Quaresima e malattie spirituali

“Tutti abbiamo delle malattie spirituali, da soli non possiamo guarirle; tutti abbiamo dei vizi radicati, da soli non possiamo estirparli; tutti abbiamo delle paure che ci paralizzano, da soli non possiamo sconfiggerle”. Papa Francesco ci ha sempre invitati a riconoscere le nostre malattie spirituali per poter iniziare o continuare il nostro cammino di conversione. Della lista di malattie che Papa Bergoglio ci presenta, ne scegliamo alcune, mantenendo l’originalità del suo linguaggio.

  1. La malattia, “del sentirsi immortale, indispensabile”. È la malattia di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al ser-vizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo che guarda appassionatamente la propria immagi-ne e non vede l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi.
    Un’ordinaria visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare a vedere i nomi di tante persone, delle quale alcuni forse pensavano di essere immortali, immuni e in-dispensabili! È la malattia del ricco stolto del Van-gelo che pensava di vivere eternamente nei suoi sogni di potere e autosufficienza. (Lc 12,13-21).
  2. La malattia “del martalismo” (parola che deriva da Marta), dell’eccessiva operosità: ossia di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”, il sedersi ai piedi di Gesù (Lc 10,38-42) per una ricarica spirituale e umana, per il bene personale e un migliore servizio agli al-tri.
  3. C’è anche la malattia “dell’impietrimento menta-le e spirituale”: ossia la malattia di coloro che posseggono un cuore di pietra e la “testa dura” (At 7,51). È pericoloso perdere la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono! È la malattia di co-loro che perdono “i sentimenti di Gesù” (Fil 2,5) per-ché il loro cuore, con il passare del tempo, si indurisce e diventa incapace di amare.
  4. C’è anche la malattia “dell’Alzheimer spirituale”: ossia la dimenticanza della storia personale con il Signore, del «primo amore» (Ap 2,4). Lo vediamo in coloro che hanno perso la memoria del loro incontro con il Signore; che si sono dimenticati del consiglio di Gesù: “rimanete in me, perché senza di me non potete far niente” (Gv 15). Lo vediamo in coloro che dipendono completamente dal loro presente, dalle loro passioni, capricci e manie; in coloro che costruiscono intorno a sé muri diventando, sempre di più, schiavi degli idoli che hanno scolpito con le loro stesse mani.
  5. La malattia “della schizofrenia esistenziale”. È la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressi-vo vuoto spirituale che titoli onorifici o titoli acca-demici non possono colmare. Una malattia che colpisce spesso coloro che, dimenticando lo spirito di servizio, perdono il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano così un loro mondo parallelo, dove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri e iniziano a vivere una vita nascosta e sovente dissoluta.
  6. La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. È una malattia grave, che inizia magari solo per fare due chiacchiere e si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” tra gli altri. È la malattia delle perso-ne vigliacche, che non avendo il coraggio di parlare direttamente, parlano dietro le spalle. San Paolo ci ammonisce: «Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri» (Fil 2,14-18). Guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere!
  7. La malattia “dell’accumulare”: quando un cri-stiano cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro. A queste persone il Signore ripete: «Tu dici: sono ricco, mi so-no arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo … Sii dunque zelante e convertiti» (Ap 3,17-19). L’accumulo appesantisce il cuore, rallenta il cammino verso Dio, mentre un cuore pieno di Dio è un cuore felice.
  8. La malattia “dell’indifferenza”: più che di malattia, in questi tempi dobbiamo parlare di epidemia, di globalizzazione dell’indifferenza. Tutti abbiamo un debito: non abbiamo amato abbastanza. Si, abbiamo debiti con Dio e con i nostri fratelli e sorelle e, soprattutto, con chi soffre, con i poveri, con gli emigrati, con gli scartati, con gli ultimi. Abbiamo debiti immani che non potremo mai pagare: il debito della vita di chi è rimasto sepolto nelle acque del cimitero del Mediterraneo. Sono debiti creati dalla nostra indifferenza, dal nostro cuore indurito. È il debito creato da quel delirio di grandezza che ci porta a ritenerci più importanti degli altri, a voler essere serviti, ad occupare i primi posti. Abbiamo anche un debito pesante: non abbiamo portato la croce degli altri, non abbiamo portato il peso degli altri. Terminiamo con una preghiera di Charles De Foucauld che Papa Francesco propone per la quaresima:
    “Signore voglio ciò che tu vuoi.
    Signore mio Gesù, voglio amare tutti coloro che tu ami. Voglio amare con te la volontà del Padre.
    Non voglio che nulla separi il mio cuore dal tuo.
    Tutto quel che vuoi io lo voglio.
    Tutto quel che desideri io lo desidero.
    Dio mio, ti do il mio cuore, offrilo assieme al tuo a tuo Padre, perché esso ti appartiene.”.
    (Papa Francesco, Dicembre 2014)

La bellezza nascosta

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Matteo 17,1-9

La seconda domenica di Quaresima è dedicata alla Trasfigurazione. Mentre percorriamo il viaggio che ci prepara alla Pasqua, è importante misurarci con la bellezza nascosta di Gesù e fissare lo sguardo sul vero volto di Cristo, per dire con Pietro: «È bello per noi essere qui!». È interessante notare che la prima lettura è la chiamata di Abramo, ma cosa c’entra con l’esperienza fatta sul Tabor? La parola Trasfigurazione – meta-morfè – indica un cambiamento fondamentale nella forma di qualcosa. Quando il Signore chiama Abramo dice: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione». A pensarci bene, il Signore annunzia ad Abramo una trasfigurazione: era un vecchio sterile, diventerà un padre di moltitudini. Sarà questa l’opera di Dio. La frase «Farò di te…» è al centro di ogni vocazione. Quando Gesù chiama Pietro e Andrea dice «Vi farò diventare pescatori di uomini». La chiamata è un’opera di Dio e chi viene chiamato è trasformato dalla Sua potenza. Nella Trasfigurazione vediamo che, in Cristo, il Padre porta a compimento la Sua opera nell’umanità: la natura umana viene trasfigurata in luce, in bellezza. Non è solo il corpo di Cristo che è cambiato, ma è il corpo umano che viene trasfigurato, e viene rivelata la sua recondita verità. Questa opera è un sentiero che passa per l’intimità con Dio e per il contatto con la Parola – Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti. Allora viene svelata la relazione di Gesù con il Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato»; in questa relazione la natura umana viene trasfigurata. Quando Pietro, Giacomo e Giovanni vedono Gesù trasfigurato stanno scoprendo ciò che è nascosto nella natura umana, ciò che è recondito in ognuno di noi. Siamo con il Signore per non rimanere opachi e perché si sveli il nostro segreto, la nostra dignità. Attraverso il viaggio della Quaresima, ognuno di noi ha l’opportunità di riprendere possesso del suo tesoro nascosto, della sua dimensione profonda e spirituale. Attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina, noi torniamo alla sorgente della nostra nobiltà e ci riscopriamo belli. Va notato che, nella domenica precedente, Satana metteva in dubbio lo status di figlio di Dio di Gesù – «Se tu sei Figlio di Dio…» -, ma ora è il Padre che lo proclama tale. «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»: questa è la luce nascosta del Signore Gesù, l’amore del Padre. Ma questa è anche la nostra luce. Si vede quando una donna si sente amata dal suo uomo, è luminosa e raggiante. Si vede quando un figlio si sente amato dai suoi genitori, è stabile e libero. Si vede quando una persona conosce e sente l’amore di Dio su di sé: è trasfigurata, diviene luce e irradia pace. È libera dalla tristezza che porta in sè, finalmente sa di essere voluta, amata, importante, preziosa.

“Ecco il tempo favorevole”

La Quaresima è il tempo liturgico in cui la Chiesa prepara la celebrazione annuale del mistero pasquale del Signore. Essa orienta, da una parte, i nuovi aspiranti alla vita cristiana verso la preparazione prossima ai sacramenti dell’iniziazione cristiana e, dall’altra, accompagna i battezzati sin dalla nascita in un cammino penitenziale che conduce al rinnovamento delle promesse battesimali. Il tempo quaresimale ha inizio il Mercoledì delle Ceneri, si articola lungo cinque settimane e si conclude il Giovedì Santo, prima della Messa in Cena Domini. La Quaresima ha sempre avuto come orizzonte la Pasqua del Signore. Fin dalle sue prime attestazioni, essa si è configurata come tempo di preparazione immediata alla celebrazione dei sacramenti pasquali dei catecumeni e come periodo di riconciliazione dei penitenti pubblici con la comunità ecclesiale. La durata di questo tempo ha conosciuto una progressiva evoluzione: da una preparazione di pochi giorni si è giunti al periodo di quaranta giorni. Già agli inizi del IV secolo in Oriente e alla fine dello stesso secolo in Occidente, tale durata si è imposta stabilmente, richiamando alla mente dei fedeli la ricca tipologia biblica del numero quaranta, presente nelle vicende di Noè, di Mosè, del popolo d’Israele, di Elia e, soprattutto, di Gesù stesso. Il simbolismo dei quaranta giorni qualifica la Quaresima come un itinerario di conversione, di lotta e di penitenza, al cui termine l’evento pasquale del Crocifisso risorto inaugura e rinnova la condizione nuova del cristiano. Attraverso i sacramenti pasquali, il credente viene inserito nel mistero di Cristo e reso partecipe della sua morte e risurrezione. Cristo Gesù è così principio e fine del pellegrinaggio ecclesiale e personale verso Dio Padre: un cammino che avanza nella storia e nella vita dei singoli attraverso la progressiva conformazione al Figlio. Il Mercoledì delle Ceneri si presenta come il punto di partenza dell’itinerario spirituale che conduce a celebrare la Pasqua del Figlio con cuore rinnovato. Il simbolo delle ceneri, proveniente dall’antica disciplina dei penitenti pubblici, richiama la fragilità della con-dizione umana e manifesta il bisogno radicale di riconciliazione e di misericordia. La Quaresima si configura così come un «cammino di vero cambiamento» nel quale la lotta contro lo spirito del male si attua mediante le tradizionali armi della conversione: la preghiera, l’elemosina e il digiuno. Queste pratiche non hanno un valore puramente ascetico, ma mirano a ricomporre la relazione dell’uomo con gli altri, con Dio e con se stesso, spezzando i legami del male e della sofferenza e aprendo alla libertà dei figli di Dio. Questo itinerario spirituale è sostenuto e alimentato dalla Parola di Dio, che la Chiesa offre come cibo che non perisce a quanti sono in cammino verso la Pasqua eterna. I lezionari delle Messe feriali e festive mostrano le grandi tappe della storia della salvezza e le esigenze concrete dell’esistenza cristiana. La Quaresima si rivela inoltre un luogo privilegiato di interazione tra liturgia e devozioni popolari, chiamate a un reciproco arricchimento. Numerose pratiche trovano in questo tempo una particolare collocazione: la lettura e la meditazione della Passione del Signore, la Via Crucis, la venerazione della croce e delle sue reliquie. La celebrazione quaresimale richiede uno spazio sobrio ed essenziale, capace di riflettere esteriormente il cammino interiore di conversione. Le chiese, caratterizzate dall’assenza dei fiori, educano progressivamente all’attesa della gioia pasquale. Il silenzio della preparazione viene sottolineato dall’assenza del canto dell’Alleluia e dell’inno del Gloria, e dall’uso moderato degli strumenti musicali che sostengono appena la Parola cantata. In questo modo, anche il luogo della riflessione e della preghiera, diventa parte integrante del percorso quaresimale verso la vita nuova in Cristo, perché aiuta il credente a convertire l’uomo interiore dagli spazi angusti della vita terrena alle spaziose dimore della vita divina. La Quaresima si presenta come un tempo forte in cui la voce dello Spirito Santo attrae i cristiani ad un’immersione nuova e rinnovata nella vita risorta di Cristo. Attraverso un itinerario scandito dalla Parola di Dio, dai segni sacramentali, dalla disciplina penitenziale, il battezzato è chiamato a riscoprire la propria identità cristiana e a misurare la distanza che ancora lo separa dal «raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). La Quaresima non è, dunque, un tempo di mera rinuncia, ma un cammino di libertà e di speranza, orientato all’accresci-mento della vita divina nella nostra carne mortale. Per questo la Chiesa, pellegrina nella storia, rinnova annualmente la propria condizione a morire al peccato per vivere in Cristo, nell’attesa del compimento definitivo della salvezza.

“Piango la passione del mio Signore”

Perché ancora la Via Crucis

Una volta Francesco andava solitario nei pressi della chiesa di Santa Maria della Porziuncola, piangendo e lamentandosi a voce alta. Un uomo pio, udendolo, suppose ch’egli soffrisse di qualche malattia o dispiacere e, mosso da compassione, gli chiese perché piangeva così. Disse Francesco: “Piango la passione del mio Signore. Per amore di lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo”. Allora anche l’uomo devoto si unì al lamento di Francesco. (Leggenda dei Tre Compagni 5,13)

Perché piangere la Passione di Cristo? Perché fare continuamente memoria della croce? Perché lo fa il cristiano, chiamato a vivere la gioia del Vangelo? San Paolo ha conquistato il mediterraneo a Gesù Cristo annunciando la stoltezza e lo scandalo della croce e, ancora oggi, molti cristiani muoiono ogni giorno per il segno della croce. Ideata e propagata da san Leonardo da Porto Maurizio (frate minore, 1676-1751), la pratica della Via Crucis vuol essere molto più che una pia devozione. La Via Crucis vuol essere una sintesi del cammino cristiano, della vita stessa di ogni discepolo di Gesù, chiamato dal suo Maestro a prende-re la propria croce e seguirlo.
Ecco perché, nel tempo di Quaresima, le comunità cristiane celebrano ogni venerdì la Via Crucis. Lo fa proprio come Francesco, che piangeva l’Amore, crocifisso e redentivo: un pianto di dolore e gioia, un moto di tutta la vita verso la conversione a Cristo, che ci è vivamente raccomandato di curare, soprattutto in Quaresima. Quest’anno, pregheremo lasciandoci guidare dalla lettera enciclica di Papa Francesco “Dilexit nos” (“Ci ha amati”) sull’amore umano e divino del cuore Gesù Cristo. Pregheremo per le famiglie, per il mondo del lavoro, per la difesa della vita, per i cristiani perseguitati, per i giovani e per tutti i nostri fratelli e sorelle sofferenti. Pregheremo con loro e per loro, ovvero per ciascuno di noi, affinché quella Croce sia per ogni uomo e donna del nostro tempo la risposta più piena al mistero del male e della sofferenza. Perché ogni venerdì siamo invitati a prender parte alla Via Crucis? Ce lo lasciamo spiegare da Papa Francesco (Evangelii Gaudium 85): Anche se con la dolorosa consapevolezza delle proprie fragilità, bisogna andare avanti senza darsi per vinti, e ricordare quello che disse il Signore a san Paolo: «Ti basta la mia grazia; la forza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva contro gli assalti del male. (04 Marzo 2014)

Venerdì Santo: Passione del Signore

Oggi è un giorno particolare: in questa giornata si ricorda con profondo dolore la morte di Cristo sulla croce. Contemplando Cristo Crocifisso oggi esprimiamo una sola parola: «Grazie». Mi sembra di percepire questo Venerdì come il giorno in cui Dio sceso in terra ha mostrato a tutti quanto amasse l’uomo, tanto da soffrire e in silenzio morire, come un ladro, un reietto. È un atto d’Amore che mi ha colpito e che forse in quanto umano non capirò mai completamente, ma che sento, in un certo senso, come
contagioso. Un Amore, mi viene da pensare, scandaloso, perché non è accompagnato dalla logica del “Do ut des” (io do affinché tu dia), un Amore infinito e smisurato che ha portato Gesù a spendersi completamente per ognuno di noi, e quindi anche per me. Un Amore che nonostante tutto, nonostante le pene che stavano nel mezzo del percorso, non è diminuito, anzi è stato puro e limpido fino alla fine, tanto da portare Gesù a perdonare dalla croce i suoi persecutori, pregando per loro. Penso al ladrone buono: è accanto a Gesù e lo osserva; lui, che durante la sua vita ha fatto tutto il contrario di ciò che dicevano i Comandamenti, alla fine della sua vita prova dolore, accomunato ad un uomo giusto come Gesù che sta facendo la sua stessa fine.
E nell’osservare tutto questo, il ladro capisce veramente cos’è l’Amore; l’Amore che ha portato Gesù ad accettare quelle pene per noi e che non è cambiato nemmeno dopo tutti gli orrori subiti.
Cristo passando per la croce ha dimostrato come quell’Amore fosse capace di vincere anche la morte, che era forse l’unico limite dell’uomo fino a quel momento.
Inoltre, sapere che Gesù ha sperimentato tutte le prove che l’umanità vive quotidianamente, è un motivo in più per non sentirmi solo e abbandonato a me stesso, in quei momenti in cui mi sento più debole del solito, più vulnerabile perché affronto le mie debolezze.
Se al Giovedì Santo, nel gesto della Lavanda dei piedi, riflettevo su quei miei difetti che Gesù lava, ecco che quello stesso Signore è pronto a prendere sulle spalle quelle fragilità. Proprio per aver affrontato la sua Passione, mi dà la forza di prendere la mia croce ogni giorno, e soprattutto mi accompagna nel cammino. Esattamente come appare nel “Simone di Cirene” di Sieger Koder: l’immagine è singolare perché il peso è equamente diviso dai due, i quali nel contempo si abbracciano, si percepisce una collaborazione fraterna. Credo che sia questo l’esempio a cui devo aspirare, ovvero lasciarmi aiutare da Gesù nel portare, sopportare e infine amare le mie fatiche, non dimenticandomi di abbracciarlo e sentirlo vicino per superare ogni momento difficile, perché so che dopo ogni morte c’è una rinascita, o meglio: una Resurrezione.

Giovedì Santo: Cena del Signore

La sera del Giovedì Santo che apre il Triduo Pasquale, Gesù vuole passare le ultime ore della sua vita assieme ai suoi amici e le vuole trascorrere in una modalità del tutto speciale, donando sé stesso completamente: nel gesto della Lavanda dei piedi, nell’istituzione dell’Eucarestia e del Sacerdozio.
La frase “Li amò fino alla fine” ci fa pensare a come l’amore di Gesù non sia un amore comune: è amore anche quando non conviene, è amore quando tutti scappano via, è amore nonostante tutto. Quella frase non è ricolta solo ai suoi Apostoli, ma a tutti gli uomini di tutti i tempi, dunque anche a me. Per dimostrarmi questo, Gesù inizia ad amarmi dalla parte più sconveniente di me. Egli non inizia ad amare dai miei pregi, dai miei talenti, dalle mie capacità, ma parte dalle mie zone d’ombra; ama a partire da ciò che non conviene di me, parte dal lavarmi i piedi, ovvero i difetti di cui io mi vergogno tantissimo! Come reagisco davanti a questo amore?
Io che mi sento sempre piccolo e inadeguato. Se fossi stato anche io là, nel Cenacolo, sarei riuscito a guardarlo mentre compiva quel gesto? Probabilmente per la mia inadeguatezza anche io avrei fatto come Pietro! Eppure lui, il Maestro e Signore, il più importante di tutti, lava i piedi ai suoi discepoli proprio per farmi capire fin dove arriva il suo amore e per insegnarmi che dobbiamo volerci bene e metterci al servizio gli uni degli altri. Come posso essere umile e donarmi, come ha fatto lui, con i miei amici, con le persone, nella mia quotidianità? Non sempre sono in grado di accettare e amare i loro difetti e avere con loro la pazienza che il Signore ha con me! 
Forse alla fine il vero segreto sta nel prendersi cura degli altri mettendosi al loro servizio con umiltà e costanza come ha fatto Gesù sia con la Lavanda dei piedi sia con il regalo di donarsi a noi in ogni Eucarestia, attraverso i Sacerdoti.

Il Signore guardò Pietro e il discepolo pianse amaramente

Nel momento della festa il popolo e i discepoli acclamano Gesù con entusiasmo; nel momento della difficoltà invece lo abbandonano. E Pietro, il primo dei discepoli, è l’esempio negativo che ci rappresenta. È lui che tenta di seguire il Signore durante il suo processo, ma poi ha paura e si tira indietro e cerca di salvarsi la pelle … così diverso da Gesù che invece dona generosamente la vita. E dopo che per tre volte proprio il discepolo che si era così impegnato con Gesù ha detto di non conoscerlo nemmeno, «il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro» e Pietro si ricordò e si pentì: capì la propria debolezza e il proprio sbaglio. «Uscito fuori pianse amaramente». È importante quello sguardo di Gesù su Pietro, è uno sguardo di amico che vuole bene, e tuttavia è uno sguardo che rimprovera. Sappiamo la potenza dello sguardo … una persona cara che ci guarda in un certo modo ci fa capire che abbiamo sbagliato, ci fa comprendere quanto abbiamo sbagliato.
Ed è proprio la sguardo del Signore su ciascuno di noi che dovrebbe farci piangere.
Sentiamo rivolto a noi quello sguardo buono e nello stesso tempo severo, con cui il Signore ci rimprovera i nostri tradimenti, le nostre debolezze, i nostri abbandoni. Glielo aveva detto durante la cena, ripetendo due volte il suo nome proprio in tono di dolce rimprovero: “Simone Simone … satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, il nemico vi fa ballare nel vaglio come fa il contadino con il grano per separarlo dalla pula e voi rischiate di essere pula, scarto che viene portato via dal vento, leggeri e inconsistenti”. Anche noi, di fronte alla prova voliamo via senza resistere.
Ma il Signore promette: «Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli». Il Signore continua a pregare per noi, è sempre vivo a intercedere in nostro favore. Allora ci affidano alla sua intercessione misericordiosa perché continui ad offrire la sua vita per la nostra salvezza, per noi discepoli che lo rinneghiamo, perché il suo sguardo riaccenda in noi il desiderio di seguirlo.
Lo accompagniamo con rami di palma e di olivo: sono segni di vittoria, sono simboli di pace.
Chiediamo al Signore che faccia pace nei nostri cuori, come gli chiediamo che faccia pace sulla terra, liberando le popolazioni oppresse dal dramma della guerra. Ma gli chiediamo anche che liberi i nostri cuori da ogni astio, rancore, inimicizia, desiderio di vendetta.
Sentiamo lo sguardo di Gesù su di noi, sentiamoci guardati con amore e con rimprovero.
Sentiamo che quello sguardo mette a nudo le nostre cattiverie più profonde, e allora lasciamoci convertire da quello sguardo buono che dà la vita per noi.
Riusciamo a piangere amaramente sui nostri peccati … se ci riusciamo siamo liberati, siamo veramente trasformati da quella storia d’amore che celebriamo con la nostra fede. Non venga meno la nostra fede e, una volta ravveduti, possiamo essere di conforto per i nostri fratelli. Chiediamo al Signore che ci renda davvero discepoli che ascoltano e mettano in pratica il suo esempio di amore.

Gesù lotta contro il potere delle tenebre e vince col suo amore

“Questa è la vostra ora, è il potere delle tenebre”.
Gesù sul monte degli Ulivi, mentre viene arrestato come se fosse un malfattore, si rivolge a coloro che gli hanno messo le mani addosso e lo portano alla morte, riconoscendo il potere delle tenebre, il mistero dell’iniquità, la forza del male che cerca di distruggere l’opera di Dio. In questa Domenica ascolteremo il racconto della Passione del Signore mentre abbiamo negli occhi, nella mente e nel cuore le immagini di tante sofferenze di uomini e donne che in questo momento stanno vivendo l’orrore della guerra o situazioni di estremo disagio causato da catastrofi naturali. Vediamo nella vicenda di Gesù il dramma di una infinità di persone che nel corso della storia hanno vissuto grandi sofferenze.
La nostra è l’emozione del momento perché le cose che avvengono adesso, che vediamo direttamente, ci colpiscono di più.
Allora entriamo nella Passione di Cristo facendoci voce di ogni persona che soffre portando al centro, che è la croce del Signore, tutte le sofferenze, le angosce, il male che il potere delle tenebre ha compiuto. In quella notte Gesù lottò contro il potere delle tenebre. È una espressione tipica di Luca: adopera il termine agonia, vocabolo greco che noi abbiamo adottato solo per indicare il fine vita, invece nel senso originale agonia indica il combattimento, cioè lo scontro agonistico. Gesù combatte contro il potere delle tenebre e vince; vince Lui, lasciandosi uccidere in atteggiamento mite e mansueto, subendo la violenza del potere delle tenebre. È Lui il vincitore.
Un angelo del Signore appare per confortarlo. Anche questo è un particolare che solo Luca racconta. In quel momento di grande combattimento spirituale, Gesù non è solo. Chiediamo al Signore che mandi il suo angelo consolatore vicino a tutte le persone che oggi stanno soffrendo. Chiediamo al Signore di sentire la sua presenza consolatrice, per darci la forza di combattere con il bene, contro ogni forma di male, sapendo che il potere delle tenebre non vince.
È il Signore con il suo amore debole e mansueto che ottiene la vittoria.
Crediamo nel Signore Gesù, nel suo amore fino alla morte, nella sua potenza che vince il potere delle tenebre; e preghiamo per la pace, perché sia vinto il potere delle tenebre con le armi della bontà, della pace e del servizio vicendevole. Facciamoci imitatori di Gesù per vincere in questo decisivo combattiamo spirituale.

Domenica delle Palme

Anche quest’anno celebreremo l’ingresso trionfale di Gesù nella Città Santa. E anche noi insieme alla Gerusalemme di duemila anni canteremo Osanna al Figlio di Davide. È importante e necessario gridare con forza che Gesù è il nostro Messia, è il nostro Signore. Pochi o tanti, è importante esserci, e gridare con forza e con fede che noi abbiamo un riferimento, Gesù Cristo. Che non siamo soli e non siamo abbandonati!
Entrando con lui a Gerusalemme, rinnoviamo il nostro impegno a seguirlo, ad andare con Lui ovunque. Sappiamo che seguire Gesù significa accettare anche la via della croce. Ma questo non ci scoraggia.
Ci saremo per ribadire ancora una volta il nostro amore a Gesù.
Con questo segno e testimonianza, iniziamo la settimana di passione. Ci uniremo alla passione e morte di Gesù e attenderemo la Sua risurrezione. Saranno giornate intense, ma anche molto belle, ci daranno forza. Vogliamo vivere questi giorni con serena fiducia nell’intervento di Dio nella storia, la nostra storia, la nostra vita. Si Lui non ci lascia soli. Sappiamo infatti che colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a tutti noi, per mezzo del Suo Spirito. Lo crediamo e la nostra presenza sarà segno visibile e credibile di questa nostra Fede. Vi aspetto per confermare tutto questo con gioia e determinazione!

Domenica 13 Aprile ore 10.20 ritrovo al Mortorino per i ragazzi, catechisti, genitori e la comunità parrocchiale, benedizione degli ulivi e processione verso la Chiesa per la celebrazione della Messa

4 di Quaresima: Riscopriamo il digiuno da arrabbiature, delusioni e rancori

Nelle settimane precedenti abbiamo passato in rassegna il digiuno delle labbra e della lingua, il digiuno degli occhi e poi il digiuno delle orecchie. Oggi parliamo del digiuno del cuore, per vincere il cuore cattivo e malizioso, tipico del fratello maggiore che non sa gioire con il cuore di Dio. Quel fratello maggiore – a cui noi, purtroppo, assomigliamo – alla notizia della festa «si indignò»: è arrabbiato con il Padre, è arrabbiato con il fratello, è arrabbiato con il mondo. Non so come mai, ma le arrabbiature sono un elemento costante nel nostro stato d’animo. C’è pieno di persone arrabbiate con il mondo. Senza avere grossi motivi o semplicemente per motivi generici abbiamo un cuore arrabbiato, polemico, pronto ad aggredire gli altri, anche per piccole cose. È da questo che dobbiamo digiunare, dalla rabbia del cuore. Mi direte: “Quando viene istintivo, che cosa ci posso fare?”. È proprio qui l’impegno della penitenza! Proprio perché ti viene istintivo un moto di rabbia verso le altre persone – perché sbagliano, perché si comportano male, perché rovinano il mondo, perché sono diverse da te – questo atteggiamento deve essere corretto, deve essere curato, deve essere addolcito da un impegno di pazienza, da un occhio buono, da uno sguardo benevolo, da un pensiero di benevolenza. Così impegniamoci a digiunare dalle amarezze, dalle delusioni, dai rancori. Sono tutti sentimenti che sgorgano dal cuore e nascono spontaneamente come le erbacce: siamo amareggiati perché ci è capitato qualcosa, perché ci hanno in qualche modo trattato male o non come volevamo; spesso siamo delusi, da come gli altri si pongono nei nostri confronti; talvolta possiamo nutrire anche un rancore verso qualcuno che ci ha fatto del male. Il cuore rischia di essere pieno di tali amarezze, delusioni, rancori. Bisogna fare pulizia. La penitenza quaresimale ci chiede una pulizia del cuore. È questo il digiuno! Non coltivare i pensieri amari: se anche qualcuno ci ha deluso, dobbiamo avere la capacità di superare quell’atteggiamento di amarezza e di rancore che ricorda il male e che in qualche modo desidera contraccambiare. Digiuniamo da ogni istinto di vendetta, da ogni pensiero cattivo, da ogni ricordo del male che ci possono aver fatto. Quando vengono questi sentimenti nel cuore, questi pensieri nella mente, impegniamoci a toglierli e a non assecondarli, questo è il digiuno! Togliere dalla nostra mente tutto ciò che è negativo, scacciare i sentimenti maligni, vincere ogni amarezza. Digiuniamo anche dalle preoccupazioni inutili. Molte volte il nostro cuore è pieno di inquietudini e trepidazioni, ci preoccupiamo di più di quel che dobbiamo per tante cose inutili, talvolta abbiamo anche paura del futuro. Con una grande fiducia in Dio, possiamo togliere tante di queste preoccupazioni inutili. Con il digiuno quaresimale che purifica il cuore, possiamo correggere quell’atteggiamento da fratelli maggiori e riconoscere che, a causa di questo stato d’animo, noi siamo dei figli peccatori. D’altra parte ci impegniamo a rallegrarci, perché Dio ci accoglie, nonostante i nostri difetti. Abbiamo il coraggio di guardare il nostro cuore e di riconoscere che è pieno di male, dopodiché siamo anche contenti perché il Signore continua a volerci bene benché siamo pieni di atteggiamenti negativi. Ma proprio per andare incontro a Lui, che è misericordia infinita, vogliamo digiunare da arrabbiature, amarezze e rancori, da delusioni e preoccupazioni inutili, insomma da tutto ciò che rovina la nostra vita, per poter essere come Lui, grandi nell’amore.