Maria Goretti: una lezione attuale

Nel Discorso di Pio XII ai fedeli convenuti a Roma per la canonizzazione di santa Maria Goretti, del 24 giugno 1950, il Papa elencò tutte le virtù per le quali la Maria Goretti è stata riconosciuta santa. «Se è vero – affermava Pio XII – che nel martirio di Maria Goretti sfolgorò soprattutto la purezza, in essa e con essa trionfarono anche le altre virtù cristiane. Nella purezza era l’affermazione più elementare e significante del dominio perfetto dell’anima sulla materia; nell’eroismo supremo, che non s’improvvisa, era l’amore tenero e docile, obbediente e attivo verso i genitori; il sacrificio nel duro lavoro quotidiano; la povertà evangelicamente contenta e sostenuta dalla fiducia nella Provvidenza celeste; la religione tenacemente abbracciata e voluta conoscere ogni dì più, fatta tesoro di vita e alimentata dalla fiamma della preghiera; il desiderio ardente di Gesù Eucaristico, e infine, corona della carità, l’eroico perdono concesso all’uccisore: rustica ghirlanda, ma così cara a Dio, di fiori campestri, che adornò il bianco velo della sua prima Comunione, e poco dopo il suo martirio».
In occasione del centenario della morte di santa Maria Goretti, nel 2002, Giovanni Paolo II scrisse: «La mentalità disimpegnata, che pervade non poca parte della società e della cultura del nostro tempo, fatica talora a comprendere la bellezza e il valore della castità. Dal comportamento di questa giovane Santa emerge una percezione alta e nobile della propria e dell’altrui dignità, che si riverberava nelle scelte quotidiane conferendo loro pienezza di senso umano. Non v’è forse in ciò una lezione di grande attualità? Di fronte a una cultura che sopravvaluta la fisicità nei rapporti tra uomo e donna, la Chiesa continua a difendere e a promuovere il valore della sessualità come fattore che investe ogni aspetto della persona e che deve quindi essere vissuto in un atteggiamento interiore di libertà e di reciproco rispetto, alla luce dell’originario disegno di Dio. In tale prospettiva, la persona si scopre destinataria di un dono e chiamata a farsi, a sua volta, dono per l’altro».
Oggi come allora la Chiesa propone la piccola martire come modello di riferimento per la virtù della purezza, soprattutto per i giovani. Però, nei nostri tempi, c’è molta meno disponibilità a cogliere questa dimensione. Oggi vediamo un aspetto non secondario della testimonianza fino alla morte di Maria Goretti: il senso della propria dignità, il senso della propria integrità.
Il senso del valore della propria coscienza davanti agli altri e a Dio. Questi aspetti vengono ora in maggiore evidenza in tempi nei quali la donna viene trattata come un oggetto di cui ci si può disfare senza troppi scrupoli, anche con estrema violenza.
Nella testimonianza di questo perdono, che fra l’altro condusse l’assassino sulla via della conversione, che rifulge maggiormente la santità di Maria Goretti, perché questa capacità di amare il proprio persecutore e di pregare per lui, l’ha resa davvero simile a Gesù, che sulla croce pregò per i suoi crocifissori, e a santo Stefano, primo martire, che implorò il perdono per coloro che lo stavano lapidando. Il perdono che in punto di morte Santa Maria Goretti diede al suo aguzzino e la conversione dell’assassino, Alessandro Serenelli, il quale visse l’ultima parte della sua vita ospite di un convento dopo aver scontato la condanna ed aver partecipato alla cerimonia di canonizzazione della sua vittima, sono ancora frutti di una estrema attualità. Sono anch’essi due ‘miracoli’: hanno una validità perenne. Bisogna interpretare la capacità di perdonare che viene dalla grazia di Dio che racconta di una apertura d’animo umana e spirituale davvero esemplare che spinge Maria Goretti a dire: voglio il mio assassino come me in Paradiso!.

Santi Pietro e Paolo

Le chiavi di San Pietro, per legarci a Dio e liberarci dalla schiavitù

Nella festa dei Santi Pietro e Paolo, facciamo nostra la fede che riconosce in Gesù non un profeta, non un bravo educatore ma “Il Cristo il Figlio del Dio vivente”. Avere fede significa avere la fede di Pietro che non è frutto di educazione, intelligenza, ragionamenti, “carne e sangue” ma solo dono di Dio. E questo dono ci fa dire una cosa rivoluzionaria: Gesù non è un semplice profeta, un personal trainer dello spirito, un bravo educatore, un esperto incantatore di folle, ma è “Il Cristo il Figlio del Dio vivente”. Ecco perché questa solennità è la festa di un uomo che ha le “chiavi”, nel senso che la sua fede è davvero la chiave di lettura con cui si può realmente vivere e agire: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Legare e sciogliere non sono due modi opposti di agire, ma due modi differenti di fare la medesima cosa: a volte abbiamo bisogno di “legami” che ci salvino (questa è la Chiesa), e altre volte abbiamo bisogno di qualcosa che ci “sciolga” da ciò che ci tiene in schiavitù e impedisce la vita (questa è la Misericordia). Pietro non ha il potere di fare del bene o del male, ha il potere di fare solo il bene in tutte le sue forme: legando e sciogliendo.

Come Pietro e Paolo anche noi siamo la bellezza multiforme dello Spirito

La Chiesa fin dalle sue origini ha risposto alla tentazione dell’uniformità, quella cercata e rovinosamente crollata sotto la Torre di Babele, con la ricchezza della diversità, ricomposta nell’amore. E i santi apostoli Pietro e Paolo ne sono emblema e fondamento. È bello che lungo la storia la Chiesa abbia associato in unica festa i Santi Pietro e Paolo. Essi non solo rappresentano le colonne su cui si poggia la maggior parte dell’esperienza cristiana che conosciamo, ma sono anche il trionfo di quella diversità che la Chiesa fin da subito ha riconosciuto come ricchezza. Infatti in quanto a preparazione, a esperienza, a vissuto personale, a carattere, temperamento e scelte, Pietro e Paolo sono fondamentalmente diversi.
E quando ci si trova di fronte alla diversità la tentazione è sempre quella di voler uniformare a un unico modello, a un’unica idea, ad un’unica modalità. È la tentazione di Babele che pensa che il mondo sarà migliore solo se avrà un’unica lingua, un’unica cultura, un’unica torre. E questo a scapito della diversità e dell’unicità di ognuno. Il contrario di Babele è la Pentecoste. Infatti nell’esperienza del dono dello Spirito, tutti i popoli diversi comprendono il linguaggio degli apostoli senza rinunciare alla propria lingua natia. Ecco perché questa solennità è una festa importante per ognuno di noi, perché ci interroga su quella fraternità e comunione a cui siamo chiamati e che ci domanda di edificare la Chiesa ognuno con il proprio carisma, la propria storia, la propria diversità.
Il Vangelo ci narra le parole che Gesù pronuncia su Pietro, rendendolo la roccia su cui si fonda la Chiesa: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Ma se a Pietro sono riservate le chiavi, a Paolo potremmo dire che Cristo ha consegnato la soglia.
Chi è più missionario di Paolo? In questo modo la Chiesa appare stabile e missionaria.
Capace di raccogliere e capace di spargere. Paolo e Pietro sono le due facce della stessa medaglia, per questo non possono essere pensati mai da soli.

S. Rita da Cascia

Santa Rita è stata, nei fatti e nelle parole, una testimone coraggiosa di Cristo in tutte le sue fasi della vita, come sposa, madre, vedova e consacrata ed ha potuto esserlo proprio in virtù della sua intimità col Signore.
Lei e anche i suoi genitori, erano definiti nella loro comunità col termine di “pacieri”, perché aiutavano le persone e le famiglie in lite a ritrovare accordo, perdono e pace. Lei stessa, pur avendo vissuto il dramma dell’assassinio di suo marito, ha perseverato nella via della pace: via apparentemente più difficile, ma in realtà l’unica in grado di portare verso la salvezza. Ed ecco che custodire la pace, nel nostro cuore prima, e con gli altri poi, è il segreto per poter essere segno di riconciliazione nel nostro ambiente. Per questo ogni volta che vogliamo aver cura della verità, che vogliamo essere testimoni autentici del Vangelo, ricordiamoci di essere sempre e comunque segno di amore. Alla base di tutto questo, c’è il coltivare una profonda intimità nel nostro cuore col Signore che ci suggerirà, se lo ascoltiamo, i modi più opportuni per poter agire e parlare (o anche per saper attendere) nelle varie situazioni.

San Biagio, il mal di gola e le candele

Alla festa della presentazione di Gesù al Tempio, segue il 3 febbraio la benedizione col tocco delle candele benedette e con l’invocazione: «Per intercessione di san Biagio, vescovo e martire, ti liberi il Signore dal male di gola e da ogni altro male». Perché proprio san Biagio? Secondo una tradizione agiografica Biagio nacque nella seconda metà del III secolo nella comunità armena di Sebaste, fu medico e per le sue virtù e la sua vita esemplare la popolazione lo acclamò vescovo. Ma lui, seguendo una ispirazione dello Spirito Santo, si ritirò in una grotta sui monti, protetto da bestie feroci che gli erano affezionate come animali domestici. Proprio gli animali, tuttavia, finirono con il tradirlo. Nel 316, durante la persecuzione dei cristiani dell’imperatore d’Oriente Licinio, i soldati del governatore Agricola erano alla ricerca di leoni, tigri, orsi per il circo nel quale dovevano essere esposti i cristiani. Ne videro un certo numero davanti alla grotta di Biagio e con un’unica operazione arrestarono il santo e catturarono gli animali. Biagio non abiurò la fede e venne condannato a morte. Fu picchiato e scorticato vivo con dei pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana, e infine decapitato. Mentre attendeva l’esecuzione Biagio operò alcuni miracoli. Un giorno si presentò alla sua cella una madre disperata, il figlio stava per soffocare per una lisca che gli si era conficcata in gola: il santo benedisse il ragazzo che guarì. In un’altra occasione si presentò una povera donna cui un lupo aveva divorato il maiale: il santo le restituì il suino, mentre la donna gli regalò una candela. Biagio le promise la sua particolare benedizione associata all’offerta annuale delle candele.

Sant’Agnese: una vita di fede, devozione e sacrificio

Sant’Agnese, una delle più illustri martiri della Chiesa Cattolica, è stata onorata con l’iscrizione nel Canone Romano La sua breve ma intensa vita si erge come un esempio di fede e dedizione indomabile. Attraverso il racconto di Santa Agnese, emerge un messaggio potente di sacrificio, fede e coraggio, che continua a ispirare le generazioni a venire.
La narrazione della vita di santa Agnese si basa su fonti talvolta incerte e addirittura contraddittorie, rendendo difficile la distinzione tra leggenda e storia.
Presumibilmente nata alla fine del III secolo d.C. a Roma, da genitori cristiani e nobili patrizi, subì il martirio in giovane età, tra i 12 e i 13 anni, durante l’ultima persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano, tra il 303 e il 313 d.C.
I suoi genitori, devoti credenti, le trasmisero fin da bambina i principi fondamentali del cristianesimo, gettando le basi della sua breve ma profonda esistenza, interamente consacrata a Dio.
La sua straordinaria bellezza e ricchezza suscitarono l’interesse di molti giovani nobili desiderosi di farla loro sposa. Tuttavia, Sant’Agnese scelse di abbracciare il celibato, consacrando la sua vita esclusivamente a Dio. Questa scelta non fu ben accolta nella società del suo tempo, in particolare dal figlio del Prefetto, il quale si innamorò della giovane Agnese, solo per esserne respinto.

La Persecuzione e il Martirio

La sua ferma risolutezza nel mantenere la verginità per amore della sua fede scatenò l’ira di molti.
In un’epoca in cui le persecuzioni contro i cristiani erano all’ordine del giorno, Agnese fu accusata di professare il cristianesimo. Non si lasciò intimidire e rifiutò di bruciare incenso in onore dei falsi dèi.
Il prefetto, nel tentativo di spaventarla, ordinò che fosse condotta nei bordelli per essere violata da uomini immorali. Tuttavia, si narra che solo un uomo ebbe il coraggio di avvicinarsi, ma subito dopo perse la vista. Fallito il vile tentativo di convertirla al paganesimo, Agnese fu condannata a morte per decapitazione.
La sua esecuzione avvenne con grande coraggio, e il suo corpo fu sepolto in una tomba vicino alla Via Nomentana a Roma.
Secondo la tradizione, dopo la sua morte, si verificarono miracoli e prodigi presso la sua tomba.
La vita di Sant’Agnese si erge come un faro di ispirazione per i credenti, incoraggiandoli ad abbracciare una vita di fede, dedizione e sacrificio. La sua storia invita a riflettere sul proprio percorso spirituale e a impegnarsi per uno scopo più elevato. Sant’Agnese, vergine e martire, non è soltanto una figura storica; incarna l’essenza della devozione e del sacrificio senza compromessi.

La Benedizione degli Agnelli e la Tradizione dei Palli

La festa di Sant’Agnese, celebrata il 21 gennaio, commemora il suo martirio e la sua dedizione alla fede cristiana. Spesso, Sant’Agnese è raffigurata con un agnello, simbolo della sua purezza e del suo nome, che in latino significa “agnello”. Da questa connessione è nata un’usanza legata alla Santa.
Ogni anno, ancora oggi, il 21 gennaio, giorno della sua festa, degli agnelli vengono benedetti presso la basilica romana di Sant’Agnese fuori le mura, costruita sulla sua tomba. In seguito, gli agnellini sono donati al pontefice, che, secondo l’usanza secolare, li affida alle monache benedettine del convento di Santa Cecilia. Queste si prendono cura degli agnelli fino alla primavera, quando verranno tosati.
La lana degli agnelli svolge un ruolo significativo, destinata a confezionare i palli, paramenti che ricoprono le spalle del Santo Padre e degli arcivescovi. Durante la Festa dei Santi Pietro e Paolo, il papa stesso donerà i palli agli arcivescovi. Questi palli simboleggiano il ruolo del vescovo come pastore, creando un legame tangibile tra la tradizione legata a Sant’Agnese e il simbolismo liturgico della Chiesa.

Sant’Antonio, Abate, eremita e patrono degli animali

Sant’Antonio abate, uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356.
Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l’Oriente.
È festeggiato in tutta Italia, da Nord a Sud, con la benedizione degli animali e l’accensione dei falò. 
Perché il suo culto è associato all’allevamento dei maiali? Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore. In questa chiesa a venerarne le reliquie, affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segala, usata per fare il pane. Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come “ignis sacer” per il bruciore che provocava. Per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli Antoniani. Il Papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio”; per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.
Nel giorno della sua festa liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici.

San Giacomo, il maggiore: apostolo

Pescatore di uomini
Giacomo, fratello dell’apostolo Giovanni, è detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo. La sua vita cambia radicalmente quando accoglie l’invito di Gesù a diventare “pescatore di uomini”. Andando oltre – si legge nel Vangelo secondo Matteo – Gesù “vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono”. Di carattere impetuoso, lui e suo fratello sono chiamati da Gesù stesso con l’appellativo di “boanergés” (figli del tuono).

Sul monte della Trasfigurazione e su quello dell’agonia
Giacomo è testimone della gloria di Gesù, dell’evento della Trasfigurazione: “Gesù – scrive l’evangelista Matteo – prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce”. L’apostolo è anche testimone dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani: “Presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni – si ricorda nel Vangelo di Marco – cominciò a sentire paura e angoscia”.

Primo apostolo martire
Gesù gli preannuncia il martirio. “Potete bere – scrive Matteo – il calice che io sto per bere?”. Giacomo e Giovanni gli rispondono: “Lo possiamo”. La sua morte è descritta negli Atti degli Apostoli: “In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni”. Dopo la decapitazione, secondo la Legenda Aurea del frate domenicano Jacopo da Varagine, il suo copro viene traslato in Spagna.

La tomba di Giacomo
Secondo la tradizione, nell’831, dopo un prodigioso fenomeno luminoso in prossimità del monte Liberon, viene scoperto un sepolcro con la scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e di Salome”. Il luogo viene denominato campus stellae (“campo della stella”), nome da cui deriverà poi quello della città di Santiago di Compostela. Nel 1075 inizia la costruzione della basilica a lui dedicata e fin dal Medioevo, il Santuario è meta di pellegrinaggi, prima da tutta Europa e poi da ogni parte del mondo.

Il cammino di Santiago
Il Cammino di Santiago è una delle vie più importanti della storia e della cristianità. 
Scrive Paulo Coelho: “Lo Spirito dei vecchi pellegrini della Tradizione ti accompagna nel viaggio. Il cappello ti ripara dal sole e dai cattivi pensieri; il mantello ti salva dalla pioggia e dalle cattive parole; il bastone ti protegge dai nemici e dalle cattive azioni. La benedizione di Dio, di San Giacomo e della Vergine ti accompagni per tutte le notti e tutti i giorni”.

Maria Goretti: vivere la fede con semplicità e senza formalismi

La vita di Marietta, la sua breve vita, il suo sviluppo e la sua conclusione, non hanno spiegazioni logiche, almeno secondo un tipo di logica centrata su di sé. C’è una logica diversa che la spinge a mettere da parte la sua infanzia a trascurare i suoi diritti, a spendersi fino all’esaurimento delle forze, a mettere coscientemente fine alla sua vita a neanche a 12 anni, a vedere accanto a sé il suo assassino. Eppure Marietta non ha fatto che applicare la logica di fede incarnata in famiglia.
Diranno di lei: “Era obbedientissima ai genitori, a lei potevi affidare qualsiasi incarico sostenibile con la sua età. Fin d’allora incominciò a essermi di aiuto nella cura della casa e dei fratelli minori.” Alla morte del papà cominciò a maturare la risposta alla chiamata di Dio. Il papà non avrebbe più sostenuto la famiglia: ma la fede del padre della madre aveva già messo radici nel suo cuore.
Lei dice: eccomi sono a disposizione completa della famiglia. Sono una piccola serva del Signore attraverso il servizio della mia famiglia. “Mamma, tu prendi il posto di papà e io penserò alla casa. Mamma non piangere, coraggio che paura hai; la Provvidenza ci aiuterà, camperemo!” E la piccola Marietta, nove anni e mezzo, si offre volontariamente a servetta di casa. E si vede che lo fa col cuore, diventa mamma, educatrice, lavoratrice, in tutto mettendo dentro ogni piccolo servizio un cuore infinito. Proprio questa scelta la rendeva felice e realizzata. – Sembrava una “farfalletta” ripeteva la mamma, facendo il ritratto più poetico della figlia. Un ritratto pieno di serenità: mai un lamento, un “basta non ce la faccio più” un “tocca sempre a me” un … – Il segreto di tutto è la FEDE. La madre dirà: “La preghiera le era indispensabile come l’aria che respirava”.
La sua forza: “Mamma, quando faccio la Prima Comunione? Io voglio Gesù!”.

Santo del mese: San Vincenzo Grossi

Il fondatore dell’Istituto delle Figlie dell’Oratorio, Vincenzo Grossi, nasce a Pizzighettone (CR) il 9 marzo 1845 da Baldassarre e Maddalena Capellini, penultimo di dieci figli. Il padre è mugnaio e tutta la famiglia è impegnata in questo lavoro. Il clima familiare favorisce in Vincenzo una armonica crescita umana, basata sui valori della laboriosità, dell’onestà, della fortezza, e una buona vita cristiana, grazie all’esempio dei genitori e all’inserimento nella comunità parrocchiale. A proposito di questo periodo usava dire “la scuola più bella è quella della mamma”.
A undici anni, dopo avere ricevuto per la prima volta Gesù Eucaristia, Vincenzo incomincia a sentire l’attrattiva verso la vita sacerdotale e il dono totale al Signore. Si confida con la mamma, desidera entrare in seminario, come già il fratello Giuseppe, ma le realistiche motivazioni del padre impongono una attesa: è urgente il contributo di Vincenzo, ragazzo forte e di buona volontà, nel lavoro al mulino.
Vincenzo non si scoraggia e nel corso degli anni il suo ideale si rafforza. Unisce la doppia fatica del lavoro e dello studio. Attende “l’ora di Dio”, secondo una espressione che gli diverrà abituale.
Nel frattempo si fa un programma di vita ed è fedele nell’osservarlo. La pazienza e la perseveranza creano il terreno adatto per la sua entrata in Seminario, che avviene nel 1874, a diciannove anni.
Vincenzo si applica con profitto agli studi e ottiene buoni risultati: è gioviale, vivace e disciplinato.
Si dedica all’apostolato fra i più giovani, manifestando un positivo ascendente nei loro confronti.
Vincenzo Grossi viene ordinato nella Cattedrale di Cremona il 22 maggio 1879.
Dopo le prime esperienze pastorali, viene quindi nominato parroco di Regona, frazione di Pizzighettone, dove rimane per dieci anni. La posizione marginale, l’ambiente semplice e rurale, la povertà diffusa, l’indifferenza religiosa non scoraggiano il giovane sacerdote, il quale trova nella preghiera la forza per vivere l’intimità con Gesù che si traduce nella sollecitudine verso il suo popolo.
Don Vincenzo dà ai propri parrocchiani il solido nutrimento dell’Eucaristia e della Parola di Dio.
Prega, studia, prende l’iniziativa di aprire la propria casa ai ragazzi per il catechismo, per dare un po’ di istruzione, perché possano giocare in un luogo sicuro e anche trovare un po’ di cibo che possa compensare la povertà della mensa familiare. Don Vincenzo tollera gli schiamazzi e anche i danni alle sue suppellettili. La sua preoccupazione e il suo conforto vengono dalla certezza che quando i ragazzi sono con lui possono stare lontani dai pericoli materiali e morali. Per se stesso sceglie uno stile connotato dalla povertà; dà la parte migliore ai più bisognosi, nei quali vede il volto di Cristo, e alle missioni, per favorire l’espansione del Regno di Dio. Si dedica assiduamente all’amministrazione del sacramento della confessione e alla direzione spirituale. Invita all’apertura della coscienza, perché la Grazia possa meglio agire anche attraverso la sua umanità. Tempra la propria personalità volitiva con la pazienza dell’agricoltore che getta il seme, ma non pretende di vedere subito il frutto della propria fatica. Impara ad accogliere anche gli insuccessi e le contraddizioni. Accetta di “morire” nella piccolezza del quotidiano, come il seme che può portare molto frutto dopo che si è donato. Confronta la propria fede con un ambiente sociale in rapida evoluzione.
Tante situazioni lo interpellano, lo fanno pensare, coinvolgono la sua coscienza di credente e di pastore.

Santo del mese: Beato Carlo Gnocchi

In questo anno pastorale sulla santità ogni mese metteremo in evidenza una figura di santo, a noi particolarmente vicino (del nostro territorio).
Conosceremo meglio la sua vita e alcuni suoi pensieri.
L’infanzia
Carlo Gnocchi nacque a San Colombano al Lambro, in provincia di Milano ma molto vicino a Lodi, il 25 ottobre 1902. Il padre, Enrico, era un marmista, mentre la madre, Clementina Pasta, lavorava come sarta e si occupava della casa. Fu battezzato cinque giorni dopo la nascita coi nomi di Carlo Fortunato Domenico nella chiesa parrocchiale del suo paese.
Alla morte del padre, ammalato di silicosi per via del suo lavoro, Carlo si trasferì con la famiglia a Milano, dove ricevette il sacramento della Cresima presso la parrocchia di Sant’Eufemia il 19 maggio 1910.
Nell’anno scolastico 1914-1915 fu allievo dei Salesiani.
La vocazione al sacerdozio e la formazione
Avvertita la vocazione al sacerdozio, nel 1915, anno in cui perse il fratello Andrea (un altro fratello, Mario, era invece morto nel 1909) entrò nel Seminario della diocesi di Milano, nella sede di Seveso.
Tre anni dopo passò alla sede di Monza per frequentare il liceo, ma per ottenere il diploma di maturità
dovette sostenere l’esame nel liceo statale Berchet di Milano.
Nel 1921, quindi, passò al Seminario maggiore nella sede di corso Venezia a Milano.
Venne ordinato sacerdote il 6 giugno 1925 dall’arcivescovo di Milano, il cardinal Eugenio Tosi.
Celebrò la Prima Messa lo stesso giorno a Montesiro di Besana Brianza, il paese dove trascorreva le vacanze ospite di una zia e dove la madre si era trasferita quando lui era entrato in Seminario.
I primi incarichi
Il primo incarico di don Carlo fu quello di vicario parrocchiale incaricato dell’oratorio (o coadiutore) della parrocchia di Santa Maria Assunta a Cernusco sul Naviglio, ma già l’anno successivo ebbe una nuova destinazione: San Pietro in Sala, a Milano. Nel 1928 don Carlo fu nominato dal cardinal Tosi cappellano dell’Opera Nazionale Balilla. Il successore, il cardinal Alfredo Ildefonso Schuster (Beato dal 1994), gli diede cinque anni dopo l’incarico di assistente spirituale del GUF (Gruppo Universitari Fascisti) di Milano.
Fu sempre il cardinal Schuster a chiamarlo ad assumere il ruolo di direttore spirituale dell’Istituto Gonzaga di Milano, diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Lì ebbe l’opportunità di conoscere meglio l’uomo inquadrato nella società, i giovani, ma anche le loro famiglie e l’ambiente, affinando così la sua passione
e la sua sensibilità come educatore.