La fine fa capire l’inizio. E le ultime parole terrene di Benedetto XVI sono state: «Gesù ti amo». Erano il senso di tutta un’esistenza dedicata a Dio e alla Chiesa. Non poteva esserci miglior conclusione. L’inizio aveva preso le mosse nella Germania dopo la Prima guerra mondiale, con la sua sconfitta. Joseph Ratzinger, infatti, nasceva il Sabato Santo 16 aprile 1927 in una modesta famiglia, che aveva le sue radici tra il Tirolo e la Baviera, e che viveva di una fede semplice e profonda. Il mite Joseph affrontò gli anni duri del periodo tra le due guerre mondiali e fu costretto da adolescente, diciassettenne, a indossare l’uniforme militare. Erano tempi di guerra e violenza, ma lui conosceva l’amore della famiglia ed era preso dall’amore di Dio, tanto che entrò in seminario e divenne prete, per amare Dio soprattutto e sopra tutti. Ma servendo i fratelli. E lui capì che il suo servizio passava per la scienza massima dell’amore, la teologia. E alla fine della vita dirà giustamente: «Gesù ti amo». Cosa è successo nel mezzo di questa esistenza? Il ragazzo di campagna non solo è divenuto prete, ma anche uno dei maggiori teologi cattolici del Novecento e del XXI secolo, arcivescovo e cardinale di Monaco di Baviera, prefetto del Sant’Uffizio, pontefice e primo Papa emerito della storia. Non male per un timido ragazzo di campagna. In tutti questi ruoli troviamo un filo rosso che, nella sua elezione a pontefice, è divenuto anche un patrimonio per l’intera Chiesa. Ratzinger in tutta la sua esistenza non ha voluto dire e indicare nient’altro che “Dio”. Sembra ovvio per un sacerdote e soprattutto per un Papa, ma non lo è. Nella storia si sono avuti Papi intellettuali (da Pio II a Benedetto XIV e non solo), Papi di governo (come Gregorio XVI e Leone XIII), Papi di ogni tipo (da Benedetto IX a Giulio II), ma in Ratzinger c’è tutta un’esistenza intellettuale, pastorale, accademica, musicale, umana e di governo che ruota costantemente e continuamente intorno a Dio, senza divagazioni o distrazioni. La sua vita è stata una battaglia per Dio, anche e soprattutto nei suoi scontri teologici e dottrinali. Una vita dietro la cattedra universitaria, sopra una cattedra (episcopale e papale), dietro una scrivania, in biblioteca e al pianoforte, una vita apparentemente tranquilla e pacifica, ma in realtà è stata un’esistenza di battaglia intellettuale vera. Una di quelle vite che si sono spese per dire la verità di Dio in tempi in cui a livello teologico e di fede succedeva di tutto e il contrario di tutto.
Ratzinger non si è tirato indietro. E allora ha parlato della verità di Dio, dell’interpretazione del concilio Vaticano II inteso come una riforma nella continuità, dell’incarnazione della fede che genera cultura, come quella europea e occidentale, nonostante i loro esiti ultimi deleteri, che tolgono sempre più spazio alla religione nello spazio pubblico e non mancano di persecuzioni religiose. Ha tentato di dare spazio e voce al contributo dell’intelligenza della fede a partire dall’incontro con Cristo. È una esperienza, quella con Gesù di Nazareth, vero Dio e vero uomo, a cambiare l’esistenza dei credenti. E questa fede che entra in dialogo con tutti dentro lo spazio della laicità. Dialoga per dare il suo contributo culturale, dialoga per permettere alla ragione di non cadere nei totalitarismi che il giovane Joseph aveva conosciuto (nella sua Germania ci fu prima il nazismo nel 1933 e poi, nella parte orientale, il comunismo dopo il 1945). Questo Ratzinger è stato la scommessa di Paolo VI, che l’ha voluto arcivescovo e cardinale, e la salda colonna di Giovanni Paolo II, che l’ha voluto al suo fianco a capo del Dicastero per la dottrina della fede. Una promessa per un Papa e una certezza per un altro. E per Giovanni Paolo II anche un amico. Cosa ha lasciato Benedetto XVI alla Chiesa? Il suo pontificato rifugge da ogni rigida categoria. È possibile comprenderlo solo nell’ottica della riforma ecclesiale, e in particolare della riforma papale.
Il papato di Ratzinger ha centrato il confronto con il mondo intorno ai temi antropologici, a difesa della persona e della famiglia. A causa di questa bella e combattiva vita, Benedetto XVI verrà ricordato nel corso di quest’anno con iniziative previste in tutto il mondo promosse da Diocesi, Università, Case editrici, Tv e radio. Il ricordo di Joseph Ratzinger vuole essere un rilancio del suo pensiero e soprattutto della sua sensibilità ecclesiale, quale contributo per il nostro tempo di spaesamento e cinismo. Si intende presentare l’eredità di Benedetto XVI come una provocazione per l’uomo di oggi in un approccio intergenerazionale affinché molti giovani o meno giovani possano dire con convinzione, come Ratzinger “Gesù ti amo”.