Inizia la Quaresima

“Convertitevi e credere al Vangelo”

L’emergenza Covid-19, che ha sconvolto la vita, cambierà anche il rito del delle ceneri che introduce il tempo di Quaresima.

Quest’anno il Mercoledì delle ceneri sarà il 17 febbraio. Il sacerdote potrà, come sempre, impartire le ceneri sul capo dei fedeli, ma non potrà pronunciare la formula del rito “Convertitevi e credete al Vangelo” oppure “Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai”. Avvicinandosi al fedele, dovrà restare a bocca chiusa, e con la mascherina ben indossata. Naturalmente dovrà prima avere igienizzato le mani. La formula del rito verrà pronunciata, una volta per tutti, dall’altare.

La fraternità e l’ingombro

Il termine “fraternità” mi fa venire in mente un libro il cui autore era il noto consigliere politico di François Mitterrand,  Jacques Attali. Libro pieno di intuizioni e di spunti originali e stimolanti. Ragionando sulle caratteristiche della rete (eravamo nel 1999 e non c’erano ancora né Facebook, né Twitter e tanto meno Instagram), Attali arrivava ad affermare che la vera ricchezza del futuro sarebbe stata la ricchezza dei legami. «In passato essere poveri era non avere, in futuro sarà non appartenere.

Per soccorrere il debole bisognerà, di conseguenza, collegarlo a delle reti». Le affermazioni di Attali riguardavano il mondo spettacolare della rete che si è ulteriormente ingigantito negli anni più vicini a noi. Quel mondo trova la sua ricchezza nell’aprirsi, non nel chiudersi. L’unico vero pericolo, per la rete, è di non poter comunicare: «Il peggior nemico della fraternità è l’ingombro», diceva Attali: l’ingombro impedirebbe, appunto, di collegarsi e di comunicare. Quell’immagine di un mondo che si arricchisce solo aprendosi, che muore chiudendosi, è un’immagine stimolante per la comunità cristiana. Più la comunità cristiana è preoccupata di salvaguardare la propria identità “all’interno”, più fatica ad aprirsi. È vero che “siamo tutti fratelli” ma ad una semplice condizione: che quella fraternità ecclesiale non sia la versione ecclesiale della maternità fusionale di Eva, che quindi sia davvero, e totalmente, priva di ingombri.

La faticosa fraternità

Le storie bibliche di fraternità conflittuali, da una parte, e costruite con la saggezza e la parola giusta dall’altra, rimandano a temi che sono sempre di attualità. Un luogo comune nel sentire corrente delle comunità cristiane è l’enfasi sullo spirito che deve animare la comunità, sull’unità che deve essere alla base di ogni esperienza: bisogna essere uniti, bisogna stare insieme, evitare discussioni e contrasti…

L’ideale ultimo della comunità cristiana, in quest’ottica, è una fraternità senza ombre e senza differenze. Le differenze fanno paura e l’ideale, implicitamente suggerito, non è affrontarle con coraggio e viverle con maturità, ma negarle.  È l’ideale di Eva: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore». Non solo Eva ha ridotto Caino a oggetto di possesso, ma ha giustificato quella manomissione attribuendola a Dio

stesso. Molti atteggiamenti ricorrenti nella Chiesa di oggi sono eccessivamente materni, possessivi, inclusivi. Sono atteggiamenti che partono, spesso, da esigenze di comprensione, di perdono e di accoglienza, ma portati all’estremo finiscono in un abbraccio talmente stretto che toglie la libertà. È la fraternità che si confonde con una maternità possessiva, di una madre che preferisce conservare in grembo i propri figli piuttosto che “metterli al mondo”. Si ammira la straordinaria intuizione di Dostoevskij.

Nel racconto del Grande inquisitore, questi rimprovera a Gesù di non aver accettato l’invito del demonio a trasformare le pietre in pane, nelle grandiose tentazioni nel deserto. Se Gesù avesse accettato, tutti gli uomini lo avrebbero seguito, come “un docile gregge”. Invece Gesù ha rifiutato e così facendo ha condannato l’umanità alla fatica di dover decidere, di dovere esercitare la propria insopportabile libertà. «Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene e il male?», chiede enfaticamente il grande inquisitore a Gesù . Nel “docile gregge” del grande inquisitore non ci sarebbero state differenze e contrasti, ma il prezzo da pagare sarebbe stato altissimo: quello, appunto, di essere tutti, soltanto, un gregge.

Siamo tutti fratelli (3)

Si prova un senso di grande sollievo quando si sente una frase così piena, rassicurante, perentoria: «Siamo tutti fratelli». “Siamo”: dunque mentre enunciamo la consolante verità, prendiamo atto che ci siamo dentro anche noi. Diciamo qualcosa di consolante che, appunto, ci riguarda. E poi quel trionfante “tutti”. È come un invito a prendere atto che proprio niente e nessuno è escluso dalla universale fraternità. Mentre affermiamo di essere “tutti fratelli”, immediatamente ci nasce un sospetto: ma siamo proprio fratelli e, soprattutto, lo siamo tutti? Per cui il senso della frase oscilla immediatamente fra due opposti: fra la presa d’atto e l’auspicio, fra l’essere e il dover essere. Siamo fratelli, dobbiamo essere fratelli. Siamo tutti uomini, condividiamo tutti lo stesso destino, dobbiamo vivere quello che siamo: viviamo dunque da fratelli. Tuttavia non ci riusciamo: un’infinità di differenze ci divide, tutte le relazioni sono inquinate, quelle corte (delle famiglie e delle parentele più strette) e quelle lunghe (dei rapporti politici e delle relazioni tra i popoli). In effetti, a ben pensarci, se diciamo che dobbiamo essere fratelli, vuol dire che non lo siamo ancora.

Fratelli nemici

Le variazioni sul tema di una fratellanza che c’è, che si sgretola, che si rovescia nel suo più radicale contrario, che può essere ricostruita faticosamente, fa parte di alcune delle immagini più classiche della nostra cultura. Si può fare riferimento alla Bibbia, in cui la fratellanza non va da sé. Al contrario, spesso sono le relazioni più strette ad essere le più burrascose: pensiamo alla coppia tragica Caino-Abele. Quando Eva genera Caino, ne commenta così la nascita: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore» (Gen 4,1). Il Teologo André Wénin commenta a modo suo, in maniera originale, questo passaggio. Eva, con quella affermazione, «si impossessa di lui (Caino) per colmare il proprio vuoto». Il rapporto fusionale di Eva con Caino porta la madre a “dimenticare” Abele perché quel rapporto non concede spazio a un terzo. È Dio che, in qualche modo, riequilibra i rapporti tra i due fratelli, “accogliendo” Abele: «Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gen 4,4-5). Dio, di fatto, con il suo sguardo favorevole verso Abele costringe Caino ad allargare i suoi orizzonti, ad accettare anche l’altro, Abele, come fratello. Ma l’accoglienza di Abele da parte di Dio fa nascere l’invidia in Caino, il quale non riesce a superare la comoda situazione fusionale con la madre e questo lo porta a sopprimere il fratello. Alla fine, però, il rifiuto di Abele come fratello condanna Caino alla solitudine: «Io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi ucciderà» (Gen 4,14). La non accoglienza di Abele diventa sventura anche per Caino. Caino e Abele sono i primi fratelli nemici. Solo i primi, perché dopo di loro vengono Esaù e Giacobbe, Lia e Rachele e poi la storia dolorosa di Giuseppe e dei suoi fratelli, nella quale esplode sia l’odio omicida dei fratelli verso Giuseppe, sia il superamento dell’odio grazie alla magnanimità di quest’ultimo.

Siamo tutti fratelli (1)

Affermare che “siamo tutti fratelli” non può essere soltanto un “modo di dire”, ma deve diventare un obiettivo che modella il nostro stile di vita. È molto facile, nel sentire comune, interpretare questo richiamo alla fratellanza come l’affermazione di un’indistinta uguaglianza, che dovrebbe superare le differenze nel segno di una generica “umanità”. In realtà, una simile concezione “monolitica” è quanto mai distante dalla variopinta volontà con cui, fin dall’inizio, ha operato il Dio di Gesù Cristo, che tutto ha creato «secondo la propria specie» (cfr. Gen 1). La Scrittura stessa ci rivela l’autentica verità di questa fratellanza universale. Lungi dal voler livellare la differente umanità presente in ciascuno (si pensi all’uniforme schiavitù di Babele in Gen 11), essere fratelli significa riconoscersi generati da un’unica origine, che custodisce e ama la nostra singolarità, affinché ciascuno possa, nella propria libertà, vivere e testimoniare la propria fede in Gesù Cristo (si pensi al racconto di Pentecoste di At 2,1-11).

I segni ci parlano di Lourdes

L’acqua. Ci capita di notare nelle visite ai santuari di trovare sempre una fontana con il segno dell’acqua. Sappiamo che importanza ha l’acqua di Lourdes. Dalla piccola cavità provocata dal rassodamento a terra di Bernardette, sgorga una piccola sorgente di acqua fresca e benedetta. Come mai l’acqua? Cosa fa l’acqua? L’acqua lava, disseta, ristora… ma soprattutto fa crescere… è fonte di energia, di vitalità… “Chi ha sete venga a me e beva” , “Io sono l’acqua viva” ha detto Gesù. L’acqua nuova per noi è quelladel Battesimo. E l’acqua delle piscine a Lourdes, ci ricorda come siamo stati ‘lavati’ in Cristo, al punto che l’uomo vecchio non esiste più per dare spazio all’uomo nuovo.

La Penitenza. “Penitenza, penitenza, penitenza…”. Per ben tre volte Maria ripete questa parola-chiave dell’itinerario di fede. E’ il ‘cuore’ del messaggio di Lourdes. una parola che ha in sé un mucchio di significati e che si riferisce a più svariate situazioni. Vuol dire nella traduzione pratica:  conversione, cioè ‘cambiamento radicale’ che parte… dalla scoperta del Signore… dalla coscienza del peccato… dalla decisione di riprendere un cammino diverso… Quanti dicono di essere peccatori, ma poi dicono di non avere peccati!!! La coscienza del peccato, nasce dalla coscienza dell’amore di Dio nella vita. Non dalla ricerca a partire da se stessi…

La roccia e il Santuario. Ogni costruzione materiale, Chiese, Santuari, Cappelle, richiamano alla ‘vera costruzione’, non di mattoni o di pietre, ma di persone che è la Chiesa! La volontà del Signore è che non si edifichino solo chiese bellissime, ma che si costruisca la ‘comunità’ dei credenti’. La Chiesa è la dimora del Signore… dove il Signore continua a ricolmare di favori la famiglia pellegrina sulla terra: il Pane… la Parola… il Perdono… la Pace… la Preghiera… Sono i ‘doni’ indispensabili per costruire la ‘Chiesa dei credenti’… che diviene la vera dimora di Dio nella vita! Noi siamo il ‘Tempio dello Spirito”… “la dimora dell’Altissimo”… “le membra di Cristo”. Noi siamo la ‘pietre vive’… che fanno il ‘tempio spirituale’ nel ‘tempio materiale! Quindi… quando il Signore chiede anche a noi di costruire la Chiesa, ci chiede di costruire una comunità vera che ha al suo centro Cristo Signore… che si raduna in Chiesa… che viene guidata dalla Parola… che celebra i sacramenti… e che poi ‘esce’ per vivere la carità!

L’Immacolata. È  questa la rivelazione che Maria fa a Bernardette durante l’ultima apparizione…E a questo punto noi ci riempiamo di gioia, contemplando il dono che Dio ha fatto a una figlia del nostro popolo, della nostra famiglia. L’ha resa immune da ogni colpa di peccato! Cosa vuol dire? Dice la liturgia: “Il Signore si è preparata una degna dimora”. E’ un’immagine bellissima. In vista della nascita di Cristo, Dio ha preparato questa dimora, questo grembo purissimo, Maria. In Maria noi scopriamo un’altra cosa interessante. Troviamo la nostra vocazione alla santità… ad essere anche noi santi e ‘immacolati’! Cioè… persone che accolgono la volontà del Padre… che si lasciano abitare sempre di più dalla parola di Gesù… che si lasciano guidare dallo Spirito! Ecco la dimensione trinitaria della nostra vita!

XXIX Giornata mondiale del malato

La malattia è parte del percorso terreno e il credente, con l’aiuto di Cristo, impara a riconoscere in essa “un evento della vita carico di significati”. Quando ciò avviene, la malattia «è “pedagogia” per tutti: fa imparare la riconoscenza a Dio per i tanti doni ricevuti; spinge a pregare per chi è nella prova, ad apprezzare il bene nascosto, a ridimensionare i propri problemi; fa ritrovare semplicità e umiltà e spinge a una maggiore disponibilità verso gli altri; invita ad approfondire la domanda sul senso della vita. Frequentando le persone sofferenti si impara ad ascoltare di più, a incoraggiare, a compiere anche i servizi più umili per aiutare l’altro, a non fuggire dalla realtà quotidiana».

Madonna di Lourdes

L’11 febbraio 1858 la Madonna apparve per la prima volta a Bernardette Subirous nella grotta di Massabielle, tra i Pirenei francesi. Da allora, questo luogo è divenuto meta incessante di pellegrinaggi da ogni parte del mondo. Sono circa una settantina i miracoli di guarigione giudicati inspiegabili e riconosciuti dalla Chiesa che l’11 febbraio,per volontà di San Giovanni Paolo II, celebra la  Giornata mondiale del malato.

La Luce e le candele. La luce a Lourdes simboleggia la fede e la speranza nell’illuminare ed essere illuminati. Le candele accese nella grotta simboleggiano le preghiere dei pellegrini. Al cadere del sole, la Processione Mariana delle Fiaccole, è uno dei momenti più importanti del Santuario.

“ Voi siete la luce del mondo”… Proviamo a pensare ad una città senza luce: • smarrimento… • disorientamento… • paura… • cadute o sbattute di testa… La LUCE è importante, decisiva… A noi il Signore chiede di ‘portare’ la luce… di illuminare gli altri attraverso le buone opere… ♦ di carità… ♦ di perdono… ♦ di gioia… ♦ di fraternità…

Il silenzio. La logica del Signore è la… debolezza! E la debolezza si prova nel silenzio. Il silenzio ci fa capire il mistero della Croce di Cristo. Il silenzio ci apre al ‘mistero’… non per capirlo, ma per accoglierlo. Nei momenti più duri, difficili, incomprensibili, Maria si mette in silenzio e conserva nel cuore ciò che vede e percepisce. Lourdes è la patria del silenzio! Tanta gente che si muove… ma il silenzio regna! Il silenzio fa parlare il cuore e permette di offrire al Signore ogni nostra debolezza. La Croce si fa fatica a portarla parlando o ragionando… è più leggera se è accompagnata dal silenzio. La fede di Dio non va fondata su discorsi persuasivi di sapienza o di intelligenza, ma si fonda sulla forza e sulla potenza di Dio che si acquista entrando in lui. Tra Bernardette e Maria non ci sono lunghissimi discorsi o migliaia di parole… c’è solo il silenzio… della concentrazione… della contemplazione… del grazie…  del sì… della preghiera…

La processione… L’esperienza della fede è paragonata all’esperienza del ‘cammino’… Vivere la fede è vivere il nostro ‘pellegrinaggio’ da questa casa alla patria che ci attende nei cieli. Gesù, in questo cammino, è la… VIA… la STRADA da percorrere! Sappiamo quanto spazio viene riservato a Lourdes alla ‘processione’. Il primo saluto alla grotta… la processione dei malati… la Via crucis… la fiaccolata della sera… l’ultimo saluto alla grotta… Le ‘processioni’ le viviamo, in certe occasioni, anche nella nostra comunità cristiana. Sono importanti… perché?  Questo ‘camminare insieme’ dietro o davanti a Gesù eucaristia oppure all’immagine di Maria o del nostro patrono, è il segno della nostra vita che è un ‘trascorrere’… un ‘passare’ dalla morte alla vita… – Il popolo d’Israele è sempre stato il ‘popolo in cammino’… soprattutto nell’attraversare il ‘deserto’ per accedere alla ‘terra promessa’… La processione, esperienza dinamica, è il segno del nostro camminare nella vita che a volte è faticoso… a volte gioioso… a volte si fa di corsa… a volte con il fiatone!

Don Torchiani

Era nato a san Martino in Strada il 9 novembre 1867. Ordinato sacerdote, la sua prima missione fu a san Fiorano, 2 agosto 1890. Il 14 giugno 1894 partì per gli studi necessari alla missione in terre lontane, ma la sua malferma salute lo costrinse a ritornare a san Fiorano il 15 luglio dello stesso anno. Poi divenne pro-parroco e in seguito parroco sempre a san Fiorano, fino alla sua morte avvenuta il 10 febbraio 1936. L’autore della lettera agli Ebrei ci ammonisce: “Ricordatevi dei vostri capi …”. Ben volentieri la comunità parrocchiale ricorda i suoi pastori nel momento più alto che è la celebrazione della Eucaristia. La presenza alla Messa manifesta la gratitudine e la riconoscenza per i nostri Pastori che ora sono nella celeste Gerusalemme.

Gesù, maestro nella tentazione

1 Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?

Salmo 121

Matteo ci invita a fissare gli occhi su Gesù, a vedere come ha conquistato la vetta del monte delle tentazioni.

Come in ogni ascensione in montagna il segreto è guardare attentamente, come la guida scelga gli appigli e come eviti crepacci e vie senza uscita. Solo così si impara a raggiungere le vette.
E noi guardiamo al nostro Maestro, che ci indica come andare avanti verso la via della salvezza. Questi 40 giorni hanno un chiaro valore simbolico, evocano il soggiorno di Mosè sul monte Sinai (Es 24,18) il primo grande monte dell’incontro con Dio, ma anche i 40 anni del confronto faccia a faccia tra Dio e il suo popolo durante l’Esodo. In ambedue i casi si tratta di periodi di crescita e di maturazione. Quaranta giorni sono quindi il tempo della comunione con Dio, un tempo bello, ma esigente perché è sempre tempo di crescita, di stimolo a camminare. La presenza di Dio nella nostra vita è pacificante e inquietante insieme. La tentazione giunge alla conclusione di questo tempo di crescita e di maturazione, è quasi un esame, una prova che Gesù brillantemente supera per farsi nostro maestro con l’esempio. Per questo anch’essa può avere un significato e una logica: la vittoria sulla tentazione è la vera prova dell’amore. La tentazione della fame ci ricorda quella del popolo durante l’Esodo (Es 16, 2-3) ma ci ricorda anche e soprattutto la prima tentazione, quella
di Adamo ed Eva (Gn 3). Non è senza significato che, scorrendo tutta la Bibbia, dopo quel primo faccia a faccia tra il Tentatore e l’umanità, non c’è un altro testo come quello fino a questo scontro tra Gesù e Satana. Gesù rivive la storia fin dall’inizio; ed anche noi in definitiva riviviamo la storia di fedeltà ed infedeltà, debolezza, peccato ed amore che hanno contraddistinto il cammino dell’umanità e del popolo eletto. La tentazione è non fidarsi di Dio che indica un’altra direzione da percorrere, una via un pò più lunga ed esigente, che non nega il bisogno fisico ed immediato, ma ricorda che ci sono valori più urgenti ed importanti da difendere. Ogni tentazione in definitiva, non è altro che questa: l’idea folle e tremendamente affascinante di prendere il posto di Dio, di avere ogni potere, ogni ricchezza, ogni possibilità. È la tentazione di “essere liberi” perché non c’è “nessuno” più in alto di te ed il mondo è ai tuoi piedi. Puoi andare dove vuoi perché “nessuno” ti chiede di andare da nessuna parte… C’è un unico prezzo da pagare per questa supposta meravigliosa libertà: rinunciare a Dio, cacciare Dio dalla propria vita. È il fascino perverso dell’ateismo. Non solo e non sempre dell’ateismo pratico di tanti che non lo negano a parole, ma lo escludono di atto dalla loro vita. E’ l’ateismo più pericoloso, quello strisciante di chi si è allontanato da Dio, ma non vuole misurare la distanza per non essere costretto a riconoscere la sua situazione. Solo Dio è Dio! Dall’alto della montagna della tentazione, ormai chiaramente superata, Gesù appare come l’uomo veramente libero, libero anche da se stesso, pienamente padrone dei suoi desideri, “vertice” della creazione, fattosi “piccolo” per noi.