Prima domenica di quaresima: il digiuno

Ogni anno iniziamo la Quaresima ascoltando il racconto di Gesù che nel deserto vince la tentazione diabolica: sceglie come fare il Messia, non costringendo a credere, ma proponendosi in modo debole e autentico.
Il periodo in cui Gesù vive nel deserto è un momento di ritiro in cui pensa a come impostare la propria opera. È il tempo del progetto. Quaranta giorni: sono un numero simbolico che richiama gli anni del cammino di Israele nel deserto; e quel numero lo riprendiamo ogni anno anche noi nei quaranta giorni che precederono al Pasqua per ri-progettare la nostra vita, per scegliere lo stile che vogliamo seguire per essere autentici discepoli di Gesù. «In quei giorni nel deserto Gesù non mangiò nulla». Questa indicazione ci dice un atteggiamento di penitenza, di austerità. Gesù inaugura il digiuno quaresimale dando al nostro modo di fare penitenza una caratteristica tutta sua. Vorrei perciò soffermarmi a riflettere in queste domeniche di Quaresima proprio sul tema del digiuno, perché è un elemento importante da un punto di vista spirituale, anche se un po’ trascurato o frainteso. Il digiuno resta però un elemento terapeutico. L’unico digiuno che riusciamo ancora a fare seriamente è quello comandato dai medici: ci sono certi esami che devono essere fatti a digiuno; e, addirittura, per certe indagini endoscopiche si richiedono anche tre giorni di rigida preparazione alimentare. Chi si sottopone a queste ricerche mediche obbedisce al comando del medico e cerca di osservare quel digiuno. È una pratica che può prescrivere anche un dietologo per correggere alcune abitudini scorrette nell’alimentazione, per migliorare lo stato di salute, per ottimizzare la forma fisica. Il digiuno religioso invece, chiamato “digiuno morale”, è decisamente screditato e dimenticato. Non viene più comandato in modo forte e, quindi, non viene praticato abitualmente, oppure viene considerato semplicemente come una minima astensione da qualche cibo, diventando così una pratica quasi fine a se stessa. Eppure le grandi opere della Quaresima, oltre alla carità e alla preghiera, comprendono anche il digiuno … ma allora che cosa intendiamo per digiuno? Astenersi dai cibi? Non solo dai cibi, ma soprattutto astenersi da ciò che è inutile o dannoso, o anche astenersi da qualche cosa di buono per poter crescere nella capacità di controllare la nostra vita, le nostre scelte. Il digiuno rispecchia la capacità di autocontrollo che abbiamo, perché il mangiare non è solo una faccenda fisica: dietro al mangiare c’è la nostra psicologia. Esistono parecchie malattie legate al cibo – non questione di digestione – ma proprio questioni psicologiche che rifiutano il cibo o ricercano troppo cibo. Dietro al mangiare c’è il nostro cuore inquieto, problematico, desideroso di più e il cibo diventa un surrogato. Astenerci dal cibo è un esercizio per imparare ad astenerci da ciò che è male. Non è fine a se stesso, non è importante né virtuoso non mangiare qualche tipo di cibo semplicemente per avere la soddisfazione di dire che ho rispettato tale regola; diventa invece uno strumento per controllare la nostra persona, i nostri atteggiamenti, per moderare certi squilibri e tante esagerazioni.
Allora vorrei proporvi una serie di digiuni alternativi, perché non sono i cibi il primo pericolo.
Il nostro modo di controllare gli atteggiamenti può rivolgersi ad altri aspetti ancora più importanti.

Di Porta in Porta

Il cammino quaresimale, in questo anno Giubilare, in forma di proposta settimanale, durante la Messa domenicale delle ore 10.30, desidera accompagnare i ragazzi e le famiglie alla scoperta dei diversi luoghi, rappresentati da alcune «porte giubilari», nei quali possiamo incontrare Gesù, la nostra Speranza.
Ogni settimana, saremo invitati, aiutati dalla Parola di Dio, proclamata durante la Liturgia Eucaristica Domenicale, a sottolineare un’attitudine che diventa il nostro modo concreto di aprirci alla Speranza, che rimane sempre il Signore Risorto, vivo e operante nella sua Chiesa. Anche il cartellone, che viene esposto nella chiesa parrocchiale, attraverso l’immagine visiva delle Porte Sante, sintetizza questo percorso.

“Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”

Venerdì di Quaresima – Via Crucis

Trovandosi immerso in difficoltà e prove di vario genere, Paolo scriveva al suo fedele discepolo Timoteo: “Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”. Come era nata in lui questa speranza? Per rispondere a tale domanda dobbiamo partire dal suo incontro con Gesù risorto sulla via di Damasco. All’epoca Saulo era un giovane, di circa venti o venticinque anni, seguace della Legge di Mosè e deciso a combattere con ogni mezzo quelli che egli riteneva nemici di Dio. Mentre stava andando a Damasco per arrestare i seguaci di Cristo, fu abbagliato da una luce misteriosa e si sentì chiamare per nome: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Caduto a terra, domandò: “Chi sei, o Signore?”. E quella voce rispose: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!”. Dopo quell’incontro, la vita di Paolo mutò radicalmente: ricevette il Battesimo e divenne apostolo del Vangelo. Sulla via di Damasco, egli fu interiormente trasformato dall’Amore divino incontrato nella persona di Gesù Cristo. Un giorno scriverà: “Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”. Da persecutore diventò dunque testimone e missionario; fondò comunità cristiane in Asia Minore e in Grecia, percorrendo migliaia di chilometri e affrontando ogni sorta di peripezie, fino al martirio a Roma. Tutto per amore di Cristo.

Cristo nostra Speranza! In cammino verso il Crocifisso Risorto

L’Anno Santo ci invita a farci Pellegrini di Speranza. Ancora di più il tratto di strada che ci porta alla Pasqua ci stimola a muovere i passi verso Colui che è la nostra speranza. Papa Francesco al n° 20 della Bolla di indizione del Giubileo, “Spes non confundit” così ci ricorda: Gesù morto e risorto è il cuore della nostra fede. San Paolo, nell’enunciare in poche parole, utilizzando solo quattro verbi, tale contenuto, ci trasmette il “nucleo” della nostra speranza: «A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici». Cristo morì, fu sepolto, è risorto, apparve. Per noi è passato attraverso il dramma della morte. L’amore del Padre lo ha risuscitato nella forza dello Spirito, facendo della sua umanità la primizia dell’eternità per la nostra salvezza. La speranza cristiana consiste proprio in questo: davanti alla morte, dove tutto sembra finire, si riceve la certezza che, grazie a Cristo, alla sua grazia che ci è stata comunicata nel Battesimo, «la vita non è tolta, ma trasformata», per sempre.
Nel Battesimo, infatti, sepolti insieme con Cristo, riceviamo in Lui risorto il dono di una vita nuova, che abbatte il muro della morte, facendo di essa un passaggio verso l’eternità.
Che la Quaresima sia per tutti occasione in cui riscoprire e far riscoprire ai fratelli e sorelle che incontriamo, Gesù, il Crocifisso Risorto come speranza che non delude nelle sfide che il vivere quotidiano ci mette di fronte. Buon cammino quaresimale .

Guardare i frutti: un esercizio Quaresimale

Ancora una volta Gesù ci invita ad andare all’essenziale.
Ancora una volta ci strappa al gioco sottile delle simpatie ed antipatie, dei pregiudizi e dei sospetti, ci libera dai legami che ci impediscono di valutare in modo giusto e veritiero la realtà. Non perdiamoci a considerare elementi che sono solo superficiali, periferici, secondari. Vogliamo capire chi siamo noi, innanzitutto? Guardiamo a quello che facciamo, a quello che accade attorno a noi, a quello che produce la nostra azione! Intorno a noi c’è profumo di pulito, propensione ad essere limpidi, onesti e sinceri perché noi cerchiamo di essere tali? Vuol dire che siamo sulla buona strada!
Quanti ci stanno attorno ricevono costantemente da noi gesti e parole di benevolenza, di sostegno, di
solidarietà, di misericordia? Indubbiamente il nostro cuore è buono, non infetto da malattie: solo un cuore buono può produrre azioni di questo genere. Viceversa, al di là del nostro spirito “religioso”, delle nostre molte preghiere, della nostra assidua partecipazione ai sacri riti, la nostra presenza è una miccia continua di contrasti, di accuse, di sgarberie e di intimidazioni? Beh, nel nostro supposto rapporto con Dio c’è qualcosa che non funziona. Analogo metro Gesù ci chiede di assumere quando si tratta di valutare l’operato degli altri, di esprimere un giudizio, di dare un parere, di esprimere una scelta, una decisione.
Guardiamo i frutti! Uno non può essere lontano da Dio se è capace di gesti straordinari di bontà, di misericordia, di generosità. E, viceversa, uno può avere sempre in bocca il nome di Dio, ma la sua grettezza, il suo egoismo sono una prova del nove: la sua vita non è affatto sotto il sole benefico della presenza di Dio. Così ognuno di noi è condotto, nella vita quotidiana, a lasciar perdere altri criteri per andare dritto a ciò che conta. Ognuno è invitato seriamente a guardarsi allo specchio, per riconoscere la propria faccia ma anche le tante maschere che indossa, per vedere la trave che è nel suo occhio prima di lanciarsi alla scoperta della pagliuzza che è nell’occhio altrui. Esercizio utile, indispensabile a ogni cristiano.
Se non vuol ingannare se stesso e gli altri, pago solo di belle parole o di favole che si racconta.
Sì, perché prima o poi ci sarà un risveglio doloroso alla realtà!

Contempliamo il crocifisso

È lo stupore a dominare la celebrazione di oggi, di pari passo con il dolore.
Un’emozione tanto ricercata quanto vilipesa: nulla più stupisce oggi, eppure vogliamo essere stupiti per essere interessati. La mancanza di stupore è mancanza di aspettative, di idee, di progetti disponibili a farsi cambiare in modo inaspettato e repentino. Vogliamo la novità, ma solo nei tempi e nei modi che ci fanno più comodo. Essere stupiti è un po’ come essere traditi: le cose non vanno come previsto e siamo costretti, dolorosamente, a rivedere le nostre speranze. È doloroso, quindi preferiamo non sperare. La croce è come una lama piantata nell’apatia dell’animo umano: una contraddizione incredibile, che ci spoglia delle maschere e delle ipocrisie, anche di quelle più pie e sante, e ci mette di fronte al dolore di fare i conti con la vita.

Oggi la liturgia ci invita a contemplare il Cristo in croce, a stare in silenzio davanti a lui, lasciandoci accompagnare dal racconto della Passione secondo Giovanni. Lì troviamo una domanda, che del resto percorre tutto il vangelo: chi è Gesù? È proprio la croce, paradossalmente, a svelarlo, perché quella è «l’ora» in cui tutto viene manifestato. Viene manifestato Gesù. La sua divinità appare proprio nella debolezza, nella fragilità, là dove mai e poi mai avremmo creduto di trovare Dio. Facciamo fatica a riconoscerlo nel volto sfigurato del Cristo. Abituati a considerare Dio come colui che sfugge alle insidie e riporta sempre la vittoria, ci troviamo in difficoltà davanti alla condanna e alle umiliazioni a cui viene sottoposto Gesù, alla sconfitta che subisce sotto gli occhi di tutti. È la sua morte, per amore, che risulta fondamentale per cogliere la sua identità. Il Messia disarmato e flagellato, condannato e messo a morte, emana una forza interiore a cui non si può resistere. È la forza dell’amore, che non si dà per vinto, neanche di fronte al rifiuto, all’ingratitudine, alla cattiveria. Ed è insieme la forza della verità, che trionfa sulle oscure forze del male. Viene manifestato anche il volto di Dio, il Padre. Non è affatto il Dio che esige il sacrificio, ma il Dio che offre il proprio Figlio. E «soffre» accanto a lui sulla croce. Non è il Dio che piega gli altri al suo volere, ma colui che propone un progetto di amore attraverso la croce del Figlio. Non è il Dio che resta lontano dalle vicende umane, ma il Dio che pianta la sua tenda nella nostra storia e corre tutti i rischi che questo comporta. Viene manifestata anche la nostra identità. Ai piedi della croce ci scopriamo destinatari di questo amore tanto smisurato da essere sconvolgente. Ai piedi della croce riceviamo il dono che Cristo ci fa della sua vita. Ci lasciamo dunque bagnare dall’acqua e dal sangue che escono dal suo costato aperto, ci lasciamo rigenerare dal battesimo e dall’eucaristia, dalla grazia “a caro prezzo”, dal sacrificio che cambia la storia. È proprio dalla croce, strumento di condanna e di morte, che ci giunge la vita. Quel legno, irrorato dal sudore dell’agonia, dal sangue che esce da un corpo martoriato, diventa l’albero della vita a cui tutti ci rivolgiamo per ricevere misericordia e salvezza. Da quel legno, issato sulla collina del Calvario, scende a noi la grazia di Dio, come un dono immeritato, il dono di una vita, spezzata per amore.

I gesti di quella sera

Il cammino quaresimale ci ha portati al suo culmine: la scelta libera e responsabile di accogliere la vita di Cristo e di donarla a nostra volta. Gesù consegna ai suoi discepoli, quindi anche a noi, il gesto memoriale di questa scelta, ovvero la celebrazione della sua morte e risurrezione nei segni del pane e del vino. L’eucaristia celebra il dono della vita, ricevuto e dato: un fatto senza tempo, in quanto senso profondo della vita stessa, segno della nostra somiglianza con Dio.
Saremo giudicati su questo: non se avremo fatto cose buone o cattive, ma se avremo concluso la nostra vita ringraziando per essa e donandola per amore degli altri. Nel rito del pane e del vino la barriera tra sacro e profano cade: la vita diventa liturgia, cioè azione di grazie e offerta a Dio; la liturgia diventa vita, cioè esperienza di fraternità concreta.

È strano: di quella sera, in cui Gesù celebra la Cena della Pasqua antica prima di affrontare la sua Pasqua di morte e risurrezione, gli evangelisti ricordano due gesti diversi. Non tutti e due, ma o l’uno o l’altro.
Matteo, Marco e Luca ricordano il pane spezzato e il calice del vino offerto ai commensali; Giovanni la lavanda dei piedi. A entrambi i gesti è legato un comando esplicito di Gesù, perché i discepoli li ripetano.
In effetti in quelle azioni c’è tutto Gesù, la sua vita e la sua morte, la sua Passione e la sua risurrezione. Solo attraverso quei gesti possiamo comprendere e accogliere il suo dono. C’è un pane sulla tavola, ma non è un pane qualunque. È la stessa vita di Gesù, quella vita che è stata interamente offerta. Gesù ha regalato tutto: il suo tempo e le sue energie, la sua misericordia e la sua compassione, la sua lotta contro il male e contro ogni ipocrisia, la sua difesa dei piccoli e degli abbandonati. C’è del vino sulla tavola, ma non è un vino qualsiasi. Ha il colore del sangue, quel sangue versato dalla croce, per un’alleanza nuova ed eterna, un’alleanza che nulla avrebbe potuto più infrangere e mettere in pericolo. Ha il colore caldo dell’amore, che si sacrifica fino in fondo. Chi può sedersi a questa tavola, chi può mangiare questo pane e bere questo vino? Solo chi ammette di essere un povero, solo chi dichiara la sua fame e la sua sete, solo chi viene con il suo desiderio di entrare in comunione con lui e di essere trasformato. Ci sono un catino e una brocca, un grembiule e un asciugatoio. Gesù vuole lavarci i piedi per liberarci da ogni male, da ogni cattiveria presente nel nostro cuore. Gesù accetta di chinarsi, di inginocchiarsi davanti a noi, di diventare nostro servo, pur di farci entrare in un’esistenza nuova.
Dobbiamo allora abbandonarci al suo amore con la stessa fiducia di un bambino.
Solo così potremo entrare nel suo Regno, dopo essere stati interamente lavati dalla sua misericordia smisurata.
La celebrazione si conclude con la processione con il Santissimo Sacramento fino alla Chiesina. Breve momento di Adorazione Comunitaria e spazio per la preghiera silenziosa e personale.

Per una vigorosa mitezza

Gesù nei vangeli non è immune al sentimento della rabbia: esprime la sua indignazione verso la fredda e spietata ipocrisia dei farisei, dei sacerdoti e degli anziani. I loro atteggiamenti sono così contrari a quelli di Gesù che egli non può fare a meno di fremere. L’ira diventa un vizio quando si decide di alimentarla, di assecondarla, sacrificando ad essa tutto il resto. Gesù non fa così. Il Figlio di Dio prova rabbia, che diventa tristezza per le meschinità interiori degli uomini: così, in modo totalmente mite e arrendevole, può assecondare la volontà del Padre che vede nel suo sacrificio la via per cambiare i cuori. È questa volontà divina di salvezza a orientare Gesù anche nella sua umanità: nel suo rapporto perfetto con Dio, avrebbe potuto ignorare tutto il resto, ma è proprio questo rapporto perfetto che gli impedisce di conservare per sé questo privilegio. Quanto le nostre azioni sono guidate da una simile volontà di salvezza? E quanto invece dall’orgoglio personale che cerca soddisfazione per ogni minima offesa? I conflitti di questi ultimi anni dovrebbero ricordarci quanto dolore e sofferenza inutili siamo in grado di provocarci a vicenda. Anche se magari non siamo direttamente coinvolti, quale primo, difficile passo potremmo fare verso la pace?

Temperanza e Ira

Saper resistere all’ira non è solo questione di carattere: è una precisa scelta, che può esporre a situazioni di debolezza. Giotto rappresenta questa virtù come una donna composta, quasi austera, che regge in mano una spada saldamente fasciata dentro il fodero, segno dell’intenzione di non usarla mai. In bocca ha un morso da cavallo, indice di un autocontrollo che inizia già dal modo di parlare. Al contrario, l’ira è una donna in preda alla frenesia, imbruttita dall’odio, che si straccia le vesti nel tentativo di trovare uno sfogo: una posa molto simile a quella del sacerdote Caifa, rappresentato da Giotto nel riquadro che racconta il processo di Gesù davanti al sinedrio. L’ira è fonte di scelte impulsive e sbagliate e, in ultima analisi, lascia molto più vulnerabili della temperanza.

Cuore che arde

Il 24 marzo 2024 segna la trentaduesima Giornata dei Missionari Martiri.
L’evento ha origine nella commemorazione di Sant’Oscar Romero, ucciso nella stessa data nel 1980.
Questo giorno, scelto in coincidenza con l’uccisione dell’Arcivescovo di San Salvador, è un’occasione per riflettere sul significato dell’eredità che ha lasciato e per onorare quanti, come lui, hanno sacrificato la propria vita nel servizio.
La data del 24 marzo fu scelta in modo simbolico, per sottolineare la fedeltà al Vangelo dimostrata da coloro che hanno sacrificato la propria esistenza nell’annuncio della Buona Novella, in condizioni spesso ostili e ingiuste, proprio come Romero. In quest’occasione, la comunità è invitata a commemorare non solo i missionari caduti, ma anche a riflettere sul significato del loro sacrificio. Il loro esempio ci spinge a un impegno rinnovato nell’assistenza ai più bisognosi e nel combattere le ingiustizie sociali, ricordandoci che anche nei luoghi più remoti e dimenticati, il messaggio di speranza del Vangelo resta vitale e trasformativo. Per questa edizione, è stato scelto il titolo “Un cuore che arde”, un riferimento al brano dei discepoli di Emmaus. Richiama la forza della testimonianza dei martiri che, come Gesù attraverso la condivisione della Parola e il pane spezzato, con il loro sacrificio accendono una luce e riscaldano i cuori di intere comunità cristiane, ispirando una nuova conversione, dedizione al prossimo e al bene comune. Durante questa Giornata, che cade la Domenica delle Palme e nel corso di tutta la Settimana Santa, uniamoci nella preghiera per tutti i missionari, soprattutto per coloro che hanno perso la vita nel servizio.