Celebrazione della Passione del Signore

La liturgia del venerdì Santo comincia con un tempo di preghiera silenziosa. Dopo la liturgia della Parola con la proclamazione della Passione secondo Giovanni, la celebrazione si svolge in tre momenti: una solenne preghiera universale; la venerazione della Croce; la comunione al pane eucaristico consacrato il giorno prima.
Celebriamo in una Chiesa spoglia, priva di ornamenti, per contemplare Colui che si è lasciato togliere tutto per diventare il servo dell’umanità ed offrirsi interamente. Entriamo in questa liturgia abitati dall’attesa di chi sa che la misericordia di Dio non è finita.

Capite quello che ho fatto per voi?

Il triduo della Settimana Santa è il momento più importante di tutto l’anno liturgico, è il momento in cui si realizza pienamente quel mistero di morte e risurrezione di un Dio fatto uomo che si dona per la nostra salvezza. Cristo ha sempre manifestato il suo grande amore per l’umanità, anche durante la vita pubblica, ma in modo particolare lo ha fatto nella donazione piena di se stesso, attraverso la passione e la morte. La Celebrazione Eucaristica di questa sera, chiamata in Coena Domini, la Cena del Signore, ci ricorda l’ultima Cena di Gesù, l’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli, giunto al momento culminante della sua missione, afferma: ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi. Sapeva benissimo che quella cena sarebbe stata l’ultima Pasqua, l’ultimo pasto con i suoi discepoli, ma
voleva che essi comprendessero il significato della passione, della morte e della risurrezione che da li a poco avrebbe vissuto. Gesù in questa ultima cena compie dei gesti, pone dei segni, perché i dodici possano comprendere quanto veramente amava loro e l’umanità intera. L’evangelista introduce il racconto della cena facendo una considerazione: Gesù, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Potremmo intendere questa frase in senso strettamente cronologico: Gesù ha amato i discepoli fino alla fine della sua vita. Ma potrebbe anche essere intesa in senso qualitativo: li ha amati in modo smisurato, li ha amati in modo infinito, li ha amati con tutto se stesso, donando questo amore attraverso l’Eucaristia, attraverso la lavanda dei piedi. Soffermiamo la nostra attenzione su questi due segni.

“Preso il pane”, dice il Vangelo, “lo benedisse, lo spezzò, lo diede loro: prendete e mangiate questo è il mio corpo”. Gesù si rende presente in quel pane donandosi come cibo ai suoi apostoli e poi a tutta l’umanità. “Questo è il mio corpo”. Gesù non si è voluto risparmiare per noi, si è fatto crocifiggere, ed ha addirittura “inventato” un sistema -che solo Dio poteva conoscere e attuare- per rimanere con noi, per essere nostro nutrimento, per darci sempre la forza di comprendere il suo amore e per stimolarci ad amare come lui ci ha amati. Allo stesso modo prese il calice, lo benedisse lo diede loro dicendo “prendete e bevetene questo è il mio sangue della nuova alleanza”. Il sangue per gli ebrei è segno di vita: Gesù dona se stesso non per la morte ma per dare vita nuova ai suoi discepoli, per stipulare così un’alleanza nuova, un’alleanza che non necessitava dell’immolazione di tori, agnelli o di altri animali, ma che veniva suggellata dal corpo e dal sangue di Cristo offerti per amore nostro. L’Eucaristia è dunque il primo segno, un segno che ci mostra quanto Cristo ci ha amati, quanto continua ad amarci rimanendo con noi nel segno sacramentale del pane e del vino che ripresentano il suo mistero di morte e di risurrezione.

Ma c’è un altro segno che Gesù pone. Giovanni racconta che, durante la Cena, il maestro si alza, cinge un grembiule attorno ai fianchi ed inizia a lavare i piedi ai discepoli. Non è un segno di secondaria importanza, o semplicemente un atto puramente rituale. Assume invece una certa rilevanza: ai tempi di Gesù i piedi venivano lavati quando si rientrava in casa dopo esser stati fuori, non durante il pasto. Quindi l’azione del maestro non ha niente a che vedere con il lavaggio rituale che veniva fatto per gli ospiti quando arrivavano a casa per partecipare al banchetto, al pranzo o alla cena. È qualcosa di particolare: Gesù vuole porre un segno che rimanga impresso nella memoria e nel cuore dei suoi discepoli. Si china e lava i piedi a tutti e dodici. Questo è il comandamento che Gesù ci lascia, estremamente difficile da attuare. La nostra superbia, molto spesso, impedisce di sottometterci, di chinarci, di farci piccoli dinanzi ai nostri fratelli…eppure lui, che è il Maestro e il Signore, non ha avuto vergogna di umiliarsi a lavare i piedi ai suoi discepoli. È importante notare che dopo aver istituito l’Eucaristia, Gesù ordina “fate questo in memoria di me”, ed anche dopo aver lavato i piedi ai dodici raccomanda “fate come ho fatto io”. Potremmo dire che, per certi aspetti, Gesù accomuna l’Eucaristia alla lavanda dei piedi. L’Eucaristia deve essere ripetuta e riproposta in eterno, per tutta la vita della Chiesa fino alla fine dei tempi, ma è importante collegarla al segno della lavanda dei piedi, cioè collegarla alla necessità di vivere in umiltà.

Settimana Santa: vi prego, siate presenti!

Che giorni, carissimi tutti, stiamo per vivere! Siate presenti, vi prego, siateci.
Non è folclore ciò che ci apprestiamo a vivere, non è devozione.
È memoriale, riaccadimento di ciò che Gesù ha vissuto e vive. Durante la Settimana santa ci si ferma: giorno per giorno, ora per ora, regoliamo i nostri orologi e il nostro tempo a quel momento cruciale per la storia dell’umanità. Dio si prepara a morire, Cristo celebra la sua presenza nell’ultima Pasqua, la nuova, viene arrestato, condannato, ucciso, sepolto, vive. In questa preziosa settimana, qualunque cosa faremo, potremo fermarci, socchiudere gli occhi e pensare a Cristo, ai suoi sentimenti, alla sua angoscia, alla sua bruciante passione, al suo desiderio.
Straordinario. Prendetevi del tempo: giovedì, venerdì e sabato, celebreremo il Triduo Pasquale: partecipate, lasciatevi trascinare da queste celebrazioni dense di fede.

La lettura della Passione di Marco

Come è noto, la domenica delle Palme è dominata dalla solenne lettura della Passione, quest’anno secondo la relazione offertaci da Marco (cc. 14-15).
Davanti a questa sequenza di eventi che oggi sentiamo narrare con commozione sono possibili infinite considerazioni. Ne scegliamo tre desumendole dagli stessi dati marciani. Innanzitutto la passione con le sue sofferenze e la morte è il momento più profondo di fratellanza di Dio con l’uomo che soffre e muore: dolore e morte sono infatti qualità specifiche della creatura ed assenti in Dio. E per questo che Marco è attento a segnalare tutti i tratti dell’incarnazione divina nel Cristo non solo attraverso la puntuale annotazione delle date e delle ore ma anche con la precisa indicazione dei luoghi, da Betania al Golgota. Dio entra, quindi, nelle nostre coordinate tragiche e quotidiane, modeste e terribili per seminare la scintilla dell’infinito e della salvezza.
Una seconda suggestione emerge da una specie di atmosfera continua che accompagna la via della sofferenza di Gesù. Essa, infatti, si rivela come un viaggio nella solitudine più insopportabile. Tutti lo abbandonano: da Giuda il traditore a Pietro il discepolo caro, fino a tutti gli altri discepoli, dai membri più qualificati del suo popolo fino alla folla più povera e semplice. Ma il vertice è in quel misterioso silenzio del Padre, sperimentato da tutti i sofferenti della terra ma unico e sconvolgente in Cristo, il Figlio. L’odio degli uomini si scatena, la paura degli amici prevale, il silenzio di Dio sconcerta. In Gesù si ritrova, quindi, tutta la vicenda del dolore umano. Egli raccoglie in sé tutte le lacrime e tutte le lacerazioni fisiche ed interiori per portarle a Dio e dar loro un senso che solo Dio può trovare. Infine, in queste pagine troviamo quello che per tutta la trama del Vangelo di Marco era il vertice dell’itinerario spirituale proposto al discepolo. Sul Calvario, davanti al Cristo morto ma anche di fronte a segni straordinari del suo mistero, un pagano, il centurione romano, proclama la perfetta definizione di Gesù, superiore a quella pur grande pronunziata da Pietro, «Cristo messia»: «Veramente costui è Figlio di Dio!». Nella morte in croce di Gesù, senza fraintendimenti,
si svela in pienezza il suo segreto: egli non era un messia politico trionfatore ma è il Figlio di Dio che donandosi salva. Ed è a questa professione di fede che siamo oggi condotti dalla liturgia attraverso la proclamazione della passione secondo Marco.

La Domenica delle Palme

Con la Domenica delle Palme, con cui si ricorda l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme per andare incontro alla morte, inizia la Settimana Santa durante la quale si rievocano gli ultimi giorni della vita terrena di Cristo. L’episodio rimanda alla celebrazione della festività ebraica di Sukkot, la “festa delle Capanne”, in occasione della quale i fedeli arrivavano in massa in pellegrinaggio a Gerusalemme e salivano al tempio in processione. Ciascuno portava in mano e sventolava il lulav, un piccolo mazzetto composto dai rami di tre alberi, la palma, simbolo della fede, il mirto, simbolo della preghiera che s’innalza verso il cielo, e il salice, la cui forma delle foglie rimandava alla bocca chiusa dei fedeli, in silenzio di fronte a Dio, legati insieme con un filo d’erba (Lv. 23,40). Spesso attaccato al centro c’era anche una specie di cedro, l’etrog (il buon frutto che Israele unito rappresentava per il mondo). Il cammino era ritmato dalle invocazioni di salvezza (Osanna) in quella che col tempo divenuta una celebrazione corale della liberazione dall’Egitto: dopo il passaggio del mar Rosso, il popolo per quarant’anni era vissuto sotto delle tende, nelle capanne; secondo la tradizione, il Messia atteso si sarebbe manifestato proprio durante questa festa. Gesù, quindi, fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso della Palestina, acclamato come si faceva solo con i re però a cavalcioni di un’asina, in segno di umiltà e mitezza. La cavalcatura dei re, solitamente guerrieri, era infatti il cavallo.

Le famiglie di San Fiorano pregano per tutte le famiglie di San Fiorano

Con la solennità di san Giuseppe, anche la nostra comunità parrocchiale ha dato l’avvio all’Anno dedicato alla “Famiglia Amoris laetitia”, con un impegno concreto: pregare per tutte le famiglie di san Fiorano.
La nostra parrocchia crede fermamente nella potenza della preghiera comunitaria. Per questo, ogni giorno, pregheremo per tutte le nostre famiglie. Chi lo desidera può assumersi questo “impegno” per una settimana. Come? Prenotando da don Giuseppe l’immagine della Famiglia di Nazareth. Secondo un calendario stabilito verrà consegnata alla famiglia, durante una messa della domenica, l’immagine con il foglietto riportante la preghiera e una candela. Ogni giorno della settimana la famiglia si impegnerà ad accendere la candela per tutto il tempo della preghiera da recitare davanti all’immagine. La domenica successiva riporterà l’immagine che verrà passata ad un’altra famiglia che continuerà la catena di preghiera. Quando non ci sono famiglie disponibili la preghiera verrà garantita dalla comunità parrocchiale prima della recita del Rosario.

Un’offerta sofferta

Cristo – stando al testo della Lettera agli Ebrei – lascia intravedere la possibilità di fare del nostro dolore un’offerta: un’offerta sofferta. Certo, la liturgia della sofferenza non è come quella convenzionale, coi riti e le formule fissate in antecedenza. È una liturgia improvvisata, per la quale ci troviamo sempre impreparati; non segue regole fisse, e le parole non si possono imparare prima.
Sovente siamo costretti a fare ciò che non vogliamo. Ma c’è pure un aspetto pedagogico nella sofferenza.
Il Figlio, infatti, “imparò l’obbedienza dalle cose che patì”. L’obbedienza non si impara sui trattati o attraverso le prediche. Molte materie, molte scienze umane e religiose, si possono imparare frequentando dei corsi.
Che cosa sia l’obbedienza lo si capisce soltanto attraverso la pedagogia, l’esperienza insostituibile del dolore, dell’abbandono, del negativo, e adottando lo stesso atteggiamento di Cristo nei confronti della croce. Obbedire a Dio non significa semplicemente piegarsi alla sua volontà. Ma essere docili nell’amore. È l’amore lo stile dell’obbedienza caratteristica di chi ha abbandonato l’orizzonte della legge antica, scolpita sulla pietra o scritta nel libro, per entrare nella prospettiva “interiore” della Nuova Alleanza.
Quella della croce è un’educazione dolorosa, eppure necessaria, insostituibile.
Il dolore trasforma l’uomo: ossia soffrendo s’impara. Il dolore accettato per amore diventa così sacramento di fraternità, scuola di umanità. Gesù, tuttavia, indica due sbocchi nel suo dramma: la fecondità del sacrificio e la glorificazione. Il primo aspetto viene illustrato dalla piccola parabola del chicco di grano.
L’altro aspetto è quello della glorificazione. Nella prospettiva specifica di Giovanni, la glorificazione non è altro che la manifestazione dell’amore: la gloria di amare!
Sulla croce Cristo non rivendica altra gloria all’infuori della gloria di amare.

Festa del papà

“Colui che genera un figlio non è ancora un
padre, un padre è colui che genera un figlio
e se ne rende degno”.

Fëdor Dostoevskij

Il pensiero nella solennità di san Giuseppe va anche a tutti i papà. È l’occasione per manifestare un grazie ai papà che rinascono uomini migliori quando prendono per la prima volta in braccio il loro piccolo, e ai papà che si prendono un po’ più di tempo per entrare nel ruolo e per capirne l’importanza; ai papà che lavorano perché non manchi mai il sostentamento alla famiglia, e a quelli che il lavoro lo hanno perso ma il coraggio no, e lottano per non sentirsi sconfitti e per uscirne vincitori, in un modo o nell’altro. E grazie a quei papà che amano le mamme, e riconoscono tutto ciò che compiono, con impegno, dedizione, passione per la famiglia. Grazie ai papà che sono volati via, perché riescono a farsi sentire dai figli anche se non più presenti fisicamente. E grazie a quei papà i cui figli sono volati via, perché vedranno un pezzettino di quel figlio in ogni ragazzo che incontreranno.
Grazie ai papà che un figlio non lo hanno mai avuto, perché spesso dispensano amore ai figli di altri, perché si può diventare padri anche senza esserlo. Grazie ai papà che sbagliano ma che poi lo comprendono e recuperano; grazie ai papà che permettono ai figli di sbagliare lasciando che loro comprendano, e li spronano poi a recuperare. Grazie a tutti i papà, perché il mondo ha bisogno di paternità, ha bisogno che crescano degli uomini e delle donne migliori. E vi auguro questo: l’intelligenza per godere dell’essere padri e l’amore per lasciare in eredità ai vostri figli il meglio di voi.

I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili

Giuseppe e Maria, sono stati chiamati insieme.. Il silenzio nel quale viene avvolta la vita di Giuseppe acquista un alto valore teologico, se visto alla luce di ciò che i Vangeli riferiscono della sua sposa.
In Giovanni, Maria compare due volte. Alle nozze di Cana, lei pare venga invitata a indietreggiare.
Solo quando sulla croce Gesù dirà che, “tutto è compiuto”, allora Maria sarà chiamata a riprendere la sua vocazione di madre verso il corpo di Cristo che è la Chiesa: “Ecco tuo figlio”.
La vocazione infatti è irrevocabile. Anche per Giuseppe la missione non si limita all’infanzia di Cristo. Una volta nata la Chiesa, anch’essa avrà bisogno della protezione paterna. Il rapporto che lega Giuseppe con la Chiesa non è una simpatica reminiscenza. È un legame voluto da Dio. Lui non è un mercenario, assunto pro tempore. Il rapporto col Verbo incarnato, e di conseguenza con la Chiesa, è fondato sulle parole che non passeranno mai. Passeranno i cieli e la terra, ma il compito di Giuseppe nei confronti della Chiesa durerà fino a quando, avendo Cristo sottomesso tutto al Padre, Dio sarà tutto in tutti.

La persona e la vicenda di Giuseppe: storia di fede

Se la fede nasce dall’ascoltare, nella storia di Giuseppe questo principio lo troviamo allo stato puro. Giuseppe viene sopraffatto dal misterioso operare di Dio. Scoprendo i segni della gravidanza di Maria non è possibile che abbia compreso con le sole forze umane il mistero. Dovette attraversare la tappa del non comprendere. Ha vissuto il dubbio della fede. Ha sperimentato l’inadeguatezza dell’intelletto umano di fronte al mistero divino. Decide quindi, non volendo accusare pubblicamente, diventando responsabile della lapidazione di Maria, di ripudiarla in segreto. Oggi, defezioni e allontanamenti sono frequenti. La decisione di Giuseppe è diventata molto comune. Si rinuncia a partecipare a ciò che non si capisce e che può provocare dolore. Ma è a quel punto che interviene Dio. Giuseppe, quando cade nel sonno, nel riposo delle sue facoltà intellettuali, riceve la verità, la comprensione del mistero del Regno. Fu l’uomo dell’ascolto. Non ha dato assenso ai propri sogni, ma alla rivelazione della Verità.
Alle proprie conclusioni personali egli era già arrivato. Dormendo non è lui ad agire, ma Dio, che fa in lui grandi cose, per pura grazia. L’inizio della fede esige da Giuseppe rinuncia a tutto ciò che ha pensato e deciso prima. Quando si desterà dal sonno, Giuseppe sarà l’icona perfetta del credente.
La storia di fede di Giuseppe di Nazaret ci fa capire la bellezza dell’operare di Dio nella vita dell’uomo. Avendo vissuto lo straordinario incontro con Dio ed essendo stato invitato a svolgere un ruolo nel divino disegno di salvezza, Giuseppe non ha ricevuto una scienza previa. Non sa le cose in anticipo e non conosce tutto il percorso. Sa quale è il prossimo passo da fare e niente di più. Cammina nella fede. La fede che però non spiana la strada. Non rende immuni o intaccabili dal male.
Non toglie le difficoltà, né rimuove gli ostacoli. Li fa notare. Avverte della loro gravità e obbliga ad affrontarli: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto … Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Dio non promette nessun intervento straordinario.
Fa intravedere la soluzione e incita ad adempierla.