Agnese: volto di una fede profonda che rende puri e belli

Credere in Cristo significa mantenere il cuore puro, perché chi accoglie Dio in sé accoglie la fonte primaria della bellezza e quindi della purezza. Sant’Agnese per la tradizione è proprio l’icona di una fede che rende puri e belli – e quindi profeti – agli occhi del mondo. Figlia di una famiglia patrizia romana, a 12 anni fu vittima della persecuzione scatenata dall’imperatore (forse Decio nel 250 o Diocleziano nel 303) contro i cristiani. Un giovane si era invaghito di lei ma venne respinto, perché Agnese aveva scelto di consacrare a Dio la propria verginità. Venne così denunciata come cristiana e condannata: fu esposta nuda nei pressi di quella che oggi è piazza Navona, ma nessuno poté avvicinarsi. Un uomo che aveva provato a toccarla era morto, anche se era tornato in vita
poco dopo per intercessione della stessa martire. Cercarono di ucciderla gettandola nel fuoco, ma le fiamme si estinsero lasciandola illesa; infine venne uccisa con un colpo di spada alla gola, come un agnello. La figura di Agnese ha rappresentato l’innocenza giovanile, la mite e determinata inclinazione al bene, la forza intrepida della fanciulla che sboccia alla vita e non tradisce minimamente quello che ama, illuminata dalla fede e dalla saggezza. L’ostinazione, caratteristica dell’adolescenza, può tramutarsi in visione cosciente della realtà della vita, allorché è illuminata dalla sapienza e dalla nobiltà d’animo: molti fatti esemplari narrano di adolescenti, giovani, che hanno saputo affrontare i pericoli e la morte con coraggio, forza e determinazione, che stupiscono considerando la loro età.
Agnese mantiene anche l’incanto di una bontà naturale, di una bellezza illuminata dalla Grazia, dalla naturale benevolenza e innocenza che disarmano nella figura di una fanciulla. 

Cirillo e Metodio: i giganti dell’evangelizzazione nell’Europa dell’Est

Originari di Salonicco (Grecia), i due fratelli furono zelanti evangelizzatori popoli slavi nel corso del IX secolo e dichiarati nel 1980 compatroni d’Europa da Giovanni Paolo II, per quella loro straordinaria capacità di inculturare la fede in ambienti pagani di cultura diversa da quella greco-romana. A loro si deve l’invenzione di quella peculiare scrittura che va sotto il nome di “cirillico”, alfabeto che servì per tradurre in lingua slava la Bibbia.
A chi non si ferma a ciò di cui parlano tutti, dietro il profilo di san Valentino, si scorge il giganteggiare dei due fratelli greci Cirillo e Metodio che evangelizzarono ampie regioni dei Balcani, e che la Chiesa ricorda lo stesso giorno, attribuendo anzi alla loro memoria liturgica il rilievo di “festa”.
Una giornata nella quale la gioia della Chiesa si intreccia con la storia e la costruzione dell’Europa.
L’identità europea certamente non sarebbe la stessa senza il contributo di questi due protagonisti di un’avventura missionaria con pochi eguali nell’espansione del cristianesimo.  I due fratelli contribuirono in modo decisivo a estendere a Est l’idea cristiana di uomo e di società creando le condizioni per il consolidarsi di una civiltà che – pur assai differente per lingua e tradizioni – nel nome della comune fede si sente come profondamente unita a quella diffusa nell’Europa occidentale. «La loro opera – scrive Wojtyla – costituisce un contributo eminente per il formarsi delle comuni radici cristiane dell’Europa, quelle radici che per la loro solidità e vitalità configurano uno dei più solidi punti di riferimento, da cui non può prescindere ogni serio tentativo di ricomporre in modo nuovo e attuale l’unità del continente».