Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

La famiglia è l’unico equipaggiamento che Gesù ha voluto per venire al mondo. Il Verbo che si fa carne non si è fato bisognoso di null’altro se non di una famiglia, di due persone che si amassero veramente. Non è la difesa di un valore di parte, troppe volte tacciato come valore cristiano. La famiglia non è un valore cristiano, ma è il minimo sindacale di ogni essere umano. Ognuno di noi ha bisogno di alcune relazioni significative che rendano possibile la sua vita. La presenza o l’assenza di una famiglia fanno la differenza nella vita di una persona. E quando la famiglia non funziona, molto spesso si sedimentano nel cuore di chi ne fa parte degli autentici impedimenti e vuoti che bloccano la vita stessa e la rendono impraticabile e faticosa. Essere famiglia non significa semplicemente vivere insieme, ma poter portare l’esperienza che si è ognuno per l’altro. La forza della famiglia di Nazareth è esattamente in questo: Gesù, Maria e Giuseppe sono tutti l’uno per l’altro. Basta leggere il Vangelo per intuire la complicità affettiva, e la capacità di affrontare ogni male attraverso il grande esorcismo di essere una famiglia, di essere insieme. Non a caso la parola diavolo significa “divisione”. Se vuoi distruggere una persona devi dividerla da chi ama. Ecco perché il luogo più colpito dal male è la famiglia.
E Giuseppe questo lo sa bene, e tra i suoi patronati ha anche quello di difendere le famiglie.
Ma egli non agisce mai da solo, specie in questo caso.
La sua è una intercessione di comunione a Gesù per Maria.

Le rocce della prima Chiesa

Il primo Papa e l'apostolo delle genti. 
Uomini e carismi diversi uniti in un'unica festa che la liturgia celebra il 29 giugno, 
poiché, fin dalle origini, le comunità  cristiane hanno identificato in queste due figure le radici stesse della Chiesa. 
Nella fedeltà a Cristo, fino a dare la vita.

Di Simone (poi ribattezzato Pietro da Gesù stesso) i Vangeli, solitamente molto parchi nelle caratterizzazioni psicologiche, ci offrono un ritratto vivido. E’ irruento, sanguigno: parla e agisce d’impulso, al punto da meritarsi i rimproveri del Maestro. Ma è anche colui che, ispirato dallo Spirito Santo, intuisce prima degli altri la natura divina di Gesù: «Io credo Signore che tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente».


Da qui la chiamata a una particolarissima missione, quella di guida e sostegno della comunità. «E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’ inferno non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». E’ questo stesso primato che la Chiesa cattolica riconosce nel Papa, i cui simboli, le chiavi e l’anello del pescatore, immediatamente rimandano alla figura dell’apostolo.
Umanissimo nella sua fragilità, Pietro è, come gli altri discepoli, smarrito nel momento terribile della condanna e dell’agonia di Gesù. Ma più degli altri porta addosso un peso. «Non conosco quell’uomo»: con queste parole per tre volte rinnega pubblicamente Cristo, abbandonandolo di fatto al suo destino. Eppure, paradossalmente, proprio questo episodio gli consente di sperimentare, forse più di chiunque altro, l’abbraccio della misericordia. «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?», gli domanda per tre volte il Risorto, rinnovando poi subito la chiamata a guidare il gregge dei fedeli «Pasci le mie pecorelle». Una chiamata cui, dopo la Pentecoste, l’apostolo consacra la vita, diventando un riferimento per i Cristiani a Gerusalemme, in Palestina, ad Antiochia, e operando miracoli nel nome di Gesù. Fin qui le fonti bibliche: il resto è tradizione.
Varie testimonianze raccontano di un trasferimento a Roma. Nel cuore dell’impero il discepolo vive per alcuni anni, predica e coordina la comunità. Muore martire sotto Nerone, probabilmente intorno al 67 d.C. 

Paolo, da persecutore dei cristiani ad apostolo

Molto diversa è la vicenda umana e spirituale di Paolo di Tarso, che, a differenza di Pietro, non ha modo di incontrare il Gesù storico lungo le strade della Palestina. Lo incontra invece in modo misterioso, dopo anni di feroci persecuzioni contro la Chiesa. Per una parte della sua vita Saulo (questo il suo nome prima della conversione) è un uomo inflessibile, spietato, e colpisce i Cristiani con una determinazione che sembra sconfinare nel fanatismo. Poi, improvvisamente, accade qualcosa.

Tutta la vita dell’ Apostolo  è segnata da quell’ evento. È difficile per noi capirlo, perché, in realtà, Paolo stesso comprende solo al momento della morte che cosa abbia significato per lui quell’ episodio. E’ la cosiddetta folgorazione sulla via di Damasco. E’ quell’incidente di percorso che lo costringe a un cambio di prospettiva. E ad incamminarsi verso una vita nuova: inizia così il suo apostolato. Paolo comprende che il messaggio evangelico non si può limitare alle comunità giudaiche, ma ha una dimensione universale. Con lui la Chiesa si scopre a tutti gli effetti missionaria, aperta ai “gentili”, i pagani, i lontani. Uomo caparbio, infaticabile, di grande cultura, eccellente oratore, Paolo abbandona le sue sicurezze per mettersi costantemente in gioco, spinto da un’unica certezza: «per me vivere è Cristo», come scrive lui stesso nella Lettera ai Filippesi. I suoi viaggi lo portano dall’Arabia alla Grecia, dalla Turchia all’Italia. A Roma viene arrestato, ma per un certo tempo riesce, pur tra mille difficoltà, a predicare. Come Pietro muore martire, probabilmente intorno al 67 d.C. 
Le sue 13 lettere, inserite nel canone del Nuovo Testamento, sono un pilastro dottrinale del cristianesimo e un riferimento imprescindibile per i fedeli di tutte le epoche storiche e di tutti i continenti.

Nascita di S. Giovanni Battista

La Chiesa celebra la festa di tre natività soltanto: quella di Cristo, quella della Madonna e quella del Precursore. Per gli altri Santi, infatti, si festeggia non la loro nascita nella carne, bensì la loro entrata nel Cielo.
Proviamo a scattare tre “istantanee” su Giovanni Battista: contempliamo l’austerità del Profeta nel deserto; la fortezza del Testimone della luce; l’umiltà del Precursore che si scansa davanti a Colui che annuncia.
Quello che stupisce prima di tutto del più grande di tutti i Profeti è l’austerità della sua vita, il suo amore alla solitudine e il suo spirito di preghiera. A noi che siamo prigionieri della nostra comodità e che ci perdiamo nelle cose vane, San Giovanni Battista viene a ricordare il ruolo del silenzio, del distacco e della mortificazione per ogni anima che vuole darsi a Dio.  Che lezione per noi!
Secondo sguardo: la fortezza. San Giovanni è un testimone della luce e ci ricorda che – oggi come nel suo tempo – non può esistere un compromesso tra la luce e le tenebre.
Ci insegna cos’è la testimonianza. Come battezzati siamo chiamati a testimoniare. Cos’è un testimone? Il testimone è colui sulla cui parola riposa la nostra fede come su una roccia.
Terzo sguardo: la dolcezza e l’umiltà del Precursore. Ciò non deve stupirci.
La grande santità si caratterizza soprattutto dall’unione delle virtù le più diverse, che solo Dio può unire così intimamente. È l’unione della fortezza con la dolcezza, dell’amore per la verità o la giustizia, con la misericordia per i peccatori. Questa unione è sempre il frutto di una grande vicinanza con Dio.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Perché lavoriamo?
Molti possono rispondere a questa domanda dicendo che si lavora per portare il pane a casa. Ma forse lo scopo vero del lavoro dovrebbe essere quello di darci l’occasione di esprimere noi stessi. La mancanza di lavoro è come un’amputazione alla dignità della persona. Nel lavoro ci si percepisce utili e significativi. Molte volte la mancanza di lavoro ci getta nella più profonda delle depressioni. In questo senso, il tema del lavoro ha a che fare con la fede e con la santità. Giuseppe è conosciuto come un lavoratore, un artigiano. Gesù sarà chiamato “il figlio del falegname”. È certo che Giuseppe avrà insegnato il suo mestiere anche a Gesù. Il Figlio di Dio ha lavorato come ogni uomo al mondo. Ma anche chi
un lavoro ce l’ha non è detto che lo viva come qualcosa che lo rende felice, che lo santifica. Infatti, a volte facciamo lavori che non vorremmo fare e li facciamo solo per necessità. Così il lavoro non è più il luogo dove io esprimo me stesso, ma è il luogo dove accumulo frustrazione. Tutto questo però può essere capovolto attraverso una conversione dello sguardo. Il lavoro ci santifica non solo quando ci aiuta a esprimerci, ma quando lo facciamo “per amore” di qualcuno. Allora anche la cosa più noiosa o stancante diventa bellissima, quando sai che lo stai facendo “per amore” di chi ami. La vera domanda quindi è se abbiamo capito che dovremmo trovare un motivo “per cui” fare le cose e non farle e basta. Giuseppe è illuminante proprio per questa logica del “per amore”.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Gesù ha scoperto la paternità di Dio attraverso quella di Giuseppe.
È un meccanismo insito in ogni autentica esperienza spirituale: tutto quello che di relazionale viviamo, lo travasiamo tale e quale nella nostra esperienza spirituale, e viceversa. Così, se umanamente parlando facciamo fatica a fidarci degli altri, perché magari abbiamo fatto esperienze che ci hanno fatto soffrire proprio nell’affidamento e nella paura di un rapporto, troveremo ugualmente difficile fidarci di Dio a affidarci a Lui. Se guariamo nella fiducia con Dio, porteremo guarigione anche nelle nostre relazioni orizzontali.
L’esperienza che Gesù fa della paternità è positiva e, per questo, lui riesce a rapportarsi al suo vero Padre senza impedimenti. Giuseppe lo ha preparato a questa relazione verticale che non è solo testimoniata da tutte le volte in cui, nel Vangelo, il cielo conferma la predilezione che Dio ha per Gesù definendolo amaro, con la fiducia addosso, ma è soprattutto mostrato dal modo con cui Gesù accetta di morire in Croce. Pur sentendosi solo non smette di fidarsi di suo Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
Imparare a vivere significa anche imparare a morire.
Giuseppe dà a Gesù la capacità di saper fare entrambe le cose.
La sua umanità funge per lui da segno di qualcosa di più grande.
Tutti abbiamo bisogno di esperienze relazionali positive che ci aiutino nel nostro rapporto con Dio e con noi stessi.
Giuseppe è un potente intercessore anche per questa necessità.

L’imitazione

Sacratissimo Cuore di Gesù

La croce sopra il cuore è un elemento sempre presente immagini del Sacro Cuore di Gesù.
La croce rappresenta l’obbedienza di Gesù alla volontà del Padre e l’amore di Gesù per noi, fino alle ultime conseguenze.
La croce ci ricorda un altro elemento fondamentale dell’autentica spiritualità del Sacro Cuore di Gesù:  l’imitazione. Gesù indica la sua croce e ci dice: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”; “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” ; “Imparate da me che sono mite e umile di cuore! .
In altre parole: la devozione al Sacro Cuore di Gesù ci spinge a cercare di vivere conformemente allo stile di vita di Gesù, cioè a fare la volontà del Padre, costi quello che costi; ad avere un cuore aperto e umile, misericordioso e buono, come il suo: con la sua premura per ogni persona; ma anche con il suo grande coraggio di denunciare i sistemi iniqui di dominazione e di esclusione». 

La contemplazione

Sacratissimo Cuore di Gesù

La ferita aperta è il dato biblico primordiale per il culto al Sacro Cuore di Gesù: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. Fu questa ferita che Cristo risorto indicò ai discepoli e a Tommaso, e continua a indicare a tutti noi, quasi come un “marchio registrato” della sua risurrezione e della sua presenza fra noi.
La ferita aperta è un invito alla contemplazione: “guardate”. Questo è il primo aspetto della spiritualità del Sacro Cuore di Gesù: contemplare colui che ci amò fino alle ultime conseguenze e che diede la vita per noi.
La contemplazione ci aiuterà a sentirci amati da Dio e a corrispondere a questo amore. 
Una delle forme più importanti della contemplazione è l’adorazione eucaristica.
Nel sacramento dell’Eucaristia, Gesù è presente in mezzo a noi: davanti a lui noi ci prostriamo, come Tommaso davanti al Risorto e, come lui, ripetiamo con fede: “Mio Signore e mio Dio!”
Davanti al tabernacolo, o davanti al Santissimo Sacramento esposto sui nostri altari, possiamo incontrare il Cristo vivo e restarcene come Maria di Betania in adorazione silenziona e in ascolto.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il male suscita il male, ma non si può mai vincerlo con un altro male.
L’unica maniera di vincere il male è attraverso il bene. Fin qui sembra abbastanza chiaro quello che il Vangelo ci insegna, ma alla prova dei fatti ci accorgiamo che non è così semplice. Infatti, ci viene spontaneo reagire a uno schiaffo con un altro schiaffo e non certamente porgendo l’altra guancia. Scatta dentro di noi una forza che si infiamma sempre di più, tanto quanto è grande il senso di ingiustizia che si subisce. Gesù ci ha insegnato che l’unica reazione possibile davanti alla violenza dei nemici è la mansuetudine. Mi piace pensare che anche questa caratteristica umana Gesù l’abbia imparata guardando Giuseppe. I Vangeli non registrano un solo atteggiamento scomposto di quest’uomo, nemmeno davanti a situazioni tremendamente difficili. Egli mostra la sua forza nella calma. Troppe volte trascuriamo che l’esercizio della forza non è nello sfogo, ma nella capacità di non lasciarsi sconvolgere dal nemico. La mansuetudine, come la mitezza, è una ferma dolcezza, è la capacità di saper vincere il male con il bene. Nelle situazioni difficili solo la mansuetudine ci aiuta a non perdere la bussola e a continuare il viaggio. Giuseppe è esempio di coloro che forgiano il proprio carattere non con la violenza ma con la forza vincente della pazienza. In un mondo dove la violenza verbale, fisica e psicologica sembra fare da padrone, solo la mansuetudine può disarmarla.
Inizialmente sembrerà essere perdente ma alla lunga vince sempre.