Pasqua è tutta una corsa: Maria di Magdala, scoperto il sepolcro vuoto, corre da Pietro e dall’altro discepolo, e questi a loro volta corrono al sepolcro, a due diverse velocità: per primo arriva il discepolo amato e poi Pietro. Ma perché corrono? Si può correre per tre diversi motivi: o per fuggire da qualche pericolo o per sostenere una gara sportiva o per affrettare un incontro desiderato. La Maddalena e i discepoli non corrono per fuggire o per gareggiare, ma per affrettare un incontro: Maria deve vedere i discepoli e questi vogliono rendersi conto di per-sona se il Signore è stato imprigionato dalla morte. La fede cristiana nasce da queste corse del mattino di Pasqua, che in poco tempo raggiungono tante persone e formano una rete di testimoni della risurrezione di Gesù, formano una comunità. La Chiesa sorge da questo andirivieni dei primi testimoni, che correvano perché avevano fretta di an-nunciare a tutti che la morte aveva perso la sua forza, perché Gesù l’aveva vinta. Anche oggi la Chiesa va avanti perché tanti corrono – non con i piedi ma con il cuore – per trasmettere la bellezza della fede a coloro che incontrano. Però a volte noi cristiani rischiamo di correre non per comunicare l’incontro con Gesù risorto, ma per gli altri due motivi: per fuggire o per gareggiare. La nostra corsa è una FUGA quando inseguiamo le cose da fare e non troviamo il tempo di fermarci a pensare; quando portiamo avanti impegni e iniziative – nella società e nella comunità cristiana – senza darci una formazione adeguata; quando siamo preoccupati dell’efficienza, di orari e risultati, ma trascuriamo le persone che abbiamo a fianco. I nostri fratelli Ortodossi dicono che noi Cattolici siamo caduti nella malattia dell’attivismo, dove conta solo fare e non pensare, dove contano più le prestazioni che le re-lazioni, più la quantità dei risultati raggiunti che la qualità dei rapporti tra le persone. Ma c’è anche l’altro motivo della corsa, che potrebbe insinuarsi dentro di noi: la GARA. San Paolo dice che l’unica gara ammessa tra i cristiani è quella della stima: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10); tutte le altre competizioni non appartengono ai cristiani. Nel racconto evangelico della Risurrezione il discepolo amato giunge per primo al sepolcro, ma poi attende Pietro ed entra dopo di lui: non vuole vincere una gara, ma rispetta la precedenza di Pietro. Eppure entriamo in concorrenza tra di noi a causa degli spazi da occupare e dei compiti da svolgere, accusandoci di reciproche ingerenze e invasioni di campo. Quando questo atteggiamento, così diffuso nella società, si infiltra anche nelle nostre comunità, perdiamo quasi tutte le energie nei faticosi tentativi di ricucire le relazioni, di ridefinire spazi e compiti, di rimettersi d’accordo. Dante Alighieri aveva intuito che in paradiso uno è contento per i doni di un altro e non solo per i propri. Pre-sentando due grandissimi santi medievali, Francesco e Domenico, fondatori di due ordini che all’epoca di Dante erano spesso in competizione, il poeta ha questa geniale trovata: a cantare le lodi di Francesco nel PARADISO non è un francescano, ma un domenicano, san Tommaso (canto XI), così come a cantare le lodi di Domenico è un francesca-no, san Bonaventura (canto XII). Dante suggerisce così che quando riusciamo a mettere da parte la competizione e a provare gioia per i doni degli al-tri, viviamo già un paradiso anticipato. La risurrezione di Gesù, insomma, per essere credibile deve cominciare già ora, nella nostra vita quotidiana, a farsi presente, a gettare le sue luci: chi crede nel Risorto non si affanna a correre, come se questa vita terrena finisse per sempre con la morte; e non vive sempre in competizione con gli altri, tentando di abbassarli per innalzare se stesso. Chi crede nel Risorto corre solo per partecipare ad altri la gioia della fede. Grazie a Dio, non solo sugli altari ma an-che nelle nostre case e nelle nostre strade esistono tanti cristiani che davvero rendono testimonianza che Cristo è risorto. Una di queste persone – molto provata dalla vita – che ho incontrato in parrocchia mi ha detto: «Il Signore in fondo è stato buono con me, perché mi ha tolto tutto tranne la fede». Que-sta persona non si può più muovere fisicamente, ma in realtà corre più di tanti perché testimonia che la fede nel Risorto è capace di dare senso alla vita, anche quando la vita, di senso sembrerebbe non averne più.