Giovedì eucaristico

Stare a tu per tu con il Signore, contemplarlo nell’Eucarestia è uno dei momenti più belli che arricchisce la nostra anima. Ci appaga interiormente, ci fa sentire ascoltati ed amati. 
Ma cosa significa “adorare” Gesù nel Santissimo Sacramento? Lui è lì, esposto sull’altare e, ancora una volta si offre a noi, ci invita a stare con Lui in una forma ancora più vicina, quasi intima e riservata. Ci chiede di aprire il nostro cuore, di parlargli, in particolare se abbiamo dubbi, incertezze o difficoltà Lui è lì che ci ascolta.


La domenica della parola di Dio

Oggi siamo invitati a celebrare la “Domenica della Parola”, istituita da Papa Francesco: occasione preziosa per sensibilizzare i fedeli al valore incommensurabile e imprescindibile dell’ascolto della Parola di Dio, specie quando essa viene proclamata durante la celebrazione liturgica. Il tema di quest’anno è quello della testimonianza. L’espressione a cui si ispira è quella che Giovanni annota all’inizio della sua prima lettera: “Vi annunciamo ciò che abbiamo veduto”.
La parola ascoltata, o meglio celebrata, che diviene evento, esperienza di Cristo Risorto presente e operante in mezzo a noi, chiede di essere annunciata, dunque portata a tutti, perché ogni uomo e donna possa condividere il dono della salvezza. L’annuncio rimanda alla figura del testimone, ossia di colui che ne è portatore, come ricorda S. Paolo nella Lettera ai Romani: “Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?” (Rm 10,14).
Essere testimoni significa condividere ciò che si è visto e toccato, ciò che è stato esperito, colui che abbiamo incontrato. La Parola per noi è Gesù, il Verbo che si è fatto carne e che si fa presente ogni volta che ci riuniamo nel suo nome e facciamo memoria di lui. È per questo che la proclamazione e l’ascolto della Parola trovano il contesto più proprio e ricco nella liturgia. Nell’Esortazione Apostolica post sinodale Verbum Domini, Benedetto XVI scriveva: “Parola ed Eucarestia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la Parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico”.
In questo anno “Eucaristico e sinodale” per la nostra Diocesi, ci è offerta la possibilità di sottolineare tale stretto rapporto, che ricorda come proprio nella celebrazione liturgica, ed in particolare nella celebrazione della Messa, la Parola si fa evento, è lo stesso Cristo che parla e si dona a noi come Pane della vita. È dunque nella celebrazione che noi riviviamo l’incontro con il Risorto, di cui siamo chiamati a farci testimoni. Il congedo con cui si scioglie l’assemblea liturgica è sempre da interpretare come un invio rivolto a tutti alla missione e alla testimonianza. Infatti ciò che abbiamo ascoltato, ricevuto, ciò che abbiamo celebrato e vissuto nel sacramento, è anche ciò che ci qualifica come testimoni e che dobbiamo annunciare al mondo.
Essere annunciatori della Parola significa essere testimoni del Risorto.

Agnese: volto di una fede profonda che rende puri e belli

Credere in Cristo significa mantenere il cuore puro, perché chi accoglie Dio in sé accoglie la fonte primaria della bellezza e quindi della purezza. Sant’Agnese per la tradizione è proprio l’icona di una fede che rende puri e belli – e quindi profeti – agli occhi del mondo. Figlia di una famiglia patrizia romana, a 12 anni fu vittima della persecuzione scatenata dall’imperatore (forse Decio nel 250 o Diocleziano nel 303) contro i cristiani. Un giovane si era invaghito di lei ma venne respinto, perché Agnese aveva scelto di consacrare a Dio la propria verginità. Venne così denunciata come cristiana e condannata: fu esposta nuda nei pressi di quella che oggi è piazza Navona, ma nessuno poté avvicinarsi. Un uomo che aveva provato a toccarla era morto, anche se era tornato in vita
poco dopo per intercessione della stessa martire. Cercarono di ucciderla gettandola nel fuoco, ma le fiamme si estinsero lasciandola illesa; infine venne uccisa con un colpo di spada alla gola, come un agnello. La figura di Agnese ha rappresentato l’innocenza giovanile, la mite e determinata inclinazione al bene, la forza intrepida della fanciulla che sboccia alla vita e non tradisce minimamente quello che ama, illuminata dalla fede e dalla saggezza. L’ostinazione, caratteristica dell’adolescenza, può tramutarsi in visione cosciente della realtà della vita, allorché è illuminata dalla sapienza e dalla nobiltà d’animo: molti fatti esemplari narrano di adolescenti, giovani, che hanno saputo affrontare i pericoli e la morte con coraggio, forza e determinazione, che stupiscono considerando la loro età.
Agnese mantiene anche l’incanto di una bontà naturale, di una bellezza illuminata dalla Grazia, dalla naturale benevolenza e innocenza che disarmano nella figura di una fanciulla. 

Imparate a fare il bene

Nella pericope biblica scelta quale tema per la Settimana di preghiera per l’unità, il profeta Isaia ci mostra come curare questi mali. Imparare a fare il bene richiede la decisione di impegnarsi in un esame di coscienza.
La Settimana di preghiera è il momento più adatto perché i cristiani riconoscano che le divisioni tra le chiese e le confessioni non sono poi tanto diverse dalle divisioni all’interno della più ampia famiglia umana. Pregare insieme per l’unità dei cristiani ci permette di riflettere su ciò che ci unisce e di impegnarci a combattere l’oppressione e la divisione della famiglia umana.
Il profeta Michea sottolinea che Dio ci ha detto ciò che è bene e che cosa vuole da noi: “Praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio”.
Agire con giustizia significa avere rispetto per tutte le persone.
La giustizia richiede un trattamento veramente equo per superare le condizioni sfavorevoli, sviluppatesi nella storia, a motivo della “razza”, del genere, della religione e del livello socio-economico. Vivere con umiltà davanti a Dio richiede pentimento, ammenda e infine riconciliazione. Dio si aspetta da noi che, uniti, condividiamo la responsabilità per l’uguaglianza tra tutti i suoi figli e le sue figlie. L’unità dei cristiani dovrebbe essere segno e pegno dell’unità riconciliata dell’intera creazione. Al contrario, la divisione tra cristiani indebolisce la forza di quel segno, e finisce per acuire la divisione piuttosto che portare guarigione alle ferite e alla vulnerabilità del mondo che è, invece, la missione della Chiesa.

Isaia, ai suoi tempi, sfidò il popolo di Dio a imparare a fare il bene insieme; a cercare insieme la giustizia, ad aiutare insieme gli oppressi, a proteggere gli orfani e difendere le vedove insieme.
La sfida del profeta si applica anche a noi oggi: come possiamo vivere la nostra unità di cristiani per affrontare i mali e le ingiustizie del nostro tempo? Come possiamo impegnarci nel dialogo e crescere nella reciproca consapevolezza, comprensione e condivisione delle esperienze vissute?
La nostra preghiera e il nostro incontrarci con il cuore hanno il potere di trasformarci, come individui e come comunità. Apriamoci alla presenza di Dio in ogni nostro incontro, mentre chiediamo la grazia di essere trasformati, di smantellare i sistemi di oppressione e di guarire dal peccato della divisione. Insieme, impegniamoci nella lotta per la giustizia nella nostra società. Tutti noi apparteniamo a Cristo.

Giovedì eucaristico

La preghiera non è conquista dell’uomo. È dono. La preghiera non nasce allorché “voglio” pregare. Ma quando mi è “dato” di pregare. È lo Spirito che ci dona e rende possibile la preghiera. La preghiera non è iniziativa umana. Può essere soltanto risposta. Dio mi precede sempre.
Con le Sue parole. Con le Sue azioni. Senza le “imprese” di Dio, i Suoi prodigi, le Sue gesta, non nascerebbe la preghiera. Sia il culto come l’orazione personale sono possibili soltanto perché Dio “ha compiuto meraviglie”, è intervenuto nella storia del Suo popolo e nelle vicende di una Sua creatura. Maria di Nazareth ha la possibilità di cantare, “magnificare il Signore”, unicamente
perché Dio “ha fatto cose grandi”. Il materiale per la preghiera viene fornito dal Destinatario.
Non ci fosse la Sua parola rivolta all’uomo, la Sua misericordia, l’iniziativa del Suo amore, la bellezza dell’universo uscito dalle Sue mani, la creatura rimarrebbe muta. Il dialogo della preghiera si accende quando Dio interpella l’uomo con dei fatti “che mette sotto i suoi occhi”. Ogni capolavoro ha bisogno di apprezzamento. Nell’opera della creazione è l’Artefice Divino stesso che si compiace della propria opera: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”. Dio gode di quanto ha fatto, perché si tratta di una cosa molto buona, molto bella.
È soddisfatto, oserei dire “sorpreso”. L’opera è perfettamente riuscita. E Dio si lascia sfuggire un “oh!” di meraviglia. Ma Dio aspetta che il riconoscimento nello stupore e nella gratitudine avvenga anche da parte dell’uomo. La lode non è altro che l’apprezzamento della creatura perciò che ha fatto il Creatore. “Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarLo come a Lui conviene”. La lode è possibile soltanto se ci si lascia “sorprendere” da Dio.
La meraviglia è possibile esclusivamente se si intuisce, se si scopre l’azione di Qualcuno in ciò che sta davanti ai nostri occhi. La meraviglia implica la necessità di fermarsi, ammirare, scoprire il segno dell’amore, l’impronta della tenerezza, la bellezza nascosta sotto la superficie delle cose. “Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le Tue opere”.
Bisogna che il “fare” sfoci nel “vedere”, la corsa s’interrompa per lasciar posto alla contemplazione, all’adorazione, la fretta lasci il posto alla sosta estatica.


Imparate a fare il bene e cercate la giustizia (Is. 1,17)

È questa perentoria affermazione del profeta Isaia che le sorelle e i fratelli del Minnesota (USA) pongono alla nostra riflessione per la preghiera comune di quest’anno. È un ammonimento che riceviamo, da comprendere anzitutto nel contesto più generale del linguaggio profetico. Il pensiero 693 del filosofo francese Blaise Pascal ci esorta: “senza la voce dei profeti, non sapremmo chi ci ha messo in quest’angolo di universo, che cosa siamo venuti a fare e che cosa diventeremo morendo”.
Niente meno di questo ci pone sotto gli occhi la pagina profetica che ci guiderà nella preghiera quest’anno.

Qual è l’eredità che ci ha lasciato il Papa Emerito Benedetto XVI?

“Rimanete saldi nella fede. Non lasciatevi confondere”.
Sono le parole che il Papa emerito Benedetto XVI, ha scritto nel suo testamento spirituale.
Parole semplici ma con un grande significato. È un appello rivolto a tutti per rimanere saldi in quella fede che ci viene trasmessa e che noi dovremmo trasmettere a chi ci è vicino.
Lui ci ha insegnato che dobbiamo fondare le nostre azioni su quanto ci dicono la Chiesa e le Sacre Scritture. Il suo studio e il suo amore per la Bibbia, percorso che si è concluso con la trilogia su Gesù di Nazaret, ci mostrano in maniera chiara ed evidente come la nostra fede sia fondata sulla Parola di Dio che Benedetto XVI ha amato, conosciuto e studiato, e sulla tradizione della Chiesa di cui il Papa emerito è stato un interprete eccezionale, richiamandoci sempre all’universalità della Chiesa, sfuggendo a qualsiasi chiusura particolaristica, etnicistica, ricordandoci sempre che la Chiesa Cattolica è Chiesa universale.

Il suo testamento spirituale sono poco più di due pagine.
Il primo ringraziamento lo rivolge a Dio. Cosa dovremmo imparare da queste sue parole?
Molte cose. Soprattutto dovremmo comprendere che noi non facciamo capo a noi stessi, ma la nostra fede è un dono dell’amore di Dio, da una grande storia di salvezza. Non siamo noi a decidere come essere cristiani, ma dobbiamo vivere a partire da ciò che ogni giorno ci viene insegnato. Nessun uomo è un’isola, nessuno fa capo a sé stesso, ogni uomo, in particolare il cristiano che è sempre collegato al Signore, alla sua Parola, al suo Spirito e ai fratelli.
Sempre leggendo il testamento mi ha colpito una frase del Papa emerito: “Rimanete saldi nella fede, non lasciatevi confondere”.
È un appello che sento vero e importante: oggi molti non sanno più che cos’è il cristianesimo, magari perché non si sono mai avvicinati alla Chiesa o non conoscono la verità di Dio. Papa Benedetto si è posto il problema di milioni di persone che conoscono una ‘caricatura’ del cristianesimo. Quello che il Papa emerito ha scritto nel suo testamento spirituale, è un appello rivolto a tutti per rimanere saldi in quella fede che ci viene trasmessa e che noi dovremmo trasmettere a chi ci è vicino”.
Qual è l’insegnamento più grande che Papa Ratzinger ci ha dato?
Mi vengono in mente quelle sue prime parole pronunciate dopo essere stato eletto come Pontefice: ‘Siamo tutti umili operai nella vigna del Signore’. Con questa frase ha aperto il suo pontificato, iniziando a percorrere la via dell’umiltà, del lavoro spirituale quotidiano, sempre a disposizione degli altri. Sono elementi, questi, che ci rendono dei cristiani aperti. Io credo che il Papa ci abbia insegnato che ogni giorno si debba lavorare umilmente nella Chiesa, lavorare ogni giorno umilmente affinché i poveri siano rispettati e affinché ci sia l’amore nella nostra società.

Il testamento spirituale di Benedetto XVI

Il Papa Emerito Joseph Ratzinger, morto il 31 dicembre 2022, ha lasciato un testamento spirituale, scritto nel 2006. Ecco il testo integrale diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede 29 agosto 2006: Il mio testamento spirituale Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare.
Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene.
Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi. La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta.
Di cuore ringrazio Dio per i tanti amici, uomini e donne, che Egli mi ha sempre posto a fianco; per i collaboratori in tutte le tappe del mio cammino; per i maestri e gli allievi che Egli mi ha dato.
Tutti li affido grato alla Sua bontà.
E voglio ringraziare il Signore per la mia bella patria nelle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creatore stesso. Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede. Prego affinché la nostra terra resti una terra di fede e vi prego, cari compatrioti: non lasciatevi distogliere dalla fede.
E finalmente ringrazio Dio per tutto il bello che ho potuto sperimentare in tutte le tappe del mio cammino, specialmente però a Roma e in Italia che è diventata la mia seconda patria.
A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono.
Quello che prima ho detto ai miei compatrioti, lo dico ora a tutti quelli che nella Chiesa sono stati affidati al mio servizio: rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere! Spesso sembra che la scienza – le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro – siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica.
Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità. Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista. Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede. Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita — e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo.
Infine, chiedo umilmente: pregate per me, così che il Signore, nonostante tutti i miei peccati e insufficienze, mi accolga nelle dimore eterne.
A tutti quelli che mi sono affidati, giorno per giorno va di cuore la mia preghiera.
Benedictus PP XVI

Giovedì eucaristico

Che cosa vuol dire adorare Dio? Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti.
Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia.

La vera adorazione di Dio viene da un cuore che desidera soltanto Lui.
Questo era esattamente il punto su cui si sbagliavano i samaritani; questi cercavano di adorare sia Dio che gli idoli, e questo viene riaffermato dal Signore Gesù Cristo quando discute sull’argomento della vera fede con la donna samaritana che venne a prendere l’acqua nel pozzo. “Voi adorate quel che non conoscete”. Queste persone adoravano Dio “senza convinzione” perché il loro affetto completo non riposto in Dio. È possibile persino per i veri credenti cadere in questo errore. Possiamo non acconsentire al fatto di avere degli idoli fisici, come facevano invece i samaritani, ma cosa assorbe la nostra volontà, il nostro tempo, le nostre risorse più di ogni altra cosa? Sono forse cose come la carriera, i possedimenti materiali, il denaro, la salute, o persino la nostra famiglia? Gridiamo a gran voce, come il re Davide nel Salmo 63:5: “L’anima mia sarà saziata come di midollo e di grasso, e la mia bocca ti loderà con labbra giubilanti”. Solo Dio dovrebbe soddisfare il cuore dell’uomo rigenerato e la sua risposta a quella soddisfazione divina, paragonabile al migliore dei cibi, è il frutto delle labbra che cantano la lode di Dio.


Una missione diversa

Benedetto XVI, Papa emerito

Una missione che ha portato avanti nel silenzio del suo eremo all’interno delle mura leonine, rispettando quanto disse il 28 febbraio del 2013, 17 giorni dopo l’annuncio delle sue dimissioni. «Cari amici – diceva salutando i fedeli della diocesi di Albano e con essi il mondo intero – sono felice di essere con voi, circondato dalla bellezza del creato e dalla vostra simpatia che mi fa molto bene.
Grazie per la vostra amicizia, il vostro affetto. Voi sapete che questo mio giorno è diverso da quelli precedenti; non sono più Sommo Pontefice della Chiesa cattolica: fino alle otto di sera lo sarò ancora, poi non più. Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità. E mi sento molto appoggiato dalla vostra simpatia.
Andiamo avanti insieme con il Signore per il bene della Chiesa e del mondo».