Comunità Sanfioranese – Dicembre 2020

E’ arrivato il nuovo numero di Comunità Sanfioranese!
All’interno di questo numero:

  • Un inserto tutto a colori per festeggiare i 50 anni di Comunità
  • Gli appuntamenti del mese di Dicembre
  • Il saluto di Don Domenico Arioli
  • …e tante altre notizie!

Gli abbonati riceveranno la propria copia nelle loro abitazioni.
I non abbonati possono acquistarlo in edicola.

Vi ricordiamo, inoltre, che è partita la campagna abbonamenti per il 2021.

I monti di Dio: Sion-Moria

1 Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?

Salmo 121

In questo mese la nostra riflessione sarà a questo secondo  Monte. Cosa scopriamo fermandoci su questo monte?

L’identificazione tra Sion e monte Moria: monte della Fede (1)

Il monte Sion è stato identificato da parte della tradizione ebraica e cristiana prima e poi anche da parte di quella musulmana, con un altro monte, che è radicale per tutte e tre le religioni monoteiste, ovvero il monte di Abramo, il monte Moria, monte che non è rintracciabile in nessun atlante.
Che cos’è il monte Moria? È per eccellenza il monte della fede.
Sappiamo che nel racconto del capitolo 22 della Genesi, una pagina tra l’altro di straordinaria fragranza non solo teologica, ma anche narrativa, Abramo si trova di fronte alla prova più ardua della sua fede. Dio infatti lo invita quasi a smentire se stesso: Isacco non era forse il figlio della promessa e quindi il dono di Dio per eccellenza? Come andare contro la promessa stessa di Dio per ordine dello stesso Dio, uccidendo Isacco, cancellando per ciò stesso il senso della promessa? Si tratta qui, dunque, di un’esperienza che è l’esperienza più lacerante possibile, più tenebrosa. In quel momento appare un Dio amato e crudele allo stesso tempo e Abramo deve credere in lui correndo il rischio estremo, il rischio dell’assurdo, perdendo tutte le ragioni del credere, comprese le ragioni stesse della fede, cioè il figlio suo, dono di Dio.
È per questo motivo che l’autore sacro, nel descrivere i tre giorni di viaggio per ascendere le pendici del monte Moria, mette in scena un dialogo tra Abramo e suo figlio continuamente ritmato sulle relazioni di paternità e filiazione: “padre mio”, “figlio mio”, si dicono continuamente tra di loro, aggrappandosi all’unico valore che essi hanno, quello della paternità e della filiazione, cioè a un valore umano, in quanto non c’è più ormai alcun valore evidente di fede che possa aiutare in questo pellegrinaggio verso l’assurdo. E lassù sul monte, alla fine, si consuma il dramma. La madre, quando stacca il figlio da sé, compie un gesto che a lei costa, ma alla fine risulta un gesto d’amore perché in quel momento il figlio diventa finalmente una creatura libera che cammina per il mondo da sola. Il gesto che Dio fa sul monte Moria vuol significare dunque che il credere deve essere frutto totale e assoluto di una decisione libera dell’uomo, non dipendere cioè dall’aver ricevuto dei doni, con la relativa certezza quindi che il credere sia simile a un evento economico, un dare e ricevere. È per questo motivo allora che nel finale si dà del monte Moria un’etimologia che, come spesso succede nelle etimologie bibliche, filologicamente non è probabilmente fondata: secondo tale etimologia il significato del termine sarebbe “là sul monte Dio provvede”; è dunque il monte della provvidenza di Dio, dell’amore di Dio nei confronti della sua creatura.

Il personaggio dell’Avvento

Il figlio dello Stupore: Giovanni

Il battezzatore, il profeta austero dalla parola di fuoco come Elia, che richiama tutti alla conversione. E che sperimenta, come noi, i dubbi della fede. Nel cammino di Avvento si incontrano una serie di personaggi biblici che, con il loro atteggiamento, ci possono aiutare a preparare il grande evento del Natale. Fra questi c’è il figlio dello stupore, il profeta  Giovanni “il battezzatore”.

Quante sollecitazioni ci propone Giovanni! Quanto possiamo imparare dalla sua storia potente e drammatica! Ma anche essenziale e spirituale …

– Il Battista, con la sua esistenza, proclama il primato di Dio sulla storia, richiama tutti a uscire da uno stile di vita di fede ripetuto in modo meccanico e immobilista per incontrare l’inaudito di Dio. Persone ragguardevoli e devote come i farisei sono duramente criticate perché la loro grande fede è rovinata da un ritualismo e da un moralismo esasperati. Giovanni li scuote. Ma lo fa anche per noi: siamo chiamati a interrogarci continuamente sul rischio dell’abitudine alla fede.  Anche la più autentica devozione rischia di sconfinare nell’esteriorità, svuotando la fede dall’incontro con Dio.

Giovanni è onesto: lui non è il Cristo. Potrebbe pensarlo: gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristo). Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza. Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è opportunità e non mortificazione, possiamo diventare liberi per accogliere il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca. Solo entrando nel profondo di noi stessi possiamo trovare la nostra vera identità in Dio.

– Chi sei, allora? Chi siamo, allora? La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei ciò che guadagni, sei ciò che conti, sei quanto urli. Giovanni sa che non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che mai siamo ciò che possediamo o facciamo. Giovanni ha pensato e ha capito, l’attesa spasmodica di un Messia ha creato dentro di lui uno spazio che saprà riconoscerlo e riconoscersi. Dio ci svela cosa siamo in profondità.

Infine, al Giovanni dubbioso (consolante che il più grande fra i credenti lo sia stato!) Gesù offre una strada: elenca i segni messianici profetizzati da Isaia e dice a suo cugino: “Guardati intorno, Giovanni”. Guardiamoci intorno e riconosciamo i segni della presenza di Dio: quanti amici hanno incontrato Dio, gente disperata che ha convertito il proprio cuore, persone sfregiate dal dolore che hanno imparato a perdonare, fratelli accecati dall’invidia o dalla cupidigia che hanno messo le ali e ora sono diventati gioia e bene e amore quotidiano, crocefisso, donato.  Guarda, Giovanni, guarda i segni della vittoria silenziosa della venuta del Messia.

Un posto preparato per il Signore: l’etimàsia

Il tempo di Avvento possiede una doppia dimensione, quella storica nella memoria dell’incarnazione del Figlio di Dio, e quella escatologica nell’attesa della parusia del Signore risorto. Il primo Prefazione dell’Avvento è chiarissimo al riguardo: “Verrà di nuovo nello splendore della sua gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa”.

Ho scoperto che nell’arte esiste un segno che valorizzeremo per tutto il tempo di Avvento.

Si tratta dell’etimàsia, che significa preparare.

L’etimàsia sta ad indicare un trono vuoto, un trono preparato, appunto. Predisporre un’etimàsia in una zona del presbiterio significa preparare un posto per il Signore. Con scelta audace, durante il tempo di Avvento, ho posto una sedia vuota collocata davanti all’altare, con le quattro candele che indicano la nostra attesa. E Lui sarà il benvenuto.

Il tempo dell’Avvento

All’inizio del tempo di avvento è necessario domandarci: che rispetto abbiamo del luogo di culto che è la nostra Chiesa? La viviamo veramente come luogo di preghiera, luogo dell’incontro con il Signore?

Varchiamo la porta della chiesa con rispettosa cortesia, cerchiamo di non fare rumore, evitiamo ogni distrazione, conserviamo il silenzio?

Il nostro modo di stare seduti, in piedi, in ginocchio è un modo educato e composto? Esprime ciò che significa? Il nostro segno della croce, le nostre genuflessioni, i nostri inchini sono davvero fatti bene con devozione, con eleganza oppure sono frettolosi, impropri, inguardabili?

Ogni gesto è manifestazione esteriore della nostra fede. Ogni luogo che frequentiamo richiede il rispetto di certe norme comportamentali, lo stesso vale per la Chiesa. Abbiamo davvero zelo per la casa di Dio e per Dio che vi dimora?