“Spero sulla tua Parola”:

Per vivere la VI edizione della Domenica della Parola di Dio, Papa Francesco ha scelto come motto le parole del Salmista: “Spero nella tua Parola”.
Si tratta di un grido di speranza: l’uomo, nel momento dell’angoscia, della tribolazione, del non-senso, grida a Dio e mette tutta la sua speranza in lui.
È una esperienza profondamente umana, come è solito trovare nel Salterio. Tutti sperano, tutti noi abbiamo delle speranze, ma quello che ci viene comunicato in questo Giubileo è “la Speranza”, al singolare.
Non si tratta di un’idea astratta o un ottimismo ingenuo, ma di una persona, viva e presente nella vita di ognuno: Cristo crocifisso e risorto, l’unico che non ci abbandona mai. La teologia paolina è estremamente chiara su questo punto: “Cristo Gesù, nostra speranza” (1 Tm 1,1).
Questa è una certezza che viene posta sul nostro cammino. In essa dobbiamo crescere senza mai distogliere lo sguardo dalla fedeltà di Dio: “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché fedele colui che ha promesso”. Il fatto che Dio è fedele alle sue promesse ritorna come un ritornello dall’Antico al Nuovo Testamento e per questo possiamo essere ricolmi di gioia e fiducia. Essendo certezza del compimento della promessa, la speranza cristiana “non delude”, perché ci viene data dalla presenza efficace dello Spirito Santo.
Ecco perché possiamo sperare nella sua Parola.
Lo ha ben capito l’apostolo Pietro, quando affermò “Sulla tua parola getterò la rete”, che vuol dire: “confido in te”. La speranza che scaturisce da questa Parola sorge dalla sicurezza della fede e ci affida all’amore di Dio, che non contraddice mai né sé stesso né la promessa fatta.
Un giubileo che ogni 25 anni bussa alla porta e provoca a prendere in seria considerazione la vita offre la possibilità di tenere fisso lo sguardo sulla speranza che porta con sé il realismo evangelico. La Domenica della Parola di Dio permette ancora una volta ai cristiani di rinsaldare l’invito tenace di Gesù ad ascoltare e custodire la sua Parola per offrire al mondo una testimonianza di speranza che permetta di andare oltre le difficoltà del momento presente. La Parola di Dio non si trova confinata in un libro, ma resta sempre viva e si fa segno concreto e tangibile.
Infatti, provoca ogni comunità non solo ad annunciare la fede di sempre, ma soprattutto a comunicarla con la convinzione che porta speranza a quanti la ascoltano e accolgono con cuore semplice.
La parola del Signore raggiunge il cuore non come promessa di qualcosa ma come promessa di qualcuno.

La Parola di Dio fonte di speranza

Forse l’uomo che meglio capì il rapporto fra parola di Dio e speranza fu un pagano, il centurione romano che, dopo aver supplicato Gesù di guarire il suo servo malato, di fronte all’immediata disponibilità del Signore si dichiarò indegno che egli andasse a casa sua e gli disse: “Di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito!”. Gli bastava una parola di Cristo per avere speranza certa nella salvezza da Lui operata. La fede ha permesso al centurione di capire che ciò che suscita speranza nella parola di Dio è che è, appunto, una parola di Dio, cioè la parola che colui che fa tutte le cose rivolge personalmente al nostro bisogno di salvezza e di vita eterna. Lo ha capito anche Pietro in un momento che poteva essere di disperazione perché tutti avevano abbandonato il Signore e restavano con Lui solo pochi discepoli impacciati e insicuri: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Le parole di Gesù rimanevano per Pietro e i suoi compagni come l’ultimo filo di speranza in una pienezza di vita che potevano attendere solo da Dio. Ma perché e come la speranza di Pietro, come quella del centurione, poteva aggrapparsi alla parola di Cristo? Cosa dà alla parola del Signore questa potenza, questa solidità per cui ci si può abbandonare ad essa con tutto il peso della vita, con tutto il peso della nostra vita in pericolo di scivolare nella disperazione, nella morte, nel nulla? Cosa permette a chi ascolta questa parola di riconosce che a Colui che la pronuncia ci si può abbandonare con totale fiducia? Questo è possibile se la parola del Signore raggiunge il cuore non come promessa di qualcosa ma come promessa di qualcuno, e di qualcuno che ama la nostra vita di un amore onnipotente, che può tutto per coloro che ama e si affidano a Lui. Molti hanno abbandonato Gesù, dopo il discorso sul pane di vita nella sinagoga di Cafarnao, dicendo “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Come mai la parola di Gesù era per loro una ragione di partire quando per Pietro e gli altri discepoli era l’unica ragione di restare con Lui? Il fatto è che i primi avevano ascoltato la sua parola separandola dalla sua fonte, Cristo stesso.
Pietro e i discepoli, invece, non potevano astrarre nessuna parola di Gesù dalla sua presenza, cioè dal rapporto con Lui, dalla sua amicizia. La parola di Dio può essere fonte di speranza se per noi Dio rimane la fonte della parola stessa. Solo se ascoltiamo la parola dalla voce del Verbo presente, che ci guarda con amore, essa può alimentare in noi una speranza incrollabile, perché fondata su una presenza che non viene mai meno. La parola di Dio è una promessa in cui non solo colui che promette è fedele, ma rimane incluso nella promessa stessa, perché Cristo ci promette se stesso. Questo legame indelebile della parola di Dio con la sua presenza, così radicale da quando “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” fino a morire in croce per noi, è la coscienza e la promessa di tutto l’Antico Testamento. Come quando il salmo 27 grida al Signore: “Se tu non mi parli, sono come chi scende nella fossa!”. L’uomo ha in sé la coscienza profonda, ontologica, che se Dio non gli parla, se Dio non lo crea ad ogni istante con la sua parola, per lui è inevitabile la morte, il dissolvimento della vita, perché Dio crea dicendo tutto nel Verbo per mezzo del quale esistono tutte le cose. Uno può vivere senza ascoltare la Parola che lo fa con amore, ma così fa esperienza, come tanti oggi, di una vita inconsistente, di una vita dissipata, che sfugge dalle nostre mani incapaci di trattenerla. Invece, ci è data la grazia di vivere ascoltando, di vivere tesi ad ascoltare il Signore che sta costantemente alla porta della nostra libertà, bussando e chiedendo di entrare.
Ci è dato di vivere ascoltando la sua voce che ci chiama alla comunione con Lui, a un’amicizia infinita, permettendo così allo Spirito di generare in noi e fra noi una vita nuova, traboccante di speranza, non in qualcosa, ma in Dio che adempie la promessa della sua presenza nell’istante stesso in cui la sua parola la esprime.

Rimanete nella mia Parola (2)

Nella sua Parola, Dio ci illumina con la «luce della vita» (Gv 8,12), come ben afferma il vescovo Agostino: «Se rimarrete nella mia parola, sarete davvero miei discepoli, e potrete contemplare la verità come essa è, non per mezzo di parole sonanti, ma per mezzo della sua luce splendente, quando Dio ci sazierà, così come dice il salmo: È stata impressa in noi la luce del tuo volto, o Signore (Sal 4,7)».
Con la Lettera Apostolica Aperuit illis, Papa Francesco ha istituito la Domenica della Parola di Dio, disponendone la celebrazione nella III Domenica del Tempo Ordinario.
È una iniziativa profondamente pastorale con cui papa Francesco vuole far comprendere quanto sia importante nella vita quotidiana della Chiesa e delle nostre comunità il riferimento alla Parola di Dio, una Parola non confinata in un libro, ma che resta sempre viva e si fa segno concreto e tangibile.
La Domenica della Parola di Dio permette ancora una volta ai cristiani di rinsaldare l’invito tenace di Gesù ad ascoltare e custodire la sua Parola per offrire al mondo una testimonianza di speranza che permetta di andare oltre le difficoltà del momento presente.
Nel cammino che Papa Francesco chiede a tutta la Chiesa di compiere verso il Giubileo del 2025, che ha come motto Pellegrini di speranza, la Domenica della Parola di Dio diventa una tappa decisiva.
La speranza che scaturisce da questa Parola, infatti, provoca ogni comunità non solo ad annunciare la fede di sempre, ma soprattutto a comunicarla con la convinzione che porta speranza a quanti la ascoltano e accolgono con cuore semplice.

Rimanete nella mia Parola (1)

L’espressione biblica con la quale quest’anno si intende celebrare la Domenica della Parola di Dio è tratta dal vangelo secondo Giovanni: «Rimanete nella mia parola» (Gv 8,31).
Uno dei fatti più esaltanti nella storia del popolo di Israele è certamente quello di verificare come il veicolo privilegiato con il quale Dio si rivolge al popolo e ai singoli rimane quello della “parola”.
Dire che Dio usa la “Parola” equivale pure ad affermare che Dio parla, cioè, Dio esce dal silenzio e nel suo amore si rivolge all’umanità. Il fatto che Dio parli implica che intende comunicare qualcosa di intimo, e di assolutamente necessario per l’uomo, senza il quale non potrebbe mai giungere a una piena conoscenza
di se stesso né del mistero di Dio. Il colloquio permanente tra Dio e gli uomini, che caratterizza la storia biblica, possiede i tratti dell’amicizia. È un colloquio personale, che tocca l’uomo nel suo intimo e lo coinvolge in un rapporto di amore, raggiungendo ognuno nella sua storia per essergli vicino.
Il fatto fondamentale che sconvolge la storia dandole un orientamento differente è questo: in Gesù Cristo Dio parla in maniera piena e definitiva all’umanità. Lui è la Parola fatta carne, la Parola che da sempre viene pronunciata e che ora diventa anche visibile. Ciò che viene fatto conoscere agli uomini è la Parola,
il Logos, il Verbo, la vita eterna…tutti termini che rimandano all’idea centrale e fondativa: la persona di Gesù Cristo.
Diventano allora molto significative queste parole che Gesù rivolge a tutti noi, credenti in Lui, nel Vangelo di Giovanni: «Rimanete nella mia parola». È l’invito a non disperdersi, ma a “rimanere in lui” in un’unità profonda e radicale come quella dei tralci alla vite. Nel Quarto Vangelo, il verbo “rimanere” ha un valore paradigmatico. Rimanere nella Parola di Dio è molto più di un incontro frettoloso o addirittura fortuito.
La Dei Verbum lo spiega in modo ammirabile: «Nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con loro» (Dei Verbum, 2). Dio non solo parla con gli uomini, ma si ferma a lungo con loro, come fossero dei veri “amici” conosciuti da tanto tempo; Dio “si intrattiene” con noi, rimane per condividere gioie e dolori e dare alla vita un senso di pienezza che non può essere ritrovato altrove.

Solo chi ascolta può annunciare la Parola di Dio

Nella Comunità Cristiana ci sono coloro che sono chiamati (dal Signore) ad essere annunciatori, evangelizzatori e ministri della Parola di Dio. Perché ci si possa fare compagni di viaggio dei fratelli nella meravigliosa esperienza di conoscenza e di sequela del Signore, è necessario che per primi si cresca nell’ascolto della Parola di Dio.

  • La catechesi si pone come percorso di accompagnamento e di educazione alla fede.
  • La catechesi apre alla celebrazione del Mistero attraverso l’esperienza della Liturgia, dei sacramenti e della preghiera.
  • La catechesi aiuta progressivamente i cristiani a illuminare e a interpretare la vita e la storia umana alla luce della fede.
  • La catechesi introduce i figli di Dio nella vita della comunità ecclesiale (che è la propria parrocchia).

In ognuno di questi ambiti la catechesi non può che riferirsi alla Sacra Scrittura, per il peculiare rapporto che questa ha con la Parola di Dio. La Scrittura, che raggiunge in profondità l’animo umano, più di qualsiasi altra parola, è essenziale per progredire nella vita di fede. Per questo motivo la catechesi si adopera per introdurre concretamente i fedeli alla conoscenza delle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento.
La familiarità col testo sacro, letto e meditato sempre nella fede e nella Tradizione della Chiesa, apre il cuore del battezzato alla conoscenza delle meraviglie di Dio e lo ammaestra a percepire il Signore vivo e operante nel mondo. Il “dimorare” nelle pieghe delle vicende e dei personaggi biblici rende possibile quella lenta trasformazione interiore del discepolo, che, sedotto dalla voce del Maestro e insieme con Lui, fa della sua stessa vita un dono per i fratelli.

Amare la Parola di Dio

Il 30 settembre 2019, giorno in cui la Chiesa celebra la Memoria liturgica di S. Girolamo, e all’inizio del 1600o anniversario della sua morte, Papa Francesco ha stabilito nel Motu proprio “Aperuit illis” che la 3° Domenica del Tempo Ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio. Quest’anno ha luogo il 23 gennaio 2022.

La mia comunità Parrocchiale e la mia famiglia, Chiesa domestica, sono luoghi propizi per ascoltare, meditare e pregare la Parola di Dio. Perché questi due luoghi possano essere da ciascuno valorizzati è necessario rinnovare ogni giorno tre decisioni:

  • Amare la parola di Dio, perché la freschezza dell’amore elimina le tossine del narcisismo;
  • Amare la Parola di Dio, perché l’abbondanza di amore produce energia per affrontare le difficoltà della vita;
  • Amare la Parola di Dio, perché la fragranza dell’amore fa percepire che l’unica persona che deve cambiare siamo noi stessi.

Amando la Parola di Dio le diamo la possibilità di scendere più velocemente negli abissi delle nostre paure (spesso inespresse) e di illuminare di significato pieno le gioie che viviamo.
Amare la Parola di Dio è la scelta più efficace per evitare di essere persone-sughero: individui incapaci di scendere nelle profondità delle grandi domande esistenziali presenti nel nostro cuore, rassegnati a galleggiare sulla superficie del chiacchiericcio quotidiano.
L’amore, invece, scava; l’amore non fugge dalle delusioni e dai fallimenti; al contrario, li penetra per elaborarli e scoprirli come occasione di rinascita e di rilancio. La vanità corre, l’amore scava.

Il “logo” di questa domenica

Il Logo della Domenica dalla Parola di Dio si ispira al passo evangelico dei discepoli di Èmmaus e mette in evidenzia il tema del rapporto tra i viaggiatori, espresso in sguardi, gesti e parole. Gesù appare come colui che «si avvicina e cammina con» l’umanità, «stando in mezzo» .
In lui «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti siamo uno». Camminando tra i suoi, egli ne rinvigorisce i passi, additando gli orizzonti dell’evangelizzazione raffigurati nel logo dalla stella: «Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori.
E quando ha spinto fuori le pecore, cammina davanti ad esse ed esse lo seguono perché conoscono la sua voce».

Le sue parole sono un tutt’uno con quelle racchiuse nel rotolo che tiene tra le mani: «Chi è degno di aprire il rotolo e di scioglierne i sigilli». Se i due discepoli sono smarriti di fronte ai misteri della storia,
subito vengono rassicurati: «Non piangete; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il rotolo e i suoi sette sigilli». «E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» . La familiarità con la Parola di Dio nasce della relazione, dalla ricerca, nelle Sacre pagine, del volto di Dio. La Scrittura non ci porge concetti ma esperienze, non ci immerge solo in un testo, ma ci apre anche all’incontro con il Verbo della vita, decisivo «per insegnare, convincere,
correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona». Sullo sfondo una grande luce: c’è chi vede un solo al tramonto; a noi piace cogliere il «sole che sorge» e che, nel Risorto, annuncia l’alba di una nuova missione destinata a tutti i popoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura».

“Tenendo alta la Parola di Dio” (Fil 2,16)

L’espressione biblica con la quale quest’anno si intende celebrare la Domenica della Parola di Dio è tratta dalla Lettera ai Filippesi. Come si deduce da alcuni riferimenti, l’apostolo scrive la lettera dalla prigionia. Rappresenta certamente uno dei testi più importanti che la Chiesa tiene tra le sue mani. Il brano cristologico con il quale Paolo evidenzia l’abbassamento compiuto dal Figlio di Dio nel farsi uomo permane nel corso di tutta la nostra storia come un punto di riferimento di non ritorno per comprendere il mistero dell’incarnazione.

La liturgia non ha mai cessato di pregare con questo testo. La teologia ne ha fatto uno dei contenuti principali per l’intelligenza della fede. La testimonianza cristiana ha trovato in queste parole il fondamento per costruire il servizio pieno della carità. La lettera mentre esprime i contenuti essenziale della predicazione dell’apostolo, mostra anche quanto sia necessario per la comunità cristiana crescere nella conoscenza del Vangelo. Con il nostro versetto, l’apostolo intende offrire un insegnamento importante alla comunità cristiana per indicarle in quale modo è chiamata a vivere in mezzo al mondo. Richiama anzitutto all’importanza che i cristiani sono tenuti a dare al loro impegno per la salvezza, proprio in forza dell’evento realizzato dal farsi uomo da parte del Figlio di Dio e dall’essersi offerto alla violenza della morte in croce: «Con timore e tremore lavorate alla vostra salvezza» (Fil 2,12).

Nessun cristiano può pensare di vivere nel mondo prescindendo da questo evento di amore che ha trasformato la sua vita e l’intera storia. Certo, Paolo non dimentica che per quanto impegno i cristiani possano mettere nel raggiungere la salvezza, permane sempre il primato dell’azione di Dio: «È Dio che suscita tra voi il volere e l’agire in vista dei suoi amabili disegni». L’insieme di questi due elementi permette di comprendere le parole impegnative che l’apostolo dedica ora ai cristiani di Filippi avendo dinanzi agli  occhi i credenti che nel corso dei secoli saranno discepoli del Signore. Il primo impegno che i credenti  sono tenuti a fare proprio è la coerenza di vita. Il richiamo a essere “irreprensibili” e “integerrimi” in mezzo a un mondo dove predomina spesso la falsità e la furbizia, rimanda alla parola di Gesù quando   invitava i suoi discepoli: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». Perché questo si possa realizzare, Paolo indica la strada da perseguire: i cristiani hanno l’esigenza di rimanere fedeli e uniti alla Parola di Dio. «Tenendo alta la parola di vita» i discepoli di Cristo «brillano come astri nell’universo». È una bella immagine quella che l’apostolo offre oggi anche a tutti noi. Viviamo un momento drammatico. L’umanità pensava di avere  raggiunto le più solide certezze della scienza e le soluzioni di un’economia per garantire sicurezza di vita. Oggi è costretta a verificare che nessuna delle due le garantisce il futuro. Emerge in maniera forte il disorientamento e la sfiducia a causa dell’incertezza sopraggiunta in maniera inaspettata. I discepoli di Cristo hanno la responsabilità anche in questo frangente di pronunciare una parola di speranza. Lo possono realizzare nella misura in cui rimangono saldamente ancorati alla Parola di Dio che genera vita e si presenta come carica di senso per l’esistenza personale. Forse, l’interpretazione più autorevole di questo versetto può essere quella di Vittorino. Il grande retore romano di cui Agostino descrive nelle Confessioni la conversione, scriveva nel suo Commento ai Filippesi: «Io mi glorio in voi perché possedete la parola di vita, cioè perché conoscete Cristo, che è la Parola di vita, perché quello che è fatto in Cristo è vita. Quindi Cristo è la Parola di vita, da questo percepiamo quanto siano grandi il profitto e la gloria di coloro che reggono le anime degli altri». Nella Domenica della Parola di Dio, riscoprire la responsabilità di operare perché questa Parola cresca nel cuore nei credenti e li animi di gioia per l’evangelizzazione, è un augurio che si fa preghiera.