«Il Signore viene a visitare il suo popolo nella pace» … È una visita che ci colma di gioia, ci rende davvero contenti. Abbiamo bisogno di questa visita che il Signore fa al suo popolo; abbiamo bisogno della sua presenza di pace nella nostra vita. In questo annuncio della notte di Natale noi sperimentiamo di non essere soli, di non essere abbandonati.
Il Signore viene a visitare il suo popolo e realizza le promesse che gli antichi profeti avevano rivolto a Israele. Eppure la presenza di Gesù non cambia la situazione in modo miracolistico … non è che dal momento in cui Gesù è venuto al mondo le cose siano apparentemente cambiate. Egli è la pace: e tuttavia le guerre sono continuate nella storia dell’umanità e dopo duemila anni ci troviamo an-cora a vivere ancora un Natale di guerra. Cerchiamo di tenerne lontano anche solo il pensiero per non turbare la nostra festa e tuttavia ci rendiamo conto di essere in una situazione difficile. Ci troviamo immersi in una situazione che per tanti uomini e donne comporta un dolore immenso. Non possiamo non essere solidali con chi soffre, non pensando solo alla Palestina o all’Ucraina, ma anche alle tante altre popolazioni che vivono momenti di dolore, di tensione, di guerra, di morte. Noi ringraziamo il Signore di essere venuto “a visitare il suo popolo nella pace” e ci rendiamo conto che c’è ancora bisogno del suo intervento. Non c’è stato un colpo di bacchetta magica che ha trasformato tutto: il mondo è in trasformazione, sta diventando come il Signore lo vuole, faticosamente, anche con tanti passi indietro che spesso sentiamo e subiamo. Il rischio è quello di alternare due sentimenti opposti. Da una parte possiamo illuderci e sentire il Natale come una bella favola: una festa da bambini dove anche i grandi ritornano “piccoli”, giocando con le tradizioni familiari e ripensando alle cose belle di un “Natale da favola”, quasi per scappa-re dalla realtà brutta di tutti i giorni. D’altra parte però ci rendiamo conto che la situazione è ben diversa e allora potrebbe nascere – all’opposto – un pensiero di amara delusione: se Cristo non ha cambiato la situazione del mondo, allora non è lui che ha portato la pace e non serve a niente celebrare questo ricordo. Rischiamo di oscillare fra questi due sentimenti: facciamo festa senza pensarci, oppure pensandoci crolla ogni festa. Come sempre l’equilibrio è la strada migliore. Il Natale non è una favola per bambini, ma è la risposta autentica che il Signore ha dato al dramma dell’umanità, donando a noi la forza di fa-re la pace. Il Signore Gesù è venuto per dare a noi la capacità di costruire la pace. L’antico profeta Isaia si rivolgeva ad un «popolo che camminava nelle tenebre e abitava in terra tenebrosa», ma poi – grazie ad un bambino – «ha vi-sto una grande luce». È un testo storico legato a una situazione ben precisa, molto simile a quello che si sta vi-vendo in questi giorni in Terra Santa e in Europa. Una grande nazione (l’Assiria) aveva invaso il territorio di Israele, distruggendo, portando morte, rovinando tutto; e in quegli anni dolorosi al re di Gerusalemme (Acaz) era stata annunciata la nascita di un bambino. Quel bambino diventò presto re al posto del padre: era molto piccolo, Ezechia aveva solo cinque anni, quando salì al trono di Davide. In quella occasione il profeta Isaia compose il poema che fin dall’antichità noi leggiamo nella notte di Natale: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». Era davvero un bambino quel re, ma si dice che na-sce nel momento stesso in cui sale al trono: è allora che gli viene dato il bastone del comando e prende sulle sue spalle il potere regale. Un piccolo bambino regge il basto-ne del comando e diventa il segno della potenza di Dio; a lui il profeta impone quattro nomi simbolici e significativi: «Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace». “Questo bambino – dice il profeta al-la gente di Gerusalemme, che in momento di guerra sentiva una tremenda paura della distruzione – porterà la pa-ce e la sua pace non avrà fine, perché egli viene a consolidarla e a rafforzarla con il diritto e la giustizia”. Avevano messo in quel re bambino, tutte le loro speranze: ma l’attesa non si fermava lì, non fu Ezechia a portare la salvezza. Eppure il profeta, che sa leggere nelle pieghe della storia una presenza potente, rivela che Dio opera la pace attraverso un bambino – cioè attraverso un piccolo e debole – il Signore riesce a fare grandi cose attraverso la debolezza degli uomini. Quelle antiche parole, datate verso il 730 a.C., non sono state dimenticate; per secoli hanno continuato a leggerle, finché un altro bambino è riconosciuto come il vero Re divino: quel bambino è Gesù, l’unico che ha il potere di fare la pace, perché è il Principe della pace. Noi non raccontiamo queste storie come una bella favola, ma vi riconosciamo la realtà della nostra vita: quel bambino – e solo Lui – è veramente il principe della pace, è il Signore della nostra vita, l’unico che può darci la capacità di fare pace. Allora guardando la nostra difficile situazione, non discutiamo sulle grandi questioni politi-che, su cosa bisognerebbe fare nei rapporti internazionali: è tempo perso, sono parole sprecate ed oziose, per lo più sciocche, non ci illudiamo di salvare il mondo facendo astratte discussioni di diritto internazionale. Che cosa possiamo farci noi? Che pace possiamo realizzare noi? Possiamo portare un po’ di pace nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni umane? Il Signore nasce per aiutarci a creare relazioni buone, riconciliate, amichevoli. Siamo piccoli, siamo poveri: quel poco che possiamo fare noi, a che cosa serve? Il profeta ci ha insegnato che è un bambi-no colui che porta la pace, è un piccolo, è un debole: e noi ci ritroviamo bene in questa realtà piccola e debole. Per-ciò quel poco che possiamo fare noi, vogliamo farlo. Ognuno di noi faccia un buon Natale impegnandosi a ricostruire relazioni buone, perché la guerra è presente anche nelle nostre famiglie, nelle nostre piccole comunità. In quasi tutte le famiglie ci sono delle tensioni, ci sono dei problemi, ci sono delle cose da perdonare, delle relazioni da ricucire. È una favola falsa che il Natale in famiglia sia così bello, perché in ogni famiglia ci sono difficoltà e tensioni, problemi e antipatie. Non le dobbiamo nascondere: dobbiamo curarle! Il Signore viene a visitare il suo popolo perché ci dà la capacità di fare pace. Chiediamogli il desiderio di essere persone di pace, che fanno un passo per andare incontro a chi è offeso, a chi è lontano, a chi è antipatico, a chi è (forse) nemico. Impegniamoci a “fare Na-tale” non scambiandoci regali e facendoci auguri “senza contenuto” ma “regali e auguri” che esprimono la possibilità di ricreare relazioni buone, di ricostruire amicizie, di superare divisioni. Chiediamo al Dio Bambino che dia a ciascuno di noi la voglia di fare qualcosa – il primo passo, il primo sorriso, una stretta di mano – per ricuperare quello che è perduto, per ricostruire quello che è rotto. Facciamo la pace fra di noi: ci fa bene, allarga il cuore, allieta la mente, ci rende persone contente. Il Signore viene a visi-tare il suo popolo per renderci pienamente felici! Accogliamolo e facciamo qualcosa: un piccolo passo, un picco-lo gesto. Ognuno di noi pensi al Natale come a qualcosa da fare e faccia un proposito di impegno per ricostruire qualche relazione. Possiamo fare di più, possiamo fare meglio, possiamo migliorare la nostra famiglia, la nostra comunità, il nostro paese. Vogliamo farlo! Per questo il Signore viene a visitare il suo popolo; e se è vero che noi lo celebriamo, si vedranno i risultati nei prossimi giorni, per-ché noi saremo migliorati, perché i nostri ambienti saranno diventati più belli, più sereni, più accoglienti. Vi auguro di cuore che sia davvero un Natale buono, un Natale di pace.