Pentecoste (2)

«Gesù consegnò lo Spirito» … L’evangelista Giovanni, presente e testimone ai piedi della croce, racconta che Gesù consegnò all’umanità lo Spirito di Dio: è quello che noi intendiamo come morì, nel senso che ha dato la vita, non perché l’ha persa, ma perché l’ha comunicata: ha dato la vita a noi e la vita di Dio è lo Spirito Santo. Gesù consegnò lo Spirito e dal suo costato aperto sgorgò sangue e acqua. Il sangue richiama simbolicamente la sua vita e l’acqua unita al sangue è il segno dello Spirito. La vita di Gesù è lo Spirito Santo, è la vita stessa di Dio, è l’Amore in persona che è stato dato, consegnato a noi. «Se qualcuno ha sete venga e beva chi crede in me». Credere significa avere sete, desiderare; credere non è mai un atteggiamento statico e passivo, è il desiderio che anima una vita e mette in movimento, è il desiderio che tende alla pienezza dell’incontro. Noi che crediamo in Gesù abbiamo sete della sua vita, del suo amore; abbiamo sete di questo Spirito che è acqua che dissenta e contemporaneamente è fuoco che riscalda e illumina. Il compimento della Pasqua di Cristo sta nel dono dello Spirito Santo che viene in aiuto alla nostra debolezza perché da soli non sapremmo nemmeno pregare, da soli ripetiamo le nostre idee, parliamo con noi stessi, ci sfoghiamo soltanto … ma la vera preghiera è l’ascolto dello Spirito.
L’esperienza dello Spirito non toglie il male dal mando, ma ci rende capaci di affrontarlo, di combatterlo, di rifiutarlo e di superarlo. Lo Spirito non è astrazione, non è fantasia che va fuori dal mondo; lo Spirito è potenza di Dio dentro il mondo, è la potenza dell’amore che cambia la morte e il male in energia di vita.
Lo Spirito è concretezza, è la dinamica che regge il mondo, è la potenza dell’amore che fa fare cose straordinarie e impossibili … altro che astrattezza! Lo Spirito è il massimo della concretezza, è la consistenza dell’amore, del bene vissuto, della vita donata. Come Comunità Parrocchiale in questa festa di Pentecoste possiamo ritrovarci nello Spirito e bere quell’acqua che disseta e, continuamente, come la sposa del Cristo gridare insieme allo Spirito: “Vieni Signore Gesù, dà senso alla nostra vita, insegnaci a vivere secondo il tuo cuore. Aiutaci, vieni in aiuto alla nostra debolezza, insegnaci a pregare”. Accende lumen sensibus è la formula che l’antico poeta teologo ci ha insegnato ad usare invocando lo Spirito Santo: “Accendi la luce per i sensi”. I nostri sensi, i cinque sensi, percepiscono ma non perfettamente: gli occhi, anche se sani, al buio non vedono niente, se non ci fosse l’aria le orecchie non sentirebbero nulla. L’esperienza spirituale ha bisogno di un lume che è lo Spirito stesso … se non lo accende Lui, i nostri sensi percepiscono male, non vedono, non sentono, non toccano. Non sentiamo il divino, perché ci manca quel
lume dello Spirito. Allora facciamo nostra l’antica preghiera: “Accendi la luce per i nostri sensi, illumina tutte le nostre sensazioni, perché possiamo pensare, volere e sentire come te. Spirito di Dio creatore, vieni ad aiutare la nostra debolezza e accendi una luce per i nostri sensi, perché possiamo comprendere il senso della nostra storia, perché possiamo desiderare il compimento del tuo progetto e avere la tua vita in abbondanza”.

Pentecoste (1)

Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene; non si può essere cristiani senza lo Spirito di Cristo, perché solo quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. Per essere figli di Dio bisogna essere guidati dallo Spirito di Cristo, bisogna lasciarsi guidare dallo Spirito. Siamo stati resi nuova creatura, siamo rinati a vita nuova grazie allo Spirito di Gesù che è stato versato nei nostri cuori.
Lo Spirito Santo è la vita di Dio, è la sua luce, la sua forza, il suo amore; è una potenza che dentro di noi ci rende capaci di fare il bene, di fare di più di quello che istintivamente ci viene spontaneo. L’apostolo Paolo, nella Lettera ai Romani, ci presenta due forze contrapposte: la carne e lo spirito. La carne è quello che noi chiameremmo l’istinto, ovvero il nostro carattere, quello per cui siamo portati naturalmente, quello che ci viene spontaneo. Lo Spirito di Dio invece non appartiene alla nostra natura, non fa parte della nostra personalità, è un dono che arricchisce enormemente la nostra persona. Adesso è diventato nostro, perché ci è stato regalato ed è molto più forte della nostra istintiva propensione. Se siamo risorti con Cristo, allora il corpo, inteso come il nostro carattere terreno, è morto a causa del peccato, ma noi siamo vivi per lo Spirito Santo che è la giustizia di Dio. Grazie allo Spirito noi possiamo vivere bene, possiamo pensare bene, possiamo sentire bene, possiamo agire bene: possiamo! Ci è stata data la grazia, non è difficile essere cristiani, ma è difficilissimo esserlo senza lo Spirito. Puntando sulle nostre forze è impossibile, ma non siamo soli, non dipende solo da noi, dipende dallo Spirito che ci è stato dato. Ci è stato dato lo Spirito? Abbiamo in noi questo Spirito Santo? Se non lo abbiamo non siamo cristiani; se l’abbiamo possiamo lasciarlo agire.
Non domina con forza e prepotenza, non ci costringe a fare quello che vuole, non siamo delle marionette in mano allo Spirito, siamo persone libere che accettano di lasciare agire lo Spirito di Dio. Se lo riconosciamo, lo accogliamo e lo lasciamo agire, lo Spirito in noi fa grandi cose, opera prodigi, ci rende capaci di vivere come istintivamente non sapremmo nemmeno immaginare. È lo Spirito la fonte della santità. I santi sono uomini e donne che hanno lasciato agire lo Spirito Santo, si sono lasciati portare e hanno fatto prodigi hanno vissuto bene, una vita meravigliosa. Noi abbiamo lo stesso Spirito dei santi; a noi sono state date quelle stesse grazie, possiamo anche noi fare come loro, non in forza del nostro carattere, non con le nostre forze (che sono poche), ma grazie allo Spirito Santo. «Mediante lo Spirito fate morire le opere della carne e così vivrete». L’apostolo vuole dirci: “Non andate dietro al vostro istinto, non fate quello che vi viene spontaneo”. E non pensiate che l’istinto sia una questione giovanile, accompagna invece il nostro carattere per tutta la vita, fino all’ultimo respiro. Ognuno di noi ha la sua testa e l’ha anche da anziano. Non andate dietro alla vostra testa, non siate testoni, non intestarditevi sulle vostre opinioni, sul vostro modo di vedere, non vivete secondo i desideri carnali. La carne, secondo san Paolo, non è la sessualità, è proprio la testa, il carattere: sono le tue fissazioni, i tuoi modi di fare, le tue abitudini sbagliate, il tuo istinto.
Se vivete secondo il vostro carattere, se fate semplicemente le cose che vi vengono istintive, morirete.
Se invece – mediante lo Spirito che vi è stato dato – fate morire le opere del vostro carattere, vivrete.
Siete figli di Dio, se vi lasciate guidare dallo Spirito di Dio. Non abbiamo ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, abbiamo ricevuto lo Spirito dei figli, abbiamo ricevuto uno Spirito che ci rende figli, siamo stati adottati da Dio che ci ha dato il suo nome, il suo patrimonio, la sua eredità: ci ha dato anche il suo carattere, cosa che i genitori adottivi non possono fare con un figlio terreno. Dio ci ha dato la somiglianza con sé, grazie allo Spirito noi lo chiamiamo Papà, abbiamo la somiglianza con Dio e lo Spirito ci attesta che siamo figli. Siamo anche eredi, siamo eredi di Dio, coeredi di Cristo, siamo diventati suoi fratelli, abbiamo una dignità grandiosa. Siamo riconoscenti, ammiriamo la bellezza dell’opera di Dio. La Pentecoste porta a compimento la Pasqua, lo Spirito realizza l’opera di Gesù; grazie allo Spirito noi siamo diventati figli, possiamo vivere da figli. Con gratitudine, riconoscenza e libertà accogliamo lo Spirito di Dio, lasciamolo agire nella nostra vita e vedremo dei cambiamenti grandi; in qualunque età si può fiorire grazie allo Spirito.

Lasciamolo agire, fioriremo!

Cresima

Cari ragazzi e ragazze, il giorno della Cresima si sta avvicinando.
Voglio condividere con voi questo avvenimento.
Leggendo il Vangelo mi vengono alla mente due episodi narratici dall’evangelista Marco in cui Gesù vi tratta con grande predilezione e riguardo. Una volta ha rimproverato gli Apostoli che volevano allontanarvi da Lui: «Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i ragazzi vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio.»
Sempre Marco racconta di un papà che gli chiede aiuto per la sua bambina che stava molto male: «E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Andò con lui.» Gesù prese la ragazza per mano, la rimette in piedi e la ridona alla sua famiglia, perché la faccia crescere bene e possa essere felice.
Questi gesti di Gesù, che l’evangelista racconta, indicano la Sua vicinanza, la Sua cura, il Suo interesse, la Sua tenerezza, il Suo amore per tutti voi ragazzi. Siete stati e continuate ad essere i suoi prediletti!
Vi vuole vicini, vi vuole accarezzare e benedire! Ancora oggi, Gesù continua a guardare voi ragazzi con occhi amorevoli e con grande attenzione, attraverso i vostri genitori, i nonni, gli insegnanti, le catechiste, gli educatori e tutti coloro che vi stanno accanto con amore. La Comunità Parrocchiale è stata voluta da Gesù per mostrarvi tutto il suo amore e per donarvi il suo aiuto. La Parrocchia continua, nel nome di Gesù, ad accogliervi, a prendersi cura di voi, a starvi vicini, a volervi bene, a sostenervi con la catechesi, l’oratorio, la preghiera e con i Sacramenti. Attraverso il dono dello Spirito e l’azione educativa, Gesù desidera vedervi crescere bene, felici e realizzati. Questo è il suo desiderio su di voi! Cari ragazzi, ricordatevi sempre di quello che Gesù ha detto ai suoi amici, prima di subìre il tradimento e la passione: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me… E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi.» Gesù mantiene le sue promesse, è vero, siatene certi, non ci lascia mai soli! Attraverso lo Spirito che riceviamo nei sacramenti della Iniziazione Cristiana e attraverso l’accoglienza materna della Comunità Parrocchiale, continua a esserci vicino e a indicarci la strada che dobbiamo percorrere per costruirci la nostra felicità. Lo Spirito Santo è il respiro di Gesù Risorto, è l’aria con cui viviamo, è l’energia che ci permette di vivere come Gesù: educa al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione. Lo Spirito Santo è davvero il grande regalo di Pasqua, il tesoro che ci viene consegnato.
È il “capitale d’amore” su cui possiamo investire per fare della nostra vita un capolavoro d’amore.
Cari ragazzi questa è la “Bella Notizia” che ho voluto darvi prima che riceviate la Cresima, con l’augurio
di continuare a vivere da amici di Gesù.

Pentecoste

Sono passati 50 giorni dalla risurrezione di Gesù e questo è il giorno della Pentecoste. Che cos’è la Pentecoste? La Pentecoste è come il giorno del parto cioè il giorno in cui un bambino che per nove mesi è stato nel grembo di una madre a un certo punto viene fuori e tu lo vedi, lo vedi in faccia. Guardi: i suoi occhi non sono più fantasia, non è più immaginazione, è qualcosa che puoi toccare con le tue mani, abbracciare. Qualcuno che puoi baciare. La stessa cosa è la Pentecoste.
La vita spirituale, la vita di fede, è qualcosa che fermenta dentro ciascuno di noi ma poi arriva il giorno in cui da dentro viene fuori, esattamente come un bambino da dentro il grembo della madre, a un certo punto arriva nella storia, arriva in questo mondo. Senza Pentecoste cioè senza questa fuoriuscita dall’intimità, dai grembi della nostra vita spirituale allora non si dà cristianesimo e la Pentecoste è esattamente un venir fuori da cenacoli, un venir fuori dall’intimismo, un mettere fuori una vita che il Signore ha suscitato innanzitutto dentro ciascuno di noi.
Lo Spirito Santo ha questo ruolo fondamentale: è qualcosa che da realismo alla nostra vita.
Se fino al giorno prima ci siamo dovuti immaginare la vita, ci siamo dovuti immaginare il volto di Dio, magari ci è nato anche il dubbio che forse ci eravamo inventati tutto, lo Spirito Santo a un certo punto da concretezza a tutto questo perché ti fa toccare con mano, ti fa sperimentare, ti porta dentro la realtà. Senza questo Spirito Santo dobbiamo accontentarci dell’immaginazione. Senza lo Spirito Santo rimaniamo sempre chiusi dentro l’intimismo. Senza lo Spirito Santo la fede è semplicemente nel recinto delle chiese. Senza lo Spirito Santo il nostro credere è semplicemente qualcosa che possiamo consumare da soli. Grazie allo Spirito Santo tutto diventa reale, tutto diventa concreto, tutto diventa visibile, tutto diventa palpabile, tutto diventa qualcosa che non possiamo più tener chiuso e nasce l’esigenza di condividere, di dirlo agli altri, di manifestarlo, di lasciare che questa vita diventi contaminazione per tutti quelli che sono intorno a noi.
Ecco, la Pentecoste è il giorno di questa espansione, di questa deflagrazione, di questo scoppio di una bomba di amore che a un certo punto non è vera solo per noi ma diventa vera fino agli estremi confini della terra passando esattamente attraverso di noi.
Possa questo giorno diventare un grande parto per ciascuno di noi, possa quel Signore risorto che abbiamo sperimentato dentro le nostre paure, dentro i nostri cuori, diventare qualcosa di così vero da poterlo annunciare agli altri, da poterlo raccontare agli altri, da farci capire agli altri.
Il bello è che nel giorno di Pentecoste si dice che tutti sentivano parlare gli apostoli nella propria lingua forse perché la lingua universale che tutti comprendono è l’amore. Quando uno ha questo amore che viene da Dio, è comprensibile a chiunque nonostante le distanze e le diversità.

Il dono dello Spirito Santo è come un misterioso collirio che cambia il nostro sguardo

“Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”. Se lo Spirito Santo è l’Amore che c’è tra il Padre e il Figlio, si comprende allora il perché di questa pagina del Vangelo. L’Amore non dice cose nuove, ma rende nuove le cose che ci sono già. Lo Spirito non dice cose diverse da quelle che ha detto Gesù, ma le rende nuove, come l’olio rende splendente il legno. Attendere lo Spirito non significa attendere qualcosa che cambia la nostra vita così come il mondo ci insegna. Infatti il mondo per cambiare le cose rottama le vecchie. Dio con il Suo Spirito fa nuove tutte le cose perché conferisce uno splendore a cose che abbiamo sempre visto e sentito. Dio attraverso lo Spirito cambia gli occhi di come vediamo le stesse cose di sempre. Per capire questa logica basta vedere una persona innamorata: vede bellezza ovunque, anche nel dettaglio più insignificante, anche in quel pezzettino di mondo che ha avuto sempre davanti agli occhi ma che ora, sotto l’effetto dell’amore si rivela a lui speciale. Il dono dello Spirito è come un misterioso collirio che cambia completamente il nostro sguardo su tutto, sulla nostra vita, su ciò che abbiamo vissuto, su ciò che abbiamo fatto, sulle persone che abbiamo incontrato, su quello che abbiamo sofferto e su ciò che abbiamo gioito. Ma Gesù aggiunge anche che questa esperienza non riguarda solo il passato ma anche il futuro. Infatti lo Spirito riempie di promessa ogni cosa. In un certo senso dà un destino a tutto ciò che esiste. E per destino non intendiamo un finale già scritto, bensì un fine, un significato, un senso. 
Lo Spirito è l’Amore di Dio che dà senso alla vita. In questo senso tutta la liturgia attende la Pentecoste alla stessa maniera di come attende il Natale, o di come attende la Pasqua. Infatti non avrebbe senso far iniziare qualcosa o affrontare una fatica se tutto questo non avesse a che fare con l’eternità.

Pentecoste (4)

Spirito: misterioso cuore del mondo, vento sugli abissi, fuoco del roveto, Amore in ogni amore. Lo Spirito: estasi di Dio, effusione ardente, in noi, della sua vita d’amore. Senza lo Spirito il cristianesimo non è che arida dottrina, la Chiesa si riduce a
organizzazione e codice, la morale a fatica sovente incomprensibile, la croce a follia, Cristo rimane un evento del passato.

Ci sono tante “sere” nella vita, tanti momenti in cui tutto sembra finire, soprattutto la speranza: e sono i momenti nei quali una novità che arriva dirompente non lascia certo il tempo che trova. Ti sconquassa, ti scuote, ti rivoluziona, ti fa ribollire dentro, magari ti fa anche un po’ male perché smuove le giunture dell’anima: ma è sempre qualcosa di profondamente decisivo. È qualcosa che ti fa perdere la paura, che ti fa correre nel buio della notte e accorgersi che in quella sera della vita gli occhi si riaprono alla speranza.

Capitò così anche la sera di quel giorno, il giorno di Pentecoste, il giorno in cui i giudei osservanti celebravano la festa delle sette settimane, cioè il tempo trascorso dalla notte dell’Esodo (la Pasqua) al giorno in cui Mosè ricevette le Tavole della Legge sul Sinai; lo stesso tempo in cui, a primavera inoltrata, si iniziavano a raccogliere i primi frutti della terra. I Dodici, riuniti in un luogo a porte chiuse – chiuse come il loro cuore alla speranza – stanno per assistere alla conclusione dell’ennesimo giorno di festa trascorso come un giorno qualsiasi, senza alcuna voglia di festeggiare la Legge di Mosè che il Maestro aveva insegnato loro a superare, né di gioire per i frutti di una terra che ora non avevano più, perché per seguire lui avevano lasciato tutto in case, campi, terreni e familiari.
E così, mentre il giorno stava per finire, all’improvviso dal cielo arriva qualcosa che nessuno aspettava più, qualcosa che non rientrava nelle loro attese, qualcosa che sconvolge il loro torpore, qualcosa che illumina a giorno anche la sera più buia, qualcosa che non li può lasciare indifferenti, qualcosa che sconvolge talmente le loro vite da prendere possesso addirittura della loro bocca e della loro voce permettendo loro di parlare in lingue diverse e totalmente sconosciute a chi, a mala pena, biascicava qualcosa di ebraico, perché ognuno sapeva solo l’aramaico materno.
No, qui ora si parla greco, latino, arabo, e le più diverse lingue della terra: perché è arrivato qualcosa che non riesce a lasciare indifferenti, e quando arriva ti sconvolge l’esistenza, senza neppure lasciarti il tempo di ragionare se aderirvi o no, perché la sua forza ti trascina per strada ad annunziare le grandi opere di Dio.
A te, che non speravi più nemmeno di poter imparare qualcosa di nuovo, lo Spirito mette sulla bocca un linguaggio nuovo, e così anche agli altri, ognuno diverso, eppure tutti quanti ci si capisce. Perché il linguaggio è diverso, ma la sostanza è la stessa: è il linguaggio dell’amore, ed è universale. E ciò che più sconvolge, è il fatto che arriva alla sera della vita, mentre il giorno di Pentecoste stava per finire.
Sembra proprio che per Dio, e per il dono del suo Spirito, non è mai troppo tardi.

Pentecoste (3)

Spirito: misterioso cuore del mondo, vento sugli abissi, fuoco del roveto, Amore in ogni amore. Lo Spirito: estasi di Dio, effusione ardente, in noi, della sua vita d’amore. Senza lo Spirito il cristianesimo non è che arida dottrina, la Chiesa si riduce a
organizzazione e codice, la morale a fatica sovente incomprensibile, la croce a follia, Cristo rimane un evento del passato.

Ci sono cose, nella vita, che accadono quando meno te l’aspetti. E non sono tutte cose brutte, o amare sorprese. Semplicemente, sono cose insperate, che accadono senza essere alimentate dalla speranza: e dal momento che speranza e attesa sono, in fondo, le due facce di un’unica medaglia, ciò che non è (o non è più) oggetto di speranza, di fatto non è più neppure atteso. E quando giunge in maniera improvvisa, ci coglie – appunto – alla sprovvista e mette in subbuglio le nostre esistenze.
Pensiamo a una coppia che attende da anni la nascita di un figlio, e questo non avviene; mentre avviene, eccome, che gli anni passino e ormai neppure più si rimanga aperti alla speranza. Ma poi, quando tutto parla in maniera diametralmente opposta al rifiorire della vita, essa giunge, improvvisa e inattesa, a mettere a soqquadro le due esistenze.
Pensiamo alle quantità di copie di curriculum vitae che un giovane neolaureato manda a tutte le imprese, ditte o istituzioni che hanno a che fare con ciò per il quale ha conseguito il tanto agognato foglio di carta, e ai mille colloqui fatti conclusi con un nulla di fatto perché per essere assunto serve l’esperienza che non ha; e allora, preso da spirito di sopravvivenza, si adatta a qualsiasi tipo di lavoro che gli permetta di guadagnarsi il pane quotidiano.
Ma quando meno se l’aspetta, arriva la grande occasione della vita che gli dona la possibilità di fare ciò che ha tanto desiderato e nel quale non sperava più.
Oppure una persona delusa da una vita che le ha fatto provare l’amore e la vicinanza di qualcuno che poi si è rivelato l’opposto di ciò che era, e le altre occasioni per avere qualcuno al fianco si sono rivelate per quello che erano, appunto “occasionali”, senza alcuna prospettiva che permettesse di guardare al di là della siepe del tempo.
Ma poi arriva la conoscenza inattesa, l’incontro non sperato, la persona per nulla ideale ma tremendamente reale che ti ridà la voglia di ricominciare e con la quale senti che la vita ha una prospettiva più bella. Quanti esempi di eventi inattesi potrebbe citare ognuno di noi, e molti di essi giunti magari nel momento in cui la vita iniziava a rabbuiarsi, ad andare verso una sera che non necessariamente è quella dell’età.

Pentecoste (2)

Il Vangelo di Giovanni colloca la Pentecoste già la sera di Pasqua: «Soffiò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo». Lo Spirito di Cristo, ciò che fa vivere, viene a farci vivere, leggero e quieto come un respiro, umile e testardo come il battito del cuore. C’è un Dio in noi.
Questa è tutta la ricchezza del mistero: «Cristo in voi!». La pienezza del mistero è di una semplicità abbagliante: Cristo in voi, Cristo in me. Quello Spirito che ha incarnato il Verbo nel grembo di santa Maria fluisce, inesauribile e illimitato, a continuare la stessa opera: fare della Parola carne e sangue, in me e in te, farci tutti gravidi di Dio e di genialità interiore.
Perché Cristo diventi mia lingua, mia passione, mia vita, e io, come i folli e gli ebbri di Dio, mi metta in cammino dietro a lui «il solo pastore che pei cieli ci fa camminare».

Pentecoste (1)

La Pentecoste non si lascia recintare dalle nostre parole. La liturgia stessa moltiplica le lingue per dirla: nella prima Lettura lo Spirito arma e disarma gli Apostoli, li presenta come “ubriachi”, inebriati da qualcosa che li ha storditi di gioia, come un fuoco, una divina follia che non possono contenere. E questo, dopo il racconto della casa di fiamma, di un vento di coraggio che spalanca le porte e le parole. E la prima Chiesa, arroccata sulla difensiva, viene lanciata fuori e in avanti. La nostra Chiesa tentata, oggi come allora, di arroccarsi e chiudersi, perché in crisi di numeri, perché aumentano coloro che si dichiarano indifferenti o risentiti, su questa mia Chiesa, amata e infedele, viene la sua passione mai arresa, la sua energia imprudente e bellissima.
«Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra». Una delle affermazioni più belle e rivoluzionarie di tutta la Bibbia: tutta la terra è gravida, ogni creatura è come incinta di Spirito, anche se non è evidente, anche se la terra ci appare gravida di ingiustizia, di sangue, di follia, di paura. Ogni piccola creatura è riempita dal vento di Dio, che semina santità nel cosmo: santità della luce e del filo d’erba, santità del bambino che nasce, del giovane che ama, dell’anziano che pensa. Una divina liturgia santifica l’universo

Pentecoste (3)

All’interno del gruppo dei discepoli di Gesù Cristo la Pentecoste inizia a perdere il significato ebraico per assumere invece un senso più specifico, legato alla discesa dello Spirito Santo.
In questo senso, viene inteso come la nuova legge donata da Dio ai suoi fedeli e che segna la nascita della Chiesa a partire dalla comunità di Gerusalemme.
Secondo quanto raccontato negli Atti 2,1-11, in occasione della festa di Pentecoste, mentre i discepoli di Gesù si trovavano tutti nello stesso luogo, sentirono un forte rumore e un vento impetuoso che invase la casa in cui si trovavano. I discepoli videro qualcosa che assomigliava a lingue di fuoco che si separavano e andavano a poggiarsi sul capo di ciascuno di loro. Tutti i presenti furono invasi dallo Spirito Santo e iniziarono a parlare in altre lingue prima di allora sconosciute.
A seguire, lo Spirito Santo è disceso poi sugli stranieri non circoncisi che si trovavano nella dimora del centurione Cornelio e ascoltavano il Verbo, prima di essere battezzati nel nome di Dio.
Nel discorso tenuto nella casa di Cornelio, Pietro afferma che Gesù Cristo è il mediatore della pace e del perdono che ci sono stati rivelati durante la sua missione terrena.
Solamente dopo la sua resurrezione, si rivela anche in quanto giudice naturale e universale.
Proprio come il giudizio del Signore, anche la mediazione di pace e perdono è per tutti. 
Mentre Pietro pronunciava queste parole, lo Spirito Santo discese su tutti quelli che ascoltavano la Parola, donandosi sia agli stranieri che iniziarono a parlare della Gloria di Dio, e sia agli Ebrei convertiti che riuscivano a comprendere le loro lingue.