Cosa sono le giornate eucaristiche?

Le Giornate eucaristiche (Quarantore) sono giorni particolari della vita della Chiesa durante i quali nella parrocchia viene data la possibilità di sostare presso Gesù eucaristico.
Le Quarantore, restano attuali perché ci aiutano a rinverdire la nostra fede nella presenza reale di Gesù nel SS.mo Sacramento: “l’atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga ed intensifica quanto s’è fatto nella liturgia stessa, infatti soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera.
E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura anche la missione sociale che nell’Eucarestia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri.” (cfr. Sacramentum caritatis n. 66).

Portiamo insieme nel mondo Gesù vivo

La sera del Corpus Domini che si tiene il 19 giugno viviamo come fratelli e sorelle, comunità cristiana di san Fiorano, il nostro CENACOLO: è l’esperienza di una comunione straordinaria, indissolubile, di Cristo con noi e, per mezzo suo, anche tra di noi. Quell’ultima cena pasquale terrena che Gesù visse con i suoi, di cui la S. Messa è memoriale (= attualizzazione sacramentale!), è carica di significati per noi oggi e per tutti gli uomini di tutti i tempi: è gesto profetico in cui dà se stesso nel segno del pane e del vino per sempre; è consegna del suo servizio sacerdotale nel “..fate questo in memoria di me…”; è invito perenne a vivere la vita tra noi come servizio nella carità; e tutto questo sempre in un mistero di unità profonda che non è scalfita nemmeno dal tradimento di uno dei suoi.
Il Corpus Domini rivivremo tutto questo in modo speciale: ascolteremo la sua Parola che ci rassicura nel cammino dell’Amore; faremo memoria viva del pane e del vino consacrati per nutrirci del Suo Corpo e del Suo Sangue in cui diventiamo una cosa sola, al di là dei nostri peccati, dei nostri sforzi e dei nostri pur lodevoli desideri; compiremo il gesto della processione Eucaristica, per essere obbedenti al mandato di Gesù di andare nel mondo a testimoniare il Suo Amore, che è il Suo Vangelo!
Vorrei che tutta la comunità fosse partecipe per vivere ed esprimere quella unità dei discepoli per cui Gesù ha pregato e che è il segno più credibile della nostra missione nel mondo. Di per sé quella del Corpus Domini è l’unica processione obbligatoria che la Chiesa richiede a tutti i suoi figli, più importante anche di quella del Venerdì Santo, perché portiamo nel mondo e al mondo non una statua ma Gesù Vivo! In questo gesto sta anche il significato del nostro essere cristiani nella Chiesa, che è il Corpo Mistico di Gesù nel tempo e nella storia: uniti in Gesù, noi esistiamo per portare Gesù, non altro, al mondo intero, a tutti gli uomini, vicini e lontani, ricchi e poveri, sani o malati; è questa la nostra missione espressa molto bene dal segno della processione con Gesù Eucaristico. In teoria, nessuno quindi dovrebbe mancare al Corpus Domini! Ecco la ricchezza di questa celebrazione che in spirito di vera fraternità vi invito a vivere tutti insieme.

Santissima Trinità (3)

La Chiesa tuttavia, considerò l’opportunità di stabilire una festa al fine di celebrare solennemente questo mistero trinitario, superiore a tutti gli altri e da quale tutti derivano. 
“Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana.
È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina” (CCC 234). In effetti, nel mistero della Santa e Beata Trinità è compresa la creazione (Dio Padre), la redenzione (Dio Figlio), la santificazione del mondo (Dio Spirito Santo), anche se tutto ciò non può che apparire sconcertanti e incomprensibile all’intelletto umano.”
La Trinità non è solo un mistero da contemplare, ma una verità da vivere consapevolmente ogni giorno. La giornata del cristiano, infatti, inizia tracciamo su di noi il segno della croce: «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»; e si conclude sigillata dallo stesso segno e dalle stesse parole.

Santissima Trinità (2)

Né la forza della nostra ragione, né la religione dell’antico Israele con i suoi maestri e profeti ha potuto arrivare a questa conoscenza di Dio che ci è rivelata in Gesù Cristo.
Davanti a tale mistero possiamo solo piegare il capo – a volte troppo altero – e dire: credo tutto ciò che Gesù ha detto; niente è più vero della sua parola. Una antica preghiera della Chiesa, che assai opportunamente il popolo fedele dovrebbe riscoprire pregava così:  “Mio Dio, perché sei verità infallibile, credo fermamente tutto quello tu hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere. Credo in te, unico vero Dio in tre persone uguali e distintamente, Padre e Figlio e Spirito Santo …”
Nel Vangelo, come ha scritto il papa emerito Benedetto nel suo libro Gesù di Nazareth, l’esistenza di Dio trino comprende un arco che si estende dall’inizio della vita pubblica fino alla fine; dal Battesimo, quando si è udita la voce del Padre che indica in Gesù il Figlio, accompagnata dalla presenza dello Spirito che appare in forma di colomba, fino al mandato missionario di Cristo risorto ai suoi apostoli: “fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo

Santissima Trinità (1)

La festa della Santissima Trinità che la Chiesa celebra a conclusione del tempo pasquale, ci introduce nel più grande dei misteri: Dio è uno e trino: cioè tre Persone e un solo Dio. 
E’ la sintesi dell’itinerario spirituale dopo aver ricordato il mistero della Risurrezione e l’evento prodigioso della Ascensione al Cielo del Signore Gesù e sul mistero della Pentecoste.
La festa della Santissima Trinità introduce il popolo cristiano e ogni battezzato nella vita intima di Dio, che solo possiamo accolgiere nella rivelazione e nella umiltà e nell’audacia della fede. Ricoda il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati” (CCC 237). La fede non è primariamente azione umana, ma dono gratuito di Dio, che si radica nella sua fedeltà, nel suo «sì», che ci fa comprendere come vivere la nostra esistenza amando Lui e i fratelli.
Scrive ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo”.

Mese di giugno dedicato alla devozione del Sacro Cuore di Gesù

Certamente la devozione al Cuore di Gesù non è la celebrazione del culto di una parte anatomica del suo corpo; si tratta della devozione e del culto dello stesso Cristo Gesù e alla sua Persona, al suo essere il Figlio di Dio, il Redentore dell’uomo che con “cuore” infinitamente grande ha tanto amato i suoi da dare la vita per loro fino a morire in croce. Sulla croce quel cuore fu trafitto dalla lancia di un soldato e subito ne uscì sangue ed acqua, come ricordano i Santi Evangeli. Di fatto l’iconografia di questa devozione non ha mai mostrato soltanto “il Cuore”, ma – come direbbe S. Agostino – il Cristo tutto, con il suo Cuore in mano. Ma l’oggetto della nostra adorazione è il Figlio Unigenito del Padre, Gesù Salvatore e Redentore; a Lui si dirige la nostra preghiera. Canta la liturgia: “Venite adoriamo il Cuore di Cristo, ferito d’amore per noi”.
La devozione al sacro Cuore di Gesù è la quintessenza del Vangelo e del piano di salvezza di Dio per l’umanità; per cui il culto al Sacro Cuore è adorazione a Cristo come espressione dell’amore di Dio.
Parlare del Cuore di Gesù è parlare della sua umanità, di Colui che ci ha “amato con cuore d’uomo”.
Parlare del Cuore di Gesù è parlare dell’amore di Dio per gli uomini: “Ti ho amato con amore eterno!”

Pentecoste (3)

All’interno del gruppo dei discepoli di Gesù Cristo la Pentecoste inizia a perdere il significato ebraico per assumere invece un senso più specifico, legato alla discesa dello Spirito Santo.
In questo senso, viene inteso come la nuova legge donata da Dio ai suoi fedeli e che segna la nascita della Chiesa a partire dalla comunità di Gerusalemme.
Secondo quanto raccontato negli Atti 2,1-11, in occasione della festa di Pentecoste, mentre i discepoli di Gesù si trovavano tutti nello stesso luogo, sentirono un forte rumore e un vento impetuoso che invase la casa in cui si trovavano. I discepoli videro qualcosa che assomigliava a lingue di fuoco che si separavano e andavano a poggiarsi sul capo di ciascuno di loro. Tutti i presenti furono invasi dallo Spirito Santo e iniziarono a parlare in altre lingue prima di allora sconosciute.
A seguire, lo Spirito Santo è disceso poi sugli stranieri non circoncisi che si trovavano nella dimora del centurione Cornelio e ascoltavano il Verbo, prima di essere battezzati nel nome di Dio.
Nel discorso tenuto nella casa di Cornelio, Pietro afferma che Gesù Cristo è il mediatore della pace e del perdono che ci sono stati rivelati durante la sua missione terrena.
Solamente dopo la sua resurrezione, si rivela anche in quanto giudice naturale e universale.
Proprio come il giudizio del Signore, anche la mediazione di pace e perdono è per tutti. 
Mentre Pietro pronunciava queste parole, lo Spirito Santo discese su tutti quelli che ascoltavano la Parola, donandosi sia agli stranieri che iniziarono a parlare della Gloria di Dio, e sia agli Ebrei convertiti che riuscivano a comprendere le loro lingue.

Pentecoste (2)

L’uso del termine Pentecoste per gli ebrei si riferisce alla festa che nell’Antico Testamento è conosciuta come “festa della mietitura e delle primizie” (Es 23,16), “festa delle settimane” (Es 34,22; Dt 16,10; 2 Cr 8,13), “giorno delle primizie” (Nm 28,26).
La Pentecoste è per tradizione la festa per l’inizio del raccolto.
La sua celebrazione avviene il cinquantesimo giorno dal “giorno dopo il sabato” di Pasqua, così come viene descritto nella Sacra Bibbia (Lv 23,11).
Nei tempi antichi, la stagione del raccolto iniziava con l’offerta di un covone d’orzo mentre invece l’offerta di un pane prodotto con il grano ne contrassegnava la fine. Il legame della Pentecoste con la festa agricola era molto forte, infatti la legge mosaica si rivolgeva essenzialmente a una popolazione agricola e si adattava alla perfezione ai suoi particolari bisogni e abitudini.
In un secondo momento inizia a delinearsi un significato completamente nuovo, mai apparso prima nelle Scritture, che veniva attribuito dagli ebrei alla festa.
La Pentecoste si trasforma nella commemorazione della Legge sul monte Sinai e sostituiva la festività che ricordava il cinquantesimo giorno dell’uscita dall’Egitto.
Seguendo questa interpretazione, gli ebrei moderni trascorrono la vigilia della festa leggendo la Legge o altre Scritture appropriate.

Pentescoste (1)

Pentecoste è un termine greco che significa “cinquantesimo giorno”.
Si tratta di una festa cristiana che celebra l’effusione dello Spirito Santo e la nascita della Chiesa. La celebrazione cade in occasione del cinquantesimo giorno dopo Pasqua.
Pentecoste è anche un antico nome greco che si riferisce alla festività ebraica di Shavuot, che rappresenta una festa di ringraziamento.
La celebrazione liturgica della Pentecoste risale al I secolo, anche se non ci sono prove certe che già a partire da tale data venisse osservata dai cristiani, a differenza della Pasqua.
La solennità della Pentecoste conclude tutte le festività del Tempo pasquale.

Qual è il significato dell’ascensione?

S. Giovanni nel quarto Vangelo, pone il trionfo di Cristo nella sua completezza nella Resurrezione. Del resto anche gli altri evangelisti dando scarso rilievo all’Ascensione, confermano che la vera ascensione, cioè la trasfigurazione e il passaggio di Gesù nel mondo della gloria, sia avvenuta il mattino di Pasqua, evento sfuggito ad ogni esperienza e fuori da ogni umano controllo.
Quindi i testi evangelici invitano a collocare l’ascensione e l’intronizzazione di Gesù alla destra del Padre, nello stesso giorno della sua morte. Egli è tornato poi dal Cielo per manifestarsi ai suoi e completare la sua predicazione per un periodo di ‘quaranta’ giorni. Quindi l’Ascensione raccontata da Luca, Marco e dagli Atti degli Apostoli, non si riferisce al primo ingresso del Salvatore nella gloria, quanto piuttosto l’ultima apparizione e partenza che chiude le sue manifestazioni visibili sulla terra. Pertanto l’intento dei racconti dell’Ascensione non è quello di descrivere il reale ritorno al Padre, ma di far conoscere alcuni tratti dell’ultima manifestazione di Gesù, una manifestazione di congedo, necessaria perché Egli deve ritornare al Padre per completare tutta la Redenzione: “Se non vado non verrà a voi il Consolatore, se invece vado ve lo manderò” (Gv. 16, 5-7).
Il catechismo della Chiesa Cattolica dà all’Ascensione questa definizione: “Dopo quaranta giorni da quando si era mostrato agli Apostoli sotto i tratti di un’umanità ordinaria, che velavano la sua gloria di Risorto, Cristo sale al cielo e siede alla destra del Padre.
Egli è il Signore, che regna ormai con la sua umanità nella gloria eterna di Figlio di Dio e intercede incessantemente in nostro favore presso il Padre. Ci manda il suo Spirito e ci dà la speranza di raggiungerlo un giorno, avendoci preparato un posto”.