Gesù ci lascia la sua pace e ci rende artigiani di pace

«Vi lascio la mia pace». Gesù nel cenacolo, durante quella cena così importante che segna il vertice della sua vita, lascia in eredità ai suoi amici la pace: “Vi do come dono grande la pace, non come fa il mondo, ma in modo originale e nuovo”. Gli ebrei avevano, e hanno ancora, l’abitudine di salutarsi dicendo shalom, come gli arabi dicono salam, che vuol dire pace. È semplicemente una abitudine. Noi diciamo ciao, buongiorno, loro dicono pace … però dal dire al fare c’è una bella differenza. Si può dire tutto il giorno pace, pace e non fare la pace! È tragico pensare ad esempio che a Gerusalemme abitino due nazioni che si salutano dicendo pace tutto il giorno e facendosi la guerra da tanto tempo. Capita anche a noi di dire una cosa e di farne un’altra. Gesù invece dice e fa … per fortuna, di Lui ci possiamo fidare. Ci ha portato la pace e ci dà la capacità di essere persone di pace. Anche nel nostro piccolo possiamo costruire la pace. Facciamo la comunione con Gesù per essere capaci di vivere in pace. Per fare la pace bisogna anzitutto non litigare con nessuno; però capita talvolta di litigare. La colpa di chi è? In genere – si dice – è sempre dell’altro.
Per essere persone di pace dobbiamo invece partire dall’idea che un po’ è anche colpa mia.
Se abbiamo litigato con qualcuno fare la pace vuol dire chiedere scusa e perdonare. Sono due aspetti diversi. Ti chiedo scusa, perché riconosco di averti trattato male: era colpa mia!
Per ammetterlo ci vuole una forza enorme. Però è la strada buona. Riconoscere che è colpa mia permette di fare la pace. Se invece sono prepotente e non voglio ammettere di avere sbagliato,
non ti chiederò mai scusa: vuol dire che non sono una persona di pace, perciò non posso parlare di pace; sono uno che ha il cuore in guerra, dominato dalla prepotenza e dall’orgoglio. Ma Gesù mi libera da tutto questo e allora io voglio lasciarmi liberare da Lui e avere la forza di dire: “Scusami”, e ammettere: “Era colpa mia”. D’altra parte potrebbe anche capitare che sia colpa sua, allora non è giusto che io vada a chiedergli scusa se è colpa sua … e allora che cosa posso fare? Perdonarlo. Non legarmi al dito quella parola o quel gesto cattivo che ha fatto, ma prendere l’iniziativa, essere per primo io generoso, andargli incontro, tendergli la mano e dirgli: “Ti perdono; dai, facciamo la pace, lasciamo perdere e ricominciamo”. Anche questo è importante, ma vi accorgete che costa fatica: non è facile chiedere scusa e non è nemmeno facile perdonare. Ma la pace che Gesù ci offre è una capacità … per questo facciamo la comunione, perché vivere bene non è facile!
Istintivamente ci viene il contrario: prendere quello che appartiene all’altro, colpire chi ci è antipatico, disprezzare chi non la pensa come noi, ricordarci il male che ci hanno fatto e pensare di fargliela pagare. Questa non è una mentalità di pace. Si comincia da bambini e si continua da grandi. Solo Gesù ci dà la vera pace e ci rende capaci di costruire buone relazioni.
È Gesù che di dà questa forza. Viviamola e ringraziamo del dono grande che ci ha fatto.
Se tutti ci impegniamo, la Gerusalemme nuova si costruisce ed è la nostra comunità: le tensioni si risolvono, i conflitti si superano e le relazioni buone, cordiali, amichevoli, rendono bella la vita. Ma la volete una vita bella? Certo! Questa è la strada, dunque: Gesù è la strada per un’autentica pace.

San Floriano Martire

Sempre con viva emozione ed interiore compiacimento sono lieto di unirmi alla vostra gioia, della comunità civile e religiosa, mentre insieme ci apprestiamo ad entrare nel vivo dei solenni festeggiamenti in onore del nostro patrono san Floriano martire, discepolo audace di Gesù, nostro esimio compagno di fede e di speranza nel futuro.
In questo Anno Giubilare, indetto dal papa Francesco, recentemente morto e risorto in Cristo e che ricordiamo con affetto nella preghiera, la nostra festa patronale costituirà un tempo singolare di grazia per divenire ‘pellegrini di speranza’ e si configurerà come un’intensa e proficua opportunità per incontrare ancora il Cristo e per ascoltarne la voce, tenendo così «accesa la fiaccola della speranza, che ci è stata donata e facendo di tutto, perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto, cuore fiducioso e mente lungimirante». Il Signore, che in san Floriano ha colmato il nostro popolo di innumerevoli doni di grazia e di santità, chiama in tal modo ancora una volta tutti e ciascuno di noi ad un rinnovato impegno di fedeltà evangelica e ci invita a prendere il largo verso nuove frontiere apostoliche, seguendo il luminoso esempio del nostro Santo, orizzonte della santità, misura alta della vita cristiana ordinaria. Viviamo perciò con gioia cristiana e con santo ardore questi giorni di festa in onore del nostro Patrono! Raccogliamo la sua testimonianza, senza disperdere il patrimonio di fede, che Egli ci ha lasciato! Custodiamolo come il tesoro più prezioso della nostra storia e trasmettiamolo alle nuove generazioni con la parola e con l’esempio, affinché anch’esse riscoprano la bellezza della fede, gli alti ideali di vita e gli autentici valori morali e sociali, che ne derivano! Nessuna difficoltà ci scoraggi: le prove diventino piuttosto occasioni di grazia per alimentare in noi la fiducia nell’azione provvidente dello Spirito, per purificare il nostro agire e nutrire la speranza, stretti gli uni agli altri in un rinnovato vincolo di fraternità e in un più convinto impegno di fede! Ritrovare coesione e slancio per il futuro non è infatti possibile senza questo sguardo contemplativo e trascendente, che dona sicura giustizia e fondata speranza alle nostre aspirazioni, supera stanchezze e delusioni, irrobustisce la carità. E ciò vale per la vita personale e sociale! È dunque questo il senso autentico della nostra Festa Patronale, che non può certamente ridursi a mero sentimento e folklore! Ed è questa l’offerta spirituale più gradita al Signore, che noi desideriamo deporre sul santo altare, attraverso le mani del nostro Santo!
Sarà così più facile – è questo il mio augurio – assicurare al nostro paese un futuro più ricco di speranza, costruendolo sui valori perenni del Regno di Dio che è il Regno della verità e della vita, il Regno della santità e della grazia, il Regno della giustizia, dell’amore e della pace. In questi giorni di festa, rinnovo volentieri tali auspici, invocando la celeste intercessione del santo patrono. Buona festa patronale!

S. Messa per i lavoratori

Fabbro, falegname, carpentiere. San Giuseppe era tutto questo – come insegnano i Vangeli – oltre a essere lo sposo di Maria e il padre terreno di Gesù. Con la sua vita di onesto lavoratore, San Giuseppe nobilita il lavoro manuale con il quale mantiene la sua Santa Famiglia e partecipa al progetto della salvezza.
Il lavoro: partecipazione al disegno divino
Come quei padri che insegnano il proprio lavoro ai figli, così fa anche Giuseppe con Gesù. Egli stesso, più volte, viene chiamato nei Vangeli “il figlio del carpentiere” oppure “del legnaiuolo”. Più di tutti, quindi, San Giuseppe rappresenta la dignità del lavoro umano che è dovere e perfezionamento dell’uomo che così esercita il suo dominio sul Creato, prolunga l’opera del Creatore, offre il suo servizio alla comunità e contribuisce al piano della salvezza. Giuseppe ama il suo lavoro. Non si lamenta mai della fatica, ma da uomo di fede la eleva a esercizio di virtù; sa essere sempre contento perché non ambisce alla ricchezza e non invidia i ricchi: per lui il lavoro non è un mezzo per soddisfare la propria cupidigia, ma solo strumento di sostentamento per la sua famiglia.
Poi, come viene prescritto agli ebrei, il sabato osserva il riposo settimanale e prende parte alle celebrazioni. Non deve stupire questa concezione nobile del lavoro più umile, quello manuale: già nell’Antico Testamento, infatti, Dio viene simboleggiato di volta in volta come vignaiolo, seminatore, pastore.
La festa di San Giuseppe Artigiano
Fu istituita ufficialmente da Pio XII il Primo Maggio del 1955 per aiutare i lavoratori a non perdere il senso cristiano del lavoro così espresso, ma già Pio IX aveva in qualche modo riconosciuto l’importanza di San Giuseppe come lavoratore quando proclamò il Santo patrono universale della Chiesa. Il principio del lavoro come mezzo per la salvezza eterna sarà ripreso anche da Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Laborem Exercens, in cui lo chiama “il Vangelo del lavoro”.

Credere in Gesù vuol dire coltivare l’amicizia con Lui

«I discepoli gioirono a vedere il Signore». Erano pieni di tristezza e di angoscia per la morte dolorosa che aveva colpito il loro Maestro e quella sera di Pasqua quando Gesù «stette in mezzo a loro», vivo e vegeto, loro si rallegrarono profondamente, furono davvero contenti. È quello che avviene anche a noi, se accogliamo il Signore Gesù e lo riconosciamo presente in mezzo a noi. Quando ci raccogliamo in Assemblea il Signore viene, sta nel mezzo: è il centro di tutta la nostra attenzione; e noi lo riconosciamo e aderiamo a lui. La nostra fede è una relazione di amicizia. L’evangelista Giovanni non adopera mai la parola fede, ma sempre il verbo credere. Preferisce non usare il sostantivo per non dare l’impressione che la fede sia una cosa che c’è o non c’è. Il verbo credere invece dice piuttosto una relazione personale. Credere nel Signore Gesù vuol dire avere un rapporto di amicizia con lui e l’amicizia cresce nel tempo, ma può anche diminuire o sparire. Ci sono tante amicizie che una volta c’erano e sono finite; ci sono delle amicizie invece che durano tutta la vita e diventano sempre più intense e importanti. Pensiamo alla nostra relazione con il Signore come un’amicizia. Ha ragione Tommaso allora: bisogna vedere, toccare, sentire il Signore, bisogna incontrarlo personalmente, bisogna stare con lui. Se non abbiamo un rapporto con lui – non lo ascoltiamo, non lo vediamo, non lo tocchiamo, non sentiamo il suo amore – ma che relazione di amicizia c’è fra di noi? Gesù infatti dà soddisfazione a Tommaso; non lo rimprovera, ma gli dice: “Coraggio! Avvicinati, guarda, tocca, entra in relazione con me”. È possibile oggi per noi essere in relazione con il Signore Gesù? Fisicamente non lo vediamo – i nostri occhi non lo vedono – ma lo possiamo sentire, perché è veramente presente nella nostra vita. Si tratta di allenarci a questo riconoscimento e stare attenti ai segni della sua presenza. Quando lo sentiamo presente, siamo contenti. La gioia nella nostra vita è proprio la sua presenza in quanto bene amato. Se lo ascoltiamo, gli parliamo, stiamo volentieri con lui, la nostra amicizia cresce e ne abbiamo un enorme beneficio: ricaviamo un bene dall’essere suoi amici. Il Signore ci propone la vita come obiettivo e l’evangelista lo precisa chiaramente: «Ho scritto queste cose perché crediate e perché, credendo, abbiate la vita». Avere la vita vuol dire vivere una vita piena, realizzata. Il Signore vuole la nostra realizzazione personale, vuole che la nostra vita sia piena e bella e lo può essere, se lungo tutta la vita cresce la nostra amicizia con lui. Essere persone di fede non significa essere persone di testa che ragionano su qualche concetto religioso e accettano questa o quella dottrina; esser persone di fede vuol dire amare Gesù, Gesù in persona, non queste abitudini. Molte volte le persone confondono la fede in Gesù con le loro abitudini religiose. Quanti ragazzi sono passati nelle nostre realtà … finche c’era una abitudine sono venuti, poi hanno preso un altro giro ed è finito tutto. Quante persone erano abituate in una chiesa, si son trasferite, han perso il giro, perché non trovano più quelle abitudini, quei riti e non sono più andate in chiesa. Non era fede, è solo abitudine religiosa, vuota, perché manca una autentica amicizia spirituale con Gesù. Quando c’è questa relazione, si può essere in qualunque parte del mondo e si sente sempre presente il Signore Gesù.
Mi interessa Gesù Cristo, perché gli voglio bene, perché sono amico suo, perché sento di essere amato e una misericordia così grande come quella che ci ha offerto merita una risposta di amore!
Pensiamo sempre alla nostra vita di credenti come amici del Signore che crescono in questa relazione di amicizia. “Diventa credente e non essere incredulo, diventa sempre di più amico; diventa, cresci, matura, realizza la tua amicizia nella pienezza della vita eterna”. Chiediamo al Signore che anche noi come i discepoli possiamo gioire nell’incontrare Gesù; chiediamogli di poter credere davvero, di crescere nell’amicizia e di condividere la vita con lui sempre, fino all’eternità.

Eterna è la sua Misericordia

Così canta la Chiesa nell’Ottava di Pasqua, quasi raccogliendo, dalle labbra di Cristo queste parole del Salmo; dalle labbra di Cristo risorto, che nel Cenacolo porta il grande annuncio della misericordia divina e ne affida agli apostoli il ministero. Prima di pronunciare queste parole, Gesù mostra le mani e il costato. Addita cioè le ferite della Passione, soprattutto la ferita del cuore, sorgente da cui scaturisce la grande onda di misericordia che si riversa sull’umanità. Da quel cuore suor Faustina Kowalska, la santa che vedrà partire due fasci di luce che illuminano il mondo: «I due raggi – le spiegò un giorno Gesù stesso – rappresentano il sangue e l’acqua». Sangue ed acqua! Il pensiero corre alla testimonianza dell’evangelista Giovanni che, quando un soldato sul Calvario colpì con la lancia il costato di Cristo, vide uscirne «sangue ed acqua». E se il sangue evoca il sacrificio della croce e il dono eucaristico, l’acqua, nella simbologia giovannea, ricorda non solo il battesimo, ma anche il dono dello Spirito Santo.
Attraverso il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini: «Figlia mia, dì che sono l’Amore e la Misericordia in persona», chiederà Gesù a Suor Faustina. Questa misericordia Cristo effonde sull’umanità mediante l’invio dello Spirito che, nella Trinità, è la Persona – Amore.
E non è forse la misericordia un «secondo nome» dell’amore, colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono?
Dalla divina Provvidenza la vita di questa umile figlia della Polonia è stata completamente legata alla storia del ventesimo secolo, il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. È, infatti, tra la prima e la seconda guerra mondiale che Cristo le ha affidato il suo messaggio di misericordia. Ancora oggi siamo nel pieno delle guerre e delle orribili sofferenze che ne derivarono per milioni di uomini: ancora oggi sappiamo bene quanto il messaggio della misericordia sia necessario.
Disse Gesù a Suor Faustina: «L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia». Attraverso l’opera della religiosa polacca, questo messaggio si è legato per sempre al secolo ventesimo, ed è ancor più legato al terzo millennio. Non è un messaggio nuovo, ma si può ritenere un dono di speciale illuminazione, che ci aiuta a rivivere più intensamente il Vangelo della Pasqua, per offrirlo come un raggio di luce agli uomini ed alle donne del nostro tempo.

La Pietra scartata è divenuta Pietra angolare

Avevano pensato di metterci una pietra sopra, avevano ritenuto che fosse tutto finito. Le autorità si sono scagliate contro Gesù e hanno progettato di eliminarlo, perché dava fastidio. Lo hanno ucciso e sepolto, sembrava una storia finita. Quel pietrone che chiudeva l’ingresso del sepolcro è il segno di qualche cosa di definitivo, insormontabile, proprio come la morte. E invece quella pietra è stata ribaltata. Le donne quel primo mattino di Pasqua sono andate al sepolcro con entusiasmo, ma con grande trepidazione. Non sapevano come avrebbero potuto compiere quell’opera pietosa dell’unzione del corpo. C’era un ostacolo, una pietra enorme molto grande. Quante pietre ci sono sul nostro cuore e sul nostro cammino!
Quanti ostacoli, quanti blocchi e ci rendiamo conto che non riusciamo a superarli. Ci rendiamo conto che non possiamo fare niente! Ci sembra impossibile superare certe situazioni e contesti personali, familiari, comunitari e mondiali. È questa la pietra pesante che blocca la nostra vita. Sembriamo in perenne lotta. È un pietrone che chiude il cuore, che ammazza la vita che sembra mettere la parola fine alla possibilità di vita serena e in pace. E invece la Pasqua ribalta queste pietre, apre i nostri sepolcri … c’è speranza! Non siamo noi che con le nostre forze riusciamo a superare questi ostacoli. È importante che ci rendiamo conto di non farcela, ma è importante che ci affidiamo a Colui che solo può farcela. È il Signore che vince il peccato e la morte. Quelle donne non sono rimaste chiuse in casa perché non potevano fare niente, hanno avuto il coraggio di andare alla tomba anche se sapevano che c’era un ostacolo per loro insormontabile.
Si sono domandate: “Chi rotolerà quella pietra?” Quando vedono, si accorgono che è già stata ribaltata: un altro ha lavorato per loro, un altro ha compiuto quello che loro non sarebbero state capaci di fare. «La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo. Questa è l’opera del Signore una meraviglia ai nostri occhi». La pietra scartata è Gesù. I costruttori, i potenti della terra hanno ritenuto che fosse da scartare, inutile, l’han buttato via, ma Dio lo ha recuperato e l’ha posto come pietra d’angolo per unire i due popoli, per ricostruire una comunità nuova. Chiediamo al Signore che ci faccia sentire la sua presenza potente operante in questa Pasqua, che faccia Lui quello che noi non riusciamo a fare, che compia quelle meraviglie che desideriamo e non riusciamo ad ottenere. Il Signore rimuova gli ostacoli tolga i pietroni dal nostro cuore, ci renda persone di pace.
Sia questa la nostra buona Pasqua e il Signore operi per noi quello che con le nostre forze non riusciamo a fare.

Venerdì Santo: Passione del Signore

Oggi è un giorno particolare: in questa giornata si ricorda con profondo dolore la morte di Cristo sulla croce. Contemplando Cristo Crocifisso oggi esprimiamo una sola parola: «Grazie». Mi sembra di percepire questo Venerdì come il giorno in cui Dio sceso in terra ha mostrato a tutti quanto amasse l’uomo, tanto da soffrire e in silenzio morire, come un ladro, un reietto. È un atto d’Amore che mi ha colpito e che forse in quanto umano non capirò mai completamente, ma che sento, in un certo senso, come
contagioso. Un Amore, mi viene da pensare, scandaloso, perché non è accompagnato dalla logica del “Do ut des” (io do affinché tu dia), un Amore infinito e smisurato che ha portato Gesù a spendersi completamente per ognuno di noi, e quindi anche per me. Un Amore che nonostante tutto, nonostante le pene che stavano nel mezzo del percorso, non è diminuito, anzi è stato puro e limpido fino alla fine, tanto da portare Gesù a perdonare dalla croce i suoi persecutori, pregando per loro. Penso al ladrone buono: è accanto a Gesù e lo osserva; lui, che durante la sua vita ha fatto tutto il contrario di ciò che dicevano i Comandamenti, alla fine della sua vita prova dolore, accomunato ad un uomo giusto come Gesù che sta facendo la sua stessa fine.
E nell’osservare tutto questo, il ladro capisce veramente cos’è l’Amore; l’Amore che ha portato Gesù ad accettare quelle pene per noi e che non è cambiato nemmeno dopo tutti gli orrori subiti.
Cristo passando per la croce ha dimostrato come quell’Amore fosse capace di vincere anche la morte, che era forse l’unico limite dell’uomo fino a quel momento.
Inoltre, sapere che Gesù ha sperimentato tutte le prove che l’umanità vive quotidianamente, è un motivo in più per non sentirmi solo e abbandonato a me stesso, in quei momenti in cui mi sento più debole del solito, più vulnerabile perché affronto le mie debolezze.
Se al Giovedì Santo, nel gesto della Lavanda dei piedi, riflettevo su quei miei difetti che Gesù lava, ecco che quello stesso Signore è pronto a prendere sulle spalle quelle fragilità. Proprio per aver affrontato la sua Passione, mi dà la forza di prendere la mia croce ogni giorno, e soprattutto mi accompagna nel cammino. Esattamente come appare nel “Simone di Cirene” di Sieger Koder: l’immagine è singolare perché il peso è equamente diviso dai due, i quali nel contempo si abbracciano, si percepisce una collaborazione fraterna. Credo che sia questo l’esempio a cui devo aspirare, ovvero lasciarmi aiutare da Gesù nel portare, sopportare e infine amare le mie fatiche, non dimenticandomi di abbracciarlo e sentirlo vicino per superare ogni momento difficile, perché so che dopo ogni morte c’è una rinascita, o meglio: una Resurrezione.

Giovedì Santo: Cena del Signore

La sera del Giovedì Santo che apre il Triduo Pasquale, Gesù vuole passare le ultime ore della sua vita assieme ai suoi amici e le vuole trascorrere in una modalità del tutto speciale, donando sé stesso completamente: nel gesto della Lavanda dei piedi, nell’istituzione dell’Eucarestia e del Sacerdozio.
La frase “Li amò fino alla fine” ci fa pensare a come l’amore di Gesù non sia un amore comune: è amore anche quando non conviene, è amore quando tutti scappano via, è amore nonostante tutto. Quella frase non è ricolta solo ai suoi Apostoli, ma a tutti gli uomini di tutti i tempi, dunque anche a me. Per dimostrarmi questo, Gesù inizia ad amarmi dalla parte più sconveniente di me. Egli non inizia ad amare dai miei pregi, dai miei talenti, dalle mie capacità, ma parte dalle mie zone d’ombra; ama a partire da ciò che non conviene di me, parte dal lavarmi i piedi, ovvero i difetti di cui io mi vergogno tantissimo! Come reagisco davanti a questo amore?
Io che mi sento sempre piccolo e inadeguato. Se fossi stato anche io là, nel Cenacolo, sarei riuscito a guardarlo mentre compiva quel gesto? Probabilmente per la mia inadeguatezza anche io avrei fatto come Pietro! Eppure lui, il Maestro e Signore, il più importante di tutti, lava i piedi ai suoi discepoli proprio per farmi capire fin dove arriva il suo amore e per insegnarmi che dobbiamo volerci bene e metterci al servizio gli uni degli altri. Come posso essere umile e donarmi, come ha fatto lui, con i miei amici, con le persone, nella mia quotidianità? Non sempre sono in grado di accettare e amare i loro difetti e avere con loro la pazienza che il Signore ha con me! 
Forse alla fine il vero segreto sta nel prendersi cura degli altri mettendosi al loro servizio con umiltà e costanza come ha fatto Gesù sia con la Lavanda dei piedi sia con il regalo di donarsi a noi in ogni Eucarestia, attraverso i Sacerdoti.

Il Signore guardò Pietro e il discepolo pianse amaramente

Nel momento della festa il popolo e i discepoli acclamano Gesù con entusiasmo; nel momento della difficoltà invece lo abbandonano. E Pietro, il primo dei discepoli, è l’esempio negativo che ci rappresenta. È lui che tenta di seguire il Signore durante il suo processo, ma poi ha paura e si tira indietro e cerca di salvarsi la pelle … così diverso da Gesù che invece dona generosamente la vita. E dopo che per tre volte proprio il discepolo che si era così impegnato con Gesù ha detto di non conoscerlo nemmeno, «il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro» e Pietro si ricordò e si pentì: capì la propria debolezza e il proprio sbaglio. «Uscito fuori pianse amaramente». È importante quello sguardo di Gesù su Pietro, è uno sguardo di amico che vuole bene, e tuttavia è uno sguardo che rimprovera. Sappiamo la potenza dello sguardo … una persona cara che ci guarda in un certo modo ci fa capire che abbiamo sbagliato, ci fa comprendere quanto abbiamo sbagliato.
Ed è proprio la sguardo del Signore su ciascuno di noi che dovrebbe farci piangere.
Sentiamo rivolto a noi quello sguardo buono e nello stesso tempo severo, con cui il Signore ci rimprovera i nostri tradimenti, le nostre debolezze, i nostri abbandoni. Glielo aveva detto durante la cena, ripetendo due volte il suo nome proprio in tono di dolce rimprovero: “Simone Simone … satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, il nemico vi fa ballare nel vaglio come fa il contadino con il grano per separarlo dalla pula e voi rischiate di essere pula, scarto che viene portato via dal vento, leggeri e inconsistenti”. Anche noi, di fronte alla prova voliamo via senza resistere.
Ma il Signore promette: «Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli». Il Signore continua a pregare per noi, è sempre vivo a intercedere in nostro favore. Allora ci affidano alla sua intercessione misericordiosa perché continui ad offrire la sua vita per la nostra salvezza, per noi discepoli che lo rinneghiamo, perché il suo sguardo riaccenda in noi il desiderio di seguirlo.
Lo accompagniamo con rami di palma e di olivo: sono segni di vittoria, sono simboli di pace.
Chiediamo al Signore che faccia pace nei nostri cuori, come gli chiediamo che faccia pace sulla terra, liberando le popolazioni oppresse dal dramma della guerra. Ma gli chiediamo anche che liberi i nostri cuori da ogni astio, rancore, inimicizia, desiderio di vendetta.
Sentiamo lo sguardo di Gesù su di noi, sentiamoci guardati con amore e con rimprovero.
Sentiamo che quello sguardo mette a nudo le nostre cattiverie più profonde, e allora lasciamoci convertire da quello sguardo buono che dà la vita per noi.
Riusciamo a piangere amaramente sui nostri peccati … se ci riusciamo siamo liberati, siamo veramente trasformati da quella storia d’amore che celebriamo con la nostra fede. Non venga meno la nostra fede e, una volta ravveduti, possiamo essere di conforto per i nostri fratelli. Chiediamo al Signore che ci renda davvero discepoli che ascoltano e mettano in pratica il suo esempio di amore.