Una Messa in più

Dalla prossima domenica, la trasmissione della Messa in streaming sarà sospesa. Siamo arrivati a questa decisione perché, nonostante sia ancora il tempo della prudenza, abbiamo sperimentato una partecipazione alle celebrazioni molto attenta e adatta a garantire sicurezza. Il ringraziamento va a tutti coloro che hanno vinto il timore e hanno iniziato a frequentare di nuovo la nostra chiesa. L’affluenza si sta lentamente alzando e, così, per riuscire a dare a tutti la possibilità di partecipare alla Messa domenicale, dal prossimo 5 luglio, don Giuseppe presiederà una celebrazione aggiuntiva, alle 21 della domenica sera nello spazio del Mortorino. In particolare, proprio il 5 luglio, la Messa sarà dedicata alle famiglie che hanno avuto un lutto dovuto all’epidemia di coronavirus. Sarà una Messa di suffragio per tutti i defunti che non hanno potuto avere un funerale. In questa occasione, naturalmente, la precedenza all’ingresso sarà data a questi nuclei famigliari, invitati personalmente da don Giuseppe. Ricordiamo che restano in vigore tutte le misure di sicurezza già previste, cioè misurazione della temperatura, sanificazione delle mani e distanziamento sociale. 

Il cuore pieno di Dio

Amo questa Chiesa che mette al suo vertice un peccatore perdonato: in essa c’è spazio per tutti, perché nessuno è tagliato fuori per sempre. Solo adesso, solo quando Pietro ha capito chi è il suo Salvatore, può ascoltare e comprendere quanto Gesù aveva detto agli altri all’inizio del Vangelo, e che Giovanni invece pone alla fine: Gesù gli chiede di seguirlo. Finché la mia fede non entra in contatto con la mia vita, con le mie scelte, e le rivoluziona tutte, finché non capisco che da solo non ce la faccio, non potrò mai seguire davvero Cristo.

Cristo vuole sradicarmi dalle mie certezze, vuole svuotarmi, come le giare di Cana, perché solo così potrà riempirmi con la sua Grazia. Finché penso di essere pieno, resto pieno di acqua, il vino nuovo e buono arriva solo in proporzione al mio coraggio di lasciarmi svuotare e riempire da Dio.

La fede e la colpa

Qualche tempo dopo la Pasqua, dopo aver trovato la tomba vuota, i discepoli tornano sul lago di Tiberiade, là dove tutto è iniziato. Una notte provano a pescare, ma le loro mani non hanno più dimestichezza con i movimenti, e gli sforzi durati tutta una notte sono inutili. Solo Gesù apparso nel frattempo sulla riva, indirizza i discepoli ad una pesca.

Giunti a terra, dopo la colazione ristoratrice, Gesù e Pietro possono parlare a quattr’occhi. Dopo mangiato si parla meglio: si è più sereni, si è disponibili alla confidenza. Gesù non ha più parlato con Pietro dalla notte del Giovedì Santo, quando cioè Pietro lo rinnegò tre volte davanti ad una serva. Gesù, discreto ed attento, non parla di quella sera, gli chiede solo se lo ama. È una domanda apparentemente semplice, ma che lascia la bocca amara quando viene ripetuta per tre volte. Quando compiamo un’azione cattiva contro qualcuno, ci aspettiamo rancore, vendetta, astio; solo se va bene indifferenza. Gesù invece va controcorrente: chiedendogli se lo ama, spinge Pietro a sbilanciarsi, lo porta un passo alla volta a dire le parole pesantissime: “Tu sai tutto, tu sai che ti amo”. In quel “Tu sai tutto” c’è in sintesi estrema la storia della sua fragilità, c’è l’ammissione della propria vicenda di uomo peccatore che non si nasconde come Adamo dietro ad un cespuglio, ma si mette così com’è davanti a Dio. Pietro non cerca scuse, non accusa la serva di quella sera, non chiama in causa gli altri discepoli, che se possibile sono ancora più fragili di lui. Ammette di essere solo sé stesso: ama come può, ama come riesce, con tutti i suoi limiti. Davanti alla richiesta di amore, la colpa viene per così dire neutralizzata, superata: non è ignorata, ma viene assorbita in un progetto di amore più grande che investe Pietro e lo rende proprio perché peccatore  segno visibile della Signoria di Dio. Se Pietro fosse stato perfetto e inossidabile e inattaccabile e immacolato, non avrebbe potuto né comprendere né guidare chi invece è imperfetto, arrugginito e sporco. La Chiesa non è l’elenco dei perfetti, ma è la fraternità dei peccatori perdonati e quindi capaci di speranza, non in sé stessi ma in Dio, l’unico Salvatore. Pietro invece, condotto per mano da Cristo che lo ha chiamato solo per educarlo con pazienza infinita un giorno alla volta,  comprende che la sua perfezione si chiama Cristo. Solo mettendosi davanti a Lui così com’è, senza cercare un’impossibile auto-salvezza o auto-perfezione, consente a Cristo di salvarlo dai suoi peccati.

La geografia dei vizi: l’avarizia

Col denaro il cristiano va guardingo, come su un campo minato.

Egli sa che l’avidità della ricchezza è idolatria. “Un uomo è ricco in proporzione alle cose delle quali riesce a fare a meno”: questo motto dello scrittore statunitense Henry David Thoreau potrebbe essere una bandiera per la vita quotidiana del cristiano comune.

Un altro autore americano, lo storico Gary Cross, ci ha spiegato ultimamente che “fare a meno” di una certa quantità di beni superflui è l’unica via  –  sociale e personale  –  per sottrarci al “ciclo consumistico perpetuo”, che ci induce a un superlavoro, il quale produce un superguadagno e un superconsumo che si inseguono e non si fermano e ci costringono a cedere “tutto il nostro tempo” in cambio di denaro che non abbiamo più la libertà di goderci. Secondo Cross non c’è altro metodo, per spezzare quella spirale, che “puntare sul tempo e non sul denaro”, scegliendo di “andare verso un’esistenza più frugale ma più libera”.

L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1Tim. 6,10).

Lo sfrenato desiderio del guadagno produce oggi una pazzia diffusa: il doppio lavoro, la doppia casa, la doppia pensione non fanno dormire, non fanno amare, non permettono d’avere figli, infelicitano la vita. La moltiplicazione dei beni non porta a godere i giorni nella serenità, ma ad affrettarli nell’inseguimento di un miraggio che tende a farsi totale e tirannico. “Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dá a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi”. (Lc 6,27-35)

È curioso come il precetto evangelico del prestito a rischio, o in perdita, non sia entrato affatto nella coscienza cristiana comune! Eppure nelle parole di Gesù esso è intrecciato al comandamento dell’altra guancia e dell’amore dei nemici, che sono ancora più esigenti e che invece sono entrati nel linguaggio di ogni giorno. Anche l’arte del regalo va coltivata. La dispendiosità cui si è arrivati è nemica di ogni sobrietà, addirittura del buon gusto. Ciò cui dobbiamo porre attenzione è il valore simbolico del dono, la sua reale destinazione d’uso, la parola d’amore che dice o non dice. Gli antichi dicevano che l’avarizia è una madre prolifica e le attribuiscono delle figlie.

a] La durezza di cuore. Il danaro è troppo prezioso per essere dilapidato tra mendicanti e questuanti o per essere sciupato per seguire sentimenti di pietà. Ognuno per sé e Dio per tutti.

b] L’eccessiva inquietudine nel procurarselo e nel custodirlo. L’avaro non dorme, non riposa, non si prende uno svago, teme sempre che sopravvenga qualcosa che gli impedisce di giungere a possedere il bene agognato. L’inquietudine per il denaro toglie la pace.

c] La violenza nel procurarselo e nel difenderlo. Il danaro è un padrone esigente: chiede tutto, anche la vita. Per amore del denaro non si fugge di fronte a qualunque crimine. Si diventa anche omicidi, parricidi, fratricidi.

 d] La menzogna e lo spergiuro. Si può tradire la verità e la parola data. Tanto queste sono parole, e le parole volano, mentre le ricchezze restano.

e] La frode e il tradimento. Non c’è dignità, amicizia che tenga. Non è bello ricorrere all’inganno e tradire l’amico: ma le ricchezze ricompensano ampiamente anche questi sforzi e queste sofferenze.

L’avarizia si esprime in due modi:

I. Come peccato contro il prossimo: amore di possesso. Desiderio di accumulare e possedere ricchezze. Colui che vive per accumulare e conservare denaro, senza mai goderselo, o meglio facendo del possesso il suo godimento. In questo caso l’avaro pecca direttamente contro il prossimo. Se un uomo ne possiede in eccedenza, gli altri ne verranno a  mancare. Il cristiano dice sì al risparmio che garantisca una vita sobria, senza la necessità  di moltiplicare gli impegni di lavoro; ma dice no all’accumulazione del denaro per l’arricchimento. La forma più sofisticata e recente dell’avarizia è quella del risparmiatore creativo, che acquista i fondi di investimento e studia contratti personalizzati con le banche e compra e vende azioni secondo il mercato. Egli non vive il suo tempo nella gratitudine per la vita e i beni ricevuti, ma nell’ansia di moltiplicarli. Non conosce il  tempo lento dell’amore. Specula l’andamento della borsa e non scruta i segni dei tempi. “Chi ama il denaro, mai di denaro è sazio e chi ama la ricchezza non ne ha che basti: anche questa è un’illusione” (Qoelet 5,9).

II. Come peccato contro se stessi: amore di desiderio. C’è un’altra forma di avarizia, con un altro disordine morale, ed è l’avarizia che si esprime nella cupidigia interiore, che si può avere verso le ricchezze in quanto le ricchezze sono oggetto di amore, di desiderio o di piacere disordinato. In questo senso l’avaro pecca contro se stesso: si chiude nel cerchio ristretto dei beni materiali, con la conseguenza di rendersi sensibile e indisponibile per i beni spirituali. Lo dice Gesù nella parabola del Seminatore: “La preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22).

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Una mappa per una prima lettura dell’Enciclica

Papa Francesco si rivolge certo ai fedeli cattolici, riprendendo le parole di san Giovanni Paolo II: «i cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede», ma si propone «specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune»: il dialogo percorre tutto il testo, e nel cap. 5 diventa lo strumento per affrontare e risolvere i problemi. Fin dall’inizio Papa Francesco ricorda che anche «altre Chiese e Comunità cristiane – come pure altre religioni – hanno sviluppato una profonda preoccupazione e una preziosa riflessione» sul tema dell’ecologia. Anzi, ne assume esplicitamente il contributo, a partire da quello del «caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo», ampiamente citato ai nn. 8-9. A più riprese, poi, il Pontefice ringrazia i protagonisti di questo impegno – tanto singoli quanto associazioni o istituzioni -, riconoscendo che «la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi e organizzazioni sociali [ha] arricchito il pensiero della Chiesa su tali questioni» e invita tutti a riconoscere «la ricchezza che le religioni possono offrire per un’ecologia integrale e per il pieno sviluppo del genere umano» .

L’itinerario dell’Enciclica è tracciato nel n. 15 e si snoda in sei capitoli. Si passa da un ascolto della situazione a partire dalle migliori acquisizioni scientifiche oggi disponibili (cap. 1), al confronto con la Bibbia e la tradizione giudeo-cristiana (cap. 2), individuando la radice dei problemi (cap. 3) nella tecnocrazia e in un eccessivo ripiegamento autoreferenziale dell’essere umano. La proposta dell’Enciclica (cap. 4) è quella di una «ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali» (137), inscindibilmente legate con la questione ambientale. In questa prospettiva, Papa Francesco propone (cap. 5) di avviare a ogni livello della vita sociale, economica e politica un dialogo onesto, che strutturi processi decisionali trasparenti, e ricorda (cap. 6) che nessun progetto può essere efficace se non è animato da una coscienza formata e responsabile, suggerendo spunti per crescere in questa direzione a livello educativo, spirituale, ecclesiale, politico e teologico.

Il testo termina con due preghiere, una offerta alla condivisione con tutti coloro che credono in «un Dio creatore onnipotente» (246), e l’altra proposta a coloro che professano la fede in Gesù Cristo, ritmata dal ritornello «Laudato si’», con cui l’Enciclica si apre e si chiude. Il testo è attraversato da alcuni assi tematici, affrontati da una varietà di prospettive diverse, che gli conferiscono una forte unitarietà: «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita».

Preghiera per la nostra terra

Dio onnipotente, che sei presente in tutto l’universo e nella più piccola delle tue creature, Tu che circondi con la tua tenerezza tutto quanto esiste, riversa in noi la forza del tuo amore affinché ci prendiamo cura della vita e della bellezza. Inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle nuocere a nessuno. O Dio senza dei poveri, aiutaci a riscattare gli abbandonati e i dimenticati di questa terra che tanto valgono ai tuoi occhi. Risana la nostra vita, affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo, affinché seminiamo bellezza e non inquinamento e distruzione. Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra. Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa, a contemplare con stupore, a riconoscere che siamo profondamente uniti con tutte le creature nel nostro cammino verso la tua luce infinita. Grazie perché sei con noi tutti i giorni. Sostienici, per favore, nella nostra lotta per la giustizia, l’amore e la pace.

La geografia dei vizi: la gola

“Magro nel corpo, obeso nella mente”

Dici “goloso” e pensi d’istinto al bambino che non sa resistere davanti a un gelato, a un vassoio di patatine fritte, a una torta cremosa. Il vizio conosciuto come “gola” andrebbe definito “voracità”, “ingordigia” o,secondo il termine greco “follia del ventre”. Per i padri orientali questa passione è significativamente la prima della lista: essa è “la porta di tutti i pensieri malvagi”. Ma perché riservare tanta attenzione all’atto del nutrirsi? Forse il vizio della gola, inteso come malattia dell’eccesso, andrebbe ridefinito e ridisegnato. Chi semplicemente eccede nel mangiare e nel bere sbaglia, ma non può essere considerato un pericoloso peccatore. Va chiarito che l’ingordigia non indica il piacere nel mangiare né tanto meno la capacità di gustare la buona qualità dei cibi. No, essa è “una brama di cibo non ordinata” (Tommaso d’Aquino), una voracità che stravolge il mezzo in fine: il cibo non è più inteso come uno strumento per vivere, per condividere e fare festa, ma come una sorta di fine in se stesso!

I veri insospettabili “viziosi”, piuttosto, siamo un po’ tutti noi quando contribuiamo, con i nostri comportamenti insensati, a uno dei grandi peccati sociali contemporanei, il colossale spreco di cibo acquistato e buttato via. “Goloso”, ossia “malato d’eccesso”, è chi magari appare in perfetta forma ma tiene il frigo stracolmo e butta via un sacco di cibarie. Magro nel corpo, obeso nella mente.

Lo strumento per eccellenza proposto dalla tradizione cristiana per lottare contro la voracità è il digiuno moderato, inscritto nel ritmo dei giorni della settimana o lungo lo svolgimento dell’anno, in particolare durante la quaresima. La pratica del digiuno non indica un disprezzo del cibo, né va intesa come una penitenza meritoria: “Vano è il digiuno senza carità, ed è meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i fratelli”, avvertono i padri del deserto. Al contrario, il digiuno è una forma di rispetto originata da una sana presa di distanza dal cibo, è una disciplina del desiderio per discernere che cosa, oltre il pane, è veramente necessario per vivere. Sì, digiunare con coscienza di causa  –  e sempre nel segreto, senza ostentazione  –  può condurre a porsi le domande essenziali: perché mangio? Cosa mangio? Come mangio? Non è forse dopo aver digiunato nel deserto che Gesù ha sperimentato cosa significa che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”?

Non è infine casuale che l’eucaristia sia stata collocata da Gesù all’interno di una cena e accompagnata dalle parole: “Prendete e mangiate  … prendete e bevete”. Non è facile apprendere l’arte umana del mangiare e del bere, ma Gesù ha scelto proprio queste due realtà come cifra della nuova alleanza. L’eucaristia dovrebbe dunque insegnarci anche questo: ci cibiamo del Corpo e del Sangue del Signore immettendoci in quella logica di dono e di comunione che sconfessa ogni voracità. E tutto avviene nel rendimento di grazie, nella confessione che ogni cosa proviene da Dio: il cibo è buono, ogni alimento è puro, ma occorre nutrirsene ringraziando Dio e condividendolo con chi è a tavola con noi. Davvero il rapporto con il cibo è l’ambito elementare in cui il cristiano è chiamato alla lotta essenziale: passare dalla logica del consumo a quella della comunione, così che anche l’atto di mangiare e bere renda gloria a Dio. Si può giungere a utilizzare il cibo come arma di ricatto emotivo, di autodistruzione, di invocazione d’aiuto. L’anoressia e la bulimia sono prima di tutto malattie dell’anima.

Accettare il cibo e accettarlo in giusta misura è un modo per accettare se stessi, per dire di sì alla vita, per nutrirsi anche nella relazione sana e arricchente con gli altri che il cibo permette di avere. Proviamo a misurare, a partire dal nostro rapporto con il cibo, quanto è grande il nostro bisogno di amore.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Una mappa per una prima lettura dell’Enciclica

Uno sguardo d’insieme

«Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?». Questo interrogativo è al cuore della Laudato si’. «Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale», e questo conduce a interrogarsi sul senso dell’esistenza e sui valori alla base della vita sociale: «Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?»: se non ci poniamo queste domande di fondo – dice il Pontefice – «non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti».

L’Enciclica prende il nome dall’invocazione di san Francesco, «Laudato si’, mi’ Signore», che nel Cantico delle creature ricorda che la terra, la nostra casa comune, «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» . Noi stessi «siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora». Ora, questa terra, maltrattata e saccheggiata si lamenta e i suoi gemiti si uniscono a quelli di tutti gli abbandonati del mondo. Papa Francesco invita ad ascoltarli, sollecitando tutti e ciascuno – singoli, famiglie, collettività locali, nazioni e comunità internazionale – a una «conversione ecologica», secondo l’espressione di san Giovanni Paolo II, cioè a «cambiare rotta», assumendo la bellezza e la responsabilità di un impegno per la «cura della casa comune». Allo stesso tempo Papa Francesco riconosce che «Si avverte una crescente sensibilità riguardo all’ambiente e alla cura della natura, e matura una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta», legittimando uno sguardo di speranza che punteggia l’intera Enciclica e manda a tutti un messaggio chiaro e pieno di speranza: «L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune»; «l’essere umano è ancora capace di intervenire positivamente»; «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» .

La potenza del pane

Può essere bello, ma non è certo facile farsi pane. Significa che non puoi più vivere per te, ma per gli altri. Significa che devi essere disponibile, a tempo pieno. Significa che devi avere pazienza e mitezza, come il pane che si lascia impastare, cuocere e spezzare. Significa che devi essere umile, come il pane, che non figura nella lista delle specialità; ma è sempre lì per accompagnare. Significa che devi coltivare la tenerezza e la bontà, perché così è il pane, tenero e buono.

La geografia dei vizi: la lussuria

“Quando l’altro diventa oggetto”

La Lussuria è un vizio del corpo.  È relativa alla sessualità. La sessualità non è una parte corporea dominata dal desiderio del piacere, ma è un modo di essere persona umana.

L’uomo e la donna sono sessuati in tutte le cellule del loro corpo e in tutte le espressioni della loro vita.

La sessualità è forza di relazione in cui l’uomo e la donna comunicando in un rapporto interpersonale si comunicano a vicenda la loro vita. Il tradimento e la perversione maggiore della sessualità avviene quando la sessualità non è più vissuta come comunicazione feconda di vita, ma come ricerca di piacere fisico nel quale ognuno dei due si chiude, impedendosi di comunicare. Non è più forza di dialogo e di umanizzazione, ma diventa forza di piacere e di incomunicabilità. In questa concezione il peccato maggiore contro la sessualità è il peccato di mancanza di amore. L’uomo e la donna non si uniscono nel linguaggio dell’amore, ma nel mutismo del piacere. La lussuria è proprio questo tradimento della sessualità. Riduce la persona a due corpi in cerca di piacere e attenua o addirittura annulla tutta la capacità di relazione feconda che la sessualità porta dentro di sé. La lussuria non è solo l’immersione della persona nel piacere fisico, ma la negazione della comunicazione di amore e il rispetto dovuto alla persona.

Tuttavia l’affermazione di Gesù: “Dal cuore umano escono fornicazioni, concupiscenze, impudicizia”, ci rende coscienti che la lussuria è anche “un vizio dell’anima”, che nasce dal cuore e che a partire dal cuore va combattuta. Chi è preda di questo “pensiero” assolutizza la propria pulsione e nega la relazione con l’altro, compiendo una scissione della propria personalità e una “codificazione” dell’altro. Eppure questa passione nasce nello spazio della sessualità voluta da Dio, il quale, all’atto di creare l’uomo e la donna, “li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi”.

Il desiderio sessuale è santo, è un invito a un cammino verso la comunione: il piacere sessuale è un fenomeno complesso, che non riguarda solo la genialità ma la persona intera. Esso è l’epifania del dono di sé all’altro, è il coronamento dell’unione e, come tale, è inscritto nella storia d’amore di un uomo e di una donna; al contrario, la lussuria consiste nell’intendere il piacere come qualcosa che è scisso dai soggetti ed è perciò una ferita inferta a se stessi, all’altro e, in definitiva, a quel Dio di cui l’essere umano è immagine.

Si inizia a essere preda della lussuria con quello sguardo vorace che è già un acconsentire alla tentazione, come Gesù ha avvertito: “Chiunque guarda una donna con concupiscenza ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”. Egli ha anche detto: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”, per indicare che solo la percezione del mistero dell’altro può aprire al dono della conoscenza di Dio.

Non è possibile pensare di “vedere Dio”, se non si è imparato a vedere l’altro nella sua verità, cioè come soggetto e oggetto di amore e di libertà: “Chi non ama suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Ecco perché Paolo potrà scrivere: “Il corpo non è per la fornicazione, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo … Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo e che non appartenete a voi stessi?”. La grande tradizione cristiana insegna che per affrontare la lussuria occorre un’igiene dei pensieri, una lotta per dominare fantasie sessuali distorte, e così poter accedere alla percezione del mistero del corpo, il proprio e quello altrui.