Discorso di benvenuto del Consiglio Pastorale Parrocchiale al nuovo parroco don Gianmario Carenzi

Cari fratelli e sorelle,

oggi, il Consiglio Pastorale, a nome di tutta la nostra comunità, intende dare il suo più caloroso benvenuto a don Gianmario, ringraziando Sua Eccellenza il Vescovo Maurizio per aver inviato un nuovo pastore nella parrocchia di San Fiorano.
Don Gianmario, abbiamo avuto modo di incontrarla in questi giorni. Subito ci ha colpito la sua voglia di fare pur di fronte alla innegabile difficoltà organizzativa che comporta la gestione di più parrocchie.
Ha voluto subito incontrare tutte le anime della nostra comunità per iniziare insieme un cammino proficuo e di condivisione anche oltre i confini di San Fiorano. Il tempo che stiamo vivendo è un tempo di
grandi sfide. Il mondo in subbuglio, le guerre, le atrocità a cui assistiamo ci rendono più spaventati e insicuri e tutti noi speriamo che l’unità e la fede possano essere sempre un valido sostegno. Il futuro possiamo solo immaginarlo, ma il Signore sa tessere trame misteriose e perfette e crediamo che ci scopriremo a vicenda per poter lavorare insieme per il bene di tutta la nostra comunità cristiana, ma anche di tutti coloro che ne stanno ai margini e la osservano, magari timorosi, da lontano. Come Consiglio Pastorale ci siamo interrogati su molti temi, uno dei più presenti è quello dei giovani, così travolti da stimoli multipli, così minacciati da una realtà digitale che spesso è una rete che imprigiona da aver in parte perso il senso della comunità, la voglia di credere in un progetto, di mettersi al servizio degli
altri. Sappiamo che lei saprà essere guida sicura per la nuova assemblea per affrontare questo e altri compiti difficili.
E oggi è anche il giorno dell’arrivederci a don Giuseppe. Probabilmente non esistono parole sufficienti per ringraziarlo di tutto ciò che ha fatto per la nostra Parrocchia in questi sei anni. C’è un po’ di malinconia oggi in noi, ma anche la certezza di essere cresciuti insieme nel bene e che altrettanto bene farà nella sua nuova destinazione a Fombio e Retegno. Grazie a don Giuseppe per la disponibilità continua e instancabile, per l’ascolto, per il conforto, per le preghiere. Grazie per aver intrapreso con coraggio un viaggio complicato come quello del restauro della nostra chiesa. Grazie per aver ascoltato con tanta disponibilità le opinioni, ma anche gli sfoghi, di tutti i collaboratori. Grazie per aver indirizzato la nostra comunità sul modello di Gesù, il buon pastore che si prende cura di tutto il gregge.
Cari don Gianmario e don Giuseppe, oggi le vostre e le nostre strade si incrociano. Siamo certi che abbiate in comune una cosa. Siamo certi che siate autentici testimoni del Vangelo. Con Gesù e per Gesù,
tracceremo il nostro percorso.
Dunque, benvenuto don Gianmario!


Scarica qui il messaggio di benvenuto

Ben arrivato don Gianmario!

Carissimo don Gianmario, benvenuto a san Fiorano!
Benvenuto in questa comunità. Ringrazio il Signore del dono della tua nuova presenza.
Arrivi in una Parrocchia che ha una lunga storia di fede, di cultura, di umanità, di tradizione, del resto mi dirai come quasi tutte le nostre parrocchie. Arrivi in questa Chiesa così bella che si veste di festa per il tuo arrivo. È vero: non basta una bella chiesa per crescere nella fede, soprattutto oggi, tempo in cui la tradizione non conta più e c’è bisogno di rinnovare e rigenerare la fede in noi per primi, nelle famiglie e poi nelle tante persone che pure sono state battezzate e iniziate ai sacramenti: i “cristiani lontani o sulla soglia”.  
È una Parrocchia che non manca della struttura vivace e attiva, per l’opera di educazione ed evangelizzazione, che è l’oratorio. Come hai già avuto modo di constatare c’è una certa vivacità di gruppi impegnati chi nell’educazione, chi nella liturgia e nel canto, chi nella cura della stessa chiesa. Una parrocchia che ha anche una sua dimensione missionaria e caritatevole.
Tutto questo viene da un passato più o meno lontano che, come si diceva, ha bisogno sempre di nuova linfa, attingendo continuamente alla sorgente che è la Parola del Signore, che passa anche attraverso l’opera fondamentale dei suoi ministri.
Carissimo don Gianmario, arrivi come pastore, e troverai un gregge nel senso evangelico, e cioè non massa di cristiani passivi o semplicemente docili, ma una comunità, comunità di credenti attivi e responsabili. Siamo consapevoli che oggi un parroco non può fare tutto, a maggior ragione se ha anche più parrocchie, come nel tuo caso. Per questo la collaborazione sarà fondamentale sia in parrocchia che tra le parrocchie ricordandoti che con il tuo arrivo parte la Comunità Pastorale.
A te suggerisco due cose, che già sa fare:
1°: che continui a parlare di Gesù e che insegni a pregare, perché attraverso Gesù scopriamo o riscopriamo il nostro legame profondo con Dio e rendere così più piena e vera la nostra vita. Abbiamo ancora bisogno della “buona novella dell’amore di Dio” perché scienza, tecnica, economia, benessere e perfino la salute, non ci danno tutte le risposte. Aver sostituito il desiderio di Dio con il desiderio di beni materiali e di sicurezza non ci ha reso né migliori né soddisfatti.
2°: che il messaggio di Gesù passi attraverso le relazioni, ossia attraverso l’attenzione e l’incontro con le persone, con l’umanità presente in ciascuno, con le povertà e le fragilità che la contraddistinguono. Annuncio del Vangelo e ascolto delle persone, parole che non fanno altro che richiamare l’unico comandamento di Gesù: amare Dio e il prossimo come se stessi.   
Carissimo don Gianmario, da soli, ma anche assieme, riusciremmo a fare ben poco: abbiamo bisogno della grazia del Signore. Per questo ti affido a Lui, al Signore, che non lascia mai soli i suoi figli, e ti affido ai patroni san Floriano e sant’Agata, esempio di scelte coraggiose. Ti aiutino affinché tu possa con tutta la Comunità crescere nella Fede, nell’esercizio della carità e nella speranza, virtù teologali proprie di chi è consapevole che la nostra storia ha un senso e una direzione: è un cammino meraviglioso e straordinario di redenzione e di salvezza.
Benvenuto don Gianmario e buon lavoro!

Don Giuseppe Castelvecchio

27 Domenica del Tempo Ordinario

Un granello di senape è piccolissimo: sul palmo della mano è un puntino nero appena visibile, come un granello di polvere, ma Gesù paragona la fede a un granello di senape, non a un granello di polvere. C’è una differenza sostanziale, perché il granello di polvere resta sempre lo stesso, non cambia mai; invece il seme, anche quello più piccolo, diventa, si trasforma, matura, cresce. “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste fare l’impossibile”. Gesù non dice: “Se aveste pochissima fede – ma – se aveste una fede disposta a crescere come un seme che matura e diventa un albero; se siete in crescita, farete anche l’impossibile”. Cominciate a fare il vostro dovere e fate sempre di più fino a compiere qualche cosa di straordinario, perché la fede come relazione con il Signore è un bene prezioso che ci è stato affidato; ma non è una cosa statica: è una realtà dinamica. Ci è stato dato un dono di Dio che chiede di essere coltivato come un seme, perché cresca. Il seme messo in un vasetto di vetro resta sempre quello, non serve a niente: è custodito al sicuro, ma dopo anni è sempre fermo, non ha fatto niente. Invece il seme messo nella terra si trasforma, fa nascere una pianta, un fiore, un albero che fa frutti, non è più solo quel seme, è molto di più, è diventato qualcos’altro più grande, ha portato frutto. Il dono di Dio, che è la fede, non deve essere messo in un barattolo e conservato a sé in modo statico, ma deve crescere nella nostra vita, perché la relazione con il Signore diventa nuova di giorno in giorno, matura e ci fa maturare. Ecco perché l’apostolo scrive al discepolo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, cioè il carisma che è in te”. In forza dei sacramenti noi abbiamo i doni di Dio che rischiano di essere come il fuoco sotto la cenere.
Ravvivare vuol dire togliere la cenere, smuovere la brace con le molle e far riaccendere il fuoco.
La nostra fede rischia di essere un fuoco spento, una stufa fredda. C’è bisogno di ravvivare, di far avvampare di nuovo quel fuoco dell’amore di Dio, perché possa ardere e illuminare. La fede deve essere coltivata perché produca frutti, come relazione di amicizia con Dio, non solo di servizio interessato. Il Signore non cerca dei servi che facciano un servizio per prendere lo stipendio, cerca degli amici, cerca dei figli, vuole una relazione di amicizia, una relazione di figliolanza, ci vuole vivaci e gratuiti nel rapporto con Lui. Ci chiede di non vergognarci di dargli testimonianza, di non nasconderci come cristiani; non ci dice di essere invadenti e prepotenti, ma ci incoraggia ad essere coraggiosi testimoni, capaci di dire la nostra, di portare una parola buona, di dare testimonianza, anche se ci fosse da soffrire. Paolo scrive queste parole mentre è in prigione e sa che sta per morire. Chiede al discepolo Timoteo: “Non vergognarti di me che sono in carcere, ma con la forza che ti viene da Dio, soffri anche tu per il Vangelo insieme con me. Io sono in carcere perché ho dato testimonianza al Signore: non avere paura, fallo anche tu! Rischia anche tu le catene e la prigione, ma dà testimonianza, prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito”. Quanti sani insegnamenti abbiamo ricevuto nella nostra vita! A cominciare da quelli dei nostri genitori, quando eravamo piccoli, e lungo tutta la vita ognuno di noi può ricordare delle persone importanti che hanno dato dei sani insegnamenti. “Prendeteli come modelli, imparate dalle cose che avete udito: custodite, mediante lo Spirito che abita in noi, il bene prezioso che vi è stato affidato”. Custodire la fede non vuol dire tenerla sottovuoto, vuol dire farla crescere: se crescete nella fede, potete avere il coraggio di vivere bene. Non stancatevi di vivere bene, anche se il mondo va male, anche se tanti si comportano male, non stancatevi di fare il bene, non stancatevi di credere, fidatevi del Signore, crescete in questa relazione di amicizia. La fede è un dono prezioso che ci è stato affidato, custodiamolo con affetto. Cresciamo nell’amicizia e nella relazione filiale con il nostro Dio: in questo rapporto di affetto potremo fare anche l’impossibile.

Ottobre: mese Missionario e del Rosario

Il mese di ottobre è sia il Mese del Rosario sia l’Ottobre Missionario. La festa della Beata Vergine del Rosario si celebra il 7 ottobre, mentre la Giornata Missionaria Mondiale è il culmine del mese missionario, che culmina nella penultima domenica di ottobre. La tradizione di recitare il Rosario durante questo mese risale alla vittoria nella battaglia di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571.
Il tema scelto per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno è “Un banchetto per tutte le genti”, e per il 2025 il tema sarà “Missionari di speranza tra le genti”.

In quanto mese del Rosario è sempre bella e significativa la recita insieme del “Rosario meditato” mezz’ora prima di ogni santa Messa. Incoraggio anche tutte le famiglie a trovare un momento per la recita del rosario (magari anche solo una decina) tutti i giorni di questo mese.

L’ottobre missionario di quest’anno, 2025, si pone in piena sintonia con il grande Giubileo ordinario dedicato al tema della Speranza. Nella Bolla di indizione di questo Anno Santo, Papa Francesco auspicava: «Possa la luce della speranza cristiana raggiungere ogni persona, come messaggio dell’amore di Dio rivolto a tutti! E possa la Chiesa essere testimone fedele di questo annuncio in ogni parte del mondo!» (Bolla Spes non confundit, 6). Viviamo in un mondo nel quale sembra regnare più la preoccupazione che la speranza; un mondo sul quale si addensano sempre più minacciose nubi di guerra; aumenta in tutti noi l’ansia per i cambiamenti climatici e per la sopravvivenza di molti popoli e del pianeta stesso.
In questo clima così sconfortante, come cristiani siamo chiamati a mantenere viva la certezza che Dio non è assente a queste nostre preoccupazioni e ci chiama ad una “missione speciale”: «lasciarci guidare dallo Spirito di Dio e ardere di santo zelo per una nuova stagione evangelizzatrice della Chiesa, inviata a rianimare la speranza in un mondo su cui gravano ombre oscure» (Messaggio del Santo Padre per la Giornata Missionaria Mondiale 2025). È questo il motivo principale della nostra preghiera e del nostro impegno in questo ottobre missionario. Non possiamo dimenticare che la nostra fede ha il suo fondamento in Gesù Cristo, diventato vittima di un mondo ingiusto e crudele che lo ha condannato a morte, «e a una morte di croce» (Fil 2,8), pur non riconoscendo in lui alcuna colpa (cf Gv 19,4), ma che riconosciamo come “il Risorto”, “il Vittorioso”, colui che ha sconfitto ogni forma di male, anche di quel male che agli occhi degli uomini sembrava irreparabile, cioè la morte. È qui, nella fede pasquale, che troviamo la fonte della nostra Speranza! E di questa Speranza noi siamo testimoni e annunciatori. «A tal fine, occorre rinnovare in noi la spiritualità pasquale, che viviamo in ogni celebrazione eucaristica e soprattutto nel Triduo Pasquale, centro e culmine dell’anno liturgico. Siamo battezzati nella morte e risurrezione redentrice di Cristo, nella Pasqua del Signore che segna l’eterna primavera della storia. Siamo allora “gente di primavera”, con uno sguardo sempre pieno di speranza da condividere con tutti, perché in Cristo “crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole” sull’esistenza umana» (Messaggio del Santo Padre per la Giornata Missionaria Mondiale 2025). Il primo impegno, in questo ottobre missionario giubilare sarà, per noi e per le nostre comunità, la preghiera. A questo ci esorta il Santo Padre: «Non dimentichiamo che pregare è la prima azione missionaria e al contempo “la prima forza della speranza”» (ibidem). Al termine del suo messaggio, infine, il Papa rinnova l’invito a valorizzare la Giornata Missionaria Mondiale nel suo carattere universale: «Insisto ancora … sul servizio delle Pontificie Opere Missionarie nel promuovere la responsabilità missionaria dei battezzati e sostenere le nuove Chiese particolari» (ibidem). Ricordiamo ciò che ci dice il Decreto “Ad Gentes” (Concilio Vaticano II): «A queste opere infatti deve essere giustamente riservato il primo posto, perché costituiscono altrettanti mezzi sia per infondere nei cattolici, fin dalla più tenera età, uno spirito veramente universale e missionario, sia per favorire una adeguata raccolta di sussidi a vantaggio di tutte le missioni e secondo le necessità di ciascuna» (Decr. Ad gentes, 38).
L’ottobre missionario sia, per tutti noi e le nostre comunità, occasione per rinnovare la vocazione di discepoli-missionari, «lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» .

La comunità parrocchiale accoglie il suo nuovo pastore don Gianmario Carenzi

Domenica 5 ottobre, la nostra Parrocchia accoglierà il nuovo parroco, don Gianmario Carenzi. L’appuntamento sarà alle 10.30 per la Santa Messa di insediamento. Don Gianmario svolgerà il ministero di parroco sia a San Fiorano sia a Corno Giovine e Corno Vecchio. Il 5 ottobre sarà anche l’occasione per ringraziare don Giuseppe Castelvecchio e per augurargli un fruttuoso cammino a Fombio e Retegno. Al termine della celebrazione, siete tutti invitati a un momento conviviale in oratorio. Ognuno potrà contribuire al rinfresco con alimenti o bevande. Vi aspettiamo numerosi per festeggiare don Gianmario.

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26 Domenica del Tempo Ordinario

“Uomo avvisato è mezzo salvato”. La sapienza dei proverbi ci ha insegnato questa massima con cui riconosciamo che essere preavvisati è quasi come essere già salvi: non è sicuro infatti che siamo salvi, e il proverbio collega all’avviso metà della salvezza. Chi è avvisato è mezzo salvato, non salvato del tutto! Sapere del pericolo ci può aiutare a evitare il pericolo, ma non è detto. È possibile che, pur sapendo di qualche cosa di negativo, non accogliamo quell’ammonimento e finiamo in quella situazione disgraziata. Vi è mai capitato in qualche occasione di dire: “Ci avessi pensato prima! Tornassi indietro farei diversamente”. Provate un po’ a pensare davvero a qualche esperienza che vi ha toccato nella vita in cui riconoscete che, se poteste tornare indietro, fareste diversamente … eppure nella maggior parte delle situazioni non si può tornare indietro. È un discorso per assurdo quello che facciamo – “potessi tornare indietro” – perché in realtà non posso tornare indietro: quello che ho fatto, resta fatto; se ho fatto uno sbaglio che ha avuto delle conseguenze, quelle conseguenze restano. Posso però imparare per il futuro: dalla esperienza del mio sbaglio posso imparare a fare meglio da qui in poi. È quello che ci suggerisce la Scrittura. Noi leggiamo la Parola di Dio proprio per essere avvisati: quella parola che ci forma ed è “mezza salvezza”; l’altra metà dobbiamo mettercela noi con la nostra saggezza. Il senso della parabola che racconta Gesù sta proprio qui: bisogna pensarci prima, è inutile piangere quando i danni sono fatti; bisogna essere previdenti e pensare prima di fare qualche cosa di grave, perché poi le conseguenze vengono inevitabilmente; rimpiangere dopo di aver sbagliato non serve più! Quando Gesù racconta questa parabola si rivolge ai farisei come persone religiose che però non accettano la sua predicazione, e con questo racconto vuole dare a loro un serio avviso: “Attenti ad ascoltare davvero la mia Parola prima che sia troppo tardi perché, quando vi troverete nella situazione negativa, in quella condizione di inferno, sarà troppo tardi. Pensateci prima, pensateci adesso che avete possibilità di credere in Colui che è la vita e aderite alla sua rivelazione”. Il ricco mangione, che elemosina una goccia di acqua in mezzo a quella fiamma che lo tormenta, dice di avere ancora cinque fratelli sulla terra – che evidentemente sono del suo stesso stampo e si comportano come lui – e immagina che anche loro possano finire in quella disgrazia, perciò vorrebbe un miracolo, vorrebbe la carità di Lazzaro, che tornasse in vita a rimproverare i fratelli. Tante volte molte persone dicono che, se ci fosse qualche miracolo, qualche segno, qualche prodigio, sarebbe più facile credere. Gesù invece rifiuta questa idea. I miracoli non sono fatti per fare venire la fede, i miracoli sono riconosciuti dalle persone di fede e quelli che non hanno fede negano l’esistenza dei miracoli e non si accorgono del prodigio che avviene.
Il personaggio di Abramo nella parabola offre una risposta chiarissima: “Se non ascoltano la Bibbia, se non ascoltano la Parola di Dio attraverso Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”. Gesù ha risuscitato un uomo che si chiamava proprio Lazzaro… ed è servito per convincere gli increduli? No. Dopo che Gesù ha richiamato dalla tomba il morto Lazzaro, i capi del sinedrio si sono radunati e hanno deciso di eliminarlo, addirittura hanno pensato di ammazzare anche Lazzaro, perché diventava un testimone scomodo e pericoloso.
Nemmeno la risurrezione di un morto può convincere chi non vuol credere.
Allora è importante ascoltare l’ammonizione che il Signore ci dà attraverso i profeti e gli apostoli.
La Parola di Dio che ci accompagna nella nostra vita è quell’ammonimento continuo, perché siamo noi quelle persone avvisate – sappiamo che cosa fare, sappiamo che c’è il rischio dell’inferno – è già mezza salvezza avere questa conoscenza. Non facciamo finta di niente, prendiamola sul serio finché siamo in tempo, prima che sia troppo tardi. Accorgiamoci del bene che c’è da fare e facciamolo: non domani, oggi; prima che sia troppo tardi aderiamo al Signore con coerenza piena, per non dover dire un domani: “Ci avessi pensato prima!”. Abbiamo chi ci forma, ascoltiamolo; abbiamo la Parola di Dio, ascoltiamola e viviamo di conseguenza … e saremo tranquilli, in vita, in morte e oltre la morte.

L’avidità del denaro è radice di ogni male

«Tu uomo di Dio evita queste cose». Così le parole che l’apostolo Paolo indirizza al discepolo Timoteo. Ma fa riferimento a ciò che ha detto poco prima: che cosa deve evitare un uomo di Dio? Poco prima l’apostolo ha detto: «L’avidità del denaro è la radice di tutti i mali. Presi da questo desiderio alcuni hanno deviato nella via della fede e si sono procurati molti tormenti. Tu, uomo di Dio, fuggi queste cose». Queste cose da fuggire sono l’avidità del denaro, la voglia di possedere, l’attaccamento ai beni terreni ed è questo – dice l’apostolo – che costituisce la radice di tutti i mali. Non è questione l’essere ricchi, il problema è voler avere di più, è la bramosia, la voglia di possedere, di dominare e di tenere. Quando c’è questa voglia di fondo tutto il resto diventa meno importante. È possibile che anche persone di fede, uomini di Dio, siano presi dall’avidità del denaro… è possibile che anche noi abbiamo questa radice; perciò, l’apostolo ci invita a combattere «la buona battaglia della fede». Non adopera proprio il termine battaglia intesa come linguaggio militare, adopera piuttosto il linguaggio sportivo, sarebbe come dire: “Impegnati in questa bella gara”.
La nostra vita spirituale è una gara, un agone sportivo, un impegno che chiede allenamento, esige lavoro, esercizio, costanza per combattere quella radice di peccato che può rovinare la nostra vita. La parabola che Gesù presenta mostra come quel ricco, che vestiva di porpora e di lino finissimo e mangiava in modo abbondante senza occuparsi di altro, alla fine si trova nel tormento di una fiamma che lo consuma e desidera una goccia d’acqua … lui che aveva negato le briciole al povero Lazzaro. C’è una contrapposizione dolorosa fra il prima e il dopo, c’è un cambiamento drastico! Infatti, colui che prima desiderava le briciole alla fine si trova seduto alla destra del capofamiglia e viene consolato; invece, quello che mangiava a crepapelle alla fine manca di una goccia di acqua e non la ottiene e non la può ottenere … ha perso tutto, si è rovinato con la sua avidità, per sempre.
È un esempio che il Signore ci propone ed è la strada che l’apostolo ci insegna a percorrere: “Combatti la buona battaglia della fede, impegnati in questa bella gara della tua vita a combattere quei desideri cattivi che sono presenti nel tuo cuore”.
E come si combatte l’avidità? Con la generosità. Chi ha voglia di tenere, combatte contro di sé impegnandosi a dare. È questo il combattimento buono: andare contro quell’istinto cattivo che ci può portare in tante direzioni – ma in questo momento riflettiamo solo su un aspetto – e l’avidità fa parte un po’ di tutti i cuori, perché è uno dei vizi capitali, è una radice di peccato.
La voglia di prendere e la brama di tenere impedisce di vedere il resto, impedisce di amare i fratelli, perché attira tutto a sé e trattiene; è pertanto una fonte di rovina, perché ci si illude che le cose, i possedimenti, le ricchezze diano pienezza di vita e invece la svuotano, rovinano la vita e nell’eternità portano alla catastrofe completa.
Il Signore Gesù ci mette davanti una scena di inferno, con uno che non pensava mai più di andarci e, quando ci si trova, resta sgomento! Glielo avevano detto Mosè e i profeti che c’è il rischio di rovinarsi, ma non li aveva presi sul serio. Noi che siamo saggi, uomini e donne di Dio, evitiamo queste cose! L’apostolo conclude ancora invitando il discepolo Timoteo, che è stato lasciato come pastore della Chiesa: “Raccomanda ai ricchi di non insuperbirsi, di non illudersi, di non porre, cioè, le loro speranze nei beni della terra che sono transitori e non danno sicurezza. Raccomanda a tutti di arricchire in opere buone”. Ecco, questo è il desiderio che dobbiamo coltivare: arricchiamo in generosità; diventiamo ricchi di gesti buoni, di attenzioni, di generosità. Questa è la vera ricchezza che ci fa attenti agli altri, soddisfa la vita adesso e la rende bella nell’eternità. Siamo saggi, evitiamo quella radice di ogni male che è l’avidità del denaro, arricchiamo in opere buone.

Tutta la vita di san Pio è stata un soccorrere il dolore del mondo

Martedì 23 Settembre facciamo memoria di un santo che è diventato universale: San Pio da Pietrelcina. Questo piccolo è semplice frate Cappuccino è diventato un compagno di viaggio per migliaia di uomini e donne che in lui hanno trovato un’intercessione, una guida, uno strumento di conversione, un’esperienza di misericordia. Eppure egli avrebbe desiderato passare tutta la sua vita nel totale nascondimento, ma gli è toccato in sorte stare sul palcoscenico della storia guardato da tutti, esaltato e accusato con la stessa intensità. Lui si definiva soltanto “un povero fraticello che prega”, ma la povertà di questo frate è tutta nella ricchezza del suo amore per Cristo.
Non a caso è stato il primo sacerdote Santo stigmatizzato nella storia della Chiesa. Quei segni della passione non erano su di lui come semplici segni di sofferenza, ma come testimonianza del suo totale essersi conformato a Cristo. San Pio ha amato da morire la gente che a lui si è rivolta, e per essi ha offerto e sofferto tutte le pene possibili pur di guadagnarli a Cristo.
Non è santo perché aveva le stimmate, ma è santo per come ha amato.
Tutta la sua vita altro non è stata se non una lunga spiegazione del Vangelo.
Infatti quest’uomo ha cercato di vivere la propria vita spalancando se stesso a tutto l’amore di Dio fino al punto di voler essere associato alla stessa passione di Cristo. L’amore vero desidera la condivisione totale della vita dell’altro. San Pio ha passato la vita amando ciò che amava Cristo. E che cosa amava Cristo? I peccatori, i poveri, gli afflitti, i disperati, i malati.
Tutta la vita di San Pio è stata un soccorrere il dolore del mondo che ha incontrato.
È così che si spiega il lungo apostolato nel confessionale, gli innumerevoli miracoli anche nelle piccole cose della vita della gente, e in fine il desiderio di un ospedale che fosse sollievo per la sofferenza di molti.
“Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza”.

San Matteo: vivere in maniera degna della chiamata

Che cosa ha lo sguardo di Gesù Cristo che cambia radicalmente il cuore, lo trasforma, lo guarisce!
Gesù attraversa le viuzze di Cafarnao e va deciso là dove lavora Levi, il pubblicano, l’esattore delle imposte per i romani, l’uomo odiato dai suoi stessi concittadini, il disprezzato, il traditore.
Si ferma, non ha fretta, e lo guarda. Con quegli occhi misericordiosi, come nessuno lo aveva guardato prima. E gli aprì il cuore, lo rese libero, lo guarì, lo riempì di speranze.
In quegli occhi Levi vide lo sguardo di Dio che vede ben oltre quel che vedono i nostri occhi.
Oltre le apparenze, i nostri peccati, le nostre sconfitte, la nostra indegnità. In Levi Gesù vede Matteo. Vede la sua storia di amore, di servizio, di donazione, di fedeltà, di felicità.
Anche oggi, ogni giorno, Gesù vuole fissare il suo sguardo su noi. “È l’attesa di Dio, che ci ama, ci cerca, ci accetta come siamo: con i nostri limiti, i nostri egoismi, la nostra incostanza; e tuttavia capaci di scoprire il suo amore infinito e di darci a Lui interamente”. Anche noi, che siamo seduti al nostro banco, cercando di essere felici alla nostra maniera, accumulando tempo e beni per noi stessi, incapaci di darci agli altri, stanchi di veder passare i giorni senza avere il coraggio di rischiare.
L’incontro di Gesù con Matteo ci interpella e ci chiede fiducia: se Gesù ha potuto trasformare un esattore in un servitore, un traditore in un amico intimo, può anche trasformare noi, peccatori, in figli di Dio, in suoi amici intimi. Perciò dobbiamo fare come Matteo: sentirci in pericolo, malati, bisognosi di quello sguardo che infonde speranza perché vede in ciascuno, peccatore, l’uomo sognato da Dio.
Entrare nel cuore di Matteo
Dobbiamo entrare nel cuore e nella mente di quest’uomo, immedesimandoci fino in fondo in lui, e cercare di capire i suoi sentimenti profondi. Come si sarà sentito lui – pubblicano e perciò odiato dalla gente comune e considerato un peccatore dai responsabili religiosi del tempo – raggiunto dalla chiamata di Gesù? Proprio a lui: la persona meno degna e raccomandabile, la più lontana e irraggiungibile… lui che aveva altro per la testa, che pensava di aver già deciso definitivamente come portare avanti la sua vita… Si sarà chiesto «perché proprio io?» L’esperienza l’ha aiutato a capire in prima persona, sulla propria pelle, le parole di Gesù risuonate proprio in casa sua: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori». Il pubblicano è oggetto della cura e della misericordia di Dio, colui che Gli sta più a cuore di tutti, il Suo tesoro più prezioso, come la pecorella smarrita per il pastore.
Ripensare alla propria chiamata
È quello che siamo chiamati a fare anche noi di fronte all’esortazione di Paolo: vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto… Comportarci in maniera degna della chiamata che abbiamo ricevuto, significa partire dalle stesse domande che si è fatto Matteo:
· Chi sono io perché il Signore abbia chiamato proprio me? Che meriti avevo? Nessuno!
È un senso di smarrimento, stupore e gratitudine infinita nei confronti di Dio che ci deve guidare.
A tal riguardo, ci può venire in aiuto un altro passo di san Paolo: Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti… Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole… per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato… quello che è nulla… per ridurre al nulla le cose che sono (cfr. 1Cor 1,26-29).
Dio ci ha scelti e chiamati non già in base ai nostri meriti, ma solo ed esclusivamente per la Sua infinita misericordia, e per confondere il mondo, i “sapienti” e i “forti”.
Non un dovere ma una risposta
Allora l’umiltà, la dolcezza e la magnanimità, il sopportarci a vicenda nell’amore avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace non sono un dovere, ma una risposta alla chiamata del Signore, alla grazia che ci è stata data secondo la misura del dono di Cristo. È un bagno di umiltà quello che dobbiamo fare, e da cui deve nascere una gioiosa riconoscenza, così da edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

25 domenica del Tempo Ordinario

La prudenza è al centro della parabola di Domenica 21 Settembre, provocatoria che riguarda il modo di gestire il denaro. La prudenza è una virtù, cardine della nostra umanità, ed è la saggezza pratica, la capacità di scegliere bene i mezzi per raggiungere il fine voluto. È prudente non uno che non fa le cose per paura, ma le fa con intelligenza e cerca di fare le cose giuste per ottenere l’obiettivo a cui intende pervenire. La prudenza riguarda anche l’uso del denaro e al centro della Parola di Dio in questa domenica c’è proprio l’economia: ci è chiesta prudenza, cioè saggezza pratica, nell’usare i mezzi economici. Non ci è detto di lasciare tutto, perché non sarebbe possibile: lo fa qualcuno in una forma profetica, ma non è la condizione abituale. Ci è stato detto nelle domeniche precedenti che dobbiamo distaccare il cuore dalle cose terrene: questo sì è quello che dobbiamo fare! Pertanto la prima prudenza è quella di distaccare il cuore dai soldi, perché il pericolo fondamentale è amare troppo i soldi, adorarli come una divinità, vivere per accumulare denaro. Questo è un atteggiamento sbagliato – è stolto – è l’atteggiamento che non porta a raggiungere l’obiettivo, ma rovina la vita, perché non possiamo servire il Signore e la ricchezza. I soldi sono necessari e lo sappiamo bene, servono: servono perché sono dei mezzi, servono perché sono dei servi, non dei padroni. Il problema è grave quando i soldi diventano i nostri padroni e ci fanno fare di tutto pur di averli. Pensate quante azioni disoneste vengono compiute nella nostra società – a piccolo livello e a grande livello, in tutte le sfere della società – per fare soldi. Dietro un’infinità di azioni disoneste c’è il motivo economico: tutte le truffe, gli inganni, le sofisticazioni alimentari, nascono dal desiderio di fare più soldi, di guadagnare di più; e per ricavare maggior profitto bisogna ingannare, commettere ingiustizie, pagare meno i lavoratori, scegliere materiale più scadente e così via. Perché si sceglie di pagare meno l’operaio, di usare materiale scadente, di vendere anche qualche cosa di scaduto e di pericoloso? Perché si vuole guadagnare di più e per ottenere qualche cosa che riteniamo buono – i soldi – si fa qualcos’altro che si ritiene meno importante: il danno a una persona o a molte persone. Chi mette in second’ordine tutte queste realtà buone, ritiene più importante guadagnare tanti soldi. Questo è il quadro negativo che il Signore ci mette davanti. Non è automatico che il ricco sia malvagio, ma per fare la ricchezza bisogna avere il pelo sullo stomaco – diciamo – mettersi la coscienza sotto i piedi, bisogna chiudere gli occhi e schiacciare quel che c’è da schiacciare pur di raggiungere l’obiettivo. Il Signore ci chiede invece di essere prudenti, persone sagge che sanno valutare bene i mezzi, comprendendo bene che il fine non sono i soldi, ma la relazione buona con il Signore, il fine della nostra vita è la relazione con le persone. Il senso della nostra esistenza è la collaborazione, la concordia, l’amicizia: sono queste le cose che contano! È questo l’obiettivo a cui tendiamo! E i soldi possono servire per creare amicizia, per creare buone relazioni; ma si tratta di riconoscere con prudenza – cioè con sapienza pratica – che i soldi sono dei mezzi e devono essere utilizzati bene per raggiunger un altro fine. Perciò il Signore loda quell’amministratore di un patrimonio disonesto perché è venuto incontro a dei poveri contadini che avevano debiti enormi con quel padrone latifondista; è venuto incontro alle loro esigenze e ha ridotto quello che dovevano, ci ha rimesso la propria commissione, non ha investito sui soldi ma sulle relazioni umane, in modo tale che quelle persone diventassero amici e con riconoscenza poi avrebbero potuto aiutarlo.
È questa dinamica interpersonale che è importante: i soldi servono per creare amicizia, per creare legami buoni. Domandiamoci allora seriamente: “Come io uso i soldi? Quanto voglio bene ai soldi? Li riconosco dei mezzi e per fare cosa? Per godermi io semplicemente la vita o per aiutare anche gli altri?”. Sono domande significative. Il Signore ci pone una questione seria: “Come adoperi il denaro? Ami il Signore più dei soldi o sei un servo dei tuoi soldi?”. La risposta la dà ciascuno di noi e la dà crescendo, maturando, non rimanendo come è, ma diventando come deve essere: “Posso fare meglio, posso usare meglio i soldi che ho a disposizione”. In questa situazione sociale ci troviamo di fronte ad una possibile carestia. Stiamo cominciando a vedere la carenza di materiale e l’aumento enorme dei prezzi. Non sappiamo dove andremo a finire con questa situazione e rischiamo di trovarci in una situazione davvero complicata, dove quelli più deboli saranno i primi ad avere difficoltà – sembra un ritornello comune della politica e dei notiziari televisivi – per l’aumento delle bollette … ma ce ne siamo accorti tutti nel nostro piccolo. Come risolveremo certe situazioni? Sarà proprio necessario, in un contesto del genere, come abbiamo ragionato in modo comunitario nella epidemia, mettere in moto le forze cristiane in una situazione di carestia, di difficoltà economica, per sviluppare un vero impegno comunitario per l’aiuto sociale. La nostra fede nel Signore Gesù non si può esaurire in un discorso teorico, astratto, devoto, ma deve diventare cooperazione, collaborazione, solidarietà, dove ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa per aiutare gli altri. Chiediamo al Signore che ci illumini l’intelligenza per capire e che ci riscaldi il cuore per essere generosi, per usare bene le cose che abbiamo, per usarle in modo generoso. Questa è la prudenza: vogliamo raggiungere il fine che è la beatitudine eterna? Usiamo bene le cose che abbiamo su questa terra per ottenere la vera felicità.