Indulgenza della Porziuncola o “Perdono d’Assisi”

Dal mezzogiorno del primo agosto alla mezzanotte del giorno seguente si può lucrare una volta sola l’Indulgenza plenaria. Condizioni richieste:

1. Visita, entro il tempo prescritto, a una Chiesa cattedrale o parrocchiale e recita del Padre Nostro e del Credo;

2. Confessione sacramentale;

3. Comunione eucaristica;

4. Preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre (almeno un Padre Nostro e un’Ave Maria o altre preghiere a scelta);

5. Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato anche veniale

Le condizioni di cui ai nn. 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la chiesa; tuttavia è conveniente che la santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita. L’indulgenza può essere applicata ai defunti in modo di suffragio, ma non ad altri che siano ancora in vita.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo quarto – Un’ecologica integrale

Il cuore della proposta dell’Enciclica è l’ecologia integrale come nuovo paradigma di giustizia; un’ecologia «che integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda» (15). Infatti, non possiamo «considerare la natura come qualcosa separato da noi o come una mera cornice della nostra vita» (139). Questo vale per quanto viviamo nei diversi campi: nell-economia e nella politica, nelle diverse culture, in particolar modo in quelle più minacciate, e persino in ogni momento della nostra vita quotidiana.

La prospettiva integrale mette in gioco anche una ecologia delle istituzioni: «Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana: “Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali”» (142).

Con molti esempi concreti, Papa Francesco non fa che ribadire il proprio pensiero: c’è un legame tra questioni ambientali e questioni sociali e umane che non può mai essere spezzato. Così «l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa» (141), in quanto «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (139). Questa ecologia integrale «è inseparabile dalla nozione di bene comune»(156), da intendersi però in maniera concreta: nel contesto di oggi, in cui «si riscontrano tante iniquità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani fondamentali», impegnarsi per il bene comune significa fare scelte solidali sulla base di «una opzione preferenziale per i più poveri» (158). È questo anche il modo migliore per lasciare un mondo sostenibile alle prossime generazioni, non a proclami, ma attraverso un impegno di cura per i poveri di oggi, come già aveva sottolineato Benedetto XVI: «oltre alla leale solidarietà intergenerazionale, occorre reiterare l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà intragenerazionale» (162).

L’ecologia integrale investe anche la vita quotidiana, a cui l’Enciclica riserva un’attenzione specifica in particolare in ambiente urbano. L’essere umano ha una grande capacità di adattamento ed «è ammirevole la creatività e la generosità di persone e gruppi che sono capaci di ribaltare i limiti dell’ambiente, […] imparando ad orientare la loro esistenza in mezzo al disordine e alla precarietà» (148).

Ciononostante, uno sviluppo autentico presuppone un miglioramento integrale nella qualità della vita umana: spazi pubblici, abitazioni, trasporti, ecc. (150-154).

Anche «il nostro corpo ci pone in una relazione diretta con l’ambiente e con gli altri esseri viventi.  L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accettare il mondo intero come dono del Padre e casa comune; invece una logica di dominio sul proprio corpo si trasforma in una logica a volte sottile di dominio» (155).

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo terzo – La radice umana della crisi ecologica

Questo capitolo presenta un’analisi della situazione attuale, «in modo da coglierne non solo i sintomi ma anche le cause più profonde» (15), in un dialogo con la filosofia e le scienze umane.

Un primo fulcro del capitolo sono le riflessioni sulla tecnologia: ne viene riconosciuto con gratitudine l’apporto al miglioramento delle condizioni di vita (102-103), tuttavia essa «a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero» (104). Sono proprio le logiche di dominio tecnocratico che portano a distruggere la natura e a sfruttare le persone e le popolazioni più deboli. «Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica» (109), impedendo di riconoscere che «Il mercato da solo […] non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale» (109).

Alla radice si diagnostica nell’epoca moderna un eccesso di antropocentrismo (116): l’essere umano non riconosce più la propria giusta posizione rispetto al mondo e assume una posizione autoreferenziale, centrata esclusivamente su di sé e sul proprio potere. Ne deriva una logica «usa e getta» che giustifica ogni tipo di scarto, ambientale o umano che sia, che tratta l’altro e la natura come semplice oggetto e conduce a una miriade di forme di dominio. È la logica che porta a sfruttare i bambini, ad abbandonare gli anziani, a ridurre altri in schiavitù, a sopravvalutare la capacità del mercato di autoregolarsi, a praticare la tratta di esseri umani, il commercio di pelli di animali in via di estinzione e di “diamanti insanguinati”.

È la stessa logica di molte mafie, dei trafficanti di organi, del narcotraffico e dello scarto dei nascituri perché non corrispondono ai progetti dei genitori. (123) In questa luce l’Enciclica affronta due problemi cruciali per il mondo di oggi. Innanzitutto il lavoro: «In qualunque impostazione di ecologia integrale, che non escluda l’essere umano, è indispensabile integrare il valore del lavoro» (124), così come «Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (128).

La seconda riguarda i limiti del progresso scientifico, con chiaro riferimento agli OGM (132-136), che sono «una questione di carattere complesso» (135). Sebbene «in alcune regioni il loro utilizzo ha prodotto una crescita economica che ha contribuito a risolvere alcuni problemi, si riscontrano significative difficoltà che non devono essere minimizzate» (134), a partire dalla «concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi» (134). Papa Francesco pensa in particolare ai piccoli produttori e ai lavoratori rurali, alla biodiversità, alla rete di ecosistemi. È quindi necessario «un dibattito scientifico e sociale che sia responsabile e ampio, in grado di considerare tutta l’informazione disponibile e di chiamare le cose con il loro nome» a partire da «linee di ricerca autonoma e interdisciplinare» (135).

Chi è il pellegrino?

Il pellegrino è colui che conosce bene la meta da raggiungere e cammina sulla strada che conduce a tale meta. Il contrario del pellegrinaggio è il vagabondaggio.

Il vagabondo è colui che cammina fuori strada, che va a zonzo, senza una precisa meta da raggiungere.

Il pellegrino, anche se cammina molto adagio, si avvicina comunque alla meta.

Il vagabondo, invece, anche se corre, non si avvicinerà mai alla meta.

E poiché la vita è un viaggio con il biglietto di solo andata, senza ritorno,  ogni persona è chiamata, con urgenza, a farsi l’esame di coscienza: Dove sto camminando e dove sto andando?

L’uomo, infatti, non ha su questo pianeta Terra la sua stabile dimora, ma vi soggiorna come straniero e pellegrino. “ Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”(Ebr.13,14). Chi trascura di prendere coscienza o, peggio ancora, chi non vuole prendere coscienza di tale realtà, si pone nel serio rischio di fallire la sua stessa esistenza. L’uomo non deve mai dimenticare che la vita non se l’è data lui,  ma che gli è stata totalmente donata da Dio, tramite i genitori. E’ stato Dio, Creatore e  Padre, a progettare l’universo e tutta l’umanità nel suo Figlio Gesù Cristo: perché egli divenisse, mediante la sua Incarnazione e la sua Pasqua, il Salvatore e il Signore di tutte le creature. E’ lo stesso Gesù Cristo che si propone a noi come strada da percorrere e come meta da raggiungere nel pellegrinaggio terreno:

“Io sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre, se non per mezzo di Me” (Gv.14,6).

Alla Luce di queste verità, ogni uomo, Immagine e Somiglianza di Dio,  è chiamato a porsi seriamente davanti alla propria vita, per scoprirne  il vero senso e i valori autentici, che Dio Creatore ha già posto nelle aspirazioni più profonde del suo spirito.  “Tu ci hai fatto per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.

La geografia dei vizi: la superbia

  • Un eccesso del desiderio di eccellere, che va oltre la giusta misura
  • Non riconosce il proprio bene come donato da un altro
  • Amore disordinato della propria eccellenza, di tutto ciò che innalza la propria persona e che viene ricercato appunto in vista di questo scopo.

La superbia si può manifestare sai nei confronti del prossimo che nei confronti di Dio. L’uomo che non vuol piegarsi dinanzi a Dio e ai suoi comandamenti. Il peccato per eccellenza che ha ferito l’umanità intera è stato in ultima analisi un peccato di superbia nei confronti del Creatore. Gli orientali distinguono tra vanagloria e orgoglio.

  • Orgoglio = il vizio soprattutto dei pagani che sono tentati di opporsi a Dio.
  • Vanagloria = dimenticanza di Dio.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo secondo – Il Vangelo della Creazione

Per affrontare le problematiche illustrate nel capitolo precedente, Papa Francesco rilegge i racconti della Bibbia, offre una visione complessiva che viene dalla tradizione ebraico-cristiana e articola la «tremenda responsabilità» (90) dell’essere umano nei confronti del creato, l’intimo legame tra tutte le creature e il fatto che «l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti» (95).

Nella Bibbia, «il Dio che libera e salva è lo stesso che ha creato l’universo» e «in Lui affetto e forza si coniugano» (73). Centrale è il racconto della creazione per riflettere sul rapporto tra l’essere umano e le altre creature e su come il peccato rompa l’equilibrio di tutta la creazione nel suo insieme: «Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato» (66).

Per questo, anche se «qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature» (67).

All’essere umano spetta la responsabilità di “coltivare e custodire” il giardino del mondo (Gen 2,15) (67), sapendo che «lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio» (83).

Che l’essere umano non sia il padrone dell’universo, «non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliergli quel valore peculiare» che lo caratterizza; e «nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità» (90).

In questa prospettiva, Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura è contrario alla dignità umana (92), ma «Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani» (91).

Serve la consapevolezza di una comunione universale: «creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, […] che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile» (89). Conclude il capitolo il cuore della rivelazione cristiana: «Gesù terreno» con la «sua relazione tanto concreta e amorevole con il mondo» è «risorto e glorioso, presente in tutto il creato con la sua signoria universale» (100).

La vita spirituale e la vita interiore

Che cos’è la vita spirituale? La vita spirituale non è una tecnica, un insieme di regole, o qualcosa che facciamo noi. Essa è ciò che lo Spirito Santo fa dentro di noi. Questo è il motivo per il quale, quando uno dice che deve recuperare la vita spirituale, è come se dicesse che deve rendersi consapevole di quello che gli sta accadendo, di come lo Spirito Santo lo sta lavorando interiormente. Il nostro contributo primario è quello di “accorgerci”.

Quando uno si prende del tempo per la propria vita spirituale, non deve passarlo a spremersi le meningi per cercare di tirar fuori qualche “genialata” sulla propria vita. In realtà, quello è tempo che si prende per imparare a stare in silenzio e non semplicemente a stare zitti. È tempo di ascolto. Lo stare zitti e lo stare in silenzio sono due cose radicalmente diverse: uno può star zitto, tacere, ma essere con la mente e con il cuore altrove rispetto alla realtà che ha davanti. Così come uno può, invece, stare in silenzio perché sta ascoltando pienamente ciò che ha di fronte.

Questo capita quando si sta davanti a quello che si ama. Il silenzio è la piena cittadinanza del presente. Il silenzio non è un mero “taci!”, ma il fatto che abbiamo un urgentissimo bisogno personale di metterci in ascolto di qualcosa di diverso dai nostri pensieri ed emozioni. Ma se la vita spirituale è quello che lo Spirito fa dentro di noi, dobbiamo stare attenti a non confondere la vita spirituale con la vita interiore. Quest’ultima non è altro che tutto il nostro apparato emotivo, psicologico, affettivo, razionale, il nostro “mondo dentro”.

La vita interiore è la nostra capacità tutta umana di percepire la realtà nella sua profondità e non semplicemente nella sua estensione, nella sua superficialità. La vita interiore così intesa ce l’hanno tutti. La vita interiore è legata al nostro essere o non essere umani. È il minimo sindacale per dirsi umani per davvero. Non essere più avvezzi alla vita interiore ci rende così tremendamente superficiali e, per questo, tremendamente infelici e in molti casi depressi.

Un cristiano non può accontentarsi però di avere una semplice vita interiore, accontentarsi di questo minimo sindacale. Deve scavare più a fondo nella propria vita interiore, per trovare invece la vena dell’acqua della vita spirituale che gli scorre dentro e accorgersi, così, di quella vita che non dipende da lui, ma che in lui è presente: la vita dello Spirito. Darsi del tempo, darsi del “silenzio”, significa affinare la nostra capacità di accorgerci dei moti psicologici dentro di noi e saperli distinguere da quelli spirituali. Bisogna anche tener presente che a volte i moti psicologici si travestono da moti spirituali. È allora che il silenzio, l’attenzione, la vita di preghiera, la Parola soprattutto, sono come un vaglio che ci aiuta a capire cosa è e cosa non è spirituale. Per farci capire ciò che viene da Dio e ciò che viene invece semplicemente dalla nostra storia. Noi facciamo l’errore di continuare semplicemente a interpretarci e, così, ci ammaliamo di fatalismo («Se provo questo, allora Dio vuole dirmi questo…», «Se mi è successo questo, allora Dio vuole fare quest’altro…»). Dobbiamo imparare a intendere la vita di preghiera come partecipazione affettiva alla vita di Cristo.

La geografia dei vizi: l’invidia

 Origine diabolica: invidioso della felicità dell’uomo, il demonio lo ha preso in odio e ne ha provocato la morte (“Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” – Sap 2,24). Fin dalle sue origini lontane, lo schema “invidia-odio-omicidio” si applica sempre nello stesso senso: l’empio odia il giusto e si comporta come suo nemico.

Così Caino verso Abele, Esaù verso Giacobbe, i figli di Giacobbe verso Giuseppe, gli Egiziani verso Israele (Salmo 105,25), i re empi verso i profeti (1Re 22,8), i malvagi verso i pii dei Salmi, gli stranieri verso l’unto di Jahvè (Salmi 18 e 21), verso Sion (Salmo 129), verso Gerusalemme (Is 60,15).

Il termine viene dal latino che significa guardare male, con ostilità, non poter sopportare la vista. L’invidia è un modo di “guardare storto”. Ma cos è l’invidia? Forse non ci siamo mai posti questa domanda, anche perché la cultura che va per la maggiore l’ha molte volte camuffata abilmente chiamandola in mille modi diversi e tutti comunemente accettati: competizione, concorrenza, autorealizzazione, ecc. L’invidia è quell’atteggiamento che mette l’uomo contro l’uomo e non sopporta la diversità se non è sinonimo di inferiorità.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo primo – Quello che sta accadendo alla nostra casa

Il capitolo assume le più recenti acquisizioni scientifiche in materia ambientale come modo per ascoltare il grido della creazione, «trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare» (19). Si affrontano così «vari aspetti dell’attuale crisi ecologica» (15).

I mutamenti climatici: «I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità» (25). Se «Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti» (23), l’impatto più pesante della sua alterazione ricade sui più poveri, ma molti «che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi» (26): «la mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile» (25).

La questione dell’acqua: il Pontefice afferma a chiare lettere che «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani». Privare i poveri dell’accesso all’acqua significa negare «il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (30).

La tutela della biodiversità: «Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre» (33). Non sono solo eventuali “risorse” sfruttabili, ma hanno un valore in sé stesse. In questa prospettiva «sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di risolvere i problemi creati dall’essere umano», ma l’intervento umano, quando si pone a servizio della finanza e del consumismo, «fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia» (34).

Il debito ecologico: nel quadro di un’etica delle relazioni internazionali, l’Enciclica indica come esista «un vero “debito ecologico”» (51), soprattutto del Nord nei confronti del Sud del mondo. Di fronte ai mutamenti climatici vi sono «responsabilità diversificate» (52), e quelle dei Paesi sviluppati sono maggiori.

Nella consapevolezza delle profonde divergenze rispetto a queste problematiche, Papa Francesco si mostra profondamente colpito dalla «debolezza delle reazioni» di fronte ai drammi di tante persone e popolazioni. Nonostante non manchino esempi positivi (58), segnala «un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità» (59). Mancano una cultura adeguata (53) e la disponibilità a cambiare stili di vita, produzione e consumo (59), mentre urge «creare un sistema normativo che […] assicuri la protezione degli ecosistemi» (53).

La geografia dei vizi: l’ira

 L’Ira è un vizio provocato dall’incapacità di padroneggiare alcuni aspetti del proprio carattere, che dovrebbero invece essere correttamente incanalati verso il bene. Come tale, essa non va confusa con la giusta indignazione nei confronti del male, che è un nobile sentimento attribuito nella Bibbia anche a Dio. Altra cosa è l’ira, che rivela ostilità e intolleranza verso la persona tendendo a colpirla o attraverso espressioni di violenza verbale, improntate a giudizi affrettati e offensivi, o attraverso gesti fuori misura, frutto cioè di esasperante e sproporzionate reazioni. L’ira è cieca.

1. Condanna dell’Ira

Dio condanna la reazione violenta dell’uomo che si adira contro un altro,

– sia egli geloso come Caino: “Il Signore non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gen 4,5);

– sia furioso come Esaù: “Fuggi finché l’ira di tuo fratello si sarà placata. Quando la collera di tuo fratello contro di te si sarà placata e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto, allora io manderò a prenderti di là” (Gen. 27,44ss.);

– o come Simeone e Levi: “ Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli. Nel loro conciliabolo non entri l’anima mia, al loro convegno non si unisca il mio cuore, perché nella loro ira hanno ucciso gli uomini, e nella loro passione hanno mutilato i tori. Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele!” (Gen 49,5 ss.)

Gesù si è mostrato ancor più radicale, assimilando l’Ira al suo effetto abituale, l’omicidio: “Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio”  (Mt 5,22). Paolo la giudica incompatibile con la carità: “La carità non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto” (1Cor 13,5); è un male puro e semplice: “Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni”  (Col 3,8) da cui bisogna guardarsi, soprattutto a motivo della prossimità di Dio: “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche” (1Tim 2,8).

2. L’Ira di Dio

È un fatto, Dio si adira. “Ecco il nome del Signore venire da lontano, ardente è la sua ira e gravoso il suo divampare” (Is 30,27). Il risultato di quest’ira è la morte con le sue ausiliarie: carestia, sconfitta o peste, tra cui David deve scegliere (2Sam 24,15ss); altrove sono le pi aghe (Num 17,11), la lebbra (Num 12,9ss), la morte (1Sam 6,19). Quest’ira si abbatte su tutti i colpevoli ostinati; in primo luogo su Israele, perché è più vicino al Dio Santo (Es 19; 32; Deut 1,34; Num 25,7-13), sia sulla comunità (2Re 23,26; Ger 21,5) che sugli individui; poi anche sulle nazioni (1Sam 6,9).

Gesù stesso scaccia con violenza i mercanti che hanno profanato il tempio. Nella manifestazione della sua Ira, Dio non si comporta come un uomo. L’uomo sperimenta sempre meglio che Dio non è un Dio dell’Ira, ma il Dio della misericordia (Es 34,6; Is 48,9; Salmo 103,8; Ger 3,12; Os 11,9). Punendo a suo tempo Dio manifesta all’uomo la portata educativa dei castighi causati dalla sua ira (Am 4,6-11).