Tempo di Quaresima: costretti alla libertà

Nella Scrittura, il rapporto tra Dio e il suo popolo è talmente esclusivo che non di rado assume il linguaggio della gelosia. Una gelosia però a senso unico: il popolo non può avere altri dèi all’infuori del Signore, ma non ha l’esclusiva su di Lui. Infatti, Israele è solo un’anticipazione, il primo nucleo di un popolo di Dio che è destinato a raccogliere tutte le genti della terra. Un atteggiamento da parte di Dio che sfuma i confini culturali e nazionali, che costringe a non accontentarsi di sentirsi dalla parte della ragione. È strano come i comandamenti, ma anche cose più moderne e laiche come la Carta dei diritti dell’uomo, corrispondano a un ideale di vita armoniosa, pacifica, priva di tutte le meschinità che escono dal cuore e che rovinano la vita: un ideale di vita estremamente desiderabile e al contempo difficile da realizzare completamente. Al desiderio dovrebbe seguire la scelta, altrimenti si tradisce la propria coscienza: c’è un cammino tracciato da una serie di pietre miliari, e la libertà di scegliere se seguirlo oppure no è una di queste pietre. È questo il paradosso che rende la fede cristiana così affascinante e adulta nella sua capacità di responsabilizzare ognuno di noi.

Via Crucis di Cristo, via Crucis dell’Uomo

Via di spogliazione, umiliazione, di abbassamento, di Kenosi fino alla polvere. Via dell’uomo abbandonato, “ferito e mezzo morto”, in cammino sulle strade della speranza.
Nell’itinerario di preghiera, meditazione e contemplazione della Via Crucis, mentre è descritta l’esperienza “fallimentare” della vita del Gesù storico, è offerta a tutti noi, una luce (o lo stile) di come vincere gli tsunami della storia e della vita: restare ancorati, come Cristo, alla fedeltà dell’amore del Padre, che “non abbandona il suo Consacrato”.
“Fare la via Crucis”, significa fare sosta! La via del Golgota è una strada che si percorre a passo lento, a velocità ridotta! Nel breve tratto che dal Pretorio giunge al Gòlgota, per Gesù non sono ammesse distrazioni. Il suo passo faticoso, prima di giungere in cima, cerca ancora! Cerca gli occhi di Petro per rivestirlo del “mantello della giustizia”; il volto delle donne in pianto, per consolarle; l’amico dell’ultim’ora, Simone di Cirene; il ladrone pentito, primo invitato al banchetto del regno della vita, il paradiso; Giovanni, il “discepolo amato”, a cui consegnare la Madre.
Così, il Maestro, vero Samaritano della storia, “che nella sua vita mortale passo sanando e beneficando tutti”, anticipa nei gesti e parole della via Crucis, i frutti della Pasqua, primavera dello Spirito, profumo di giorni nuovi. Così, l’olio e il vino della Pasqua, tornano a inebriare il cammino dell’uomo, “oltre il buio della siepe” (G. Leopardi), il mattino della speranza!

Venerdì 8 marzo la via Crucis della sera (ore 21.00)
Sarà animata dall’ASD Oratorio san Fiorano, all’oratorio.

Santità e preghiera: ecco il cammino della Quaresima

Il tempo della Quaresima, occasione speciale, per migliorare e intensificare la preghiera personale, familiare e comunitaria. Anche perché, in questo anno pastorale dedicato alla Santità, siamo pienamente consapevoli che non esiste santità senza preghiera. La preghiera è il respiro dell’anima, è uno stare costantemente alla presenza di Dio tenendo in lui l’affetto del cuore, è un trovare casa nel suo mistero di grazia, un abbandonarsi fiduciosi e grati al suo amore misericordioso, un sentirsi accolti nella sua trascendenza luminosa.
La preghiera è prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi di Dio in ogni momento. Come tale, la preghiera accompagna l’intera esistenza. È incessante. A questo esorta san Paolo quando, scrivendo ai cristiani di Tessalonica, dice: «Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù». La preghiera fa da sfondo a un agire che diviene culto spirituale e abbraccia l’intera esistenza.
La testimonianza più bella della preghiera viene da Gesù stesso, il Figlio amato che tutto riceve dal Padre
e tutto dona a lui. «Io e il Padre siamo una cosa sola», dice Gesù ai suoi discepoli. Una simile comunione trova la sua espressione più alta nell’obbedienza di Gesù al Padre, che suppone una totale sintonia.
Le parole della preghiera di Gesù che troviamo nei Vangeli ne sono la testimonianza. Ogni invocazione che viene riportata nei Vangeli prende avvio con la stessa parola: «Padre!». Acquista poi una propria forma a seconda del sentimento che la accompagna. «Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra»; «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!»; «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno»; «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito»; «Padre, glorifica il tuo nome»; «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi».
Il desiderio di mantenersi in costante comunione con Dio porta necessariamente a riservare dei momenti nei quali dedicarsi totalmente ed esclusivamente alla preghiera. Lo spirito di preghiera esige tempi di preghiera, momenti nei quali raccogliersi in silenzio per discendere nel nostro mondo interiore e ascoltare la voce amica di Dio. I Vangeli ci dicono che Gesù trascorreva notti intere in preghiera.

Prudenza e stoltezza

Le prime due figure che si incontrano nel ciclo giottesco delle virtù e dei vizi nella Cappella degli Scrovegni sono la prudenza e la stoltezza.
La prudenza è rappresentata come una donna seduta a un banco di studio, con un libro davanti, un compasso nella destra e uno specchio nella sinistra. Con lo specchio, la donna riflette su se stessa e sul proprio passato, rappresentato da un volto anziano sulla nuca.
La Prudenza non è solo calcolo, è meditazione sulla propria vita, per imparare dagli errori compiuti e cogliere i segni che possono orientare il futuro nel modo migliore.
Di contro, la stoltezza è un giullare le cui vesti imitano il piumaggio di un uccello.
Lo sguardo svagato è rivolto verso l’alto e la bocca aperta disegna sul volto un sorriso ebete. La stoltezza non guarda nemmeno dove mette i piedi e rincorre solo divertenti distrazioni. Il problema è che tiene in mano una clava: la stoltezza, priva di risorse morali e culturali, conosce solo la violenza come soluzione ai problemi. Come scriveva Isaac Asimov: «La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci».

Tempo di Quaresima: il realismo della Redenzione

La storia della salvezza è una storia pienamente umana: Dio si inserisce nelle vicende del mondo così come sono e cerca di interagire con i singoli e con i popoli affinché, in piena libertà, essi comprendano il senso profondo del loro cammino e dove il Signore desidera condurli. Il fatto che Dio sia capace di portare alla salvezza attraversando il male che segna la storia di ognuno di noi non significa che quel male diventi improvvisamente bene: ma Dio è in grado di ricavare il bene anche dalle scelte sbagliate, poiché egli è fedele nel suo amore verso l’umanità. Mosè, i profeti e tutte le Scritture avevano previsto un Messia sofferente, perché davvero innamorato dell’umanità.
Siamo noi quelli che facciamo fatica ad accettare che l’amore vero deve passare, nel nostro mondo segnato dal male, attraverso il sacrificio. Eppure, se guardassimo indietro con sincerità alla nostra storia personale, vedremmo quante volte abbiamo ferito gli altri o siamo stati feriti.
Cosa vogliamo fare di questa storia? Ignorarla, fingendo che non sia mai esistita, in modo che da essa non possiamo imparare ad amare veramente? Oppure farcene carico, prendere sulle spalle la nostra croce, e scoprire a quale trasfigurazione possiamo arrivare insieme a Gesù?

La certezza del suo amore

Nel percorso che sta conducendo Gesù verso la Passione e la morte, la trasfigurazione rappresenta un momento importante di consolazione e di manifestazione. Consolazione per lui, che è sempre più solo e che nel frangente decisivo sarà abbandonato da tutti. Manifestazione per i discepoli, che sono invitati a riconoscere in lui il Figlio che compie le promesse di Dio e realizza il suo progetto di salvezza. Entrambe si realizzano grazie all’irruzione di Dio, al suo amore che si rende evidente, palpabile, fino a “trasfigurare” e a rendere splendente ogni fibra di Gesù.
La terribile prova della morte sulla croce, e di tutto ciò che essa comporta, è ormai incombente.
È la prova a cui Gesù va incontro, giorno dopo giorno.
Ed è proprio passando attraverso questa prova che egli “darà prova” del suo amore smisurato.
Il passaggio lacerante in cui sta per avventurarsi sarà anche il luogo in cui risplenderà il volto di Dio e in cui si realizzerà il suo progetto di amore per l’umanità. La prova di Gesù, però, comporterà, inevitabilmente, anche la prova dei discepoli. Sì, perché la croce rappresenta un momento di verità che pone fine a qualsiasi equivoco: i sogni di una gloria a poco prezzo, di un successo trionfale, naufragheranno sulla collina del Calvario quando proprio lui, il Figlio, verrà inchiodato a una croce e sperimenterà una morte terribile e ignominiosa.
Proprio allora, i discepoli dovranno ricordare che quel corpo martoriato lo hanno visto splendere dell’amore di Dio, irraggiare attorno a sé quella luce e quella gioia che hanno in Dio la loro sorgente inesauribile. C’è per ognuno di noi, da qualche parte, un monte della trasfigurazione.
È grazie a quello che lì vi avviene che possiamo fronteggiare i momenti oscuri della prova, quando ci pare di essere abbandonati da tutti, condannati all’isolamento.
In quei frangenti conterà solo la certezza di un amore che non ci abbandona, la fiducia riposta in lui, Gesù, che ce lo ha rivelato. Ascoltarlo non significa solo accogliere la sua

Davanti al Crocifisso segno di sconfitta e di vittoria

La croce di Gesù ci insegna che nella vita c’è il fallimento e la vittoria, e a non temere i «momenti brutti», che possono essere illuminati proprio dalla croce, segno della vittoria di Dio sul male. Un male, Satana, che è distrutto e incatenato, ma «abbaia ancora», e se ti avvicini ad accarezzarlo «ti distruggerà». Nella croce fallisce tutto quello che Gesù aveva fatto nella vita, e finisce tutta la speranza della gente che seguiva Gesù.
Non abbiamo paura a contemplare la croce come un momento di sconfitta, di fallimento. La nostra vita va avanti con Cristo vincente e risorto, che ci invia lo Spirito Santo, ma anche con quel cane incatenato, «al quale non devo avvicinarmi perché mi morderà». Dobbiamo essere capaci di tollerare le sconfitte, di portarle con pazienza, le sconfitte, anche dei nostri peccati perché Lui ha pagato per noi. Tollerarle in Lui, chiedere perdono in Lui ma mai lasciarci sedurre da questo cane incatenato. Anche questo venerdì di quaresima sarà bello se riusciremo a radunarci come comunità parrocchiale davanti al crocifisso: guardarlo, è il nostro segno di sconfitta, che provoca le persecuzioni, che ci distruggono, è anche il nostro segno di vittoria perché Dio ha vinto lì.

Ringrazio coloro che, anche questo venerdì di quaresima, alle ore 21.00 animeranno questo momento.

Tempo di Quaresima: richiamo all’autenticità

Il richiamo all’autenticità nel rapporto con Dio, con noi stessi e con gli altri è il tema portante del tempo di Quaresima. Attraverso il cambiamento dei gesti, siamo richiamati a un cambiamento del cuore, a partire dal ravvivato desiderio di una vita profondamente buona. Si tratta di lasciare spazio a un cuore lacerato, non per masochismo, ma per sentire che, al di là delle anestesie con cui ci difendiamo dal dolore (proprio e altrui), dentro di noi esiste la voglia di un mondo differente, più giusto, autentico, fraterno e solare: un mondo verso il quale facciamo fatica a fare anche solo il primo passo. Gesù viene a togliere ciò che ci intralcia, sgombera il cuore, libera i gesti, ravviva l’amore. Quando, convertendoci dal nostro bisogno di tornaconto, lo accogliamo nella nostra interiorità, nel nostro “segreto”, ecco che anche i gesti esteriori acquisiscono spessore e la religiosità diventa trasparenza che lascia intravedere la scintilla divina in noi.

Cammino di Quaresima: cammino di Novità

La Quaresima conduce ogni cristiano su un sentiero di novità, per vivere una nuova primavera dello spirito. È un sentiero antico, collaudato e tuttavia sempre ricco di scoperte.
Ci induce a scoprire quello che conta veramente, l’essenziale. Apre il nostro cuore all’amore di Dio e del prossimo, e lo strappa alle prigioni dell’egoismo.
In che modo la Quaresima realizza tutto questo? Attraverso il digiuno, pratica antica che riporta armonia nel corpo e gli fa avvertire il desiderio di ciò che conta più di qualsiasi cibo: lui, Dio, la sua presenza, la sua Parola. Il digiuno è una medicina tradizionale, estremamente semplice, ma efficace. Ci fa percepire un po’ di fame perché venga a galla quella fame che troppe volte è coperta dal nostro rapporto consumistico con il cibo. Ed è la fame di senso, di luce, di saggezza, di fraternità.
Attraverso l’elemosina che ci distoglie dai nostri mali, dalle nostre piccole sofferenze e ci fa piegare sull’altro, su chi si trova nel disagio e non sa come fare per andare avanti.
Ci fa conoscere la compassione, che è desiderio di portare insieme all’altro il suo peso.
Ci fa tendere la mano e il cuore. Ci fa scegliere la strada dell’aiuto concreto, ricco di amore e di discrezione.
Attraverso la preghiera che nasce, prima di tutto, dal desiderio di Dio, non dalla ripetizione di formule o dal bisogno di ricevere qualcosa.
Questo desiderio è la fiamma autentica della preghiera, la tiene accesa e viva.
È desiderio di incontrarlo, di ascoltarlo, è tempo “perso” per lui, senza misurare i minuti che passano. Sprofondando in quell’attesa che caratterizza ogni autentico credente che ha sete di Dio. Strade antiche, che anche quest’anno ci vengono proposte. Rimedi buoni per guarire il nostro cuore malato. Proposte semplici ma efficaci, per farci vivere al ritmo di Dio, della sua presenza di gioia e di pace.

Davanti al crocifisso

Mi fermo davanti al Crocifisso: mi fermo a contemplare il mistero di dolore e di morte che fa da preludio alla risurrezione.
Tocco il legno di quel patibolo sul quale Gesù è stato issato, il legno bagnato dal suo sudore e dal suo sangue. E penso che questo strumento di morte, ora è diventato per tutti noi l’albero della vita.
È lui, il Cristo, che lo ha trasformato, con il suo amore.
Guardo i chiodi che hanno fissato il suo corpo. È così che hanno tentato di fermarlo, di impedirgli di continuare il suo ministero di consolazione e di guarigione. Quelle mani che hanno toccato i lebbrosi, che hanno rialzato i paralitici, che hanno spezzato il cerchio diabolico dell’isolamento e della schiavitù, quelle mani che hanno spezzato il pane per sfamare le folle. Mani destinate a rimanere per sempre aperte per accogliere con tenerezza e misericordia tutti coloro che invocano perdono e domandano di essere trasfigurati dalla sua bontà. Quei piedi che hanno percorso le strade degli uomini, quei piedi coperti dalla polvere, affaticati dai lunghi percorsi, quei piedi che lo hanno portato da tante persone, in tante case, per condividere le sofferenze e aprire orizzonti di speranza.
Ringrazio coloro che, anche questo venerdì di quaresima, alle ore 21.00 animeranno questo momento.