Dediti alla Pace

«Il Signore viene a visitare il suo popolo nella pace» … È una visita che ci colma di gioia, ci rende davvero contenti. Abbiamo bisogno di questa visita che il Signore fa al suo popolo; abbiamo bisogno della sua presenza di pace nella nostra vita. In questo annuncio della notte di Natale noi sperimentiamo di non essere soli, di non essere abbandonati.
Il Signore viene a visitare il suo popolo e realizza le promesse che gli antichi profeti avevano rivolto a Israele. Eppure la presenza di Gesù non cambia la situazione in modo miracolistico … non è che dal momento in cui Gesù è venuto al mondo le cose siano apparentemente cambiate. Egli è la pace: e tuttavia le guerre sono continuate nella storia dell’umanità e dopo duemila anni ci troviamo an-cora a vivere ancora un Natale di guerra. Cerchiamo di tenerne lontano anche solo il pensiero per non turbare la nostra festa e tuttavia ci rendiamo conto di essere in una situazione difficile. Ci troviamo immersi in una situazione che per tanti uomini e donne comporta un dolore immenso. Non possiamo non essere solidali con chi soffre, non pensando solo alla Palestina o all’Ucraina, ma anche alle tante altre popolazioni che vivono momenti di dolore, di tensione, di guerra, di morte. Noi ringraziamo il Signore di essere venuto “a visitare il suo popolo nella pace” e ci rendiamo conto che c’è ancora bisogno del suo intervento. Non c’è stato un colpo di bacchetta magica che ha trasformato tutto: il mondo è in trasformazione, sta diventando come il Signore lo vuole, faticosamente, anche con tanti passi indietro che spesso sentiamo e subiamo. Il rischio è quello di alternare due sentimenti opposti. Da una parte possiamo illuderci e sentire il Natale come una bella favola: una festa da bambini dove anche i grandi ritornano “piccoli”, giocando con le tradizioni familiari e ripensando alle cose belle di un “Natale da favola”, quasi per scappa-re dalla realtà brutta di tutti i giorni. D’altra parte però ci rendiamo conto che la situazione è ben diversa e allora potrebbe nascere – all’opposto – un pensiero di amara delusione: se Cristo non ha cambiato la situazione del mondo, allora non è lui che ha portato la pace e non serve a niente celebrare questo ricordo. Rischiamo di oscillare fra questi due sentimenti: facciamo festa senza pensarci, oppure pensandoci crolla ogni festa. Come sempre l’equilibrio è la strada migliore. Il Natale non è una favola per bambini, ma è la risposta autentica che il Signore ha dato al dramma dell’umanità, donando a noi la forza di fa-re la pace. Il Signore Gesù è venuto per dare a noi la capacità di costruire la pace. L’antico profeta Isaia si rivolgeva ad un «popolo che camminava nelle tenebre e abitava in terra tenebrosa», ma poi – grazie ad un bambino – «ha vi-sto una grande luce». È un testo storico legato a una situazione ben precisa, molto simile a quello che si sta vi-vendo in questi giorni in Terra Santa e in Europa. Una grande nazione (l’Assiria) aveva invaso il territorio di Israele, distruggendo, portando morte, rovinando tutto; e in quegli anni dolorosi al re di Gerusalemme (Acaz) era stata annunciata la nascita di un bambino. Quel bambino diventò presto re al posto del padre: era molto piccolo, Ezechia aveva solo cinque anni, quando salì al trono di Davide. In quella occasione il profeta Isaia compose il poema che fin dall’antichità noi leggiamo nella notte di Natale: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». Era davvero un bambino quel re, ma si dice che na-sce nel momento stesso in cui sale al trono: è allora che gli viene dato il bastone del comando e prende sulle sue spalle il potere regale. Un piccolo bambino regge il basto-ne del comando e diventa il segno della potenza di Dio; a lui il profeta impone quattro nomi simbolici e significativi: «Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace». “Questo bambino – dice il profeta al-la gente di Gerusalemme, che in momento di guerra sentiva una tremenda paura della distruzione – porterà la pa-ce e la sua pace non avrà fine, perché egli viene a consolidarla e a rafforzarla con il diritto e la giustizia”. Avevano messo in quel re bambino, tutte le loro speranze: ma l’attesa non si fermava lì, non fu Ezechia a portare la salvezza. Eppure il profeta, che sa leggere nelle pieghe della storia una presenza potente, rivela che Dio opera la pace attraverso un bambino – cioè attraverso un piccolo e debole – il Signore riesce a fare grandi cose attraverso la debolezza degli uomini. Quelle antiche parole, datate verso il 730 a.C., non sono state dimenticate; per secoli hanno continuato a leggerle, finché un altro bambino è riconosciuto come il vero Re divino: quel bambino è Gesù, l’unico che ha il potere di fare la pace, perché è il Principe della pace. Noi non raccontiamo queste storie come una bella favola, ma vi riconosciamo la realtà della nostra vita: quel bambino – e solo Lui – è veramente il principe della pace, è il Signore della nostra vita, l’unico che può darci la capacità di fare pace. Allora guardando la nostra difficile situazione, non discutiamo sulle grandi questioni politi-che, su cosa bisognerebbe fare nei rapporti internazionali: è tempo perso, sono parole sprecate ed oziose, per lo più sciocche, non ci illudiamo di salvare il mondo facendo astratte discussioni di diritto internazionale. Che cosa possiamo farci noi? Che pace possiamo realizzare noi? Possiamo portare un po’ di pace nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni umane? Il Signore nasce per aiutarci a creare relazioni buone, riconciliate, amichevoli. Siamo piccoli, siamo poveri: quel poco che possiamo fare noi, a che cosa serve? Il profeta ci ha insegnato che è un bambi-no colui che porta la pace, è un piccolo, è un debole: e noi ci ritroviamo bene in questa realtà piccola e debole. Per-ciò quel poco che possiamo fare noi, vogliamo farlo. Ognuno di noi faccia un buon Natale impegnandosi a ricostruire relazioni buone, perché la guerra è presente anche nelle nostre famiglie, nelle nostre piccole comunità. In quasi tutte le famiglie ci sono delle tensioni, ci sono dei problemi, ci sono delle cose da perdonare, delle relazioni da ricucire. È una favola falsa che il Natale in famiglia sia così bello, perché in ogni famiglia ci sono difficoltà e tensioni, problemi e antipatie. Non le dobbiamo nascondere: dobbiamo curarle! Il Signore viene a visitare il suo popolo perché ci dà la capacità di fare pace. Chiediamogli il desiderio di essere persone di pace, che fanno un passo per andare incontro a chi è offeso, a chi è lontano, a chi è antipatico, a chi è (forse) nemico. Impegniamoci a “fare Na-tale” non scambiandoci regali e facendoci auguri “senza contenuto” ma “regali e auguri” che esprimono la possibilità di ricreare relazioni buone, di ricostruire amicizie, di superare divisioni. Chiediamo al Dio Bambino che dia a ciascuno di noi la voglia di fare qualcosa – il primo passo, il primo sorriso, una stretta di mano – per ricuperare quello che è perduto, per ricostruire quello che è rotto. Facciamo la pace fra di noi: ci fa bene, allarga il cuore, allieta la mente, ci rende persone contente. Il Signore viene a visi-tare il suo popolo per renderci pienamente felici! Accogliamolo e facciamo qualcosa: un piccolo passo, un picco-lo gesto. Ognuno di noi pensi al Natale come a qualcosa da fare e faccia un proposito di impegno per ricostruire qualche relazione. Possiamo fare di più, possiamo fare meglio, possiamo migliorare la nostra famiglia, la nostra comunità, il nostro paese. Vogliamo farlo! Per questo il Signore viene a visitare il suo popolo; e se è vero che noi lo celebriamo, si vedranno i risultati nei prossimi giorni, per-ché noi saremo migliorati, perché i nostri ambienti saranno diventati più belli, più sereni, più accoglienti. Vi auguro di cuore che sia davvero un Natale buono, un Natale di pace.

Maria: quello che noi saremo

Occorre uno sguardo completo alla storia della salvezza per dare la giusta collocazione a Maria. Questa figura di madre non è comprensibile se la isoliamo dalla sua concretezza di donna ebrea, vissuta a Nazaret, duemila anni fa. Se si deve parlare della donna coronata di stelle, tutta santa, assunta in cielo, bisogna anche ricordare la fanciulla di Nazaret, donna di lavoro e donna di fede. È necessario evitare di presentare solo i privilegi della Vergine. Maria è stata chiamata «icona escatologica della Chiesa». Questo vuol dire che Maria è in anticipo quello che anche noi saremo. Sarebbe un errore mettere la Vergine su un piedistallo troppo alto e isolato. Viene annullato il suo messaggio, se, a forza di ammirarla, la allontaniamo dalla stirpe di Adamo, dal popolo dell’Alleanza. Maria non è una dea né una donna divina né una superdonna: è una madre, e ogni madre desidera avere figli che le somiglino. Se non ci auguriamo di somigliare alla Madre, praticamente rinneghiamo la sua maternità. Una madre ha molta pazienza, una madre è instancabile; con i figli ritardati o difficili, essa è più madre.
La maternità non è un onore ma una responsabilità. Non pensiamo a Maria come a una regina tanto inaccessibile da riuscirci inimitabile: essa invece è un esempio quotidiano. Certo, Maria ha avuto il privilegio dell’Immacolata Concezione; vuol dire che è stata concepita battezzata; a noi Dio concede la stessa grazia con il battesimo. Non ha avuto il peccato originale; neppure noi lo abbiamo più. Non è stata esente dalla sofferenza e dalla morte: come noi. È stata assunta in cielo: questo significa che Maria è la primizia, l’annuncio di quello che riguarda tutti. I nostri corpi sono destinati alla vita eterna. Pensare a Maria come fidanzata, come moglie, come madre, come vedova, in cammino nel buio luminoso della fede, sorretta da una grande speranza, non è facile. Maria, infatti, ha duemila anni di storia. Santi, poeti, artisti ne sono rimasti tanto affascinati fino a idealizzarla, stilizzarla, divinizzarla: divenuta una dea, naturalmente non ha più senso per l’uomo.
Eppure dal vangelo emerge una donna pienamente inserita nella vita e nella storia: per questo dico che solo una madre (e una madre che abbia visto morire suo figlio!) può comprendere in pieno la vita e il messaggio di Maria, perché il cristianesimo non è una teoria ma una passione, non è un’ideologia ma un’esperienza, è vita da vita. Maria è vissuta in terra di Nazaret; i suoi gesti e pensieri soggiornavano nel perimetro del concreto; anche se l’estasi era un’esperienza frequente, Maria era lontana dalle astrattezze dei visionari, dalle evasioni degli scontenti, dalle fughe degli illusionisti: conservava il domicilio nel terribile quotidiano.
Se sottolineo questa «ferialità» in Maria, se per un attimo tolgo l’aureola e spengo i riflettori, è per vedere quanto è bella Maria a capo scoperto; è per misurare meglio l’onnipotenza di Dio. All’interno della casa di Nazaret, tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, Maria ha vissuto gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni. Festa dell’Immacolata: non un giorno per fare festa, ma una festa per riflettere su una donna uguale e diversa da tutte le altre. E imitarla, perché la vera devozione è quella che porta all’imitazione.

La Pace verrà

Se tu credi che un sorriso è più forte di un’arma,
Se tu credi alla forza di una mano tesa,
Se tu credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide,
Se tu credi che essere diversi è una ricchezza e non un pericolo,
Se tu sai scegliere tra la speranza o il timore,
Se tu pensi che sei tu che devi fare il primo passo piuttosto che l’altro, allora…
La Pace verrà.
Se lo sguardo di un bambino disarma ancora il tuo cuore,
Se tu sai gioire della gioia del tuo vicino,
Se l’ingiustizia che colpisce gli altri ti rivolta come quella che subisci tu,
Se per te lo straniero che incontri è un fratello,
Se tu sai donare gratuitamente un po’ del tuo tempo per amore,
Se tu sai accettare che un altro, ti renda un servizio,
Se tu dividi il tuo pane e sai aggiungere ad esso un pezzo del tuo cuore, allora…
La Pace verrà.
Se tu credi che il perdono ha più valore della vendetta,
Se tu sai cantare la gioia degli altri e dividere la loro allegria,
Se tu sai accogliere il misero che ti fa perdere tempo e guardarlo con dolcezza,
Se tu sai accogliere e accettare un fare diverso dal tuo, Se tu credi che la pace è possibile, allora…
La Pace verrà.

Avvento, occasione da non perdere

Il tempo in preparazione al Natale di Gesù contiene in sé l’ansia dell’attesa: più che ozio indifferente, un’opportunità da cogliere per dare senso alla vita

«Se invece di voltarci indietro, guarderemo avanti, se invece di guardare le cose che si vedono, avremo l’occhio attento a quelle che non si vedono ancora, se avremo cuori in attesa, più che cuori in rimpianto, nessuno ci toglierà la nostra gioia». Per scorgere e possibilmente raggiungere l’orizzonte indicato da don Primo Mazzolari, l’Avvento cristiano si pone come strada da percorrere senza incertezze. Il tempo liturgico che abbiamo l’opportunità di vivere contiene infatti in sé l’ansia dell’attesa: più che ozio indifferente, una “Fortuna” da cogliere per dare senso alla vita. Un invito straordinariamente importante per la sua collocazione in un contesto – quale quello contemporaneo – dominato dalla fretta, dall’assurda pretesa di stare sempre e ovunque. L’uomo d’oggi suppone di non aver bisogno di nessuno, men che meno del suo prossimo, chino com’è sui piaceri personali, sugli interessi materiali, sull’utile e sull’immediato. Anche i cristiani spesso danno l’impressione di considerare il tempo come un noioso ripetersi privo di sorprese e di novità esistenziali, un infinito cattivo, un eterno presente in cui possono accadere tante cose, ma non la venuta di Gesù Salvatore. E’ la solitudine più nera, il freddo più intenso che si soffre non quando si trova il focolare spento, ma quando non lo si vuol accendere più, neppure per un inatteso “Ospite di passaggio”. Quando pensi, insomma, che nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti per una improvvisata. Ma in un mondo dove si bada soltanto ai bisogni primari, all’accumulo, allo svago, all’affermazione di sé stessi, è necessario, come ricordava lo scrittore Giovanni Papini, che vi sia ogni tanto «uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura». Il torpore, la sazietà, l’indifferenza, la superficialità che si depositano ovunque come una coltre nebbiosa devono e possono essere squarciati da una voce imperiosa che inquieti le coscienze, che susciti domande di senso e spinga a riscoprire la verità che si cela sotto il velo comune della realtà quotidiana. Anzi, lo stato di disagio fa crescere il desiderio di soluzioni positive. Per il credente, però, tutto ciò non riguarda solo la dimensione sociale, politica ed economica, ma è attesa di una vita che, per dirla con Paolo, «piaccia a Dio». A questo si deve tendere, vigilando e osservando la vita reale ed agire per darle un indirizzo diverso. L’Avvento ci ricorda che una prospettiva nuova si può schiudere a patto che vi sia adesione ad essa, con coinvolgimento ed impegno. Buona attesa, buon Avvento, allora. E come augurava don Tonino Bello, «che il Signore ci dia la grazia di essere continuamente allerta, in attesa di qualcuno che arrivi, che irrompa nelle nostre case e ci dia da portare un lieto annuncio».

La nostra meta

Oggi è la festa della nostra memoria, la memoria storica che prepara il futuro. Facciamo memoria di tutte le persone che ci hanno preceduto e, avendo vissuto bene, adesso sono nella gloria di Dio. La memoria è il ricordo del passato, ma in questo caso è ricordo del futuro: ricordiamo coloro che sono davanti a noi, ci aspettano e costituiscono la nostra meta, il traguardo verso cui anche noi camminiamo. I Santi sono uomini e donne che hanno rea-lizzato la loro vita, sono coloro che hanno sulla fronte il sigillo del Dio vivente. È una immagine che adopera il libro dell’Apocalisse per indicare coloro che hanno nella mente, nel cuore, nell’animo, il progetto stesso di Dio. Che cosa è un sigillo? È un oggetto che noi non adoperiamo più – al massimo parliamo di una lettera sigillata o di un vasetto ben sigillato – nel nostro modo di parlare vuol dire che è chiuso bene. Il sigillo però non è un elemento di chiusura, ma di autenticazione, è come un timbro. Nell’antichità i grandi sovrani adoperavano un anello con dei segni particolari che venivano impressi nella ceralacca, lasciando così un segno di autenticazione. Quando un’autorità mette il sigillo su un documento vuol dire che lo riconosce come autentico: è proprio suo, ha valore. La parola sigillo noi la adoperiamo nella liturgia soprattutto nella celebrazione della Cresima. Chi l’ha già fatta dovrebbe ricordare che cosa gli ha detto il vescovo in quel momento e chi si prepara a farla comincia a comprenderne il significato. Che cosa dice il vescovo al ragazzo che riceve la Cresima? Gli mette una mano sulla testa e con il pollice, bagnato nel sacro Crisma, gli fa un segno di croce sulla fronte dicendo: “Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”. Eccolo il sigillo di Dio: è quel segno di croce fatto con il Crisma sulla fronte. Non è una chiusura, è un segno di appartenenza: appartieni al Signore, perché ti è stato dato in dono lo Spirito Santo che è il suo amore, la sua forza, la sua capacità di vivere bene. Questo gesto del segno di croce sulla fronte è il primo che si compie nel rito del battesimo. Quando si accoglie un bambino, prima di iniziare la celebrazione, si fa il segno della croce sulla fronte: “Ti segno con il segno della croce”. È il sigillo del Dio vivente – è come mettere il timbro – è molto di più … è mettere dentro la testa il pensiero stesso di Dio. Quand’è che vi fate un segno di croce sulla fronte? Durante la Messa, prima di ascoltare il Vangelo. Talvolta può essere un gesto banale fatto semplicemente senza pensarci, invece è un gesto importante: ascoltando l’annuncio del Vangelo tutti i partecipanti portano la mano alla fronte e si fanno un segno di croce; poi ne fanno uno sulle labbra e un altro sul petto all’altezza del cuore. Quel segno di croce sulla fronte è il sigillo del Dio vivente, è una silenziosa preghiera con cui diciamo al Signore: “Mettimi nella testa le tue idee, dammi la tua mentalità”. Ce lo hanno fatto all’inizio nel battesimo, lo ripete il vescovo solennemente nel giorno della Cresima, lo ripetiamo noi tutta la vita ascoltando il Vangelo. Quando alla fine della vita riceveremo l’Unzione degli infermi, ancora una volta il sacerdote farà sulla nostra fronte un segno di croce: il sacramento della Unzione serve proprio per affidare al Signore una persona che soffre e sta per lasciare la terra.
Dall’inizio alla fine il sigillo del Dio vivente è impresso sulla nostra fronte: perciò deve entrare nel nostro cuore, deve diventare il nostro modo di pensare.
Impariamo dunque a pregare proprio così: “Signore, insegnami a pensare secondo il tuo stile, insegnami a riflettere secondo i tuoi criteri, insegnami a ragionare come ragioni tu, a volere le cose come le vuoi tu, mettimi nella testa la tua parola”. È una preghiera da fare dall’inizio alla fine della vita: “Signore, insegnami quello che devo fare, dammi la forza di fare quello che devo, fammi capire come devo comportarmi, aiutami a fare bene, mettimi nella testa l’idea del tuo
bene”. Ricordiamoci i Santi, che hanno vissuto be-ne e sono felici nella gloria. Noi siamo in cammino verso di loro. Chiediamo al Signore che imprima nella nostra fronte, il sigillo della sua volontà e ci metta in testa il suo modo di vedere perché anche noi possiamo arrivare alla santità eterna.

Sacratissimo Cuore di Gesù

La solennità del Sacro Cuore di Gesù è, rispetto a molte altre dell’anno liturgico, una festa alquanto recente. Per i suoi inizi dobbiamo risalire a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), proclamata santa da Papa Benedetto XV il 13 maggio 1920. Durante una visione ella fu incoraggiata da Gesù a ricevere la Comunione ogni primo venerdì del mese ed è così che ebbe inizio la spiritualità del Sacro Cuore con le sue particolari devozioni. Per onorare il Cuore di Cristo e riparare alle offese da lui ricevute si cominciò pure a celebrare una particolare festa che, diffusa in modo particolare dalla Compagnia di Gesù, si diffusa grandemente al punto da convincere il beato Pio IX a proclamarla festa per tutta la Chiesa.
C’è una particolare preghiera colletta, che ce ne rammenta l’ispirazione originaria: «Padre misericordioso, che nel Cuore del tuo Figlio trafitto dai nostri peccati ci hai aperto i tesori infiniti del tuo amore, fa’ che rendendogli l’omaggio della nostra fede adempiamo anche al dovere di una degna riparazione».
Nel 1956, anno centenario dell’istituzione di questa festa, per difendere la devozione al Sacro Cuore dagli attacchi avvenuti nel tempo, il Venerabile Pio XII scrisse l’enciclica Haurietis aquas dove si legge che il Cuore sacratissimo di Gesù è «il simbolo più espressivo di quella inesausta carità, che il Divin Redentore nutre tuttora per il genere umano. Esso, infatti, benché non sia più soggetto ai turbamenti della vita presente, è sempre vivo e palpitante, e in modo indissolubile è unito alla Persona del Verbo di Dio e, in essa e per essa, alla divina sua volontà». Questa solennità ci permette, dunque, di gettare uno sguardo nel cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano.
C’è per questo un bellissimo e commovente testo di san Bernardo, che può esserci d’aiuto.
Questo il titolo di quella sua omelia: Come nelle ferite aperte di Cristo la Chiesa scopre le ricchezze della divina misericordia. A un certo momento san Bernardo dice così: «Tutto quello che mi manca io lo attingo dal costato aperto del Signore dove confluisce la misericordia; né mancano le feritoie da cui quella misericordia può uscire. Hanno ferito le sue mani e i suoi piedi, e con la lancia gli hanno aperto il costato: da lì ora io posso succhiare il miele dalla pietra, ricevere l’olio da un sasso durissimo e cioè: “vedere e gustare quanto è buono il Signore”». Poco più avanti con animo commosso aggiunge: «Il ferro della lancia lo ha trapassato e si avvicinato al suo cuore sicché ora non è più possibile che Egli non compatisca le mie infermità. Attraverso la ferita del corpo si manifesta il segreto del suo cuore; si manifesta il grande sacramento della pietà, si manifestano le viscere di misericordia del nostro Dio, nelle quali ci visita un sole che sorge dall’alto». Guardando a Cristo noi contempliamo il suo cuore che vuole tutti salvi.
Il suo è un amore non sdolcinato, ma forte e fedele, capace di amare sino a dare la vita, un amore umanissimo che ci riporta a riconsiderare i sentimenti che ci animano e ci spingono ad agire.
Non possiamo tacere il clima di violenza verbale e fisica che ferisce la convivenza e chiede urgentemente di rivedere la qualità dei nostri sentimenti e delle nostre relazioni.
In un mondo altamente tecnologizzato ci stiamo disumanizzando, e il grido di tante sorelle e fratelli che soffrono per la violenza e la guerra, per l’indifferenza, deve scuoterci e chiamarci a un cambiamento radicale; deve farci uscire dalle nostre zone di confort, dalle nostre posizioni difensive e di paura per allargare lo spazio del nostro cuore. Si, abbiamo bisogno di ritornare al cuore, di lasciarci trafiggere per imparare di nuovo il vero amore. Lo possiamo fare solo se ritorniamo al cuore di Dio, a quello del Figlio crocifisso per noi, al suo amore smisurato e sovrabbondante che solo può cambiare il nostro povero cuore che sta sperimentando il crollo della propria illusoria onnipotenza.

Tutto è presente nel frammento

Tutto è contenuto nel frammento… in ogni minima parte del pane eucaristico è presente tutto il Signore Gesù. È un principio di fede che ci aiuta a superare il discorso della quantità per valorizzare piuttosto la qualità. Non è la quantità di pane che serve per saziare ma è la qualità del cibo che ci viene dato. Così Gesù compiendo il segno del pane nel deserto vuole significare che è capace di darci da mangiare, non in senso fisico, ma in senso umano, personale, spirituale.
Solo lui può nutrire le nostre fami. Infatti non abbiamo solo fame di cibo. Noi per lo meno viviamo in un periodo e in un ambiente di benessere, per cui la fame non sappiamo che cosa sia.
La fame di cibo ce la togliamo facilmente mangiando di tutto, abbiamo la possibilità di comprare tutto quello che ci piace, eppure abbiamo un altro tipo di fame. Non siamo contenti e soddisfatti, anche se mangiamo tanto cibo buono. Una volta che abbiamo la pancia piena ci manca ancora qualcosa, ci accorgiamo che non è sufficiente avere la pancia piena. È un istinto primario mangiare, ma una volta che abbiamo mangiato non siamo realizzati, abbiamo fame ancora, fame di amore, di amicizia e di affetto, fame di giustizia, fame di verità, fame di pace. E la fame che sentiamo per il cibo diventa un’immagine per indicare il nostro desiderio, desiderio di cose buone, di realtà che veramente realizzino la vita. Gesù parte da cinque pani – poca cosa – e con quei pochi panini nutre cinquemila persone. Non ha trasformato le pietre in pane, questo gli aveva proposto il diavolo, ma è partito dai cinque pani che qualcuno mette a disposizione. Potremmo parlare del miracolo della condivisione, perché quei pani condivisi bastano per tutti. Allora il segno che Gesù ci offre è proprio quello della divisione, della condivisione fra di noi, dei beni che abbiamo. Sempre, subito, pensiamo alle cose materiali, pensiamo ad esempio alla condivisione dei soldi. Ma ci sono molti altri beni che abbiamo e che non condividiamo: il tempo, l’intelligenza, le capacità, il desiderio di affetto … sono beni che abbiamo e ognuno di noi ne è carico. Troppi tengono tutto per sé e non condividono e il mondo muore di fame, non per mancanza di cibo, ma per mancanza di amore, per mancanza di servizio, per mancanza di affetto, per mancanza di impegno sociale … manca la condivisione. Il poco che c’è può diventare tanto se c’è la qualità del cuore e Gesù ci insegna che l’Eucaristia è proprio questa qualità della vita donata.
Ogni volta che partecipiamo alla Messa e riceviamo l’Eucaristia noi facciamo memoria del Signore che ha donato se stesso e ci insegna la logica del regalo, della generosità. Non bada al poco, ma chiede che quel
poco che c’è sia usato, sia condiviso e distribuito.
Nel miracolo che Gesù compie nel deserto anticipa il dono dell’Eucaristia e l’evangelista racconta il gesto compiuto da Gesù usando gli stessi verbi della istituzione eucaristica: prese i pani, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò quei pani e li distribuì a tutta la folla. Recitò la benedizione, spezzò quei pani e li distribuì a tutta la folla. Sono gli stessi verbi che utilizziamo nel racconto della cena. Quel poco che c’è diventa molto attraverso le mani di Gesù, attraverso il suo cuore generoso. Tutto è presente nel frammento. La nostra generosità è frammentaria, è poca cosa, è una piccolezza, ma quel poco può diventare tanto, dipende dalla qualità con cui noi mettiamo a disposizione degli altri il poco che abbiamo. È un segno ciò che appare: quel poco pane che riceviamo nelle mani è semplicemente una immagine, è solo un segno, ma nasconde realtà sublimi. Anche se noi spezziamo quel pane, Cristo rimane intero in ciascuna parte. Chi lo mangia non lo spezza, non lo separa, non lo divide, lo riceve intatto e interamente. Se spezzo un’ostia in due o in tre parti, ne ricevi meno eppure ricevi tutto Cristo.
Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte quanto nell’intero.
Vuol dire che in ogni piccola parte della nostra generosità è presente tutto il Cristo.
In ogni piccola azione buona che possiamo fare, in ogni minuto di tempo che doniamo, c’è tutta la potenza di Cristo. Noi ci mettiamo quel poco e Cristo lo rende tanto, lo rende sufficiente per tutti, può saziare la fame del mondo, ma partendo dai nostri cinque poveri, miseri panini. È diviso solo il segno, non si tocca la sostanza, nulla è diminuito della sua persona. Nemmeno il numero dei partecipanti lo spaventa: siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Allora ricordiamoci questo principio eucaristico: tutto il Cristo è presente nel nostro frammento. In ogni frammento della nostra vita è presente il Cristo, che può trasformare la nostra generosità in pane per nutrire l’umanità intera. È questo il segno eucaristico e noi facciamo memoria vivente di questo prodigio che il Signore continua a compiere attraverso di noi: il poco diventa tanto, grazie a Lui, e tutto è presente nel frammento.

Spezziamo il pane

Domenica 22 giugno, solennità del Corpus Domini, torna l’iniziativa Spezziamo il Pane (giunto alla sua 23° edizione). La solennità del Corpus Domini, che celebra la presenza di Cristo nell’Eucaristia, è profondamente legata alla carità. L’Eucaristia, dono supremo dell’amore di Gesù, invita noi tutti a imitare questo amore attraverso gesti concreti di condivisione e unità. Durante l’Ultima Cena, Cristo unì l’istituzione del sacramento al comandamento di amarsi reciprocamente, facendo dell’Eucaristia un richiamo a vivere la comunione fraterna. Nella Diocesi di Lodi questa festa si è sempre accompagnata ad un’opera di carità promossa da Caritas: mentre il pane di vita nutre i cristiani per diventare a loro volta pane spezzato per gli altri, traducendo l’adorazione in carità attiva. Quest’anno l’opera che viene sostenuta è Casa David: casa di accoglienza per mamme e bambini in difficoltà all’interno del progetto Oasi, a Fontana (Lodi).
Nello specifico: le donazioni raccolte durante le celebrazioni del Corpus Domini  servono per l’allestimento della cucina della casa. Per la nostra parrocchia è possibile prendere il sacchettino di pane al termine delle due messe della domenica lasciando la propria offerta secondo la finalità sopra specificata.

Portiamo insieme nel mondo Gesù Vivo

Nella solennità del Corpus Domini e nelle Giornate Eucaristiche vivremo come fratelli e sorelle, comunità cristiana di san Fiorano, il nostro CENACOLO: è l’esperienza di una comunione straordinaria, indissolubile, di Cristo con noi e, per mezzo suo, anche tra di noi. Quell’ultima cena pasquale terrena che Gesù visse con i suoi, di cui la S. Messa è memoriale (= attualizzazione sacramentale!), è carica di significati per noi oggi e per tutti gli uomini di tutti i tempi: è gesto profetico in cui dà se stesso nel segno del pane e del vino per sempre; è consegna del suo servizio sacerdotale nel “..fate questo in memoria di me…”; è invito perenne a vivere la vita tra noi come servizio nella carità; e tutto questo sempre in un mistero di unità profonda che non è scalfita nemmeno dal tradimento di uno dei suoi.
Celebrando il Corpus Domini rivivremo tutto questo in modo speciale: ascolteremo la sua Parola che ci rassicura nel cammino dell’Amore; faremo memoria viva del pane e del vino consacrati per nutrirci del Suo Corpo e del Suo Sangue in cui diventiamo una cosa sola, al di là dei nostri peccati, dei nostri sforzi e dei nostri pur lodevoli desideri; compiremo il gesto della processione Eucaristica, per essere obbedenti al mandato di Gesù di andare nel mondo a testimoniare il Suo Amore, che è il Suo Vangelo!
Ecco la ricchezza di questa celebrazione che in spirito di vera fraternità vi invito a vivere tutti insieme.

Quarantore: solenne adorazione

COSA SONO LE GIORNATE EUCARISTICHE?
Le Giornate eucaristiche (Quarantore) sono giorni particolari della vita della Chiesa durante i quali nella parrocchia viene data la possibilità di sostare presso Gesù eucaristico.
Le Quarantore, restano attuali perché ci aiutano a rinverdire la nostra fede nella presenza reale di Gesù nel SS.mo Sacramento: “l’atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga ed intensifica quanto s’è fatto nella liturgia stessa, infatti soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera.
E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura anche la missione sociale che nell’Eucarestia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri.” (cfr. Sacramentum caritatis n. 66)


PERCHÉ SI CHIAMANO ANCHE QUARANTORE?

Le Giornate Eucaristiche, sono chiamate così in onore e ricordo del tempo sofferto da Gesù durante le Sua Passione, esattamente dalla sera del Giovedì Santo al mezzogiorno del Sabato Santo nel triste pensiero del sepolcro, nel quale Gesù, secondo il computo fatto da S. Agostino, rimase quaranta ore.

LE GIORNATE EUCARISTICHE OGGI

Le giornate eucaristiche sono un appuntamento fondamentale nella vita di un cristiano. Sono l’occasione di sostare un po’ di tempo in preghiera davanti a Gesù Eucaristia esposto sull’altare, l’occasione di una preghiera viso a viso, cuore a cuore. A tutti viene chiesta la fatica della preghiera. Fatica nello spegnere la tv, il computer e il cellulare per dedicarsi al Signore. Fatica nell’uscire di casa.
Fatica nel restare in preghiera. Solo così riusciremo ad assaporare la gioia dell’incontro con il Signore, il solo capace di convertire i cuori.
Cosa di cui abbiamo sempre bisogno.