Gesù è il Figlio che dà soddisfazione al Padre

La parola “battesimo” è greca e vuol dire “immersione”; “battezzare” significa “immergere”.
Giovanni Battista aveva proposto questo gesto penitenziale: una immersione nelle acque del Giordano. Era un gesto con cui le persone si umiliavano davanti a Dio. Scendere nell’acqua, andare sott’acqua vuol dire “morire”. È un modo per dire: “Abbiamo l’acqua alla gola, stiamo annegando, da soli non ci salviamo”. Giovanni Battista diceva alla gente: “Riconoscete che avete bisogno di essere salvati, immergetevi in segno di penitenza, chiedere al Signore che intervenga per aiutarvi!” E molta gente andava a compiere questo rito penitenziale. Anche Gesù si è messo in fila con i peccatori ed ha accettato questo rito. Gesù si è umiliato in quel momento. Pensate: il Signore del cielo e della terra, il padrone di tutto … è nato bambino in una situazione di semplice povertà, ma anche da grande è rimasto nascosto in mezzo a tanta altra gente. C’era tantissima gente intorno a Giovanni Battista e Gesù era uno come gli altri: non ha voluto emergere per farsi vedere, ma si è messo alla pari degli altri e con umiltà è sceso nelle acque. È sceso. “Scendere” vuol dire “accettare” anche l’umiliazione: è il contrario di alzarsi, di alzare la testa, di emergere, di farsi vedere come i più importati. Noi spesso abbiamo questa voglia istintiva di emergere, di farci notare, di attirare l’attenzione. Da Gesù impariamo invece un atteggiamento di abbassamento, di umiltà; e mentre è raccolto in preghiera succede qualcosa: si aprono i cieli e si sente una voce. È la voce di Dio Padre che si rivolge diretta a Gesù e gli dice: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento”.
È una rivelazione straordinaria: Dio fa sentire la sua voce.
Da Nazareth al Giordano ci sono centinaia di chilometri, quindi non è passato di lì per caso, ci è andato per mettersi insieme ai peccatori e in quel momento, dopo l’immersione, Dio Padre si fa sentire. È la prima volta che nel Vangelo si dice che la voce di Dio entra nella storia – ed è rivolta a Gesù: “Tu sei mio Figlio, tu sei l’amato; io ti approvo, hai tutta la mia stima, il mio favore, mi piaci”. Pensate quale bella parola!
È un complimento straordinario che un genitore può fare al figlio, ad un figlio adulto e maturo, di trent’anni: non è un banale complimento a un bambino! Pensate la soddisfazione di un genitore che può dire ad un figlio di trent’anni: “Tu sei il mio compiacimento, hai tutto il mio apprezzamento, mi hai dato soddisfazione”. Gesù è il Figlio che dà soddisfazione al Padre: ha il suo consenso pieno, il suo apprezzamento.
Noi oggi con il linguaggio moderno dei social diremmo: “Mi piaci”. Non è un banale pollice alzato, è un riconoscimento grandioso. Dio Padre dice a Gesù: “Tu sei il Figlio che ci vuole, mi piaci”.
Nel Battesimo anche noi siamo figli di Dio … siamo figli che danno soddisfazione al Padre?
Siamo diventati figli, uniti a Gesù che è il Figlio, siamo diventati cristiani uniti al Cristo … viviamo una vita da figli? Siamo imitatori di Cristo? Abbiamo Gesù come nostro modello di vita? Vogliamo che sia cosi! Gesù è il nostro ideale! Vogliamo crescere, vogliamo vivere, vogliamo fare tutto avendo Gesù come ideale di vita, come modello da seguire: Lui è il Figlio che piace, noi vogliamo essere figli che piacciono a Dio Padre. Vogliamo avere il suo gradimento: non quello del mondo, non ci interessa l’approvazione degli
uomini, della società e delle mode, ci interessa l’approvazione di Dio. È una scelta molto importante.
Scegliere di seguire Gesù nella vita, di crescere come Lui, vuole dire “avere Lui come modello”; ci vede e ci segue e ci accompagna ogni momento della nostra vita in tutto quello che facciamo, in tutto quello che diciamo, in quello che pensiamo è presente dentro di noi e ci conosce nell’intimo, meglio di come noi conosciamo noi stessi. Vogliamo piacergli, vogliamo che possa dire: “In te ho posto il mio compiacimento”. Questa espressione è la stessa parola che adoperano gli angeli quando annunciano la “pace in terra agli uomini della benevolenza”. È un termine difficile da tradurre e quindi si rende con termini diversi.
Gli uomini sono oggetto della benevolenza di Dio; Dio vuole bene all’umanità, ma l’uomo a cui vuole più bene è il Figlio Gesù: “Tu sei veramente il Figlio in cui io trovo compiacimento; mi piaci, sei veramente l’uomo che ho sempre sognato”. E noi – nella nostra umanità – vogliamo imitare Gesù, vogliamo essere come Gesù: solo se siamo come Gesù, saremo veramente uomini e la nostra vita sarà realizzata.
Vogliamo piacere a Dio: vogliamo essere in tutto come Gesù!

Come investigatori ricerchiamo e riconosciamo il Signore

Epifania è una splendida parola greca che abbiamo conservato dall’antichità e, purtroppo, perché non la capiamo bene, l’abbiamo deformata, l’abbiamo fatta diventare befana; e il linguaggio corrente, aiutato dalla televisione e dal mondo del commercio, ha trasformato la festa dell’Epifania nel giorno della befana.
È un guaio, perché vuol dire perdere il senso della nostra fede. È necessario essere credenti intelligenti.
La festa della Epifania ci ricorda l’intelligenza della nostra fede, la necessità di capire quello in cui crediamo. Epifania vuol dire che il Signore si è fatto conoscere, si è manifestato. Il Signore invisibile si è fatto vedere da noi, noi lo abbiamo riconosciuto e questo riempie di gioia. I magi sono partiti da lontano e hanno riconosciuto in quel Bambino, in una povera casa di Betlemme, il Signore, il vero Re, il Salvatore dell’umanità. Il problema serio non è conoscere, ma riconoscere. Non ci arriviamo da soli con la nostra intelligenza a capire e a spiegare tutto, ma con l’intelligenza riconosciamo la presenza di Dio nella nostra vita. Ed è importante proprio questo impegno: riconoscere il Signore che è presente nella nostra esistenza. Non lo vediamo con gli occhi della carne, non lo sentiamo con le orecchie fisiche, eppure ci accorgiamo che è presente? Lo riconosciamo in qualche momento della nostra vita? Anche se non riusciamo a sentirlo presente sempre, ci sono dei momenti significativi in cui sentiamo che il Signore è presente, sentiamo che ha ragione, ci accorgiamo che è vero quello che ci ha detto.
Per aiutarci a comprendere questo senso, proviamo a immaginare il lavoro di un investigatore.
Quando avviene un delitto, si denuncia il fatto, ma non si sa come sono andate le cose. Bisogna trovare chi sia il responsabile: per mettere insieme i dettagli e gli indizi, ci vuole una ricerca, una investigazione, perché non è tutto così chiaro. Se uno non si impegna, non trova niente. Se invece c’è un investigatore che si impegna e ricerca con intelligenza, può scoprire come sono andati i fatti. In queste ricerche molte volte – tanti telefilm televisivi ci aiutano a pensare questo evento – la soluzione viene attraverso una intuizione: ad una certo momento si accede una luce, l’investigatore ha un attimo di illuminazione, gli viene in mente qualcosa che gli permette di ricostruire tutto. Nel linguaggio dei fumetti in genere c’è la lampadina che si accende. «I magi videro la stella e furono pieni di gioia». Col nostro linguaggio moderno potremmo dire che si è accesa quella lampadina – è una immagine di fede – si è accesa l’intelligenza e in un attimo hanno capito! Quando uno riesce a capire qualcosa di oscuro che stava ricercando, è pieno di gioia.
Perdonate il paragone negativo con l’investigatore in un caso di delitto, ma la nostra esperienza cristiana è proprio quella di investigatori che ricercano Dio. È lui che è venuto a cercare noi, eppure si nasconde, non è così apertamente visibile, ma c’è, opera, è presente nella nostra vita. Noi possiamo non accorgercene e fare come se niente fosse … oppure possiamo cercarlo, possiamo cercare la sua presenza, lasciarci illuminare dalle “sue lampadine” e riconoscerlo. Ogni volta che lo riconosciamo presente nella nostra vita siamo colmi di gioia, ci illuminiamo, perché sentiamo che quello che crediamo è vero. «Se lo senti, lo sai».
È importante sentire la presenza del Signore, riconoscerla! È importante usare l’intelligenza nella nostra vita di fede. Allora proprio in questa festa della intelligenza della fede, possiamo tranquillamente continuare a scherzare con la befana, con tutte le immagini che il mondo consumistico ci propone, ma non dobbiamo chiamarlo il giorno della befana … oggi è il giorno della Epifania, è l’Epifania del Signore nella nostra vita, è qualcosa di molto serio, non è una vecchia befana inventata dai commercianti, ma è la manifestazione di Dio e noi abbiamo bisogno di riconoscerlo.
Siamo venuti qui per adorarlo e per chiedere la luce, per riconoscerlo presente nella nostra vita.
Se lo cercate, lo troverete; se lo sentite, lo sapete; se lo riconoscete, siete persone contente, luminose.

Edith Stein: il Mistero del Natale

“E il Verbo si fece carne” Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in un’altra forma. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata. “Questo è il pane vivo che è disceso dal cielo” chi lo fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo.

Lungo è il cammino per passare dall’autocompiacimento del “buon cattolico”, che “compie i suoi doveri”, ma per il resto fa come gli piace, ad una vita che si lascia guidare per mano di Dio ed è caratterizzata dalla semplicità del bambino e dall’umiltà del pubblicano. Chi però l’ha imboccata una volta, non lo rifà più a ritroso: sarà un rivoluzionamento di tutta la loro vita interiore ed esteriore.

Dal Messaggio di papa Francesco per la Giornata della Pace

All’alba di questo nuovo anno donatoci dal Padre celeste, tempo Giubilare dedicato alla speranza, rivolgo il mio più sincero augurio di pace ad ogni donna e uomo, in particolare a chi si sente prostrato dalla propria condizione esistenziale, condannato dai propri errori, schiacciato dal giudizio altrui e non riesce a scorgere più alcuna prospettiva per la propria vita. A tutti voi speranza e pace, perché questo è un Anno di Grazia, che proviene dal Cuore del Redentore! Che il 2025 sia un anno in cui cresca la pace!
Quella pace vera e duratura, che non si ferma ai cavilli dei contratti o ai tavoli dei compromessi umani.
Cerchiamo la pace vera, che viene donata da Dio a un cuore disarmato: un cuore che non si impunta a calcolare ciò che è mio e ciò che è tuo; un cuore che scioglie l’egoismo nella prontezza ad andare incontro agli altri; un cuore che non esita a riconoscersi debitore nei confronti di Dio e per questo è pronto a rimettere i debiti che opprimono il prossimo; un cuore che supera lo sconforto per il futuro con la speranza che ogni persona è una risorsa per questo mondo.

Il disarmo del cuore è un gesto che coinvolge tutti, dai primi agli ultimi, dai piccoli ai grandi, dai ricchi ai poveri. A volte, basta qualcosa di semplice come «un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito». Con questi piccoli-grandi gesti, ci avviciniamo alla meta della pace e vi arriveremo più in fretta, quanto più, lungo il cammino accanto ai fratelli e sorelle ritrovati, ci scopriremo già cambiati rispetto a come eravamo partiti.
Infatti, la pace non giunge solo con la fine della guerra, ma con l’inizio di un nuovo mondo, un mondo in cui ci scopriamo diversi, più uniti e più fratelli rispetto a quanto avremmo immaginato.

Concedici, la tua pace, Signore! È questa la preghiera che elevo a Dio, mentre rivolgo gli auguri per il nuovo anno ai Capi di Stato e di Governo, ai Responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai Leader delle diverse religioni, ad ogni persona di buona volontà.

Lo stupore è la reazione davanti alle meraviglie di Dio

Gli eventi che accompagnano la nascita di Gesù provocano stupore in tutti coloro che ne ascoltano il racconto. Anche noi nel primo giorno dell’anno, che è ottava di Natale e conclude il grande giorno della Natività, osserviamo e meditiamo con stupore questi eventi che hanno segnato l’inizio della nostra salvezza. Celebriamo la divina maternità di Maria e contempliamo con meraviglia questa giovane donna, semplice e umile, è divenuta la «Madre di Dio». È questa una espressione straordinaria che hanno coniato gli antichi Padri della Chiesa, definendo Maria Theotókos, Colei che ha generato Dio, per sottolineare come nella persona di Gesù sia presente la divinità e l’umanità in modo indissolubile. Maria non ha generato solo l’uomo, ma ha generato la persona di Cristo che e Dio e uomo, quindi si può dire che ha generato Dio. È una affermazione strepitosa, che deve generare stupore. Di fronte a ciò che è straordinario noi possiamo porci in diversi modi: con l’atteggiamento critico di chi sorride, solleva le spalle e dice che non è vero; oppure con l’indifferenza di chi ascolta qualche cosa che è abituato ad ascoltare e quindi lo dà per scontato e lo considera abituale, quasi banale. Invece l’atteggiamento giusto è quello di chi guarda e medita queste cose con stupore: non riusciamo a capire, a spiegare, non rifiutiamo in modo razionalistico, non accettano in modo passivo … accogliamo con stupore. Siamo abituati a cambiare anno, a farci gli auguri immaginando che quello nuovo sia migliore di quelli passati; ma siamo anche un po’ smaliziati, sapendo che le cose non cambiano, che siamo sempre da capo, che la situazione resta quella di prima – cambiando il calendario non cambia la nostra vita – e rischiamo di portare questo atteggiamento disilluso anche nel mondo della fede, passando da una celebrazione all’altra, come banali abitudini che non toccano il nostro cuore né la nostra intelligenza. Vorrei invece invitarvi a fare un esercizio di stupore. Ripensate gli eventi che i pastori hanno udito e visto … essi li hanno raccontati producendo stupore in tutti coloro che ascoltavano. Torniamo a casa anche noi – all’inizio di quest’anno – stupiti per le meraviglie che il Signore ha operato e impariamo a stupirci delle cose belle, che ci sono adesso nella nostra vita, con cui il Signore si fa presente nella nostra esistenza. Impariamo lo stile di Maria che custodiva questa cose meditandole nel suo cuore. È importante custodire la Parola. Maria ha accolto la Parola di Dio e le ha dato carne, ha accolto con tanta profondità quella Parola che in lei la Parola si è fatta carne e l’ha custodita per tutta la vita. Non ha capito tutto all’inizio, ha peregrinato nella fede, comprendendo poco alla volta e custodendo la Parola, meditando nel proprio cuore quello che stava avvenendo. La meditazione di Maria è espressa dall’evangelista con un verbo greco che vuol dire mettere insieme. Luca dice che Maria faceva un’azione “simbolica”, cioè metteva insieme i dettagli. La meditazione è proprio questo: mettere insieme i tasselli per ricomporre il grande mosaico della nostra esistenza. Maria custodiva la Parola, il messaggio fondamentale che le era stato rivolto, e viveva giorno per giorno quei momenti straordinari che suscitavano stupore e li meditava, rifletteva e combinava insieme: mettendo insieme i vari pezzi, ha compreso il progetto di Dio. È quello che dobbiamo fare noi. Non possiamo capire dall’inizio che senso abbia la nostra vita … lo comprendiamo vivendo e col tempo che passa. Guardando indietro, noi possiamo mettere insieme tanti tasselli della nostra esperienza, non solo con la nostra esperienza, ma custodendo la Parola di Dio, quello che il Signore ci ha detto e ci ha promesso, insieme a quello che noi abbiamo vissuto e sperimentato. Mettendo insieme la Parola di Dio e la nostra esperienza, noi maturiamo nella fede, comprendiamo meglio il suo progetto, aderiamo a Lui. Ma l’atteggiamento di fondo che permette questo composizione è lo stupore: né il rifiuto né l’accettazione passiva, ma l’accoglienza meravigliata di qualche cosa che ci supera. Chi sa stupirsi, vede il bello e ne resta meravigliato; perciò si interroga e ricerca il senso, il motivo e la causa, e può così riconoscere la presenza di Dio. Nella nostra vita c’è un mistero più grande di quel che possiamo capire. Oggi torniamo a casa stupiti di quello che è la nostra vita, di quello che sarà il nostro futuro. Non lo prevediamo, non lo possiamo conoscere, ma lo viviamo nello stupore quotidiano di chi si fida del Signore, custodisce la sua Parola e la medita nel proprio cuore ogni giorno dell’anno … e questo dà senso e forza alle nostre opere e ai nostri giorni.

L’inno del “Te Deum” per esprimere gratitudine al Signore

«Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore»: così inizia il canto del Te Deum che secondo un’antica tradizione viene rinnovato alla fine di ogni anno civile. Anche oggi al temine della Messa lo intoneremo tutti insieme lodando Dio e proclamandolo “Signore della nostra vita”. È un inno di ringraziamento con cui vogliamo dire grazie al Signore. È importante il ringraziamento proprio nel momento della difficoltà.
Nonostante la crisi, le paure, i pericoli, riconosciamo di non essere soli, di non essere abbandonati, riconosciamo che la nostra vita è nelle mani di Dio e siamo contenti che sia Lui il nostro Signore. «È cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere grazie, sempre in ogni luogo», in ogni circostanza, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, all’inizio di un anno e alla fine di un anno.
Ringraziamo il Signore per il tempo che ci dà, per la grazia che ci concede, per la forza che ci dona di vivere bene anche i tempi cattivi. Siamo noi i nostri tempi e il bene dipende da noi, dal nostro modo di reagire alle situazioni della vita, per questo chiediamo al Signore che ci aiuti, che ci sostenga, che ci protegga, che soccorra la nostra debolezza.
L’inno Te Deum è un antico testo della liturgia, che non è proprio della fine dell’anno: lo si adopera nella preghiera del breviario tutte le domeniche dell’anno e in tutte le feste. Viene solennemente cantato in pubblico nelle occasioni in cui si vuole ringraziare particolarmente il Signore, come avviene in questa celebrazione che conclude l’anno. Questo ampio poema di lode si divide in tre parti.
La prima parte costituisce una specie di preghiera eucaristica con impostazione trinitaria.
Noi ti lodiamo, Dio, ti proclamiamo Signore. O eterno Padre, tutta la terra ti adora.
A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli: Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli e la candida schiera dei martiri;
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode;
la santa Chiesa proclama la tua gloria, adora il tuo unico Figlio, e lo Spirito Santo Paraclito.

Dire che questa prima parte ha un’impostazione eucaristica serve per richiamare proprio il tema del ringraziamento; ha infatti la stessa formula delle preghiere che adoperiamo al cuore della Messa per lodare e ringraziare il Signore del dono della sua vita; tant’è vero che comprende anche la formula del triplice santo con l’evocazione degli angeli e delle potenze dei cieli che cantano la santità di Dio Signore dell’universo. Dio, che è completamente diverso da noi, totalmente santo, è tuttavia presente nella nostra esistenza: «i cieli e la terra sono pieni della sua gloria», cioè della sua presenza potente e operante.
Dio non si identifica con il mondo, ma è presente nel mondo e si fa sentire da noi – lo acclamano gli
apostoli, i martiri, i profeti – e noi facciamo parte di questa Chiesa gloriosa e ci uniamo alla lode dei Santi per adorare il Padre il Figlio e lo Spirito Santo.

La seconda parte del Te Deum è una invocazione a Cristo e ricorda gli eventi fondamentali della sua vita
e dell’opera di salvezza da lui compiuta:
O Cristo, re della gloria, eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo.
Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi.

Il Cristo, Re della gloria, eterno Figlio del Padre, quando ha deciso di liberare l’uomo non ha rifiutato il grembo della Vergine, ma si è degnato di scendere, di farsi piccolo, di entrare nella nostra umanità.
Consegnandosi volontariamente alla morte, ha vinto il potere della morte e ci ha aperto le porte della vita eterna. Adesso siede glorioso alla destra del Padre e regna per sempre nella gloria di Dio: un giorno infine verrà a giudicare il mondo. A questo punto – dopo aver adorato il Cristo come nostro Dio e sovrano dell’universo – gli chiediamo di soccorrere i figli che «ha redento col suo sangue prezioso». Gli chiediamo che ci accolga un giorno nella sua gloria, nell’assemblea dei Santi. Il centro del Te Deum è cristologico, perché il centro di tutta la nostra vita è Cristo e lo stile della nostra vita deve essere il ringraziamento. Siamo incentrati sulla storia di Gesù che diventa la nostra storia, e la nostra preghiera è un continuo ringraziamento a Lui.
La terza parte della preghiera, infine, diventa la supplica.
Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, lodiamo il tuo nome per sempre.
Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi. Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno.

È la rielaborazione di alcuni versi di salmi, con cui insistentemente chiediamo al Signore: salva il tuo
popolo, benedici la tua eredità, guida e proteggi i tuoi figli. Ogni giorno abbiamo bisogno che tu ci regga, che ci illumini, che ci conduca. Noi ti benediciamo e ti lodiamo per sempre.
Per questo chiediamo al Signore oggi, ma vale per ogni giorno della nostra vita: “Degnati, o Signore, di conservarci e di custodirci dal peccato che è il male peggiore. Sia la tua misericordia su di noi, Signore, perché in te abbiamo sperato. Tu sei la nostra speranza e noi siamo certi che non resteremo confusi, perché in te abbiamo sperato”.
Con tutti i cristiani sparsi nel mondo oggi cantiamo il Te Deum di ringraziamento.
Nonostante tutto, proprio perché siamo nella difficoltà, sentiamo di avere ancora più bisogno del Signore e non ci lamentiamo con Lui, ma lo lodiamo e lo benediciamo; lo ringraziamo per tutto quello che abbiamo avuto e gli chiediamo la forza per vivere bene ogni giorno del nuovo anno, perché dipende da noi che i tempi siano buoni … possiamo farli diventare buoni noi, entrando nello stile di Dio che fa di ogni
esperienza l’occasione di ringraziamento, di lode e di benedizione.
Con questo stile certamente l’anno sarà buono, qualunque cosa capiti.

Pace in terra agli uomini della benevolenza

“Gloria a Dio nell’alto dei cieli – cantano gli angeli nella notte di Betlemme – e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. Nell’originale greco si adopera una parola di difficile traduzione, che potrebbe essere resa letteralmente con benevolenza: “Pace in terra agli uomini della benevolenza”. La benevolenza è quella di Dio e noi – creature umane – siamo oggetto di questa benevolenza. È la bella notizia di Natale: Dio vuole bene all’umanità. “Il voler bene” è una relazione di affetto; la benevolenza divina è quella buona disposizione d’animo nei confronti dell’umanità. Viene annunciato così il volto umano di Dio: quel bambino che è nato rivela la benevolenza divina che porta la pace, che offre la possibilità della pace, che crea pace fra di noi. A Natale noi accogliamo questo dono che viene dall’alto, il dono della benevolenza che Dio ci offre.
È quell’amore grande che egli offre a noi, chiedendo in cambio di essere amato; è la sua buona disposizione verso di noi. Dallo stile del Natale noi impariamo tale atteggiamento benevolo, per diventare persone che sanno voler bene. Può essere una espressione banale – possiamo infatti rovinarla – ma, se ci pensate bene e la dite con consapevolezza, è una affermazione grandiosa. Dire a una persona “Ti voglio bene” è un fatto meraviglioso. Può essere solo un TVB scritto in un messaggino senza pensarci, può essere una formula generica detta ad un grande pubblico, come una qualunque altra formula di saluto, ma se è detta col cuore, se è detta con l’intelligenza e la volontà, “Ti voglio bene” è una parola grandiosa! È l’autentica dichiarazione d’amore: voglio il tuo bene. Volere il bene dell’altro è l’atteggiamento di Dio, è la sua buona disposizione verso di noi, verso l’umanità, verso ciascuno di noi. Questo suo atteggiamento, rivelato nell’uomo Gesù, diventa il nostro stile, diventa la bella notizia cristiana, diventa il nostro impegno! Vogliamo essere persone benevoli, persone che sanno voler bene. Pensate quanti drammi famigliari segnano le nostre cronache, quante persone che dicevano di volere bene, invece trattano male fino ad uccidere la persona che pensavano di amare. Sembra facile volere bene! È banale dirlo, ma volere bene all’altro, volere il bene dell’altro è un’azione divina, è la grandezza della nostra umanità! È possibile grazie a Gesù Cristo! Grazie alla sua incarnazione egli ha unito cielo e terra. La gloria di Dio che è nell’alto dei cieli abita ora la nostra terra, la nostra realtà concreta, le nostre difficoltà, le nostre relazioni problematiche; e ci porta la pace, ci porta una capacità di relazione buona: pace fra l’umanità di Dio, pace fra le varie persone, pace dentro il cuore di ciascuno. Queste relazioni buone diventano benevolenza, affabilità, cordialità, simpatia, umanità: devono essere queste le nostre doti, le caratteristiche del nostro atteggiamento, la nostra realtà cristiana! La nostra Comunità deve essere caratterizzata da queste qualità. Vogliamo essere persone affabili che parlano con gli altri, con disponibilità, capaci di dialogo; vogliamo essere persone cordiali che ragionano e agiscono col cuore, con sentimento buono; vogliamo essere persone simpatiche – non perché facciamo ridere – ma perché siamo capaci di condividere i sentimenti dell’altro e di farci carico delle difficoltà, piangere con chi piange e ridere con chi è contento; vogliamo essere umani … quando parliamo di atteggiamento umano o della umanità nel tratto, intendiamo proprio questa benevolenza, questa capacità di affetto e di simpatia che lega gli uni agli altri. Il nostro mondo ne ha bisogno, ne ha bisogno da sempre! Siamo noi, che crediamo in Gesù Cristo, a essere portatori di questa affabilità, di questa cordialità, della simpatia umana, portatori della benevolenza divina, creatori di pace nelle nostre relazioni. Chiediamolo al Signore come dono natalizio per ciascuno di noi, per tutta la nostra comunità, perché le nostre relazioni diventino benevole. Chiediamo al Signore la capacita di essere quegli uomini della benevolenza a cui è data la pace del Natale: persone che sanno volere bene, non solo al piccolo cerchio dei parenti stretti, ma comunque, in genere nella società, capaci di volere il bene dell’altro – chiunque esso sia – capaci di volere il vero bene e di costruire il bene sociale, il bene comune. Vogliamo esser persone benevole che cambiano il volto della società.
È la bellezza del Natale creare atmosfere di amicizia, di simpatia, di umanità; è la bellezza del Natale sentirci in famiglia, sentirci accolti, ritrovarci, incontrarci … sappiamo quanto è bello stare insieme bene. Vogliamo crescere in queste relazioni umane e benevole. Chiediamo al Signore questo dono natalizio che ci renda capaci di volere bene, che ci renda disposti benevolmente verso gli altri.

Buon Natale

Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”!. Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”. Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima. Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia.

Quest’anno, durante la Messa della Notte di Natale, Papa Francesco aprirà la Porta Santa del Giubileo – Pellegrini di Speranza. Ci lasciamo guidare dalle parole di Papa Francesco che ci aiuta a riflettere sul momento in cui la speranza è entrata nel mondo. “Dio adempie la promessa facendosi uomo; non abbandona il suo popolo, si avvicina fino a spogliarsi della sua divinità.
In tal modo Dio dimostra la sua fedeltà e inaugura un Regno nuovo, che dona una nuova speranza all’umanità”. E qual è questa speranza?
Quando si parla di speranza, spesso ci si riferisce a ciò che non è in potere dell’uomo e che non è visibile. In effetti, ciò che speriamo va oltre le nostre forze e il nostro sguardo.
Ma il Natale di Cristo, inaugurando la redenzione, ci parla di una speranza diversa, una speranza affidabile, visibile e comprensibile, perché fondata in Dio. Egli entra nel mondo e ci dona la forza di camminare con Lui: Dio cammina con noi in Gesù e camminare con Lui verso la pienezza della vita ci dà la forza di stare in maniera nuova nel presente, benché faticoso. Sperare allora per il cristiano significa la certezza di essere in cammino con Cristo verso il Padre che ci attende.
La speranza mai si ferma, la speranza sempre è in cammino e ci fa camminare. Questa speranza, che il Bambino di Betlemme ci dona, offre una meta, un destino buono al presente, la salvezza all’umanità, la beatitudine a chi si affida a Dio misericordioso.
San Paolo riassume tutto questo con l’espressione: “Nella speranza siamo stati salvati”. Cioè, camminando in questo modo, con speranza, siamo salvi. E qui possiamo farci la domanda, ognuno di noi: io cammino con speranza o la mia vita interiore è ferma, chiusa? Il mio cuore è un cassetto chiuso o è un cassetto aperto alla speranza che mi fa camminare non da solo, con Gesù?

Epifania del Signore

Oggi nei presepi delle chiese come in quelli delle case i Magi vengono a prendere posto accanto a Gesù, Giuseppe, Maria e i pastori. Nella tradizione popolare rappresentano, attraverso il colore della pelle, tutti i popoli del mondo. È una traduzione felice del vangelo di questo giorno. Gesù rimane uno straniero per i capi e per i sapienti del suo popolo (che non si muovono da Gerusalemme) e invece mobilita dei pagani, che superano ogni ostacolo pur di raggiungere il loro scopo. E si fermano solo quando sono arrivati a destinazione.

▶ Una storia di re. Al centro del racconto c’è anche lo scontro fra due re. Da una parte Erode, nominato re della Giudea; un re “turbato”, che vuole informarsi con precisione sul bambino ed essere rassicurato. Dall’altra il «re dei giudei», colui al quale i Magi vogliono rendere omaggio dopo aver fatto molti chilometri per presentargli i loro doni. Mettendo il re Erode a contatto con Gesù, Matteo vuole annunciare fin dagli inizi del suo vangelo il conflitto che opporrà progressivamente il vero re, il salvatore del popolo, alle autorità ufficiali. Da un capo all’altro del vangelo sempre lo stesso conflitto. Erode, Caifa, Pilato: i potenti di questo mondo che tremano per il loro avvenire e la loro carriera. E tuttavia la regalità di Gesù non si fonda sulla forza di un esercito: è una regalità che si esercita nel servizio e offre salvezza. Ci voleva costanza, da parte dei Magi, per sottrarre ore al sonno e al riposo e continuare a scrutare i cieli nella notte, per cogliere ogni traccia di luce. Ma la loro fatica e i loro sacrifici sono stati ricompensati quando è apparsa quella stella, così diversa da tante altre. Per questo, nel silenzio non possono fare a meno di aver inteso i battiti dei loro cuori. Ci voleva coraggio per abbandonare una vita tranquilla ed agiata, la propria terra e la propria gente. Ci voleva audacia per partire, per mettersi in viaggio, senza neppure una meta precisa, un obiettivo sicuro, mossi solo dal desiderio di comprendere quell’appello scritto nella volta del firmamento. Ci voleva determinazione per andare avanti, per macinare chilometri
e chilometri, accettando la polvere e la stanchezza di ogni giorno, i miraggi e le illusioni di un percorso accidentato, lasciandosi guidare solo da quella stella… Ci voleva umiltà per rivolgersi alla competenza di altri uomini, alle loro conoscenze, dando voce all’interrogativo tenuto desto da tanto tempo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato?». La loro poteva sembrare addirittura impertinenza, spudoratezza di stranieri che si interessano agli affari che non sono di loro competenza, che vogliono intendere i segreti di un libro non destinato a loro. Ci voleva fiducia per accogliere la risposta saccente dei dotti che in ogni caso non si muovevano dalla capitale e prendere per buona l’antica indicazione del profeta. Ci voleva un cuore di poveri e di semplici per riconoscere in quel bambino, figlio di povera gente, sistemato dentro un alloggio di fortuna, il Messia atteso, il re destinato a governare per sempre. Ci voleva speranza per intravedere in quel piccolo d’uomo il protagonista autentico della storia dell’umanità e per offrirgli dei doni preziosi.
La loro costanza, tuttavia, il loro coraggio e la loro determinazione, la loro umiltà, la loro fiducia di poveri, la loro speranza sono ancor oggi i segni distintivi di tutti coloro che cercano sinceramente il volto di Dio e che finiscono irrimediabilmente con l’incontrarlo.

Pace

Come trovare la pace? Nella navigazione della nostra esistenza ci imbattiamo in alcuni scogli consistenti che si parano davanti a noi: il peso della vita quotidiana, i conflitti che lacerano, la sofferenza che ci schiaccia… Non sono gli unici a mettere seriamente in pericolo la nostra pace, la nostra serenità. Come ignorare, per esempio, il senso di colpa che paralizza la coscienza, la cattiva fede che impedisce ogni dialogo, la volgarità che sporca il clima sociale. Ma proprio dalla navigazione ci viene un’idea che a prima vista sembra paradossale: per sapere dove siamo dobbiamo guardare il cielo. Una pace che viene dall’alto e chiede il contributo di ciascuno. Questa pace è un dono di Dio, dono messianico perché destinato a cambiare la faccia della terra. E tuttavia non si tratta di una realtà magica: essa è affidata anche alle nostre mani, perché portiamo il nostro contributo. Ci vogliono cristiani attenti ai segni della presenza dello Spirito nei nostri tempi che genera speranza. È vero: la speranza è fragile ma è proprio lei a prenderci per mano e a trascinarci verso il futuro di Dio. Il suo sguardo ci aiuta a cogliere le tracce di un mondo nuovo, anche se queste appaiono coperte da tanti segni contrari, che indurrebbero alla disillusione e al disincanto. La sua bocca pronuncia parole che incoraggiano anche quando solo la tristezza e l’angoscia sembrano realistiche. Le sue mani, tenere e delicate, sono fatte apposta per ricucire strappi considerati ineluttabili, per lanciare ponti arditi sui baratri della terra, per stringere in una catena di solidarietà mani che hanno conosciuto solo il metallo spietato delle armi. È nel segno della speranza che siamo invitati a cominciare questo nuovo anno. Non una speranza generica, di chi si accontenta di un sogno qualsiasi. La nostra speranza ha un volto e un nome. Il volto di un uomo che è il Figlio di Dio.
Il suo nome è Gesù e annuncia a tutti un Dio che salva, che strappa l’umanità da ogni schiavitù e da ogni paura, per farle conoscere un’esistenza nuova.