L’adorazione, un consegnarsi di amanti

Davanti a Dio che si rivela, si fa conoscere, propone prospettive inaudite, l’uomo (come Mosé, Isaia, Maria…), comincia a balbettare, si arrende.
La Vergine, dice Luca, “rimase molto turbata”. È il turbamento di chi avverte l’abisso del proprio nulla da una parte e dall’altra rimane affascinato dalla grandezza di Dio che lo riempie e lo vuole esaltare. Non c’è ragionamento che tenga, c’è la resa incondizionata, c’è il silenzio, c’è il consegnarsi all’amato, c’è l’adorazione. Il modo migliore di adorare è consegnarsi, come avviene tra due amanti. L’atto supremo di adorazione per Gesù è stato quando ha detto: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

Dalla contemplazione e dalla conoscenza all’adorazione come comunione d’amore

Sfogliando un Dizionario etimologico, troviamo che la parola adorazione può derivare dal latino ad os (oris), “alla bocca”, gesto del baciare, perciò dell’amore; per questo i vocabolari indicano che adorare significa anche “amare con trasporto”, “amare con piena dedizione e con grande tenerezza”. L’adorazione nasce dalla gioia di percepire la grandezza di Dio non come di colui che ci opprime ma di colui che ci ama immensamente, dà senso alla nostra vita, diviene la pienezza di quello che siamo. Davanti a questa esperienza ci comportiamo come i bambini che aprono la bocca, portano la mano “alla bocca” (ad os) e poi rimangono così, senza parole.
L’adorazione fondamentalmente è questo stare davanti a Dio pieni di stupore, senza parole, senza pensieri, ma soltanto aprendoci e godendo dell’intimità con il Signore.
È questa l’adorazione del Verbo; dall’eternità egli è “rivolto verso il Padre”, quasi in un bacio eterno (ad os) he è lo Spirito. Egli introdusse questa adorazione nel mondo quando “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”; a coloro che, ieri e oggi, lo accolgono, egli dà “il potere di diventare figli di Dio”, partecipi perciò della sua stessa relazione con il Padre, della sua stessa adorazione. A questa luce è pienamente comprensibile l’espressione: “viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Il supremo gesto di adorazione del Verbo incarnato, questo “bacio” del Dio-uomo, trova la
massima attuazione e rivelazione sul calvario, quando viene innalzato sulla croce e attira a se chi crede in lui. Da allora coloro che “credono nel suo nome” e “da Dio sono stati generati”, partecipando del suo sacrificio, possono adorare Dio “in spirito e verità.

Giovedì eucaristico

Dal vedere alla contemplazione, all’adorazione

Per adorare bisogna saper vedere. Lo scienziato si avvicina alla natura con uno sguardo indagatore, scopre moltissimi segreti, ma spesso non arriva all’adorazione, chiuso in un conoscere che non gli permette di andare oltre l’esperimentabile. Bisogna avere occhi per vedere oltre, per intuire una Presenza, cogliere un’Azione, e così arrivare a contemplare: allora il creato e l’uomo che lo abita, appariranno nel loro splendore, riveleranno una presenza e un’azione insospettata, porteranno a quella gioiosa adorazione.


Dalla conoscenza di se stessi e di Dio all’adorazione

Conoscere noi stessi come Dio ci vede e conoscere Dio è la via che porta all’adorazione.
Nel dialogo con la Samaritana Gesù dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”; è questa conoscenza, dono di Dio, che introduce ad adorarlo. Gesù le dice: “Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo… Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano”. Non c’è adorazione senza conoscere chi è Dio e chi siamo noi. Non si tratta di una conoscenza astratta, da di quella che man mano che ti addentri in essa, te ne senti affascinato, conquistato e non puoi che adorarlo. Nell’ultima cena Gesù ripetutamente richiama di aver introdotto alla conoscenza-rivelazione di lui e del Padre: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».” Questo rapporto profondo tra conoscenza e amore, di cui parla Gesù, ci porta a scoprire il significato più profondo dell’adorazione.

Siamo una comunità che adora il Signore

Non si può non pensare all’inizio del “decalogo”, i dieci comandamenti, dove sta scritto: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me” (Es 20,2-3). Troviamo qui l’elemento costitutivo dell’Eucaristia: inginocchiarsi in adorazione di fronte al Signore. Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non può e non deve prostrarsi davanti a nessun potere terreno, per quanto forte. Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti al Santissimo Sacramento, perché in esso sappiamo e crediamo essere presente l’unico vero Dio, che ha creato il mondo e lo ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito. Ci prostriamo dinanzi a un Dio che per primo si è chinato verso l’uomo, come Buon Samaritano, per soccorrerlo e ridargli vita, e si è inginocchiato davanti a noi per lavare i nostri piedi sporchi.
Adorare il Corpo di Cristo vuol dire credere che lì, in quel pezzo di pane, c’è realmente Cristo, che dà vero senso alla vita, all’immenso universo come alla più piccola creatura, all’intera storia umana come alla più breve esistenza. L’adorazione è preghiera che prolunga la celebrazione e la comunione eucaristica e in cui l’anima continua a nutrirsi: si nutre di amore, di verità, di pace; si nutre di speranza, perché Colui al quale ci prostriamo non ci giudica, non ci schiaccia, ma ci libera e ci trasforma.
Ecco perché adorare ci riempie di gioia. Facendo nostro l’atteggiamento adorante di Maria, preghiamo per noi e per tutti; preghiamo per ogni persona che vive in questa comunità, perché possa conoscere Te, o Padre, e Colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo. E così avere la vita in abbondanza.

Giornata Eucaristica (2)

Un abisso chiama un altro abisso”, dice il salmista (sal 42). Solamente l’infinito e eterno Amore di Dio può riempire il vuoto esistenziale che c’è nell’uomo quando non conosce né ha incontrato Dio. Quando non c’è Dio nell’orizzonte di una vita si vive l’angusta contraddizione fra l’essere stato creato col desiderio di eternità e la realtà dei propri limiti, della fragilità e dell’effimero di questa vita.
Ogni uomo -anche quando non sia cosciente di cio’- ha sete di eternità, di infinito, di trascendenza. Questa sete è in realtà sete di Dio. Come lo spiega il salmista: “la mia anima ha sete del Dio vivo” (sal 42). Ma -questa è la Buona Novella che ci rivela il Signore- anche Dio ha sete dell’uomo, della sua salvezza. Non è un caso che il dialogo di Gesù Cristo con la samaritana inizi con “dammi da bere”. Sicuramente il Signore aveva sete fisica ma Lui aveva un’altra sete più importante da appagare. Per questo anche ai discepoli -che erano ritornati e si erano meravigliati nel vederlo parlare con una donna per giunta samaritana- quando gli chiedono che mangi, lui risponde che ha un cibo da mangiare che loro non conoscono e poi spiega che questo alimento “è fare la volontà del Padre”. La sete di Cristo è sete di salvezza delle anime, la sua fame è fare la volontà del Padre: salvare tutta l’umanità. Gesù, in questo momento concreto della relazione, ha sete della salvezza di quella vita persa e attraverso di lei di tutti gli abitanti di Sicar.
In quel “dammi da bere” sotto il sole di mezzogiorno nel pozzo di Giacobbe, si specchia un altro mezzogiorno, quando si oscura il sole nel Golgota: è il “ho sete” della croce.
Il dialogo comincia con il “dammi da bere” ma culmina con la domanda della samaritana sul dove adorare Dio. Dalla sete del Signore deriva la sete della samaritana: dove adorare Dio. La sete dell’uomo e la sete di Dio si incontrano nell’adorazione. Si incontrano e si saziano reciprocamente. Solo l’amore infinito di Dio riempie l’infinito vuoto di eternità, di bontà, di bellezza dell’uomo.

Giornata Eucaristica (1)

In questo anno pastorale vogliamo far tornare d’attualità l’importanza dell’Adorazione Eucaristica, perché parlare di Adorazione è entrare nel “cuore”, è come parlare di amore: si può dire molto ma tuttavia non dire l’essenziale. Si tratta dell’ineffabile dove non si esprime a parole ma con la vita. L’Adorazione si vive, come l’amore. Come amare anche adorare si impara adorando. Ci sono due verità che si toccano e sono queste: Dio crea l’uomo e lo crea libero. Libero di scegliere Dio e riconoscerLo come suo Creatore ed anche come suo Salvatore. E l’uomo raggiunge la beatitudine dandoGli gloria, lodando e adorando Dio. Così, l’Adorazione è un atto libero di colui che cerca la vera felicità in Dio, di colui che cerca il riposo della sua anima davanti la presenza del suo Dio. Adorare Dio è una necessità intrinseca dell’uomo. Non si può veramente vivere senza adorare Dio. L’uomo scopre la sua vera dimensione e scopre che in Dio non ci sono confini. Nell’Adorazione incontra il suo riposo, raggiunge la pace.

Giovedì Eucaristico

Orario esposizione Santissimo Sacramento all’Oratorio dell’Addolorata (Chiesina):

  • dalle ore 8.00 alle ore 11.00
  • dalle ore 20.30 alle ore 22.00

Adorare il Signore nella sua presenza eucaristica da lontano e non adorare il Santissimo esposto davanti noi ? Evidentemente non è lo stesso rimanere in silenzio adorante, in preghiera o magari in contemplazione dove siamo noi esposti alla sua presenza particolare e localizzabile nell’Ostia Santa che essere davanti a una fotografia oppure ad una immagine trasmessa per via telematica.
Il Signore ha scelto di rimanere così sacramentalmente, integralmente nella sua divinità e nella sua umanità. Mistero insondabile, senza nessun dubbio, che richiama alla nostra fede nelle Sue parole “Questo è il mio corpo”. Questo corpo eucaristico è il nuovo tempio dove dobbiamo adorare, Dio in spirito e in verità.

Sul tavolino, all’ingresso, potrete trovare, per questa giornata, come strumenti utili per l’adorazione silenziosa e personale:

  • il secondo sussidio: “Preghiera davanti all’Eucaristia sul CAMMINO di fede di Abramo”;
  • libretto con preghiere per il Sinodo Diocesano Preghiera per la Comunità Parrocchiale.

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Non cessiamo di pregare

“NON CESSIAMO DI PREGARE PER VOI E DI CHIEDERE CHE ABBIATE PIENA CONOSCENZA DELLA SUA VOLONTÀ, CON OGNI SAPIENZA E INTELLIGENZA SPIRITUALE, PERCHÉ POSSIATE COMPORTARVI IN MANIERA DEGNA DEL SIGNORE, PER PIACERGLI IN TUTTO, PORTANDO FRUTTO IN OGNI OPERA BUONA E CRESCENDO NELLA CONOSCENZA DI DIO”

Le parole di san Paolo nella Lettera ai Colossesi (1,9-10) ci orientano verso una delle scelte pastorali per questo anno: il Giovedì eucaristico con l’esposizione del Santissimo Sacramento, al mattino e alla sera. Così facendo, si cerca di incoraggiarci vicendevolmente ad un momento di preghiera personale.
Invito coloro che sosterranno davanti a Gesù, ogni giovedì, nelle loro preghiere ad avere un ricordo per tutta la Parrocchia, perché impari sempre più e meglio a camminare in maniera degna del Signore.

Giovedì Eucaristico

A iniziare da Giovedì 7 ottobre, tutti i giovedì, per le prime settimane nella chiesina, verrà esposto il Santissimo Sacramento per un momento di adorazione e riflessione personale Orario esposizione Santissimo Sacramento:

  • dalle ore 8.00 alle ore 11.00
  • dalle ore 20.30 alle ore 22.00

Ogni giovedì verrà lasciato, all’ingresso sul tavolino una preghiera per la Parrocchia e un libretto per la preghiera personale. Chi lo ritiene uno strumento utile e lo usa, poi è invitato a non lasciarlo in chiesa, ma a portarlo a casa, causa pandemia. Per i primi due mesi verrà proposto il sussidio con una “Preghiera davanti all’Eucaristia sul CAMMINO di fede di Abramo”.

Il Battesimo

Il Battesimo è un rito molto importante per un cristiano, sia per chi riceve il sacramento, sia per gli stessi genitori. E’ un rito religioso che segna la vita di un individuo, guidandone la salvezza spirituale, sin dalla tenera età. Per molti papà e mamme, al di là del rito che venga scelto per contrarre matrimonio, sia esso religioso o civile, la celebrazione del battesimo racchiude una valenza molto evocativa per la nuova vita cristiana del loro bambino.
Il battesimo racchiude in sé un dono prezioso custodito dalla Chiesa. Esso non rappresenta un diritto, ma qualcosa di importante che apre agli uomini la possibilità di entrare a far parte del regno dei Cieli.
La decisione, quindi, dei genitori di far battezzare il proprio figlio, rappresenta una domanda rivolta alla Chiesa, che viene simbolicamente indicata nella persona del sacerdote, che è il responsabile della comunità parrocchiale.
La Chiesa non può che accogliere con gioia una simile richiesta, sebbene abbia al contempo anche la responsabilità morale e cristiana, di valutarne la profonda motivazione che risiede nei genitori del battezzando. In seguito al rito battesimale, la Chiesa può a tutti gli effetti considerare il bambino come un catecumeno, il quale, da quel momento in poi, può godere del diritto di essere ritenuto parte della comunità ecclesiale, fruendo in tal modo dei doni di grazia, ricevendo il Corpo di Cristo.