La scoperta del dono di Dio

Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani!
Guidati e custoditi da Gesù Risorto, celebriamo domenica 26 aprile, nella IV domenica di Pasqua, detta “domenica del buon Pastore”, la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. È un’occasione in cui condividere alcune riflessioni sulla dimensione interiore della vita, intesa come scoperta del dono gratuito di Dio che sboccia nel profondo del cuore di ciascuno di noi. Percorriamo allora insieme la via di una vita veramente bella, che il Pastore ci indica!
La via della bellezza
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si definisce letteralmente il «pastore bello» (Gv 10,11). L’espressione indica un pastore perfetto, autentico, esemplare, in quanto è pronto a dare la vita per le sue pecore, manifestando così l’amore di Dio. È il Pastore che affascina: chi lo guarda scopre che la vita è davvero bella se lo si segue. Per conoscere questa bellezza non bastano gli occhi del corpo o criteri estetici: occorrono contemplazione e interiorità. Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il suo sguardo può dire con fiducia: “Mi fido, con Lui la vita può essere davvero bella, voglio percorrere la via di questa bellezza”. E la cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta “belli”: la sua bellezza ci trasfigura. Come scrive il teologo Pavel Florenskij, l’ascetica non crea l’uomo “buono”, ma l’uomo “bello”. Il tratto che contraddistingue i santi, infatti, oltre alla bontà, è la bellezza spirituale luminosa che irradia da chi vive in Cristo. Così la vocazione cristiana si rivela in tutta la sua profondità: partecipare della sua vita, condividere la sua missione, splendere della sua stessa bellezza. Questa comunicazione interiore di vita, di fede e di senso fu l’esperienza anche di Sant’Agostino, il quale, nel libro terzo delle Confessioni, mentre dichiara e confessa i suoi peccati ed errori giovanili, riconosce Dio «più intimo di ogni mia intimità». Oltre la consapevolezza di sé, egli scopre la bellezza della luce divina che lo guida nel buio. Agostino scorge la presenza di Dio nella parte più interiore della sua anima, e ciò implica l’aver compreso e vissuto l’importanza della cura dell’interiorità come spazio di relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita. Tale relazione si edifica nella preghiera e nel silenzio e, se coltivata, ci apre alla possibilità di accogliere e vivere il dono della vocazione, che non è mai un’imposizione ma un progetto di amore e di felicità. La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire per gustare la bellezza della vita cristiana. In questo spirito, invito tutti a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo.
Incamminati sulla via che Gesù, il bel Pastore, ci indica, impariamo allora a conoscere meglio noi stessi e a conoscere più da vicino Dio che ci ha chiamati.
Conoscenza reciproca
«Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore». Ogni vocazione, infatti, non può che iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore: Egli ci conosce profondamente, ha contato i capelli del nostro capo e ha pensato per ognuno una via unica di santità e di servizio. Questa conoscenza, però, dev’essere sempre reciproca: siamo invitati a conoscere Dio attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti, la vita della Chiesa e la donazione ai fratelli e alle sorelle. Come il giovane Samuele, che nella notte, forse in maniera inaspettata, udì la voce del Signore e imparò a riconoscerla con l’aiuto di Eli, così anche noi dobbiamo creare spazi di silenzio interiore per intuire ciò che il Signore ha in cuore per la nostra felicità. Non si tratta di un sapere intellettuale astratto o di una conoscenza dotta, ma di un incontro personale che trasforma la vita. Dio abita il nostro cuore: la vocazione è un dialogo intimo con Lui, che chiama – nonostante il rumore talvolta assordante del mondo – invitandoci a rispondere con vera gioia e generosità. «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso, la Verità abita nell’uomo interiore». Ancora sant’Ago-stino ci ricorda quanto sia importante imparare a fermarsi, costruire spazi di silenzio interiore per poter ascoltare la voce di Gesù Cristo.
Carissimi fedeli tutti, ascoltate questa voce! Ascoltate la voce del Signore che vi invita a vivere una vita piena, realizzata, mettendo a frutto i propri talenti. Fermatevi, dunque, in adorazione eucaristica, meditate assiduamente la Parola di Dio per viverla ogni giorno, partecipate attivamente e pienamente alla vita sacramentale ed ecclesiale. In questo modo conoscerete il Signore e, nell’intimità propria dell’amicizia, scoprirete come donare voi stessi, nella via del matrimonio, o del sacerdozio, o del diaconato permanente, oppure nella vita consacrata, religiosa o secolare: ogni vocazione è un dono immenso per il mondo e per chi la accoglie con gioia. Conoscere il Signore significa soprattutto imparare a fidarsi di Lui e della sua Provvidenza, che sovrabbonda in ogni vocazione.
Fiducia
Dalla conoscenza nasce la fiducia, atteggiamento che è figlio della fede, essenziale sia per accogliere la vocazione, sia per perseverare in essa. La vita, infatti, si rivela come un continuo fidarsi e affidarsi al Signore, anche quando i suoi piani sconvolgono i nostri.
Pensiamo a San Giuseppe, che, nonostante l’inatteso mistero della maternità della Vergine, si affida al sogno divino e accoglie Maria e il Bambino con cuore obbediente (cfr Mt 1,18-25; 2,13-15). Giuseppe di Nazaret è un’icona di fiducia totale nel disegno di Dio: si fida anche quando tutto intorno a lui sembra essere tenebra e negatività, quando le cose sembrano andare in direzione opposta rispetto a quella prevista. Egli si fida e si affida, certo della bontà e della fedeltà del Signore. «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani».
Come ci ha insegnato il Giubileo della Speranza, occorre coltivare una fiducia ferma e stabile nelle promesse di Dio, senza cedere mai alla disperazione, superando paure e incertezze, certi che il Risorto è Signore della storia del mondo e della nostra personale: Egli non ci abbandona nelle ore più buie, ma viene a diradare con la sua luce tutte le nostre tenebre. E proprio grazie alla luce e alla forza del suo Spirito, anche attraverso prove e crisi, possiamo vedere la nostra vita maturare, riflettere sempre più la stessa bellezza di Colui che ci ha chiamato, una bellezza fatta di fedeltà e fiducia, nonostante le ferite e le cadute. (…)
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, vi incoraggio a coltivare la vostra relazione personale con Dio attraverso la preghiera quotidiana e la meditazione della Parola. Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il dono della vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo.
La Vergine Maria, modello di accoglienza interiore del dono divino e maestra dell’ascolto orante, vi accompagni sempre in questo cammino!


Dal Vaticano, 16 marzo 2026
LEONE PP. XIV

Affrettarsi

Pasqua è tutta una corsa: Maria di Magdala, scoperto il sepolcro vuoto, corre da Pietro e dall’altro discepolo, e questi a loro volta corrono al sepolcro, a due diverse velocità: per primo arriva il discepolo amato e poi Pietro. Ma perché corrono? Si può correre per tre diversi motivi: o per fuggire da qualche pericolo o per sostenere una gara sportiva o per affrettare un incontro desiderato. La Maddalena e i discepoli non corrono per fuggire o per gareggiare, ma per affrettare un incontro: Maria deve vedere i discepoli e questi vogliono rendersi conto di per-sona se il Signore è stato imprigionato dalla morte. La fede cristiana nasce da queste corse del mattino di Pasqua, che in poco tempo raggiungono tante persone e formano una rete di testimoni della risurrezione di Gesù, formano una comunità. La Chiesa sorge da questo andirivieni dei primi testimoni, che correvano perché avevano fretta di an-nunciare a tutti che la morte aveva perso la sua forza, perché Gesù l’aveva vinta. Anche oggi la Chiesa va avanti perché tanti corrono – non con i piedi ma con il cuore – per trasmettere la bellezza della fede a coloro che incontrano. Però a volte noi cristiani rischiamo di correre non per comunicare l’incontro con Gesù risorto, ma per gli altri due motivi: per fuggire o per gareggiare. La nostra corsa è una FUGA quando inseguiamo le cose da fare e non troviamo il tempo di fermarci a pensare; quando portiamo avanti impegni e iniziative – nella società e nella comunità cristiana – senza darci una formazione adeguata; quando siamo preoccupati dell’efficienza, di orari e risultati, ma trascuriamo le persone che abbiamo a fianco. I nostri fratelli Ortodossi dicono che noi Cattolici siamo caduti nella malattia dell’attivismo, dove conta solo fare e non pensare, dove contano più le prestazioni che le re-lazioni, più la quantità dei risultati raggiunti che la qualità dei rapporti tra le persone. Ma c’è anche l’altro motivo della corsa, che potrebbe insinuarsi dentro di noi: la GARA. San Paolo dice che l’unica gara ammessa tra i cristiani è quella della stima: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10); tutte le altre competizioni non appartengono ai cristiani. Nel racconto evangelico della Risurrezione il discepolo amato giunge per primo al sepolcro, ma poi attende Pietro ed entra dopo di lui: non vuole vincere una gara, ma rispetta la precedenza di Pietro. Eppure entriamo in concorrenza tra di noi a causa degli spazi da occupare e dei compiti da svolgere, accusandoci di reciproche ingerenze e invasioni di campo. Quando questo atteggiamento, così diffuso nella società, si infiltra anche nelle nostre comunità, perdiamo quasi tutte le energie nei faticosi tentativi di ricucire le relazioni, di ridefinire spazi e compiti, di rimettersi d’accordo. Dante Alighieri aveva intuito che in paradiso uno è contento per i doni di un altro e non solo per i propri. Pre-sentando due grandissimi santi medievali, Francesco e Domenico, fondatori di due ordini che all’epoca di Dante erano spesso in competizione, il poeta ha questa geniale trovata: a cantare le lodi di Francesco nel PARADISO non è un francescano, ma un domenicano, san Tommaso (canto XI), così come a cantare le lodi di Domenico è un francesca-no, san Bonaventura (canto XII). Dante suggerisce così che quando riusciamo a mettere da parte la competizione e a provare gioia per i doni degli al-tri, viviamo già un paradiso anticipato. La risurrezione di Gesù, insomma, per essere credibile deve cominciare già ora, nella nostra vita quotidiana, a farsi presente, a gettare le sue luci: chi crede nel Risorto non si affanna a correre, come se questa vita terrena finisse per sempre con la morte; e non vive sempre in competizione con gli altri, tentando di abbassarli per innalzare se stesso. Chi crede nel Risorto corre solo per partecipare ad altri la gioia della fede. Grazie a Dio, non solo sugli altari ma an-che nelle nostre case e nelle nostre strade esistono tanti cristiani che davvero rendono testimonianza che Cristo è risorto. Una di queste persone – molto provata dalla vita – che ho incontrato in parrocchia mi ha detto: «Il Signore in fondo è stato buono con me, perché mi ha tolto tutto tranne la fede». Que-sta persona non si può più muovere fisicamente, ma in realtà corre più di tanti perché testimonia che la fede nel Risorto è capace di dare senso alla vita, anche quando la vita, di senso sembrerebbe non averne più.

Ci parlino i gesti di umiltà e di dono

Questa sera voglio lavarti i piedi, fratello. Non ri-bellarti, non schermirti, non tirarti indietro. Lascia che questo gesto abbia il suo spazio. Ne sono cer-to, è la vera rivoluzione da fare. Lascia, allora, che il gesto ci parli. Inginocchiato davanti a te mi passerà davanti l’umanità sofferente, in particolare i popoli estenuati che soffrono e lottano per il diritto a esi-stere. Questa sera gli occhi di ogni celebrante, an-che i miei, si riempiranno di lacrime e di luce; di gioia e di dolore; di speranza e di domande. Questa sera non permetteremo al male di sopraffarci. Non gli daremo tregua. Gli dichiareremo guerra. Una guerra combattuta senz’armi e senza requie. Con coraggio e abnegazione. Beati coloro che oggi, Giovedì santo, sapranno riposare sul petto di Gesù, sapranno mettersi in ascolto del battito del suo cuore, e delle sue parole. Gesù, dimmi, come ci vedi da lassù? Che stai pensando di questi tuoi figli ot-tusi, illogici, ribelli? Come fai a resistere davanti a tanta sofferenza, a tanta ignavia, a tante sarcasti-che menzogne? Perché ti copri il volto? Perché ti fai sordo al pianto e alle preghiere dei piccoli e dei giusti? Ai traumi e alle grida soffocate dei bambini? Eppure, anche questa sera, ci inviti a cena: «Man-giate! Questo è il mio corpo. Bevete! Questo è il mio sangue», continui a ripeterci. «Accogliete l’invito, rimanete nel mio amore, non allontanatevi, non lasciatevi ingannare dal re della menzogna. Anche se ancora non capite, fidatevi. Dopo, tutto sarà chiaro». Il sangue. Quanto sangue ancora que-sta terra dovrà bere? Fino ad allagarsi? Quante vite innocenti dovranno ancora pagare un prezzo atro-ce per i folli deliri di onnipotenza, le bramosie di denaro e di successi altrui? Caino si chiamava chi uccise per la prima volta, ma la voce di quel sangue ancora non si è spenta. Abele ancora piange, anco-ra geme. Fino alla fine dei tempi, dunque, dovrà tormentarsi Abele? Fino alla fine dei tempi, Caino, s’inebrierà di sangue come se fosse mosto? Questa sera, nel calice, insieme al vino da consacrare, ver-seremo, addolorati e stanchi, il sangue dei nostri fratelli e sorelle vittime innocenti degli egoismi personali, nazionali, di religione o di razza che pro-prio non vogliono finire. Questa sera, non potendo essere nei luoghi martoriati dalle bombe e dalla cattiveria umana, ci ritroveremo tutti nel Cenacolo. Con Cristo, per Cristo e in Cristo. Sulla vetta più al-ta del più alto monte, celebreremo, insieme, la Messa sul mondo.
Per noi, per i tormentati dalla guerra, vivi e morti – ovunque si trovino – e per i loro tormentatori, chiunque essi siano. Il sangue versato dai giusti non andrà perduto. No, non vogliamo indagare sul come e sul perché, ci basta sapere che – nonostante tutto – nemmeno un gemito di quelle donne avvili-te e violentate, di quei bambini privati della vita dalla viltà animalesca di violentatori, e che nem-meno una lacrima, una ferita che non vuole e non può guarire, dei vecchi e degli ammalati andrà sprecata. Se così non fosse, se in modo misterioso ma terribilmente vero, tu, Signore, non raccogliessi i nostri tormenti, i nostri dolori, le nostre angosce, in preziosissimi otri che sfideranno i secoli, davve-ro non varrebbe la pena nascere. Lasciaci riposare accanto a te. Vogliamo saziarci di Pane, ubriacarci di vino anche per chi non può partecipare alla Messa del Giovedì santo. Desideriamo lavare, asciugare, baciare i piedi dei nostri fratelli. Non per ripetere un rito suggestivo, ma per dire a noi stessi e al mondo che ti prendiamo sul serio. Che l’unica strada da percorrere è quella del servizio. Come sa-rebbe, oggi, Signore, questa nostra terra se ti avessimo ascoltato? Quale fantastico paradiso avremmo costruito in questi anni? Ce lo hai ripetu-to tante volte: solo nel servire si nascondono la gioia e il futuro dell’intera umanità. Un servizio che scaturisce dall’amore. Amore a te, Creatore e Si-gnore del cielo e della terra. E a coloro che tu im-mensamente ami e ci chiedi di amare: gli uomini, le donne, i bambini usciti dalla tua volontà, dalle tue mani, dal tuo cuore.

Il Crocifisso e le stigmate di San Francesco

S’infiammano i cuori fedeli pensando alle stimmate sacre dell’umile santo Francesco. / Di nulla dobbiamo gloriarci se non della croce di Cristo seguendo l’esempio del Padre. / Sul monte quest’uomo devoto, e vigile, povero, ardente, è tutto un sospiro d’amore. / Raccolto in silente preghiera, pensando al mister della croce, si sente trafiggere il cuore. / Or viene il Re grande dal cielo, affisso sul legno di croce in mite, dolcissimo spetto. / Il povero vede il Signore soffrire, il Re santo ed eterno che regna glorioso nel cielo. / Trasformasi il cuor di Francesco, e il corpo d’un tratto è ornato di santi mirabili segni. / Di Cristo Gesù crocifisso per lui fu la vita e la morte d’assiduo, dolce pensiero. / L’interno ed intenso fervore si mostra di fuori nel corpo coll’orma di stimmate sacre. / Signore Gesù crocifisso, sia sempre alla croce conforme il cuore di tutti e la vita. / Fa’ che noi nel regno di luce i frutti portiam della croce per il gaudio eterno del cielo. / Sia lode a Gesù Crocifisso, a Francesco unito con lui svincolato dai legami del mondo.

Indulgenza plenaria legata alla Cappella “Cascina Grande”

Prot. N. 01358/2023-140/23/I

La Penitenzieria Apostolica, per incrementare la religione e la salvezza delle anime dei fedeli, in virtù delle facoltà conferitele in modo del tutto speciale dal Santissimo Padre e Signore Nostro, Signore Francesco, per Divina Provvidenza Papa, dopo aver ascoltato le preghiere recentemente presentate dal Rev. do Giuseppe Castelvecchio, Parroco della Parrocchia di San Fiorano Martire presso la Chiesa di San Fiorano, Diocesi di Lodi, concede benignamente dai tesori celesti della Chiesa l’Indulgenza plenaria da lucrare da parte di tutti e singoli i fedeli, che potranno applicare anche alle anime dei fedeli trattenuti in Purgatorio a titolo di suffragio, purché, veramente pentiti, confessati e nutriti della Santa Comunione, abbiano devotamente visitato in forma di pellegrinaggio la Cappella campestre della “Cascina Grande”, situata entro i confini della suddetta Parrocchia, e vi abbiano partecipato ai solenni riti, o almeno abbiano dedicato un congruo periodo di tempo a pie riflessioni, concludendo con il Padre Nostro, il Credo e le invocazioni alla Beata Vergine Maria:

  • il giorno 25 marzo, Annunciazione della Beata Vergine Maria;
  • il giorno 8 settembre, Natività della Beata Vergine Maria;
  • il giorno 8 dicembre, Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria;
  • una volta all’anno, in un giorno liberamente scelto da ciascun fedele;
  • ogni volta che abbiano partecipato a un sacro pellegrinaggio, che si svolga in gruppo.

I fedeli impediti dall’età avanzata, dalla malattia o da altra grave causa, potranno ottenere l’Indulgenza plenaria in determinati giorni se, concepita la detestazione di ciascun peccato e il proposito di adempiere, appena sarà consentito, le tre consuete condizioni, si uniranno spiritualmente a celebrazioni e pellegrinaggi davanti a qualche immagine sacra, offrendo a Dio misericordioso le loro preghiere e i loro dolori, o i disagi della propria vita.
Pertanto, affinché l’accesso al perdono divino ottenuto attraverso le chiavi della Chiesa sia reso più facile dalla carità pastorale, questa Penitenzieria chiede vivamente che il Parroco e i sacerdoti, dotati delle opportune facoltà per ricevere le confessioni, si presentino con animo pronto e generoso alla celebrazione della Penitenza.
La presente avrà validità di sette anni, purché sia stata debitamente esibita all’Ordinario del luogo. Nonostante qualsiasi disposizione contraria.

Dato a Roma, dalla Penitenzieria Apostolica, il giorno 13 maggio, nella memoria della Beata Vergine Maria di Fati-ma, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 2023.


Mauro Card. Piacenza – Penitenziere Maggiore
Cristoforo Nykiel – Reggente

Solennità di San Giuseppe

O caro San Giuseppe, amico e protettore di tutti, Custode di Gesù e di tutti quelli che invocano il tuo aiuto, tu sei grande perché ottieni da Dio tutto quello che gli uomini ti chiedono. Ti prego di accogliere la mia preghiera: veglia e custodisci tutte le famiglie perché vivano l’armonia, l’unità, la fede, l’amore che regnava nella Famiglia di Nazareth. Guarda con tenerezza particolare le famiglie dei disoccupati, dona a tutti un lavoro, affinché con la loro opera creino un mondo migliore e diano lode a Dio Creatore. Ti affido la Chiesa, in particolare il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti, e tutti i missionari perché si sentano sostenuti dalla tua paternità. Chi li può amare più di te, o caro San Giuseppe? Proteggi tutte le persone consacrate perché trovino nella tua obbedienza e adesione alla volontà di Dio, l’esempio per vivere nel silenzio, nell’umiltà e nella missionarietà la vita di unione con Dio che le rende felici nel compimento della divina Volontà. La gioia di sentirsi di Dio è così grande che non ha paragoni; solo in Dio si trova tutta la felicità. San Giuseppe esaudisci la mia preghiera! (Giovanni Paolo II°)

Lasciarsi amare

Anno Francescano

Il fascino che San Francesco continua ad esercitare su molti potrebbe trarci in inganno. Ad esempio, potremmo convincerci che la sua grandezza risieda nell’eroismo della radicalità, della povertà, della testimonianza senza fronzoli della vita del Vangelo e in quella serie infinita di fioretti sulla sua vita che i suoi contemporanei ci hanno lasciato. Potremmo quasi convincerci che la sua santità risieda in quel-la stranezza che tanto metteva a disagio i grandi, i benpensanti e persino la sua famiglia. Ma il segreto di San Francesco non è nella sua forza, o nella sua stranezza ma nell’amore con cui è stato conquistato da Cristo. Infatti, mai dobbiamo dimentica-re che l’iniziativa non è mai nostra ma sempre di Gesù: “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. E allora che merito ha San Francesco se in fondo gli è solo capitata la grazia di essere amato fino al punto da conoscere l’amore del Padre? Il suo merito è nell’essersi lasciato ama-re. È questa la cosa più difficile della vita. È umanamene possibile vivere la povertà, i sacrifici, gli sforzi umani, ma la cosa più difficile della vita è lasciarsi amare senza porre nessuno ostacolo a questo amore. È questa la definizione di umiltà. L’umile (il piccolo) è colui che si lascia amare e si sente forte solo ed esclusivamente di questo amo-re. La grandezza di Francesco d’Assisi è tutta qui. Imitarlo non significa per forza fare le cose che lui ha fatto, ma fare come lui ha fatto.

Quaresima e malattie spirituali

“Tutti abbiamo delle malattie spirituali, da soli non possiamo guarirle; tutti abbiamo dei vizi radicati, da soli non possiamo estirparli; tutti abbiamo delle paure che ci paralizzano, da soli non possiamo sconfiggerle”. Papa Francesco ci ha sempre invitati a riconoscere le nostre malattie spirituali per poter iniziare o continuare il nostro cammino di conversione. Della lista di malattie che Papa Bergoglio ci presenta, ne scegliamo alcune, mantenendo l’originalità del suo linguaggio.

  1. La malattia, “del sentirsi immortale, indispensabile”. È la malattia di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al ser-vizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo che guarda appassionatamente la propria immagi-ne e non vede l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi.
    Un’ordinaria visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare a vedere i nomi di tante persone, delle quale alcuni forse pensavano di essere immortali, immuni e in-dispensabili! È la malattia del ricco stolto del Van-gelo che pensava di vivere eternamente nei suoi sogni di potere e autosufficienza. (Lc 12,13-21).
  2. La malattia “del martalismo” (parola che deriva da Marta), dell’eccessiva operosità: ossia di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”, il sedersi ai piedi di Gesù (Lc 10,38-42) per una ricarica spirituale e umana, per il bene personale e un migliore servizio agli al-tri.
  3. C’è anche la malattia “dell’impietrimento menta-le e spirituale”: ossia la malattia di coloro che posseggono un cuore di pietra e la “testa dura” (At 7,51). È pericoloso perdere la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono! È la malattia di co-loro che perdono “i sentimenti di Gesù” (Fil 2,5) per-ché il loro cuore, con il passare del tempo, si indurisce e diventa incapace di amare.
  4. C’è anche la malattia “dell’Alzheimer spirituale”: ossia la dimenticanza della storia personale con il Signore, del «primo amore» (Ap 2,4). Lo vediamo in coloro che hanno perso la memoria del loro incontro con il Signore; che si sono dimenticati del consiglio di Gesù: “rimanete in me, perché senza di me non potete far niente” (Gv 15). Lo vediamo in coloro che dipendono completamente dal loro presente, dalle loro passioni, capricci e manie; in coloro che costruiscono intorno a sé muri diventando, sempre di più, schiavi degli idoli che hanno scolpito con le loro stesse mani.
  5. La malattia “della schizofrenia esistenziale”. È la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressi-vo vuoto spirituale che titoli onorifici o titoli acca-demici non possono colmare. Una malattia che colpisce spesso coloro che, dimenticando lo spirito di servizio, perdono il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano così un loro mondo parallelo, dove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri e iniziano a vivere una vita nascosta e sovente dissoluta.
  6. La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. È una malattia grave, che inizia magari solo per fare due chiacchiere e si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” tra gli altri. È la malattia delle perso-ne vigliacche, che non avendo il coraggio di parlare direttamente, parlano dietro le spalle. San Paolo ci ammonisce: «Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri» (Fil 2,14-18). Guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere!
  7. La malattia “dell’accumulare”: quando un cri-stiano cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro. A queste persone il Signore ripete: «Tu dici: sono ricco, mi so-no arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo … Sii dunque zelante e convertiti» (Ap 3,17-19). L’accumulo appesantisce il cuore, rallenta il cammino verso Dio, mentre un cuore pieno di Dio è un cuore felice.
  8. La malattia “dell’indifferenza”: più che di malattia, in questi tempi dobbiamo parlare di epidemia, di globalizzazione dell’indifferenza. Tutti abbiamo un debito: non abbiamo amato abbastanza. Si, abbiamo debiti con Dio e con i nostri fratelli e sorelle e, soprattutto, con chi soffre, con i poveri, con gli emigrati, con gli scartati, con gli ultimi. Abbiamo debiti immani che non potremo mai pagare: il debito della vita di chi è rimasto sepolto nelle acque del cimitero del Mediterraneo. Sono debiti creati dalla nostra indifferenza, dal nostro cuore indurito. È il debito creato da quel delirio di grandezza che ci porta a ritenerci più importanti degli altri, a voler essere serviti, ad occupare i primi posti. Abbiamo anche un debito pesante: non abbiamo portato la croce degli altri, non abbiamo portato il peso degli altri. Terminiamo con una preghiera di Charles De Foucauld che Papa Francesco propone per la quaresima:
    “Signore voglio ciò che tu vuoi.
    Signore mio Gesù, voglio amare tutti coloro che tu ami. Voglio amare con te la volontà del Padre.
    Non voglio che nulla separi il mio cuore dal tuo.
    Tutto quel che vuoi io lo voglio.
    Tutto quel che desideri io lo desidero.
    Dio mio, ti do il mio cuore, offrilo assieme al tuo a tuo Padre, perché esso ti appartiene.”.
    (Papa Francesco, Dicembre 2014)