa, che deve generare stupore. Di fronte a ciò che è straordinario noi possiamo porci in diversi modi: con l’atteggiamento critico di chi sorride, solleva le spalle e dice che non è vero; oppure con l’indifferenza di chi ascolta qualche cosa che è abituato ad ascoltare e quindi lo dà per scontato e lo considera abituale, quasi banale. Invece l’atteggiamento giusto è quello di chi guarda e medita queste cose con stupore: non riusciamo a capire, a spiegare, non rifiutiamo in modo razionalistico, non accettano in modo passivo … accogliamo con stupore. Siamo abituati a cambiare anno, a farci gli auguri immaginando che quello nuovo sia migliore di quelli passati; ma siamo anche un po’ smaliziati, sapendo che le cose non cambiano, che siamo sempre da capo, che la situazione resta quella di prima – cambiando il calendario non cambia la nostra vita – e rischiamo di portare questo atteggiamento disilluso anche nel mondo della fede, passando da una celebrazione all’altra, come banali abitudini che non toccano il nostro cuore né la nostra intelligenza. Vorrei invece invitarvi a fare un esercizio di stupore. Ripensate gli eventi che i pastori hanno udito e visto … essi li hanno raccontati producendo stupore in tutti coloro che ascoltavano. Torniamo a casa anche noi – all’inizio di quest’anno – stupiti per le meraviglie che il Signore ha operato e impariamo a stupirci delle cose belle, che ci sono adesso nella nostra vita, con cui il Signore si fa presente nella nostra esistenza. Impariamo lo stile di Maria che custodiva questa cose meditandole nel suo cuore. È importante custodire la Parola. Maria ha accolto la Parola di Dio e le ha dato carne, ha accolto con tanta profondità quella Parola che in lei la Parola si è fatta carne e l’ha custodita per tutta la vita. Non ha capito tutto all’inizio, ha peregrinato nella fede, comprendendo poco alla volta e custodendo la Parola, meditando nel proprio cuore quello che stava avvenendo. La meditazione di Maria è espressa dall’evangelista con un verbo greco che vuol dire mettere insieme. Luca dice che Maria faceva un’azione “simbolica”, cioè metteva insieme i dettagli. La meditazione è proprio questo: mettere insieme i tasselli per ricomporre il grande mosaico della nostra esistenza. Maria custodiva la Parola, il messaggio fondamentale che le era stato rivolto, e viveva giorno per giorno quei momenti straordinari che suscitavano stupore e li meditava, rifletteva e combinava insieme: mettendo insieme i vari pezzi, ha compreso il progetto di Dio. È quello che dobbiamo fare noi. Non possiamo capire dall’inizio che senso abbia la nostra vita … lo comprendiamo vivendo e col tempo che passa. Guardando indietro, noi possiamo mettere insieme tanti tasselli della nostra esperienza, non solo con la nostra esperienza, ma custodendo la Parola di Dio, quello che il Signore ci ha detto e ci ha promesso, insieme a quello che noi abbiamo vissuto e sperimentato. Mettendo insieme la Parola di Dio e la nostra esperienza, noi maturiamo nella fede, comprendiamo meglio il suo progetto, aderiamo a Lui. Ma l’atteggiamento di fondo che permette questo composizione è lo stupore: né il rifiuto né l’accettazione passiva, ma l’accoglienza meravigliata di qualche cosa che ci supera. Chi sa stupirsi, vede il bello e ne resta meravigliato; perciò si interroga e ricerca il senso, il motivo e la causa, e può così riconoscere la presenza di Dio. Nella nostra vita c’è un mistero più grande di quel che possiamo capire. Oggi torniamo a casa stupiti di quello che è la nostra vita, di quello che sarà il nostro futuro. Non lo prevediamo, non lo possiamo conoscere, ma lo viviamo nello stupore quotidiano di chi si fida del Signore, custodisce la sua Parola e la medita nel proprio cuore ogni giorno dell’anno … e questo dà senso e forza alle nostre opere e ai nostri giorni.

L’inno del “Te Deum” per esprimere gratitudine al Signore

«Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore»: così inizia il canto del Te Deum che secondo un’antica tradizione viene rinnovato alla fine di ogni anno civile. Anche oggi al temine della Messa lo intoneremo tutti insieme lodando Dio e proclamandolo “Signore della nostra vita”. È un inno di ringraziamento con cui vogliamo dire grazie al Signore. È importante il ringraziamento proprio nel momento della difficoltà.
Nonostante la crisi, le paure, i pericoli, riconosciamo di non essere soli, di non essere abbandonati, riconosciamo che la nostra vita è nelle mani di Dio e siamo contenti che sia Lui il nostro Signore. «È cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere grazie, sempre in ogni luogo», in ogni circostanza, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, all’inizio di un anno e alla fine di un anno.
Ringraziamo il Signore per il tempo che ci dà, per la grazia che ci concede, per la forza che ci dona di vivere bene anche i tempi cattivi. Siamo noi i nostri tempi e il bene dipende da noi, dal nostro modo di reagire alle situazioni della vita, per questo chiediamo al Signore che ci aiuti, che ci sostenga, che ci protegga, che soccorra la nostra debolezza.
L’inno Te Deum è un antico testo della liturgia, che non è proprio della fine dell’anno: lo si adopera nella preghiera del breviario tutte le domeniche dell’anno e in tutte le feste. Viene solennemente cantato in pubblico nelle occasioni in cui si vuole ringraziare particolarmente il Signore, come avviene in questa celebrazione che conclude l’anno. Questo ampio poema di lode si divide in tre parti.
La prima parte costituisce una specie di preghiera eucaristica con impostazione trinitaria.
Noi ti lodiamo, Dio, ti proclamiamo Signore. O eterno Padre, tutta la terra ti adora.
A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli: Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli e la candida schiera dei martiri;
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode;
la santa Chiesa proclama la tua gloria, adora il tuo unico Figlio, e lo Spirito Santo Paraclito.

Dire che questa prima parte ha un’impostazione eucaristica serve per richiamare proprio il tema del ringraziamento; ha infatti la stessa formula delle preghiere che adoperiamo al cuore della Messa per lodare e ringraziare il Signore del dono della sua vita; tant’è vero che comprende anche la formula del triplice santo con l’evocazione degli angeli e delle potenze dei cieli che cantano la santità di Dio Signore dell’universo. Dio, che è completamente diverso da noi, totalmente santo, è tuttavia presente nella nostra esistenza: «i cieli e la terra sono pieni della sua gloria», cioè della sua presenza potente e operante.
Dio non si identifica con il mondo, ma è presente nel mondo e si fa sentire da noi – lo acclamano gli
apostoli, i martiri, i profeti – e noi facciamo parte di questa Chiesa gloriosa e ci uniamo alla lode dei Santi per adorare il Padre il Figlio e lo Spirito Santo.

La seconda parte del Te Deum è una invocazione a Cristo e ricorda gli eventi fondamentali della sua vita
e dell’opera di salvezza da lui compiuta:
O Cristo, re della gloria, eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo.
Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi.

Il Cristo, Re della gloria, eterno Figlio del Padre, quando ha deciso di liberare l’uomo non ha rifiutato il grembo della Vergine, ma si è degnato di scendere, di farsi piccolo, di entrare nella nostra umanità.
Consegnandosi volontariamente alla morte, ha vinto il potere della morte e ci ha aperto le porte della vita eterna. Adesso siede glorioso alla destra del Padre e regna per sempre nella gloria di Dio: un giorno infine verrà a giudicare il mondo. A questo punto – dopo aver adorato il Cristo come nostro Dio e sovrano dell’universo – gli chiediamo di soccorrere i figli che «ha redento col suo sangue prezioso». Gli chiediamo che ci accolga un giorno nella sua gloria, nell’assemblea dei Santi. Il centro del Te Deum è cristologico, perché il centro di tutta la nostra vita è Cristo e lo stile della nostra vita deve essere il ringraziamento. Siamo incentrati sulla storia di Gesù che diventa la nostra storia, e la nostra preghiera è un continuo ringraziamento a Lui.
La terza parte della preghiera, infine, diventa la supplica.
Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, lodiamo il tuo nome per sempre.
Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi. Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno.

È la rielaborazione di alcuni versi di salmi, con cui insistentemente chiediamo al Signore: salva il tuo
popolo, benedici la tua eredità, guida e proteggi i tuoi figli. Ogni giorno abbiamo bisogno che tu ci regga, che ci illumini, che ci conduca. Noi ti benediciamo e ti lodiamo per sempre.
Per questo chiediamo al Signore oggi, ma vale per ogni giorno della nostra vita: “Degnati, o Signore, di conservarci e di custodirci dal peccato che è il male peggiore. Sia la tua misericordia su di noi, Signore, perché in te abbiamo sperato. Tu sei la nostra speranza e noi siamo certi che non resteremo confusi, perché in te abbiamo sperato”.
Con tutti i cristiani sparsi nel mondo oggi cantiamo il Te Deum di ringraziamento.
Nonostante tutto, proprio perché siamo nella difficoltà, sentiamo di avere ancora più bisogno del Signore e non ci lamentiamo con Lui, ma lo lodiamo e lo benediciamo; lo ringraziamo per tutto quello che abbiamo avuto e gli chiediamo la forza per vivere bene ogni giorno del nuovo anno, perché dipende da noi che i tempi siano buoni … possiamo farli diventare buoni noi, entrando nello stile di Dio che fa di ogni
esperienza l’occasione di ringraziamento, di lode e di benedizione.
Con questo stile certamente l’anno sarà buono, qualunque cosa capiti.

Pace in terra agli uomini della benevolenza

“Gloria a Dio nell’alto dei cieli – cantano gli angeli nella notte di Betlemme – e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. Nell’originale greco si adopera una parola di difficile traduzione, che potrebbe essere resa letteralmente con benevolenza: “Pace in terra agli uomini della benevolenza”. La benevolenza è quella di Dio e noi – creature umane – siamo oggetto di questa benevolenza. È la bella notizia di Natale: Dio vuole bene all’umanità. “Il voler bene” è una relazione di affetto; la benevolenza divina è quella buona disposizione d’animo nei confronti dell’umanità. Viene annunciato così il volto umano di Dio: quel bambino che è nato rivela la benevolenza divina che porta la pace, che offre la possibilità della pace, che crea pace fra di noi. A Natale noi accogliamo questo dono che viene dall’alto, il dono della benevolenza che Dio ci offre.
È quell’amore grande che egli offre a noi, chiedendo in cambio di essere amato; è la sua buona disposizione verso di noi. Dallo stile del Natale noi impariamo tale atteggiamento benevolo, per diventare persone che sanno voler bene. Può essere una espressione banale – possiamo infatti rovinarla – ma, se ci pensate bene e la dite con consapevolezza, è una affermazione grandiosa. Dire a una persona “Ti voglio bene” è un fatto meraviglioso. Può essere solo un TVB scritto in un messaggino senza pensarci, può essere una formula generica detta ad un grande pubblico, come una qualunque altra formula di saluto, ma se è detta col cuore, se è detta con l’intelligenza e la volontà, “Ti voglio bene” è una parola grandiosa! È l’autentica dichiarazione d’amore: voglio il tuo bene. Volere il bene dell’altro è l’atteggiamento di Dio, è la sua buona disposizione verso di noi, verso l’umanità, verso ciascuno di noi. Questo suo atteggiamento, rivelato nell’uomo Gesù, diventa il nostro stile, diventa la bella notizia cristiana, diventa il nostro impegno! Vogliamo essere persone benevoli, persone che sanno voler bene. Pensate quanti drammi famigliari segnano le nostre cronache, quante persone che dicevano di volere bene, invece trattano male fino ad uccidere la persona che pensavano di amare. Sembra facile volere bene! È banale dirlo, ma volere bene all’altro, volere il bene dell’altro è un’azione divina, è la grandezza della nostra umanità! È possibile grazie a Gesù Cristo! Grazie alla sua incarnazione egli ha unito cielo e terra. La gloria di Dio che è nell’alto dei cieli abita ora la nostra terra, la nostra realtà concreta, le nostre difficoltà, le nostre relazioni problematiche; e ci porta la pace, ci porta una capacità di relazione buona: pace fra l’umanità di Dio, pace fra le varie persone, pace dentro il cuore di ciascuno. Queste relazioni buone diventano benevolenza, affabilità, cordialità, simpatia, umanità: devono essere queste le nostre doti, le caratteristiche del nostro atteggiamento, la nostra realtà cristiana! La nostra Comunità deve essere caratterizzata da queste qualità. Vogliamo essere persone affabili che parlano con gli altri, con disponibilità, capaci di dialogo; vogliamo essere persone cordiali che ragionano e agiscono col cuore, con sentimento buono; vogliamo essere persone simpatiche – non perché facciamo ridere – ma perché siamo capaci di condividere i sentimenti dell’altro e di farci carico delle difficoltà, piangere con chi piange e ridere con chi è contento; vogliamo essere umani … quando parliamo di atteggiamento umano o della umanità nel tratto, intendiamo proprio questa benevolenza, questa capacità di affetto e di simpatia che lega gli uni agli altri. Il nostro mondo ne ha bisogno, ne ha bisogno da sempre! Siamo noi, che crediamo in Gesù Cristo, a essere portatori di questa affabilità, di questa cordialità, della simpatia umana, portatori della benevolenza divina, creatori di pace nelle nostre relazioni. Chiediamolo al Signore come dono natalizio per ciascuno di noi, per tutta la nostra comunità, perché le nostre relazioni diventino benevole. Chiediamo al Signore la capacita di essere quegli uomini della benevolenza a cui è data la pace del Natale: persone che sanno volere bene, non solo al piccolo cerchio dei parenti stretti, ma comunque, in genere nella società, capaci di volere il bene dell’altro – chiunque esso sia – capaci di volere il vero bene e di costruire il bene sociale, il bene comune. Vogliamo esser persone benevole che cambiano il volto della società.
È la bellezza del Natale creare atmosfere di amicizia, di simpatia, di umanità; è la bellezza del Natale sentirci in famiglia, sentirci accolti, ritrovarci, incontrarci … sappiamo quanto è bello stare insieme bene. Vogliamo crescere in queste relazioni umane e benevole. Chiediamo al Signore questo dono natalizio che ci renda capaci di volere bene, che ci renda disposti benevolmente verso gli altri.

Buon Natale

Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”!. Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”. Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima. Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia.

Quest’anno, durante la Messa della Notte di Natale, Papa Francesco aprirà la Porta Santa del Giubileo – Pellegrini di Speranza. Ci lasciamo guidare dalle parole di Papa Francesco che ci aiuta a riflettere sul momento in cui la speranza è entrata nel mondo. “Dio adempie la promessa facendosi uomo; non abbandona il suo popolo, si avvicina fino a spogliarsi della sua divinità.
In tal modo Dio dimostra la sua fedeltà e inaugura un Regno nuovo, che dona una nuova speranza all’umanità”. E qual è questa speranza?
Quando si parla di speranza, spesso ci si riferisce a ciò che non è in potere dell’uomo e che non è visibile. In effetti, ciò che speriamo va oltre le nostre forze e il nostro sguardo.
Ma il Natale di Cristo, inaugurando la redenzione, ci parla di una speranza diversa, una speranza affidabile, visibile e comprensibile, perché fondata in Dio. Egli entra nel mondo e ci dona la forza di camminare con Lui: Dio cammina con noi in Gesù e camminare con Lui verso la pienezza della vita ci dà la forza di stare in maniera nuova nel presente, benché faticoso. Sperare allora per il cristiano significa la certezza di essere in cammino con Cristo verso il Padre che ci attende.
La speranza mai si ferma, la speranza sempre è in cammino e ci fa camminare. Questa speranza, che il Bambino di Betlemme ci dona, offre una meta, un destino buono al presente, la salvezza all’umanità, la beatitudine a chi si affida a Dio misericordioso.
San Paolo riassume tutto questo con l’espressione: “Nella speranza siamo stati salvati”. Cioè, camminando in questo modo, con speranza, siamo salvi. E qui possiamo farci la domanda, ognuno di noi: io cammino con speranza o la mia vita interiore è ferma, chiusa? Il mio cuore è un cassetto chiuso o è un cassetto aperto alla speranza che mi fa camminare non da solo, con Gesù?

Testimoniare: fiamma e promessa

La quarta domenica del Tempo di Avvento di quest’anno precede di soli due giorni l’apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro in Roma quale segno dell’inizio dell’Anno Giubilare 2025, il cui motto è Pellegrini di Speranza. Dedicato al tema della Speranza e con un forte richiamo al pellegrinare.
Il pellegrinaggio è, infatti, uno dei segni del Giubileo. Come si legge sul portale dedicato all’Evento, il giubileo chiede di mettersi in cammino e di superare alcuni confini.
Un esempio di questo pellegrinare ci è offerto proprio dal Vangelo di questa domenica: Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.

Il cammino di Maria verso sua cugina Elisabetta non è facile. Percorrere la regione montuosa, correre il rischio di un viaggio? I racconti evangelici non ci riportano cosa pensasse Maria durante il viaggio verso Elisabetta, ma fra l’annuncio dell’angelo e la visita ad Elisabetta c’è un filo rosso che collega tutta la storia di Maria. Questo filo rosso è la fiamma della contemplazione. Una fiamma invisibile che si accende nel grembo di Maria e che si rivela quando il bambino esulta di gioia nel grembo di Elisabetta. Una fiamma che possiamo contemplare anche noi, nella nostra storia, quando i palmi si rivolgono verso l’altro e verso l’alto, quando il nostro ascolto della Parola si fa preghiera e accoglienza, mani che si aprono e che rendono visibile l’invisibile promessa di Dio nella nostra vita. Elisabetta parla di orecchi, non di occhi.
Cos’ha sentito Elisabetta? Perché il Vangelo ci riferisce questo particolare? Elisabetta ci fa pensare ad un mutismo che all’improvviso viene meno attorno a lei: difatti, proprio suo marito, Zaccaria, era stato reso muto dopo l’annuncio nel tempio della nascita di Giovanni. Più frequentemente, siamo soliti collegare al senso della vista un motivo di gioia, di esultanza, quale quella provata da Elisabetta e da Giovanni nel suo grembo. Ma in questo Vangelo, il collegamento diretto all’emozione della gioia è l’udito. Perché? Perché Maria porta con sé la Parola: la Parola vivente, la Parola fatta carne. E la Parola si sente, si ode, si ascolta, si contempla. Prima che dal vedere Maria, Elisabetta è sorpresa dal sentire il saluto che Maria le rivolge: dall’irrompere nella sua casa della Parola che Maria porta nel grembo.
Maria avrebbe potuto trovare Elisabetta in qualsiasi luogo della città, ma è a casa di Zaccaria che va e la trova. E andando, porta con sé la Parola vivente che irrompe nella casa e, irrompendo, scioglie, non ancora il mutismo di Zaccaria, ma il mutismo che avvolge Elisabetta; quel mutismo che è silenzio sterile perché privo della Parola di Dio. È stato necessario sentire, ascoltare. È lo stesso che può accadere nella vita spirituale di ciascuno: avere al nostro fianco il Signore Gesù in persona, vederlo e non riconoscerlo.
Fintanto che non si ascolta la Sua voce. E poter esclamare: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Probabilmente, è la stessa fiamma della contemplazione che ardeva nel cuore di Maria mentre era in viaggio verso la casa di Zaccaria.

Quali sono i confini che riconosco essere necessario superare per la mia crescita umana e spirituale? Sono disposto a mettermi in cammino per realizzare il progetto di amore che Dio ha pensato per me? Del cammino della mia vita già compiuto faccio memoria delle volte in cui il Signore si è manifestato come compagno di viaggio proprio quando invece credevo di essere solo/a? Sono disposto a custodire e ad alimentare la fiamma della contemplazione che rende visibile l’invisibile nella mia vita?

3 Avvento: Gaudete

La gioia cristiana assume tratti del tutto singolari e unici, “riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. La gioia è la risposta al dono di Dio, è la meraviglia per tutto quello che il Signore compie nella nostra esistenza. “La società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia”. La gioia è il segno certo della Sua grazia e della Sua vita in noi, non può essere confusa con l’euforia ma “è il respiro, il modo di esprimersi del cristiano”.
Si tratta di fare memoria dell’opera del Signore Gesù Cristo, di accogliere il dono della Sua consolazione e di aprire il cuore alla speranza. La gioia cristiana fiorisce nel cuore di chi si mette in ascolto del Vangelo, genera quella pace che ci permette di non perdere la fiducia davanti alle inquietudini della vita e ha la forza di cambiare la vita. Il contenuto del Vangelo, la buona/bella notizia, è che Cristo Gesù ha condiviso la fragilità della natura umana, capovolgendo la situazione esistenziale segnata dal peccato e riconciliandoci col Padre. La gioia si allarga quando il credente riconosce di essere amato da Dio e di entrare a far parte di una famiglia, la Chiesa. La gioia dell’incontro con Gesù libera dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore e dall’isolamento. Cosa ci manca per essere veramente felici?

È Giovanni il protagonista della Liturgia della Parola di questa domenica. Egli si affretta a chiarire, usando un linguaggio piuttosto forte, che colui che sarebbe giunto dopo di lui, il Cristo, era uno con cui c’è poco da scherzare… se slegare il laccio dei sandali era uno dei gesti più umili che gli schiavi compivano verso i padroni, Giovanni non è degno neppure di compiere questo gesto nei suoi confronti; non battezzerà semplicemente nell’acqua, ma nel fuoco dello Spirito Santo; e il pensiero non va al fuoco che riscalda, ma al fuoco che elimina ciò che resta dopo lo sfalcio… C’è una domanda che si ripete: “Che cosa dobbiamo fare?”. Formulata per avere indicazioni, per sciogliere dubbi, per provocare. È la domanda della folla, dei pubblicani, dei soldati. A tutti Giovanni fa una proposta: forse non è quello che faranno. Ma Giovanni richiama ad una conversione radicale, che non riguarda la pratica religiosa, già normata dalla Legge, dal Tempio, dalla Sinagoga, dalle istituzioni. “Fare qualcosa”: ovvero partire dalle cose concrete della vita, dal vissuto quotidiano: se la conversione resta un discorso suggestivo pieno di buone intenzioni non serve a niente, non cambia il cuore, non trasforma la vita.
La condivisione. “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Un gesto non dettato dalla religione, ma dalla prossimità al destino di ogni uomo: mettere in comune quel che si ha con chi ci sta simpatico è naturale, condividere con chi ha bisogno chiede un passo avanti sulla via di una solidarietà umana essenziale, che non guarda al merito ma assicura la giustizia.
L’onestà. “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Significa riconoscere che in realtà nulla abbiamo portato con noi venendo al mondo e nulla porteremo via alla fine della vita, se non l’amore. Significa riconoscere che Dio è con noi e di ciascuno di noi si prende cura. L’onestà non è considerata la virtù di chi è semplicemente guidato dal senso del dovere ma il segno visibile di una fraternità praticata in ciò che è essenziale e non nel superfluo.
La pace. “Non maltrattate e non estorcete”. Per diventare discepoli del Re che viene bisogna attingere ad una sana determinazione, guidata dal senso del rispetto di ogni persona, soprattutto di chi è più debole e indifeso. La chiamiamo difesa dei diritti: il Vangelo la traduce con le parole di Giovanni rivolte a chi detiene il potere sui propri simili, che non può risolversi in prevaricazione e sfruttamento.

Il Presepe: una bella tradizione che si rinnova

La notte di Natale del 1223 san Francesco, con la semplicità di quel segno, “realizzò una grande opera di evangelizzazione”, che consiste nel “riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità.
Il presepe “suscita tanto stupore e ci commuove” perché “manifesta la tenerezza di Dio”, il creatore dell’universo che “si abbassa alla nostra piccolezza”. 
Fin dall’origine francescana il presepe è un invito “a sentire, a toccare la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. È un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce.
È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi”.
Anche quando “la notte circonda la nostra vita”, “Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io?
Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò?”.
Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo, la sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza.
“Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio”. Gli angeli e la stella cometa “sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore”, come fanno i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. “A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata”.
“Gesù è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso”. Dal presepe, quindi, “emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità.
Maria e Giuseppe: insieme a Gesù Bambino, sono il centro del presepe, custodito nella grotta. “Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo”, è la Madre di Dio che “non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica”. Accanto a lei c’è San Giuseppe, “il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia”.
“ll cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino”: “Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia.
Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi”.
“I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo”.
“Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme. Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano
scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo”.
“Non è importante come si allestisce il presepe; ciò che conta, è che parli alla nostra vita”: “Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi”.
Rinnovo la mia gratitudine e i miei complimenti agli artisti del Presepe realizzato in Chiesa. Grato perché anche quest’anno ci hanno regalato questo bellissimo segno di Natale.

In ascolto della speranza

DIO È FELICE PER NOI E CON NOI
Nel libro del profeta Sofonia, il giudizio di Dio è presentato come il suo intervento nella storia. Sofonia annuncia il giorno del Signore e la salvezza riservata ai miti.
Sperare è…GIOIRE
ASCOLTO SAPIENZIALE: Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un
salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Sof 3,14-18)

Il Profeta Sofonia ci invita a gioire. E lo fa con un tono particolarmente vibrante, carico di speranza e dell’entusiasmo tipico dei giorni di festa.
Il brano biblico che la liturgia propone nella terza domenica di Avvento, invita a riscoprire la dimensione festiva, quella stessa che per Israele rappresentava l’incontro rinnovato di Dio con il suo popolo. Un senso di esultanza accompagnava ogni festa religiosa degli ebrei e che noi cristiani dobbiamo riscoprire in un mondo che muore di noia e di tristezza.
Quella che il Profeta annuncia è una gioia “permanente” che risiede nella certezza che il Signore sta in mezzo al suo popolo come “salvatore potente”. Il motivo della speranza che si fa gioia è dato dunque dal fatto che Dio è in maniera costante “in mezzo” ai suoi per aiutarli e salvarli in ogni momento.
Tutto questo si è verificato precisamente nel mistero dell’Incarnazione, con la quale Gesù Cristo ha posto per sempre “la sua tenda in mezzo a noi”. “Gridate giulivi ed esultate…perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele”. Il rimando “cristologico” è dunque nelle pieghe del testo di Sofonia non appena lo si legge più in profondità.
Il profeta Sofonia, scrivendo in un momento drammatico della vita del suo popolo, invita a superare tutte le paure davanti al dramma dell’esilio che incombeva su tutti. Dopo aver richiamato alla conversione in nome di Dio, Sofonia pronuncia così parole meravigliose di speranza rivolgendosi verso i poveri di cuore,
i poveri del Signore, a coloro che non si affidano alle proprie forze, ma mettono la loro fiducia in Dio.
Il motivo della grande gioia è che Dio abita con il suo popolo, una gioia che deriva dal sapersi amati, dal conoscere ciò che Dio vuole da noi, dal perseverare in Lui anche quando tutto sembra venir meno.
Ma c’è dell’altro, c’è la reciprocità della gioia perché Dio è felice per noi e con noi.
Sono tre i verbi che il profeta utilizza per sottolineare questa felicità: esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia come nei giorni di festa. Il Signore Dio grida la sua gioia, non la sussurra né tuona, ma grida per dichiarare il suo amore per l’umanità. È il quadro di un Dio dal volto felice e dalla gioi contagiante, la stessa di cui parlerà Gesù: “perché la mia gioia sia in voi” .

Spes: spalanchiamo la porta

TERZA DOMENICA D’AVVENTO: INIZIARE ALLA SPERANZA
La speranza in questa terza domenica di Avvento, si coniuga con la gioia! È la domenica laetare e la nostra attesa si abbrevia, mentre Luca, nel Vangelo, ci parla della predicazione di Giovanni Battista e di un battesimo di conversione che suscita cambiamenti nella vita. Condividere, non pretendere, non maltrattare, non fare torto: così ci si prepara ad accogliere il Signore che viene. Egli battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Iniziare è allora il verbo che segna il passo di questa settimana; iniziare alla vita di fede significa introdurci in una amicizia piena ed autentica con Gesù che ci dona la gioia autentica e piena.

Tempo di Avvento: la Speranza non delude

La speranza non delude! San Paolo più volte ha saggiato l’amaro della delusione, il fallimento della predicazione rimanendone sempre forte nella speranza che Dio era con lui, il figlio Gesù Cristo lo arricchiva per annunciare nell’amore la lieta parola di Dio.
Cos’è la speranza cristiana? Per chiarire l’idea di speranza ci facciamo aiutare dalle parole del catechismo della chiesa cattolica che dice: “La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo… La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo… salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna”.
All’inizio del nuovo anno liturgico non possiamo non iniziare con la Speranza che ci porta a credere e confidare nell’amore di Dio. Sperare per il cristiano è un obbligo, sperare diventa stile di vita, scuola per un cristianesimo che ancora può dire la sua in un mondo profondamente cambiato.
La speranza ci ha sorretto e ci sorregge, soprattutto nei momenti di difficoltà, di fatica, di prova, di delusione.
Per questo nel tempo di Avvento il cristiano entra nel portico della speranza, dove trova forza per leggere la vita e il mondo con occhi diversi, pieni e desiderosi di Dio.
Se Dio viene abbandonato, la speranza diventa interesse personale, proprio tornaconto, con Dio la speranza diventa vita, bellezza, concordia.
Nell’attesa della nascita del figlio di Dio deve crescere il senso dell’attendere come momento di profondo desiderio della ricchezza dei doni divini.
Si, la preparazione al Natale è prepararsi a capire che sperare è possibile solo se si accoglie la Parola che diventa carne, il Dio che si fa bambino, l’Amore che diventa luce per gli uomini.
Favorire l’entrata di Dio nella nostra storia è darle ancora, oggi, un salvatore.
Il poeta Mario Luzi scrisse prima di morire alcuni versi in cui immagina la speranza come un bulbo che vuole nascere e germogliare:
“Vorrei arrivare al varco con pochi, essenziali bagagli, liberato dai molti inutili,
di cui l’epoca tragica e fatua ci ha sovraccaricato…
E vorrei passare questa soglia sostenuto da poche,
sostanziali acquisizioni
e da immagini irrevocabili per intensità e bellezza
che sono rimaste come retaggio.
Occorre una specie di rogo purificatorio del vaniloquio cui ci siamo abbandonati
e del quale ci siamo compiaciuti.
Il bulbo della speranza, ora occulto sotto il suolo ingombro di macerie non muoia,
in attesa di fiorire alla prima primavera”

Maria la madre della nostra speranza, guidi i nostri passi verso il giorno in cui nasce l’Amore!