Domenica delle Palme e della Passione del Signore

In questi anni di conflitti non è facile parlare in modo concreto di riconciliazione: “fare un passo indietro”, “perdonare i torti subiti” o addirittura “porgere l’altra guancia” suonano molto fuori luogo, ma solo perché sono diventati consigli moralistici da dare ad altri. Della mitezza di Gesù, Servo sofferente per colpa di altri, devo farmi carico io, prima che gli altri. È la radicalità di un Dio che, radicalmente, rinuncia alla propria divinità per condividere in tutto e per tutto il dolore dell’umanità. Gesù lascia fare, affinché nel cuore di chi lo guarda emerga l’unico sentimento capace di trasformare davvero il cuore: la compassione, che ci impedisce di ragionare freddamente di numeri, ricordandoci che quei numeri sono persone.
Al loro posto potremmo esserci noi, potrebbero esserci i nostri cari, sicuramente al loro posto c’è il Signore Gesù, perché così ha scelto. Potremmo dire che Gesù ci salva mediante la croce perché suscita la nostra compassione, e la compassione è l’unica cosa che, come esseri umani, ci può salvare.

Quest’uomo è il Figlio di Dio

La scena – dobbiamo ammetterlo – non ha nulla di grandioso. Colui che fa il suo ingresso a Gerusalemme non ha l’aspetto di un generale vittorioso che arriva a cavallo per celebrare il suo trionfo sui nemici. Gesù è a dorso di un asino, cavalcatura piuttosto dimessa, e per di più presa in prestito. Chi si aspetta il Messia che scaccerà dalla Palestina l’invasore romano rimarrà subito deluso. Chi si aspetta il potente, che avanza nel nome di Dio, deciso a fare giustizia e a castigare, non trova la risposta attesa. Il segnale è chiaro, per tutti: quest’uomo viene nella mitezza, nella compassione, nella misericordia. Viene per donare il suo amore ed è disposto addirittura a morire.
Non è il forte che spazza via la vita di chi gli si oppone, ma è il buono che piuttosto offre la sua. L’entusiasmo di un gruppo di pellegrini, che si sta recando nella Città santa per la Pasqua, la loro dimostrazione di affetto verso Gesù, rimane tuttavia un segno importante, da non minimizzare.
I poveri accolgono con gioia l’Inviato di Dio proprio perché viene così. I poveri avvertono che questa strada, che ai più sembra inusitata, Dio la percorre per venire incontro proprio a loro, per consolarli e per donare loro speranza. I poveri si mettono in sintonia con il cuore di Dio e ravvisano ciò che conta veramente. Del resto questo paradosso lo troviamo proprio alla fine del racconto della Passione e morte di Gesù, secondo Marco. Che cos’ha di grande, di divino, quell’uomo seminudo, che muore tra atroci dolori, inchiodato alla croce? Eppure è proprio davanti al Cristo crocifisso che il centurione – uno straniero, un pagano – riconosce che quell’uomo è il Figlio di Dio. Non perché ha dato prova di una forza che si impone, ma perché ha mostrato un amore smisurato: «avendolo visto spirare in quel modo». La domenica delle Palme ci fa entrare nella Settimana santa e sconvolge subito la nostra logica umana.
Lo fa presentandoci il Figlio di Dio che avanza a dorso di un asino. Lo fa mettendoci davanti alla croce sulla quale muore dopo essere stato condannato, schernito, colpito con violenza.
Siamo invitati a provare lo stesso entusiasmo dei poveri, che quel giorno hanno riconosciuto in Gesù il Messia. Sì, veramente quest’uomo è il Figlio di Dio!

Per una civiltà dell’Amore

La contemplazione della esistenza e della fede di Gesù, la meditazione sullo stile con il quale Egli ha abitato la complessità del suo mondo religioso, spirituale e sociale, ci orienta ad interpretare le nostre vite nel contesto del mondo che abitiamo oggi. Gesù ha vissuto la sua vita, passione e morte nell’integrità personale di un percorso che ha vissuto nel tutt’uno di sé con la sua missione per il Regno di Dio; per esso Egli ha vissuto e ha compiuto la sua esistenza. Il suo modo di vivere e di morire, nella continua relazione, unione e offerta di sé al Padre e agli uomini, è per noi paradigmatico rispetto alla possibilità di vivere per Lui, con Lui e in Lui la libertà e la responsabilità della nostra identità, della nostra vocazione e della nostra missione, fino al nostro compimento nella offerta di noi stessi, nella realtà delle circostanze variegate e complesse delle nostre esistenze. Celebrando insieme la Via Crucis, viviamo il sogno “per una civiltà dell’amore”, nella tensione trasformativa, purificata ed elevata, di una realtà umana e sociale interpretata come tempio nel quale si celebra e si compie il sacro-fare dell’amore oblativo. Nella preghiera, nella riflessione, la vita di Cristo desidera diventare la vita di tutti noi, della nostra comunità parrocchiale.

Tempo di Quaresima: un passo avanti

Il tono apocalittico dei discorsi che sentiamo in questi ultimi anni non è del tutto infondato: tra la pandemia, il cambiamento climatico, le guerre e tanto altro, la voce della speranza si affievolisce, mentre cresce quella dell’emergenza, che comunque non toglie la sensazione di essere davanti a una fine. Che sia la fine del mondo o di un’epoca, la paura si diffonde comunque nel nostro tempo. C’è da chiedersi se davanti a tutto questo la parola del Vangelo sia ancora utile, se la fede sia una risorsa o una reazione psicologica, se la speranza cristiana riesca a distinguersi dalla rassegnazione. L’esperienza dell’esilio babilonese da parte del popolo di Israele, così come le parole di Gesù, ci mettono davanti a una scelta: di fronte alle fatiche personali e dell’umanità, dobbiamo scegliere se credere o meno alla salvezza di cui abbiamo bisogno, non per tornare al mondo di una volta, ma per fare un passo in avanti verso il regno di Dio

Una speranza scomoda

Quella della fede è una speranza scomoda. Esiste la speranza comoda, quella del bambino o dell’adolescente che spera sempre che ci sia qualcuno a toglierlo dai guai e quindi si sente libero di sperimentare tutto senza curarsi delle conseguenze. Quanti adulti vivono ancora con questo tipo di speranza distorta, egoistica e, in ultima istanza, fallimentare? Seguire Cristo invece significa accogliere una speranza scomoda, soprattutto perché ti spinge a farti carico delle tue responsabilità, ma, al tempo stesso, ti ricorda che non puoi avere il controllo totale e che non tutto dipende da te. «Prega come se tutto dipendesse da Dio e agisci come se tutto dipendesse da te», diceva Ignazio di Loyola. Lo sguardo rivolto al cielo è fondamentale per affrontare con realismo la vita quotidiana, senza lasciarci appiattire dalla gravità (del pianeta, ma anche delle situazioni). Per questo guardiamo al Crocifisso, così terreno, perché così siamo costretti a guardare verso il cielo.

Speranza e disperazione

Nella 4 domenica del cammino Quaresimale ad accompagnarci ci sono le allegorie della speranza e della disperazione, poste da Giotto in fondo al ciclo di affreschi.
Avere speranza significa avere una meta alta, un orizzonte che va oltre quello puramente terreno: la speranza ha delle ali che le permettono di staccarsi da terra per slanciarsi con le mani aperte verso il vero premio, la corona della gloria che è preparata nei cieli.
Non si tratta di disprezzare la vita terrena, anzi: guardare al cielo vuol dire trovare il vero senso di questa vita, così spesso segnata dal male.
La disperazione, invece, pur avendo i piedi ben saldi a terra, si è tolta la vita per impiccagione.
Il corpo è pesante, i pugni sono stretti, il capo è inclinato verso il basso, il diavolo stesso viene a reclamare il suo premio: la corda fa venire in mente il gesto di Giuda, ma anche il cappio dell’infedeltà, con il quale l’idolo tiene schiavo chi si affida ad esso.
Quando l’apostolo Pietro parla della “speranza che è in voi” presuppone che i suoi lettori possiedano già la speranza. Infatti non scrive al passato, dicendo “la speranza che era in voi”. E neppure, usando il verbo al futuro, dice “la speranza che sarà in voi”. Invece no! Pietro parla al presente (la speranza che è in voi), perché sa che le persone a cui si rivolge sono animate dalla speranza.
In questo tempo di Quaresima impariamo a rendere ragione della Speranza che è in noi.

Innalzato sulla Croce

«Essere innalzati» è un’espressione usata, di solito, per evocare l’affermazione di una persona, la sua capacità di distinguersi, di segnalarsi, di avere successo. «Essere innalzati» è dunque sinonimo di potere, di gloria, di forza. Ma come fa a mantenere questo significato una volta che gli si associa la croce, e quindi una morte orribile e pubblica, un castigo disumano? Non è facile abbandonare le abituali rappresentazioni di Dio e accettare che il suo Figlio venga a noi nelle vesti di un condannato, di un giustiziato, abbandonato da tutti. Non è facile accogliere una salvezza che non si realizza esibendo i muscoli, ma offrendo amore, che non si compie attraverso un giudizio o un castigo, ma passando attraverso l’esperienza di essere rifiutati e calpestati.
Eppure è questo il paradosso su cui si regge la fede cristiana. La passione e la morte di Gesù non sono un incidente di percorso da dimenticare rapidamente, ma la strada che Dio ha scelto per raggiungere l’umanità e liberarla dal male, per farla entrare in una vita nuova. È questa croce il «caso serio» da cui non possiamo prescindere, il “passaggio” che rivela la nostra fedeltà a Cristo, la “prova” del nostro amore.
Ciò che essa indica è un amore che non si tira indietro neanche davanti alla debolezza estrema, all’ingiustizia palese, al sopruso ingiustificato. Un modo nuovo di vedere le cose viene proposto, allora, a ogni credente: la bussola delle sue scelte non è orientata dai criteri del successo, della riuscita, ma dalla fedeltà a Dio, dall’obbedienza al suo disegno di salvezza e al suo modo di agire. Buonismo? Rinuncia? Cedimento? Tutti questi interrogativi non fanno che riprendere le parole di coloro che dicevano a Gesù: «Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce e allora noi crederemo in te!» Confusione? Incertezza? Indifferenza? Tutte queste obiezioni riecheggiano quelle di coloro che si attendevano un Messia venuto
per giudicare e condannare, e a cui Gesù non potrà corrispondere.

Sentirsi comunità

Siamo a metà percorso, circa, del cammino quaresimale: un tempo favorevole per scelte personali e comunitarie. Il cammino quaresimale, come tutto l’anno liturgico, è un cammino comunitario  perché attraverso la liturgia si rivolge a tutti i cristiani “simultaneamente” in comunione di fede e di preghiera, rendendo tangibile il significato stesso dell’essere comunità in cammino.
Tempo della Quaresima per rimettere al centro l’identità stessa della nostra Parrocchia che è chiamata, in tempi in cui l’uomo fatica sempre di più a sentirsi unito al proprio prossimo, a camminare insieme con sempre più convinzione. Convinzione che nasce dalla consapevolezza che la partecipazione alla vita di Cristo non può essere per pochi ma deve essere donata a molti nella concretezza delle nostre scelte! Interroghiamoci a questo punto di questo cammino liturgico: le celebrazioni, i momenti di preghiera e di riflessione che la Parrocchia ci sta offrendo stanno accrescendo il senso di Comunità Cristiana? Sono possibilità attraverso le quali non solo c’è una presenza fisica, ma occasioni per crescere nella consapevolezza di essere famiglia di Dio?

Fede e infedeltà

La virtù e il vizio che vengono proposti per questa domenica, e che provengono dal ciclo della Cappella degli Scrovegni, sono la fede e l’infedeltà.

Giotto raffigura la fede come una donna, che porta sulla testa una corona e appesa alla cintura una chiave: entrambi sono simboli della responsabilità del papa di aprire agli altri le porte del regno di Dio confermandoli nella loro fede. La fede regge sulla destra una croce ad asta, con la quale frantuma gli idoli, mentre con i piedi calpesta le false profezie e le superstizioni. La fede è infatti una forza liberante, che toglie la paura del destino e della morte e introduce ad essere figli amati da Dio nel suo Figlio morto in croce.

L’infedeltà, nel senso di idolatria, mostra invece un rapporto di schiavitù: vediamo una donna che innalza una statuetta (l’idolo, appunto) più in alto della propria testa. La statuetta regge un capo di una corda, che all’altro capo è legata attorno al collo della donna con un nodo scorsoio. La donna ha un occhio chiuso e non presta attenzione alle parole di un profeta che le vengono offerte dall’alto: segno che l’idolatria è una scelta consapevole che annebbia sia la ragione, sia la fede.

Una violenza inaspettata

Il Vangelo di questa domenica ci racconta come il Tempio non era più uno strumento per vivere secondo Dio, ma era diventato un sistema economico, di potere, che poco aveva a che fare con l’autentica fede. Per questo Gesù scaccia i mercanti: il culto va liberato, riportato all’autentico dono di se stessi e del proprio corpo. Ma noi, non siamo abituati a gesti del genere. Ci attendiamo sempre un Messia buono, misericordioso, pronto a consolare e a guarire. E qui invece abbiamo a che fare veramente con un gesto forte, un gesto violento, inequivocabile. Un ciclone, che ha come oggetto «coloro che vendono», anche se il loro ruolo è direttamente funzionale alle liturgie e al sostentamento del tempio. Come si potrebbe, del resto, offrire in sacrificio un animale, in onore di Dio, se non lo si trovasse già lì, pronto e perfetto, come vuole la Legge?
Come si potrebbe evitare l’insulto di donare al tempio, e in definitiva a Dio, del denaro che reca l’effigie di divinità straniere? Perché, dunque, Gesù si scatena contro queste persone, la cui presenza è ritenuta, tutto sommato, indispensabile?
Quello che c’è in gioco deve essere estremamente importante se, pur di difenderlo, Gesù ricorre alla forza. Ma di cosa si tratta? Del rapporto con Dio.
Il rischio, pertanto, non dev’essere minimizzato: questa relazione, che costituisce l’asse portante della nostra vita, corre il pericolo di essere, in qualche modo, inquinata, attraversata da un terribile equivoco. Dio non è in vendita, e l’odore del denaro diventa una puzza insostenibile quando proviene da attività svolte all’ombra del sacro, sotto la copertura del tempio, con il pretesto del culto. Dio non è in vendita e coloro che lo fanno credere, o lo danno a intendere col loro comportamento, sono dei blasfemi perché disonorano Dio riducendolo a un’orrida maschera, a un “oggetto” che può essere acquistato. Dio non è in vendita: il suo amore, la sua grazia, non sono il risultato di una transazione commerciale. Chi si illude di poterlo in qualche modo “comperare” si sbaglia del tutto. E si nega, di fatto, un accesso a lui, al suo volto autentico; s’interdice un’esperienza di luce e di pace, che costituisce il tesoro prezioso della nostra esistenza.