Esaltazione della Croce (2)

Far arrivare l’Amore di Cristo Crocifisso nella nostra vita significa sperimentare che al di là di quello che abbiamo vissuto o che viviamo, noi rimaniamo radicalmente liberi.
Gesù è morto per questo. È morto perché la parte più decisiva di noi potesse esercitare fino in fondo una libertà radicale. Da quel momento in poi nessuna ferita, nessuna malattia, nessuna ingiustizia, nessun male potranno mai sostituirsi alla nostra libertà. Tutte queste cose possono solo condizionarci, intralciare, rallentare, ma mai cancellare la nostra libertà di fondo. Questo fa esclamare a San Paolo una simile affermazione: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”.
Il modo attraverso cui questa libertà c’è stata data è proprio la Croce.

Quando diciamo “Croce di Cristo” non ci riferiamo al semplice legno o ai chiodi bensì al modo con cui Egli se n’è fatto carico. Infatti la Croce che salva è il dono di sé. Gesù ha dato la sua vita per ciascuno di noi realizzando in pieno ciò che aveva detto: “nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per gli amici”.
Accogliere la Croce allora non significa andarsi a cercare la sofferenza, ma vivere tutto quello che la vita ci riserva (bello o brutto che sia) domandandoci se lo stiamo vivendo per amore e con la logica del dono. In questo senso un padre che si sveglia presto la mattina e va a lavorare, o una madre che fa i salti mortali per far quadrare i conti, o un malato che deve affrontare una terapia dolorosa, o una qualunque persona che vive una qualunque circostanza della vita deve chiedersi se sta vivendo quelle cose subendole o accogliendole come un modo per amare e per donare la vita. Gesù non è venuto solo a darci l’esempio, ma a ricordarci che in questo particolare modo di accogliere la vita, noi non siamo soli. Lui è con noi, crocifisso con noi, inchiodato con noi. Non è lontano nei cieli ad osservare come ce la caviamo, ma è con noi a vivere intimamente quello che ci accade. Ecco perché guardarlo in Croce non deve suscitare sensi di colpa, ma senso di gratitudine. Lo guardiamo e diciamo: “hai deciso di stare con me, dalla mia parte, lì dove tutti scappano. Hai offerto la tua vita perché io non fossi solo mai. Sei morto perché io possa accogliere la morte sapendo che l’hai vinta”.

Esaltazione della Croce (1)

La Croce è l’esaltazione dell’Amore di Colui che ha donato la propria vita. Una festa che esalta la Croce potrebbe sembrare una festa al quanto macabra. Ma questo rischio lo corriamo soprattutto quando non abbiamo chiaro che cosa sia innanzitutto la Croce. Essa non è l’esaltazione del dolore, della sofferenza come lo strumento privilegiato che un sadico Dio usa per salvarci. La Croce è ciò che spiega mirabilmente Giovanni nella pagina del Vangelo di questa festa: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.
La Croce quindi è l’esaltazione dell’Amore di Colui che ha dato la propria vita per amore nostro.
Neanche a Gesù piace il dolore e la sofferenza. Non a caso ha passato la vita cercando di alleviare il dolore altrui. E quando si trova davanti alla possibilità della Croce anche Lui trema, ha paura, lo confida a Dio e ai suoi amici. Gesù non ama il dolore ma ama noi, e se per amore nostro deve affrontare anche ciò che a Lui non piace allora Egli lo affronta perché non c’è dolore che possa fermare l’immenso amore che ha nel cuore.
Lasciarci educare dalla Croce significa quindi lasciarsi educare da questo amore. È imparare a vivere la vita nella sua interezza smettendo di sceglierci solo ciò che ci piace ed accettare anche ciò che non ci piace, ma accettarlo per amore di Qualcuno, e non per semplice eroismo.
Chi ama sperimenta una forza misteriosa. L’amore ci rende capaci di cose impossibili.
È questa la testimonianza di Gesù: ha amato facendo una cosa impossibile, cioè accettando di morire, e proprio per questo risorgere.

Finché non ci lasceremo raggiungere dall’amore crocifisso di Cristo, allora la nostra vita non sarà veramente una vita salvata. Infatti solo quando ti senti amato di un amore totale, gratuito e che dona tutto, solo allora la tua vita è una vita salva.
La Croce non serve a suscitare sensi di colpa, ma esattamente a distruggerli. Dio non ci ha amati tanto da indurci ad amarlo per contropartita. Egli ci ha amato e basta, senza domandare nulla in contraccambio. Vivere una vita diversa a partire da questo Amore è solo frutto di una nostra libera decisione. Ma nessuno è libero se innanzitutto qualcuno non lo ama. 
Solo l’amore rende le persone libere. Per questo Dio ci ha amato per primo, e ci ha messo nelle condizioni di essere radicalmente liberi.

Esaltazione della Croce

Breve storia

La Chiesa cattolica, molte Chiese protestanti e la Chiesa ortodossa celebrano la festività liturgica dell’Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, anniversario del ritrovamento della vera Croce da parte di sant’Elena (14 settembre 320), madre dell’imperatore Costantino, e della consacrazione della Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme (335). Secondo la tradizione, Sant’Elena avrebbe portato una parte della Croce a Roma, in quella che diventerà la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, e una parte rimase a Gerusalemme. Bottino dei persiani nel 614, fu poi riportata trionfalmente nella Città Santa.
Nella celebrazione eucaristica di questo giorno il colore liturgico è il rosso, il colore della Passione di Gesù che richiama appunto la Santa Croce e che viene utilizzato anche il giorno del Venerdì Santo durante il quale i fedeli cattolici compiono l’adorazione della Croce. In Oriente questa festa, per importanza, è paragonata a quella della Pasqua.

Qual è il significato di questa celebrazione?

La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell’uomo che comparirà alla fine dei tempi.
La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di “Cristo crocifisso”.
Il cristiano, accettando questa verità, “è crocifisso con Cristo”, cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del “patibulum” (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov’era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota. Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.

Per la preghiera e la riflessione personale

«Signore, io ti voglio bene e quindi mi auguro che queste cose non ti accadano mai. Tu ti meriti di vincere, non di essere sconfitto. Tu sei in grado di sbaragliare i tuoi nemici, non di subire la loro condanna? Tu sei il Figlio di Dio: fatti rispettare, dunque, mostra la tua forza!». Sì, anche noi, come Pietro ci siamo sentiti rimproverare, e ci ha addirittura chiamati “satana”, un impedimento, una tentazione sulla sua strada.
È vero: davamo per scontato che Dio la pensasse come noi e che le nostre strategie fossero in perfetta sintonia con i suoi progetti. È vero: finché resta un ornamento prezioso, un oggetto artistico, un simbolo prezioso da mettere al collo, la croce, tutto sommato, ci piace. Ma quando diventa vera, autentica, un fardello pesante da portare, un legno a cui venire inchiodati, uno strumento di dolore e di morte… Allora no! Non ci stiamo più! Sì, lo sappiamo, “dopo” viene anche la risurrezione, ma “intanto” ci troviamo in una situazione di pericolo, di insicurezza, di fallimento… “Dopo” tutto assume un senso, ma “intanto” ci troviamo nel bel mezzo del guado con un oggetto ingombrante sulle spalle, dalla parte degli sconfitti… Noi siamo pronti a guadagnare la vita eterna, ma non a perdere questa esistenza; disposti ad assicurarci un vantaggio enorme, ma non a correre un rischio mortale; fiduciosi nella tua potenza, ma non tanto da andar incontro a questi pericoli. Eppure non c’è un’altra strada. Non ci sono scorciatoie.
Resta quel sentiero stretto che passa per il Calvario, ed è l’unico che porti al mattino della Pasqua.

Festa dell’Esaltazione della Croce

Dunque, la celebrazione dell’Esaltazione della Croce assume anche un significato ben più grande di quello prettamente storico: è la celebrazione del mistero della croce che Cristo, da strumento di ignominia e di supplizio, ha trasformato in strumento di salvezza. La formulazione più profonda di questo mistero si ha dalla lettera di Paolo ai Filippesi: «Cristo umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al disopra di ogni altro nome». Così pure Giovanni, nel suo Vangelo, ci dà una lettura preziosa del mistero della croce, quella dell’amore di Dio: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna».

La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione. Cristo si sottomette volontariamente alla condizione umiliante di schiavo e questo supplizio infamante viene tramutato in gloria eterna. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana. La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è presentazione di Cristo crocifisso. S. Paolo afferma: «Predico Cristo e Cristo crocifisso», «Di null’altro mi vanto, se non della croce di Cristo». Anche noi possiamo pregare con la liturgia: «Di null’altro ci glorieremo se non della croce di Cristo Gesù, nostro Signore: Egli è la nostra salvezza, vita e resurrezione. Per mezzo di Lui siamo stati salvati e liberati». Ecco la nostra fede, ecco la nostra salvezza! Per questo ogni nostra preghiera, ogni nostra azione, inizia con il segno della croce. Esso ci aiuta a ricordare, a celebrare, ad accogliere, a vivere l’amore infinito di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, come ci è dimostrato da Gesù sulla croce. Nella croce si trova il senso vero della vita di ciascuno e della storia del mondo. Per questo è il segno più grande della speranza. Diventa allora il segno e la forza della testimonianza cristiana che la Chiesa intera è chiamata a offrire al mondo in ogni epoca della storia. Ogni croce o sofferenza che noi stessi viviamo e che l’umanità intera vive sono la partecipazione alla croce di Cristo per la salvezza del mondo. Dice S. Paolo: «Do compimento a ciò, che dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Ciò che è stoltezza, diventa sapienza; ciò che è considerato disgrazia diventa grazia e benedizione. Celebriamo, quindi, la gloria di Dio Padre, la nostra liberazione e tutto quel grandioso evento salvifico che noi chiamiamo redenzione, salvezza, riscatto. Tutto questo ci infonde speranza, luce e forza: anche noi indissolubilmente legati alla croce, alla sofferenza, veniamo esaltati perché redenti, perché anche noi siamo candidati alla risurrezione con Cristo.

È quantomeno strano parlare della croce in termini di “esaltazione”: come si può esaltare lo strumento di tortura più spietato che la mente umana abbia saputo concepire? Solo un serial killer lo farebbe. E chi può esaltarsi parlando di croce? Un mitomane? Un autolesionista? La Chiesa ogni anno celebra la croce, non per quanto umanamente parlando essa rappresenta, ma per quanto divinamente parlando essa è. L’uomo l’ha concepita come la sintesi del dolore del mondo mentre Dio l’ha trasformata in ricapitolazione del suo amore per il mondo.