Gesù Cristo Re dell’universo (3)

Gesù Cristo è re perché è Figlio di Dio e poiché, offrendo la sua vita, ci ha riscattati per Lui. Siamo suoi e il Suo regno non è di questo mondo perché non fonda sul potere, sul danaro, sulla tirannia, ma è un regno di libertà, la libertà dei figli di Dio; regno eterno e universale: di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di amore, di giustizia e di pace.
Dobbiamo rendere grazie a Dio poiché per la sua infinita bontà ci ha chiamati ad appartenere al Regno del Suo Figlio che noi proclamiamo nostro Re e Signore, che amiamo e obbediamo nella ferma speranza e nella gioia anticipata della eterna beatitudine. L’appartenenza al Regno di Dio e il riconoscimento della sua sovranità su di noi e sull’Universo ci obbliga a lavorare per
l’estensione di questo Regno, della sovranità di Dio e di Cristo poiché Egli sia conosciuto e riconosciuto come Re e Signore e l’umanità intera si costituisca come una sola famiglia.

Gesù Cristo Re dell’universo (2)

La solennità di Cristo Re indica che Gesù  il Figlio di Dio é: il Re e Signore della Storia; un Re vicino a ognuno di noi; un Re che si fa amico, fratello, padre, sposo di ogni anima che cerca consolazione, perdono, amicizia, amore.
Gesù Cristo è Re e Signore perché come Figlio di Dio, in Lui e per Lui sono state create tutte le cose: quelle del cielo e quelle della terra; in Lui si fonda l’Universo e tutto sarà ricapitolato in Lui: cioè, tutto sarà consumato e concluso in Cristo; la creazione stessa geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto attendendo la sua consumazione, quando tutto sarà posto ai piedi del suo Signore e anche l’ultimo nemico – la morte – sarà annientato, giacché è già stata vinta dalla morte e risurrezione del Signore.
Proprio la morte e risurrezione di Gesù Cristo costituiscono altro titolo della sua regalità e signoria, poiché ci ha riscattati, ci ha acquistati al prezzo del suo sangue dando inizio alla sua vittoria che un giorno sarà definitiva.

Gesù Cristo Re dell’universo (1)

La festa di Gesù Cristo Re dell’Universo, che si celebra nell’ultima domenica dell’anno liturgico e prima di riprendere il nuovo anno con la prima domenica di Avvento, costituisce il coronamento delle feste della Chiesa, orientando e centrando l’attenzione del cristiano su Gesù redentore e Salvatore dell’uomo, che siede nella gloria alla destra del Padre, Re dei re e Signore dei signori.
La solennità di Cristo Re venne istituita da Papa Pio XI nel 1925, in un tempo storico contrassegnato da dittature e tirannie. Scrisse il Papa nella Lettera Enciclica Quas Primas: “Perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re …. Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra …”.

Oggi è il giorno del paradiso!

La solennità dei Santi si colloca in questa prospettiva e ci proietta verso un futuro che è già ma non ancora. Come dice un autore: Oggi è il giorno del paradiso!
Preghiamo allora con la orazione Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa  la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo,  per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. 

Solennità di Tutti i Santi

Celebrare la solennità di Tutti i Santi ogni anno richiama l’attenzione della comunità cristiana a rivolgere l’attenzione al Cielo là dove uomini, donne, bambini, giovani di tutte le epoche sono avvolti dalla grazia e dalla bellezza dell’Onnipotente. Il riflesso dell’eternità si espande sul volto dei Santi: non solo su quelli del calendario, ma anche sui volti della gente anonima, cortei di persone dalle vesti bianche purificate nel loro passaggio dalla vita alla morte, dalla morte alla vita eterna! La Chiesa ci invita a levare in alto lo sguardo fino a raggiungere il punto in cui si intravede la Gerusalemme celeste, dove “l’assemblea  festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il Signore” (Prefazio della Solennità). La speranza è la parola d’ordine di questo giorno.

Potremmo paragonare la nostra esistenza allo spazio dove è contenuta, oltre a tante altre caratteristiche, limiti e virtù, la speranza che è paragonata ad un vulcano dentro di noi, come una sorgente segreta che zampilla nel cuore, come una primavera che scoppia nell’intimo dell’anima; essa ci coinvolge come un vortice divino nel quale veniamo inseriti, per grazia di Dio, ed è appunto difficilmente descrivibile.
La speranza è un fenomeno universale, che si trova ovunque c’è umanità, un fenomeno costituito da tre elementi: la tensione piena di attesa verso il futuro; la fiducia che tale futuro si realizzerà; la pazienza e la perseveranza nell’attenderlo. La vita umana è inconcepibile senza una tensione verso il futuro, senza progetti, programmi, attese, senza pazienza e perseveranza. Ma è pure intessuta di delusioni e quindi è permeata dalla speranza ma anche, a volte, dalla disperazione.
La speranza cristiana viene da Dio, dall’alto, è una virtù teologale la cui origine non è terrena. ci aggrappiamo ancora una volta a Gesù nostra speranza, che ci giudicherà come Salvatore di quanti hanno sperato in lui; come Colui che ha dato la vita morendo per salvarci dai nostri peccati; come Colui che ha uno sguardo misericordioso per coloro che hanno creduto e sperato, che sono stati battezzati nella sua morte e risorti con lui nel Battesimo, che gli sono stati uniti nel banchetto dell’Eucaristia, che si sono nutriti della sua Parola e riconciliati con lui nel Sacramento del perdono, che si sono addormentati in lui sostenuti dal sacramento dell’Unzione dei malati.
La speranza è, quindi, fin da ora la fiducia incrollabile che Dio non ci farà mancare in nessun momento gli aiuti necessari per andare incontro al giudizio finale con l’animo abbandonato in Colui che salva dal peccato e fa risorgere i morti” 

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre» è il comando di Dio a san Giuseppe, che ritma di slancio il suo cammino, nella partenza della Sacra Famiglia per l’Egitto e nel suo ritorno in Israele.
San Giuseppe ci appare padre amato, padre nella tenerezza, nell’obbedienza e nell’accoglienza; padre dal coraggio creativo, lavoratore, padre nell’ombra.
Lo sfondo della pandemia fa sorgere la gratitudine verso tante persone che al pari dello sposo di Maria, apparentemente nascoste, «hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza». 
Ai cuori appesantiti dalle fragilità delle persone e delle nostre relazioni, che la presente situazione sembra ingigantire, possiamo trovare l’aiuto del Padre della tenerezza. Non un sentimento ma una dimensione sapienziale. «La storia della salvezza si compie “nella speranza contro ogni speranza” (Rm 4,18).
Giuseppe avrà sentito certamente riecheggiare nella sinagoga, durante la preghiera dei Salmi, e come ogni padre avrà tramandato a suo figlio, che il Dio d’Israele è un Dio di tenerezza, che è buono verso tutti e «la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145,9). La parola tenerezza nell’originale ebraico indica il campo semantico della generazione e rigenerazione materna. Non sentimento di compassione ma capacità di far rinascere. Alla tenerezza fa eco l’accoglienza, come richiede il realismo cristiano. «Tante volte, nella nostra vita accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato. La nostra prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia». A volte la vita appare chiusa, le strade sbarrate. Ma rimbalza nelle nostre case una parola chiave: perdono. Nelle nostre famiglie «non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio».

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

La grandezza di san Giuseppe consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù. In quanto tale, si pose al servizio dell’intero disegno salvifico. Ha fatto della sua vita un servizio al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice. Ha convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nell’oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa. Per questo suo ruolo nella storia della salvezza, san Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano, come dimostra il fatto che in tutto il mondo gli sono state dedicate numerose chiese; che molti Istituti religiosi, Confraternite e gruppi ecclesiali sono ispirati alla sua spiritualità e ne portano il nome. Santa Teresa d’Avila, che lo adottò come avvocato e intercessore, raccomandandosi molto a lui e ricevendo tutte le grazie che gli chiedeva; incoraggiata dalla propria esperienza, la Santa persuadeva gli altri ad essere devoti.

Le famiglie di San Fiorano pregano per tutte le famiglie di San Fiorano

Con la solennità di san Giuseppe, anche la nostra comunità parrocchiale ha dato l’avvio all’Anno dedicato alla “Famiglia Amoris laetitia”, con un impegno concreto: pregare per tutte le famiglie di san Fiorano.
La nostra parrocchia crede fermamente nella potenza della preghiera comunitaria. Per questo, ogni giorno, pregheremo per tutte le nostre famiglie. Chi lo desidera può assumersi questo “impegno” per una settimana. Come? Prenotando da don Giuseppe l’immagine della Famiglia di Nazareth. Secondo un calendario stabilito verrà consegnata alla famiglia, durante una messa della domenica, l’immagine con il foglietto riportante la preghiera e una candela. Ogni giorno della settimana la famiglia si impegnerà ad accendere la candela per tutto il tempo della preghiera da recitare davanti all’immagine. La domenica successiva riporterà l’immagine che verrà passata ad un’altra famiglia che continuerà la catena di preghiera. Quando non ci sono famiglie disponibili la preghiera verrà garantita dalla comunità parrocchiale prima della recita del Rosario.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Gesù ha vissuto trent’anni della sua vita nel silenzio e nascondimento della quotidianità di Nazaret. È una cosa che sovente dimentichiamo: la maggior parte della vita di Gesù è accaduta nella ferialità. Noi siamo spesso spaventati dalle cose di ogni giorno. Ci spaventano i giorni che si ripetono e le cose che si ritualizzano. Andiamo sempre alla ricerca di una novità, di una trasgressione. La maggior parte dei nostri peccati nasce come forma di evasione della nostra routine. Eppure, il campo della quotidianità deve nascondere un tesoro che dobbiamo imparare a trovare. Ce lo dice il Vangelo, quando ci fa intendere che il prima della vita di Gesù è la sua grande rincorsa al dopo, cioè alla sua vita pubblica. In fondo tutto quello che desideriamo nella vita lo possiamo avere solo se siamo preparati ad accoglierlo. È la fedeltà al poco di ogni giorno che ci prepara al molto che ci riserva la vita, e questo non solo nel bene ma anche nel male. Chi non è capace di bene nelle piccole cose delle sue giornate, quando gli accadrà l’occasione della sua vita rischierà di sprecarla, perché non è allenato alla fedeltà del bene.
Allo stesso modo che non si è allenato ad accogliere e affrontare le piccole mortificazioni di ogni giorno, si troverà completamente impreparato quando dovrà scontrarsi con qualche croce più grande.
Come un atleta sa che il tempo dell’allenamento è propedeutico alla gara, così per ognuno di noi la quotidianità è propedeutica a ciò che la vita ci riserverà.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

“Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui”. L’evangelista Luca annota lo stupore di Giuseppe e di Maria. Lo stupore è possibile solo a patto che si rinunci ai propri pregiudizi. Quando si è convinti di aver capito tutto, e di sapere tutto, allora il cuore non è più nella posizione dello stupore. Quando invece ci si ricorda che l’altro, per quanto lo amiamo e lo conosciamo, rimane comunque un mistero ai nostri occhi, allora si è disposti a lasciarsi stupire, perché il tesoro che nell’altro è nascosto è visibile agli occhi di chi ama autenticamente. Maria e Giuseppe vivono con Gesù la loro vita e la loro quotidianità, ma ogni tanto accade qualcosa che li stupisce, che ricorda loro che Gesù è sempre molto più di quello che loro credono o capiscono. Troppo spesso le nostre relazioni non funzionano più perché non siamo più disposti allo stupore dell’altro. Viviamo con il pregiudizio presuntuoso di sapere ormai chi è che ci sta accanto. Pensiamo che l’altro sia la somma dei suoi pregi e dei suoi difetti. Ci illudiamo che conoscendo il suo carattere conosciamo davvero lui o lei, ma la verità è che quando pensiamo di racchiudere chi amiamo in una definizione ben precisa, mozziamo in lui o lei la possibilità dell’imprevisto, del mistero che li abita. Essere familiari con qualcuno non deve mai significare di smettere di attenderci una novità da lui. Giuseppe è capace di questo stupore perché ha vissuto accanto a due misteriose bellezze: Gesù e Maria.