Dio di eterna misericordia

Giovanni Paolo II ha istituito la domenica in albis come la domenica della Divina misericordia nell’anno santo del 2000. L’esordio della Colletta del formulario dichiara la misericordia eterna come caratteristica peculiare di Dio. Viene da pensare che la comunità che elaborò questa preghiera (ambito gallicano del V-VI secolo) sentisse ancora gli echi della predicazione dei Padri della chiesa, che riconoscevano la misericordia come dono elargito ai fedeli. Possiamo immaginare
la misericordia come la messa in pratica della compassione. Due eminenti esempi sono il padre misericordioso (Lc 15, 11-32) e il buon samaritano (Lc 10, 25-37) tutte parabole che invitano il credente a fare propri i sentimenti di compassione di Dio e ad imitarlo nelle opere di misericordia.

Mio Signore e mio Dio (2)

I discepoli, nello stesso tempo, sono chiamati a compiere un itinerario per giungere alla fede pasquale. Tommaso, a questo proposito, è un simbolo eloquente. Non è stato facile per lui accettare quegli eventi drammatici che avevano tutto l’aspetto di una sconfitta definitiva. E ora che tutto sommato si è arreso all’evidenza dei fatti, non è nemmeno facile accogliere l’annuncio della risurrezione. Come spiegarsi questo tragitto paradossale di morte che conduce alla gloria? Ecco perché vuole vedere e toccare con mano. Ed è quello che Gesù gli offre di fare: «Metti il tuo dito… stendi la tua mano…». Il vangelo non dice se poi egli abbia veramente dato compimento al suo proposito. Ci mette, invece, con chiarezza, davanti alla sua professione di fede. In quelle parole – «Mio Signore e mio Dio!» – c’è infatti tutto il suo abbandono e la sua fiducia nel Crocifisso risorto. È come se le sue difese finalmente cadessero, assieme al suo bisogno di sapere, di spiegarsi, di vedere e di toccare, ed egli lasciasse spazio a questa presenza nuova, capace di trasformare la sua esistenza. In quelle parole non c’è l’affermazione di un fatto storico – “sei veramente risorto!” – ma l’inizio di una relazione nuova in cui si offre al Cristo la propria esistenza perché sia rigenerata e trasfigurata dal suo amore.

Mio Signore e mio Dio (1)

C’è un dono che attende i discepoli in quello stesso giorno di Pasqua, sconvolto dall’annuncio della risurrezione. Ed è proprio dalle mani ferite di Gesù, dal suo costato squarciato dalla lancia che essi ricevono la pace. Il passaggio attraverso la croce non è stato un incidente di percorso: il Risorto reca i segni della passione anche sul suo corpo glorioso. È lì, infatti, nell’esperienza drammatica della cattura, della condanna e della morte che si è rivelato il
suo amore in tutta la sua forza, capace di trasformare la nostra storia individuale e collettiva. Pace non può essere dunque sinonimo di calma, di assenza di conflitti, di salvaguardia
della propria incolumità. Questa pace è generata dal sacrificio di una vita, dall’offerta della propria esistenza. Non è, dunque, una pace a poco prezzo. Questa pace ha a che fare con la misericordia e la grazia che raggiungono i discepoli, con la fiducia sicura in colui che non li abbandonerà in nessun frangente della loro esistenza. Questa pace “mette in movimento”: diventa missione che spinge ad affrontare fatiche e difficoltà di ogni genere pur di portare dovunque il Vangelo

Quali sono le origini della festa?

Gesù, secondo le visioni avute da suor Faustina e annotate nel Diario, parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina a Płock nel 1931, quando le trasmetteva la sua volontà per quanto riguardava il quadro: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia”. Negli anni successivi Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.

Cristo è veramente Risorto

Desiderando sottrarre gli auguri pasquali all’usura dell’abitudine, della consuetudine, suggerisco di chiederci che significato attribuiamo a questo gesto, a che cosa rimandano le parole dei nostri auguri?
I credenti cristiani potrebbero trovare una preziosa risposta negli “auguri pasquali” che si scambiavano i primi cristiani. Questi, al termine della Veglia pasquale, celebrata nella notte tra sabato e domenica, si dicevano: «Cristo è risorto!» e si rispondevano: «E’ veramente risorto!».
Il punto esclamativo indicato nello scritto segnala che quanto si comunicavano non era per loro una semplice notizia di cronaca, né uno slogan da ripetere in ogni caso, ma l’attestazione che quanto era successo a Gesù («Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere», At 2,24) era decisivo per loro, per la loro vita, non solo perché la sottraeva alla presa mortale del male, ma anche perché la “rigenerava per una speranza viva”, come scriveva l’apostolo Pietro (1Pt 1,3).

La risurrezione di Gesù costituiva per loro il solido fondamento di “una speranza che non delude”
(Rm 5,5), perché attesta che Dio, il Padre di Gesù, non si è assentato dalla terra, dall’esistenza degli uomini, non li abbandona nelle prove della vita e si adopera perché non conducano la loro esistenza come persone che non hanno speranza.
Che quelle parole scambiate tra primi cristiani nella notte di Pasqua e nei giorni a venire non fossero parole di circostanza o uno slogan, lo documentano “la dolcezza e il rispetto” con cui “rispondevano a chiunque domandava ragione (spesso con arroganza e disprezzo) della speranza che era in loro”
(1Pt 3,15-16) e la serena determinazione con la quale molti di loro affrontavano la persecuzione che si concludeva con una morte violenta.

Il mio augurio è che possiamo dire altrettanto per noi, personalmente e come comunità cristiana; che nella vita di ogni giorno, con le sue gioie e tristezze, non viviamo come “quelli che non hanno speranza”
(1Ts 4,13), ma che “manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza” (Eb 10,23).
Questo perché anche in questi giorni di sofferenza e di fatica, gli auguri che ci scambieremo di una “buona Pasqua” non siano giustificati dalla consuetudine né risuonino come uno slogan vuoto, ma esprimano la salda speranza, che si alimenta alla vittoria di Gesù sulla morte, sul male e alla promessa del
Padre di Gesù di “quei cieli nuovi e terra nuova, in cui abita la giustizia” (2Pt 3,13), tanto attesi da tutti.
Il fare riferimento ad essa, anche nella semplice forma di un augurio, esprima il nostro intendimento
di abitare questo tempo “saldi” in quella speranza che ci consente di collaborare al compimento della
promessa di Dio, alla vittoria di Gesù Cristo sul male che umilia l’esistenza degli uomini
Salutiamoci a vicenda con l’annuncio pasquale: “Alleluia, il Signore è risorto, è veramente
risorto!”. Con Cristo rifiorisca anche la nostra vita. Non ci sia spazio per la tristezza nella festa della nostra salvezza.

Auguri di Buona Pasqua

Don Giuseppe

Pasquetta in bicicletta

Dopo la messa delle ore 10.30 di Pasquetta, è stata organizzata una pedalata fino a Maccastorna. Pranzo al sacco. Nel pomeriggio ritorno a san Fiorano. Se qualcuno fosse interessato e volesse partecipare a questa “pedalata” (tempo permettendo) basta tanta voglia, volontà e presentarsi alle 11.30 in oratorio, pronti per la partenza.

Imparare a “rimanere”

Gesù nel vangelo ci invita a guardare alla natura e prendere lezioni da una pianta: la pianta della vite.
Nei campi le vigne, sempre più numerose ed estese, stanno vivendo il tempo della tarda primavera.
Le foglie, ancora piccole ma in rapida crescita, hanno un colore delicato e tenero, molto promettente ma ancora timido. I piccoli, minuscoli grappoli cominciano a prendere forma. È la vita. Queste parole furono pronunciate da Gesù nell’Ultima cena, dopo la lavanda dei piedi, nella notte in cui istituisce l’eucaristia.
È il testamento di Gesù, parole importanti. L’immagine della vigna, nel suo simbolismo religioso, era molto nota ai discepoli. Uno degli ornamenti più vistosi del Tempio eretto a Gerusalemme da Erode era appunto una vite d’oro con grappoli alti come un uomo. Ma soprattutto nelle Scritture il tema della vigna era tra i più significativi per esprimere il rapporto tra Dio e il suo popolo. Isaia e Geremia, e quindi Osea e Ezechiele paragonano il popolo a una vigna che il Signore ha circondato di amorevoli cure, ma che non ha dato frutti, o ha dato uva selvatica, frutti cattivi. In sostanza: il distacco da Dio e l’offesa del prossimo. Siamo – lo ricordo ancora – nel Cenacolo. Gesù sta consumando il dono della sua vita fino alla morte.
Egli è la vite: da lui proviene la linfa vitale, che ci aiuta a vivere e a fare il bene, ad amare il prossimo. Non possiamo vivere senza Gesù. «Io sono la vite e voi i tralci». I discepoli sono chiamati a vivere in unione con Gesù come i tralci con la vite: una relazione essenziale e forte. È un legame che va ben oltre i nostri alti e bassi psicologici, le nostre buone o cattive condizioni. La forza dell’amore di Cristo è dirompente: permette di produrre molto frutto. Dice Gesù: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto». «Rimanete»: il verbo viene ripetuto sette volte. «Rimanere» (e il suo sinonimo “dimorare”) è un verbo particolarmente caro a Giovanni. La vita cristiana, per essere veramente sequela evangelica, ha bisogno della relazione viva con il Signore. Con una precisazione. L’alleanza tra Dio e l’uomo, tra Creatore e creatura, tra Padre e figli nell’orizzonte biblico prende le mosse sempre dal cuore divino. È Dio che, spinto dalla sua tenerezza e attratto dall’amabilità creaturale dei suoi figli, esce per primo, si lega,
si propone come alleato e chiede di corrispondere liberamente, in una parola di «rimanere».

Pasqua di gioia

Tanti modi per dire Pasqua

Perché “venne Gesù e stette in mezzo a loro”. La comunità è la comunità di ciascuno e di tutti con Cristo. Egli unisce sempre! La vita comunitaria non consiste nello stare insieme, o collaborare come membri di una équipe che svolgono un compito di carattere sociale o apostolico, ma per essere veramente uniti con Cristo e tra di sé.
La comunità rende presente Cristo per una Pasqua di risurrezione.

Pasqua missionaria

Tanti modi per dire Pasqua

Perché Gesù risorto disse: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Chi vive con la fede pasquale, non può restare indifferente al mondo, al sociale, alle periferie, alla Chiesa. Siamo una Chiesa missionaria “in uscita” verso il mondo e gli uomini seguendo il comando di Gesù: “Andate in tutto il mondo”. La Chiesa del Signore è tanto più Chiesa quanto più sarà aperta all’evangelizzazione del mondo per una vera Pasqua di risurrezione.

Pasqua di pace

Tanti modi per dire Pasqua

Perché Gesù risorto ha ripetuto: “Pace a voi”.

È possibile portare la pace, offrire la pace; una pace traboccante che nasce sempre dal possesso di Dio e dalla sua grazia e che si manifesta nella tranquillità dell’animo, nell’integrità del corpo, nella felicità piena, nella garanzia del cielo. Pace con Dio, pace con i fratelli, pace con se stessi, pace con il creato perché Cristo è la nostra pace.