Perdono di assisi

L’indulgenza plenaria concessa quotidianamente alla Porziuncola di Assisi si estende, in questi due giorni a tutte le chiese del mondo. Per ottenere, grazie all’intercessione di San Francesco, il “Perdono di Assisi”, per sé e per i Defunti, è necessario accostarsi al Sacramento della Confessione, partecipare alla Messa, rinnovare la propria fede con il Credo Apostolico o Nicenocostantinopolitano, pregare il Padre nostro secondo le intenzioni di Papa Leone XIV^.

“Io non ti dimenticherò mai”

LEONE XIV PER LA VI GIORNATA DEI NONNI E DEGLI ANZIANI

Cari fratelli e sorelle,
per bocca del profeta Isaia il Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi. Ci assicura che i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani (Is 49,16) e che il suo amore è più grande di quello di una madre per suo figlio (Is 49,15). Il profeta ci lascia intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno e al popolo stesso dandogli del “tu”. Anche oggi possiamo leggere queste parole riferite a ciascuno di noi, e ognuno può sentire quel “Non ti dimenticherò mai” rivolto a sé.
Sono parole che riempiono di consolazione e di fiducia. Esse sono la risposta a un angoscioso sentimento che agita il cuore: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (Is 49,14). Quante volte nella Sacra Scrittura, in particolare nei Salmi, la preghiera nasce dallo smarrimento di chi ha l’impressione che la propria vita non rivesta interesse per nessuno e venga trascurata! La dolorosa sensazione di essere dimenticati accomuna purtroppo molte persone, e tra queste non poche sono anziane.
L’amore di Dio, che invece non dimentica nessuno, si offre come atto di giustizia e risposta all’anonimato, nel quale troppo spesso la vita umana finisce per smarrirsi. Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare, sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio. È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al numero del suo letto o alla sua patologia.
La celebrazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani è un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio. Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profeta “Io invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso incontro. «In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 239).
La Chiesa conosce la sofferenza dei suoi figli più anziani, sa bene che troppo spesso si guarda a loro con pregiudizio e li si considera un peso; è consapevole che un’economia incentrata sul profitto indebolisce i legami familiari; sa che molti anziani vengono lasciati dai figli costretti a migrare o, in alcuni casi, a combattere in guerra. Per ognuno di questi motivi, è lieta di annunciare la promessa del Signore: “Io invece non ti dimenticherò mai!”.
È dolce, ad ogni età, ma specialmente quando non si è più giovani, scoprire, come disse il Beato Giovanni Paolo I, che siamo destinatari «da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre» (Angelus, 10 settembre 1978). Anche se non viene spontaneo pensare così, la verità è che nemmeno da vecchi cessiamo di essere figli e figlie, e perciò resta valido, ogni giorno, l’invito a tornare tra le braccia di Dio, il cui amore è paterno e materno insieme.
La scoperta della tenerezza di Dio, per molti, avviene nel corso dell’esistenza, talvolta proprio nell’ultimo tratto della vita. Sempre più spesso, infatti, a differenza del passato, è possibile diventare anziani senza aver avuto una reale esperienza di fede. L’età avanzata, in questo caso, a partire dalle domande che in questa stagione della vita con più urgenza ci si pone, può divenire il tempo opportuno per iniziare o riprendere una vita spirituale. In questo nuovo cammino si può riconoscere che Dio, come dice Sant’Agostino, «è madre perché riscalda, perché nutre, perché allatta, perché custodisce» (Commento al Salmo 26, II, 18). È una consapevolezza che aiuta a non provare vergogna della fragilità che emerge e anche a comprendere che tutti, sempre, siamo bisognosi gli uni degli altri e mendicanti di attenzione e di cura. A Dio, che si fa prossimo e che impariamo a riconoscere nella sua tenerezza, possiamo ora rivolgerci con fiducia filiale nella preghiera. Non è mai troppo tardi per iniziare a rivolgersi a Lui. Può essere un grande dono per tutti.
Cari anziani e anziane, Papa Francesco parlava di voi come di un “nuovo popolo” (Catechesi, 23 febbraio 2022), in quanto il numero di persone avanti con l’età non è mai stato così alto nella storia umana. È allora quanto mai importante con voi, “nuovo popolo”, riflettere su quale possa essere la nostra vocazione quando la fragilità, compagna dell’uomo fin dalla nascita, sembra prendere il sopravvento. Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità! Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche le altre età della vita. Infatti, quando è accettata e riconosciuta, la fragilità «apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umano è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera» (Incontro con la comunità algerina, Basilica di Nostra Signora d’Africa, Algeri, 13 aprile 2026).
È così che possiamo vivere da cristiani il tempo della vecchiaia: “fragili” ma allo stesso tempo “chiamati”. Un uomo e una donna possono, infatti, rinascere da vecchi (cfr. Gv 3,4 6) ed esclamare, con il profeta: «Nella conversione e nella calma sta la nostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la nostra forza» (Is 30,15). Una forza che può diventare invito a non ricorrere alle vie dell’arroganza e della potenza per garantire la convivenza umana, ma alle vie della riconciliazione e della pace vera. In questo tempo, segnato in maniera così dura dalla violenza bellica e sociale, molti si interrogano su come sarà il mondo nel quale cresceranno i propri nipoti. Vi esorto, carissimi, ad unirvi a me nel pregare con insistenza perché giunga presto la pace nel mondo intero.
Sorelle e fratelli anziani, vi ringrazio perché mi sostenete ogni giorno con le vostre preghiere, specialmente quando recitate il santo Rosario. Ricambio di cuore e vi lascio questo augurio: il Signore ci rinnovi sempre nella fede, nella speranza e nella carità, Lui che mai si dimentica di noi!

Dal Vaticano, 15 giugno 2026
Leone XIV

Madonna del Carmelo

Vergine Benedetta, Madre e Regina del Carmelo,
ho bisogno di dirti che ti voglio bene.
Desidero la tua presenza materna nella mia vita.
Attendo da Te il dono della tua protezione,
di cui è segno il tuo Scapolare,
segno che nutre la mia speranza di vita eterna.
Attendo da Te
soprattutto il dono del tuo Figlio, Gesù Cristo.
Vergine Madre del Carmelo,
insegnami come devo credere a Gesù,
come Lo devo conoscere,
come Lo devo amare,
come Lo devo seguire.
Questo è il tuo dono.
Vergine Benedetta, ascolta la mia preghiera,
benedici le mie pene, benedici anche la mia gioia.
Benedici tutto e tutti.
Reso migliore dalla tua benedizione,
potrò riprendere il cammino di ogni giorno
con speranza nuova,
con il desiderio di essere più buono,
con il fermo proposito di vivere il mio cristianesimo
con coerenza di fede.
Fa’ che possa essere tra i miei fratelli come lo sei Tu,
segno levato dal Cielo, dono di bontà.
Vergine del Carmelo,
sii presenza materna nella mia vita. Amen.
(Padri carmelitani scalzi – Arenzano)

La preghiera è innanzitutto relazione. Non è una tecnica, non è una formula da ripetere, ma un modo concreto di stare davanti a Dio. Per questo le parole della preghiera nascono spesso da un bisogno semplice e profondo. Quando si vuole bene a qualcuno, si sente il desiderio di dirglielo. Non semplicemente per informarlo, ma per entrare più profondamente in quella relazione. È ciò che accade anche in questa preghiera, dove si esprime con immediatezza un affetto filiale: «ho bisogno di dirti che ti voglio bene». Dentro questa dinamica si inserisce anche il riferimento allo scapolare. È importante comprenderlo bene. Non è un oggetto magico, non è un talismano che protegge automaticamente. È un segno. E come ogni segno autentico, rimanda a una realtà più grande. Indica un legame, una appartenenza, una relazione viva. È memoria concreta di una maternità che accompagna e di una figliolanza che si affida. Indossare lo scapolare significa allora ricordarsi continuamente di essere figli. Non in modo astratto, ma dentro la trama ordinaria della vita. È un richiamo silenzioso a vivere sotto uno sguardo che ama, a lasciarsi guidare, a non dimenticare la direzione del cammino. La preghiera lo dice chiaramente quando collega questo segno alla speranza della vita eterna e al desiderio più grande, che è Cristo stesso. Il compito di Maria è sempre quello di condurre a Gesù, di insegnare a crederlo, a conoscerlo, ad amarlo, a seguirlo. E quando una persona si scopre amata in questo modo, qualcosa cambia davvero. Non si tratta di una emozione passeggera, ma di una trasformazione profonda. Il cuore si apre, la vita si semplifica, nasce il desiderio di essere migliori, di vivere con maggiore coerenza. E così che la preghiera diventa testimonianza. Non perché si aggiungano parole, ma perché la vita stessa diventa segno. Chi si sente amato diventa capace di amare. E in questo passaggio, spesso silenzioso, si compie il miracolo più grande: la fede prende forma nella vita quotidiana e diventa luce anche per gli altri.

12 Luglio, la Domenica del Mare

Ogni anno, nella seconda domenica di luglio, le comunità cattoliche celebrano la Domenica del Mare. Per l’occasione il Cardinale Michael Czerny invia un messaggio a quanti svolgono professioni e attività legate al mare. Il tema scelto quest’anno è “Oltre le merci e il commercio: il volto umano del mare”. La vita del mondo continua a passare attraverso i mari, i fiumi e le vie d’acqua del pianeta. Dietro il commercio globale e le industrie della pesca si trovano innumerevoli marinai, pescatori e lavoratori portuali il cui lavoro sostiene le nazioni e connette i popoli. La Domenica del Mare è l’occasione in cui la Chiesa ricorda questi uomini e queste donne non soltanto per ciò che fanno, ma come persone create a immagine e somiglianza di Dio, dotate di dignità inviolabile. “Una nave, quindi, non deve mai diventare un luogo di silenzioso isolamento o di indifferenza, una moderna Babele dove le persone vivono fianco a fianco ma rimangono invisibili e inascoltate.” Il messaggio sottolinea come molti lavoratori marittimi vivano oggi una crescente solitudine: turni ridotti, permessi a terra sempre più brevi e conflitti armati che li costringono a bordo hanno acuito il loro isolamento. Come ricorda il Cardinale Czerny citando la Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, nessun sistema economico o tecnologico può ridurre la persona umana a «un dato, un ingranaggio di un macchinario o una merce» (n. 180). Il messaggio affronta anche la dimensione ecologica: gli oceani sono parte della creazione affidata alla cura dell’uomo, e la loro protezione non può essere separata dalla difesa della dignità di chi ci lavora.

La fine fa capire l’inizio. Benedetto XVI: eredità e futuro

La fine fa capire l’inizio. E le ultime parole terrene di Benedetto XVI sono state: «Gesù ti amo». Erano il senso di tutta un’esistenza dedicata a Dio e alla Chiesa. Non poteva esserci miglior conclusione. L’inizio aveva preso le mosse nella Germania dopo la Prima guerra mondiale, con la sua sconfitta. Joseph Ratzinger, infatti, nasceva il Sabato Santo 16 aprile 1927 in una modesta famiglia, che aveva le sue radici tra il Tirolo e la Baviera, e che viveva di una fede semplice e profonda. Il mite Joseph affrontò gli anni duri del periodo tra le due guerre mondiali e fu costretto da adolescente, diciassettenne, a indossare l’uniforme militare. Erano tempi di guerra e violenza, ma lui conosceva l’amore della famiglia ed era preso dall’amore di Dio, tanto che entrò in seminario e divenne prete, per amare Dio soprattutto e sopra tutti. Ma servendo i fratelli. E lui capì che il suo servizio passava per la scienza massima dell’amore, la teologia. E alla fine della vita dirà giustamente: «Gesù ti amo». Cosa è successo nel mezzo di questa esistenza? Il ragazzo di campagna non solo è divenuto prete, ma anche uno dei maggiori teologi cattolici del Novecento e del XXI secolo, arcivescovo e cardinale di Monaco di Baviera, prefetto del Sant’Uffizio, pontefice e primo Papa emerito della storia. Non male per un timido ragazzo di campagna. In tutti questi ruoli troviamo un filo rosso che, nella sua elezione a pontefice, è divenuto anche un patrimonio per l’intera Chiesa. Ratzinger in tutta la sua esistenza non ha voluto dire e indicare nient’altro che “Dio”. Sembra ovvio per un sacerdote e soprattutto per un Papa, ma non lo è. Nella storia si sono avuti Papi intellettuali (da Pio II a Benedetto XIV e non solo), Papi di governo (come Gregorio XVI e Leone XIII), Papi di ogni tipo (da Benedetto IX a Giulio II), ma in Ratzinger c’è tutta un’esistenza intellettuale, pastorale, accademica, musicale, umana e di governo che ruota costantemente e continuamente intorno a Dio, senza divagazioni o distrazioni. La sua vita è stata una battaglia per Dio, anche e soprattutto nei suoi scontri teologici e dottrinali. Una vita dietro la cattedra universitaria, sopra una cattedra (episcopale e papale), dietro una scrivania, in biblioteca e al pianoforte, una vita apparentemente tranquilla e pacifica, ma in realtà è stata un’esistenza di battaglia intellettuale vera. Una di quelle vite che si sono spese per dire la verità di Dio in tempi in cui a livello teologico e di fede succedeva di tutto e il contrario di tutto.
Ratzinger non si è tirato indietro. E allora ha parlato della verità di Dio, dell’interpretazione del concilio Vaticano II inteso come una riforma nella continuità, dell’incarnazione della fede che genera cultura, come quella europea e occidentale, nonostante i loro esiti ultimi deleteri, che tolgono sempre più spazio alla religione nello spazio pubblico e non mancano di persecuzioni religiose. Ha tentato di dare spazio e voce al contributo dell’intelligenza della fede a partire dall’incontro con Cristo. È una esperienza, quella con Gesù di Nazareth, vero Dio e vero uomo, a cambiare l’esistenza dei credenti. E questa fede che entra in dialogo con tutti dentro lo spazio della laicità. Dialoga per dare il suo contributo culturale, dialoga per permettere alla ragione di non cadere nei totalitarismi che il giovane Joseph aveva conosciuto (nella sua Germania ci fu prima il nazismo nel 1933 e poi, nella parte orientale, il comunismo dopo il 1945). Questo Ratzinger è stato la scommessa di Paolo VI, che l’ha voluto arcivescovo e cardinale, e la salda colonna di Giovanni Paolo II, che l’ha voluto al suo fianco a capo del Dicastero per la dottrina della fede. Una promessa per un Papa e una certezza per un altro. E per Giovanni Paolo II anche un amico. Cosa ha lasciato Benedetto XVI alla Chiesa? Il suo pontificato rifugge da ogni rigida categoria. È possibile comprenderlo solo nell’ottica della riforma ecclesiale, e in particolare della riforma papale.
Il papato di Ratzinger ha centrato il confronto con il mondo intorno ai temi antropologici, a difesa della persona e della famiglia. A causa di questa bella e combattiva vita, Benedetto XVI verrà ricordato nel corso di quest’anno con iniziative previste in tutto il mondo promosse da Diocesi, Università, Case editrici, Tv e radio. Il ricordo di Joseph Ratzinger vuole essere un rilancio del suo pensiero e soprattutto della sua sensibilità ecclesiale, quale contributo per il nostro tempo di spaesamento e cinismo. Si intende presentare l’eredità di Benedetto XVI come una provocazione per l’uomo di oggi in un approccio intergenerazionale affinché molti giovani o meno giovani possano dire con convinzione, come Ratzinger “Gesù ti amo”.