Immersi nella vita di Cristo

La Lettera ai Romani è un autentico Vangelo, è la buona notizia della grazia di Dio che salva l’umanità. L’apostolo Paolo ha fatto esperienza della grazia di Dio, che lo ha trasformato da persecutore in apostolo; perciò, può annunciare a tutti la potenza di questo amore di Dio che regge l’universo e cambia le persone. Tutti siamo inclinati al male, ma su tutti si stende la grazia di Cristo che ci rende capaci di fare il bene. Dopo aver presentato la riflessione su Cristo, l’apostolo passa a considerare la risposta dei cristiani che hanno accolto il Cristo e sono diventati partecipi della sua stessa vita: «Per mezzo del battesimo noi siamo stati sepolti insieme con Cristo nella morte». Il battesimo fu per la prima comunità cristiana un evento straordinario che segnava simbolicamente morte e risurrezione. Col tempo purtroppo si è persa la forza significativa del rito. Noi oggi abbiamo semplicemente un gesto che richiama vagamente un lavaggio, abbiamo però perso l’idea della immersione. Il termine greco battesimo vuol dire immersione. “Essere battezzati in Cristo” vuol dire immergersi in Cristo.
Quando si impara una lingua moderna, si dice che il modo migliore per apprenderla è full immersion in quell’ambiente linguistico. Si va in Inghilterra per imparare l’inglese, ma se chi va è da solo e si troverà in mezzo a persone che parlano solo inglese, sarà pienamente immerso in quella realtà, con fatica comincerà a parlare, a capire, a esprimersi … entrerà in modo efficace in quel mondo linguistico nuovo. Il battesimo è full immersion in Cristo, ma l’immersione nell’acqua implica un annegamento, perché è bello essere immersi a nuotare, ma rimanere sott’acqua vuol dire morire. Il rito antico del battesimo implicava proprio un gesto del genere: venivano eretti grandi battisteri – ancora nel medioevo abbiamo monumenti significativi, pensate al battistero di Pisa più grande della cattedrale – per indicare l’importanza del battesimo. Quell’aula liturgica, distinta dalla chiesa, chiamata battistero, era segnata da una grande vasca profonda, dove i catecumeni coloro che facevano il catechismo e si preparavano a diventare cristiani venivano immersi nella notte di Pasqua. Si svestivano completamente, scendevano nudi nell’acqua nel buio più assoluto, senza che nessuno fosse presente, se non il celebrante e il padrino o la madrina. Il catecumeno veniva sepolto nell’acqua, poi risaliva dall’altra parte e veniva rivestito di bianco, come segno della risurrezione alla nuova vita; e con una lampada accesa in mano entrava in chiesa per la celebrazione della Messa.
Il rito evocava la potenza dell’evento che si realizza nella nostra persona. Quello che noi abbiamo perso è, oltre al fatto della immersione, anche la scelta della persona adulta. Col tempo il battesimo è diventata una prassi di inizio della vita. La parola battesimo equivale a inaugurazione, per cui c’è anche il battesimo del volo o il battesimo di una nave … significa semplicemente che inizia qualcosa. Battesimo invece implica una scelta che pone una netta cesura fra ciò che era prima e ciò che viene dopo. Un adulto che accoglieva Cristo, convinto della verità del Vangelo, si svestiva dell’uomo vecchio, decideva di cambiare vita, si immergeva, moriva a quello che era prima, e ricominciava una vita nuova, rivestito della grazia di Cristo.
La realtà del mistero cristiano continua a sussistere anche oggi, anche se abbiamo cambiato i riti. Tuttavia, è più difficile cogliere l’evento perché per un bambino non c’è una scelta, non c’è una decisione, non c’è un cambio di vita … sembra semplicemente una benedizione inaugurale per togliere qualcosa e cominciare bene la vita. Quindi noi dobbiamo pensare al nostro battesimo non come un fatto del passato che ha segnato l’inizio della nostra infanzia, ma come l’evento che caratterizza tutta la vita siamo immersi in Cristo non è un fatto che avviene una volta sola, ma proprio perché si celebra un’unica volta significa che abbraccia tutta la vita ed è valido sempre. Siamo morti con Cristo per risorgere con lui, perché possiamo camminare in una vita nuova, possiamo cioè comportarci in un modo nuovo, cristiano, conforme a Cristo. Crediamo che vivremo con lui, vivremo come lui, possiamo camminare in una vita nuova. È quello che ci viene annunciato ogni anno nella notte di Pasqua. Fin dall’antichità nella notte della risurrezione di Cristo si proclama questa bella notizia: anche noi siamo morti e risorti con Cristo, perciò, abbiamo la possibilità di vivere bene, abbiamo la possibilità di vivere come Cristo; non abbiamo tenuto la nostra vita, abbiamo deciso di perderla con Cristo. In quanto battezzati siamo immersi in lui, siamo morti con lui e proprio per questo, in grazia della sua risurrezione, noi possiamo trovare la nostra vita, trovare in pienezza la nostra esistenza, in modo significativo possiamo dare qualche cosa di valido, perché abbiamo ricevuto. Siamo stati accolti nel battesimo nella famiglia di Dio, abbiamo ricevuto una vita nuova: accogliamola, cioè concretamente viviamola, possiamo camminare in una vita nuova. Allora coraggio! facendo memoria della grazia che sta all’origine della nostra vita, camminiamo con entusiasmo in una vita nuova.

Giornata Carità del Papa

«Signore, che ci insegni a riconoscerti nei poveri e negli esclusi, benedici e sostieni il nostro Papa nel-la sua missione di carità. Fa’ che la nostra comunità sappia farsi strumento del tuo amore, condividendo i beni con chi è nel bisogno e spezzando la bar-riera dell’indifferenza.»

La “Giornata per la Carità del Papa” si celebra in tutta Italia domenica 28 giugno. Durante le Sante Messe, i fedeli sono chiamati a sostenere l’Obolo di San Pietro con un’offerta economica destinata alle necessità della Chiesa universale e alle opere di carità e assistenza per i più bisognosi.

La mediocrità spirituale tradisce la natura dell’uomo

Nelle parole dell’Apocalisse «Tu non sei né freddo né caldo … sei tiepido» (Ap 3,15) sembra quasi di percepire il sospiro addolorato di Cristo, un dolore che nasce dall’amore deluso. Eppure, la Chiesa di Laodicea, come appare dal testo completo, non ha apertamente rinnegato la fede e non sembra neppure segnata da gravi disordini morali. Il suo male, in realtà, è più sottile e, proprio per questo, più insidioso: è la tiepidezza. Potremmo dire che desidera rimanere con il Signore, ma nello stesso tempo cerca anche di compiacere il mondo. La sua predicazione è divenuta talmente misurata sulle possibili reazioni che potrebbe scatenare che ha perso la capacità di essere sale e luce del mondo. Più che annunciare il Vangelo, è preoccupata di mantenere equilibri e di evitare conflitti. E così, cedendo alla logica del consenso, ha soffocato la sua libertà e indebolito la forza della sua testimonianza. Ma una Chiesa che teme continuamente il giudizio del mondo finisce inevitabilmente per smarrire il coraggio della Verità. Che cosa manca a questa Chiesa per essere “calda”? Le manca la gioia di appartenere a Cristo. Ha paura di amare Dio «con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze» (Mc 12,30). Per questo, nel tentativo di scuotere la comunità dalla sua apatia spirituale, il Signore si augura che i suoi membri diventino freddi, cioè che lo rinneghino, che vivano nel peccato. L’importante è che escano dal loro torpore malato. La provocazione del Signore appare sconcertante alla nostra sensibilità perché la tiepidezza è pur sempre una situazione intermedia tra il caldo e il freddo, quindi meno peggio della negatività indicata dal freddo. Tuttavia, le parole del Signore non lasciano dubbi: la mediocrità spirituale è da temere più del peccato stesso, perché tradisce la natura stessa dell’essere umano, che è fatta per scegliere, amare, schierarsi. Il “tiepido” invece, poiché vive una forma di stanchezza spirituale, ha perso il desiderio della santità. Sant’Agostino spiega che non è l’esperienza del peccato riconosciuto che può portare lontano da Dio, ma quella povertà spirituale che non si decide né per il bene né contro di esso. Meglio una fede ferita, ma viva, che una fede senza passione. La tiepidezza non è forse un rischio che incombe anche sulla nostra vita e su molte comunità cristiane del nostro tempo? Anche oggi, infatti, accade che si continui a parlare di Cristo, ma senza avere il coraggio di lasciarlo parlare davvero dentro la vita delle persone e delle comunità. Si moltiplicano incontri, attività e momenti di confronto, ma spesso rimane nell’ombra ciò che dovrebbe stare al centro: l’amore per il Signore, il desiderio sincero della conversione e la passione per la Verità. In questo modo ci si adagia lentamente in una mediocrità rassicurante, che non disturba nessuno, ma nemmeno converte nessuno. E quello che viene chiamato dialogo, apertura agli altri, prudenza pastorale si trasforma in un compromesso che spegne il fervore missionario, indebolisce la gioia della fede e rende sempre più opaca la testimonianza cristiana. Cristo non cerca comunità perfette o semplicemente efficienti, ma cuori vivi, liberi, capaci di lasciarsi ferire e incendiare dal suo amore e di portare nel mondo il fuoco del Vangelo. Le sue parole al riguardo sono chiare: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12,49).

Francesco Cavina, Vescovo emerito di Carpi

La Gratitudine della Scuola Materna di Corno Giovine

I Coscritti del 1952, al termine del loro essersi ritrovati domenica 24 maggio, con il ringraziamento Eucaristico presieduto dal Mons. Franco Badaracco e nel ricordo liturgico dei Compagni Defunti, hanno donato alla Parrocchia per le necessità della nostra Scuola Materna l’offerta di € 150.
Inoltre, gli organizzatori della lotteria pro Scuola Materna hanno anticipato € 1.500 frutto di quanto finora raccolto dal loro generoso impegno.
Ai Promotori della lotteria, ai Donatori dei premi, a chi ha acquistato i biglietti, ai Coscritti e a Chi sempre ha a cuore la Scuola, GRAZIE.

Coscienza onesta e buon umore

Dammi o Signore, una buona digestione
ed anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo,
col buonumore necessario per mantenerla.
Dammi o Signore, un’anima santa,
che faccia tesoro di quello che è buono e puro,
affinché non si spaventi del male,
ma trovi alla Tua presenza
la via per rimettere di nuovo le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,
e non permettere che io mi crucci eccessivamente
per quella cosa troppo invadente
che si chiama “io”.
Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo,
concedimi la grazia di comprendere
uno scherzo, affinché conosca nella vita
un po’ di gioia e possa farne parte anche ad altri.

S. Tommaso Moro

Dio è un Innamorato

Quando siamo innamorati, non so se sia così anche per i maschi o se siamo solo noi donne a essere così appiccicose, vorremmo stare sempre insieme all’amato. I primi tempi, dico. Quelli in cui non ci si separerebbe mai, neanche un secondo, tipo gli amori adolescenziali, quando si sta al portone ma magari la mamma chiama e bisogna salutarsi e fare quelle stupide cose tipo mangiare, lavarsi, andare a dormire o, peggio mi sento, frequentare quella insulsa, inutile scuola. I momenti in cui ci si regalano braccialetti o cose da tenere sempre addosso, per non parlare dei peluche con cui è obbligatorio dormire: la fase della simbiosi, insomma. Ecco, Dio con noi è così. Vuole stare in simbiosi con noi, come un innamorato pazzo. Lo notavo quest’anno, in particolare, nelle letture del periodo pasquale (la Parola di Dio è così, ci si svela a pezzetti, a periodi, non tutta insieme, ma mano a mano che il nostro cuore è in grado di accoglierla). «Voi in me e io in voi», dice Gesù, che non ci vuole vicini ma proprio dentro di sé, e ripete ricordandoci questa intimità personale continuamente, usando tante immagini, come quella del pastore che conosce ogni pecora, per nome. Sa i nostri gusti, le paure, i desideri, come un innamorato che «ha la mappa di tutti i tuoi nei», direbbe Jovanotti, «la potrei disegnare». E a pensarci è una cosa pazzesca. Dio con noi è come un fidanzato dei primi giorni, desidera essere sempre appiccicato, tanto da voler stare dentro di noi. Che poi è quello che succede davvero, carnalmente, con l’Eucaristia. Una cosa che supera la fantasia. Colui che può tutto, quello che ha creato le galassie e un universo che non riusciamo neanche minimamente a immaginare, l’immenso, l’infinito, è insieme anche un fidanzato appiccicoso che non ci molla, quelli che al telefono fanno: «Chiudo io? O chiudi tu?». E la cosa incredibile è che Lui non chiude mai, siamo sempre noi a farlo. La vita è un cammino per provare a capire, non con la testa ma in modo spirituale ed esistenziale, questa cosa. È qualcosa a cui ci si avvicina gradualmente, attraverso la realtà che ci viene data da vivere, che anche quando sembra sbagliata, stropicciata e faticosa serve esattamente a questo, a contemplare Dio a viso scoperto, cioè non come Mosè che doveva velarsi il volto, ma con l’intimità che un Dio che si fa mangiare è venuto a stabilire. «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria». Perché per fortuna, in questa simbiosi, non è Lui che diventa simile a noi, ma noi a Lui, la trasformazione va in quella direzione. Se uno fosse consapevole davvero di questa cosa, se ne andrebbe in giro per strada a testa alta, con passo regale, sapendo di custodire una presenza incredibile nel cuore, una presenza che in qualsiasi circostanza ci lascia sostanzialmente felici, più di una fidanzatina nell’abbraccio del ragazzo più bello e forte della scuola. Lei sicuramente può temere che lui si stanchi (non glielo vorrei dire, povera ragazza, ma è certo che si stancherà), noi invece sappiamo che Dio non si stanca mai di noi, mai. Lo ha promesso: «Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Costanza Miriano

Una magnifica umanità

Sì, la nostra è una magnifica umanità, come ci ha ricordato Papa Leone nella sua prima enciclica. Creata a immagine di un Dio che è relazione e comunione, creata libera, per amore, chiamata a costruire un mondo solidale, avvincente, dialogante… Sì. Magari… Invece, assistiamo a un’umanità violenta, rissosa, aggressiva, incapace di relazionarsi, predatoria. E che fa delle scoperte tecnologiche, l’enciclica riflette sulla responsabilità dell’uso dell’Intelligenza artificiale, uno strumento per dominare, per manipolare, per distruggere. Una magnifica umanità al di là del legittimo pessimismo e vittimismo che ci soffocano, che ci intorbidiscono, che avvelenano, purtroppo, anche le nostre comunità cristiane inutilmente polemiche, mondanizzate a furia di assorbire modelli derivanti dai social e dai media. Una magnifica umanità se guardata con gli occhi di Dio. Una magnifica umanità di cui la Chiesa, questa Chiesa claudicante è in qualche modo anticipazione e profezia, cuore pulsante e salvezza. Così, dopo avere ancora invocato su di noi lo Spirito, meditato sull’identità di Dio che è festa e danza, dopo avere ribadito l’importanza della presenza del Signore che ci nutre con l’eucarestia, riprendiamo il tempo ordinario con una intensa riflessione su cosa significa essere la Chiesa immaginata dal Maestro.
Una nazione santa. Perché Dio, da sempre, ha desiderato relazionarsi con l’umanità che ha creato libera, che ha dotato di intelligenza e coscienza. E, con discrezione, ha scelto un popolo che raccontasse agli altri il suo volto. Un popolo santo, di sacerdoti, cioè di gente che intercede, ci fa da ponte, dei pontefici, dei pontieri, portati su ali d’aquila. Solo che la storia d’amore fra Israele e il Dio dei padri è stata scostante e così, nella pienezza dei tempi, Dio ha mandato suo Figlio a rivelare il suo volto. E il Signore Gesù ha affidato ai suoi discepoli in questo tempo di mezzo, fra la sua venuta nella Storia e la sua venuta nella gloria, l’annuncio del Regno.
Riconciliati. Un popolo riconciliato, cioè perdonato. Non di giusti, ma di figli. Un popolo di persone innamorate di Cristo e del Vangelo. E della vita. Che amano come sono amati, perché si sono scoperti amati e salvati. Questo è la Chiesa: pagina pubblicitaria del Regno, Profezia di un mondo riconciliato. Secondo Gesù, l’umanità guardando alle nostre comunità dovrebbe dire: “ma, allora, si può stare insieme, avere idee diverse senza scannarsi?”. Sì. Grande è la nostra responsabilità, specialmente in questo tempo. Fare la differenza, nel nostro piccolo, nelle relazioni, nella pazienza, nella compassione. Perciò il Signore ci chiede di pregare davanti alle folle spiazzate, perse, spaventate. Non sono pochi i pastori ma sono travolti da tutto ciò che non è Vangelo. Strutture, burocrazia, comunità assenti, esigenti. Bene, dai, ci sta. Se non perdiamo di vista chi siamo.
Diversi. Diversi, come quei dodici che niente e nessuno al mondo avrebbe potuto mettere insieme. Come siamo noi, nelle nostre sensibilità, perché la Chiesa è lunga, larga e profonda e tale deve rimanere. Diverse sensibilità unite in un’unica fede e il simbolo di questa unione è Pietro, custode della fede. E, nell’invito che il Signore fa oggi a noi discepoli, chiede di lasciar perdere pagani e samaritani e di rivolgerci alle pecore perdute di Israele. Perché sì, questo è il tempo in cui rivolgerci alle nostre comunità. Perché un pochino ci siamo persi, usciti da un’epoca in cui tutti si era cristiani, almeno sulla carta. Portiamo avanti un grande lascito della Storia (e il suo peso) con sempre meno forze, entusiasmo, idee. Ma basta tornare a quanto dice il Maestro: strada facendo perché siamo in cammino, diciamo che Dio è vicino, facciamo tornare in vita le anime rassegnate, spente, morte, allontaniamo la lebbra del peccato e della violenza, cacciamo la parte oscura, demoniaca della vita. Il nostro annuncio diventi tracimazione dell’amore ricevuto. Questo conta. Per ricordare ad ogni uomo che siamo magnifica umanità agli occhi di Dio. Amati.

Paolo Curtaz

Papa Leone XIV a Sant’Angelo Lodigiano

SABATO 20 GIUGNO
A SANT’ANGELO
PER PAPA LEONE XIV
LE PARROCCHIE DI CORNO GIOVINE, CORNOVECCHIO, S. FIORANO, S. STEFANO LODIGIANO
ORGANIZZAZONO UN PULLMAN
PER PARTECIPARE ALLA LA STORICA VISITA DEL S. PADRE ALLA CASA NATALE DI S. FRANCESCA SAVERIO CABRINI


LA VISITA SI TERRÀ NEL POMERIGGIO. AD OGGI, NON È ANCORA NOTO IL PROGRAMMA DEFINITIVO. PER INFORMAZIONI RIVOLGERSI A DON DANIELE, DON NUNZIO, DON GIANMARIO. CONTRIBUTO SPESE € 10.00