La preghiera…

Più volte, anche il Santo Padre, ce lo ha ripetuto: la preghiera è come l’ossigeno per la nostra vita. Senza di essa, il nostro animo si inaridisce e la nostra fiamma dello Spirito Santo muore piano piano, spegnendosi. Ci sono dei momenti specifici dell’anno liturgico dove la preghiera si fa più forte ed intensa. Ed uno di questi è quello che stiamo vivendo: la Quaresima.
Pensiamo che, in questi momenti, è come se fossimo anche noi nel deserto con Gesù e ad alimentare la nostra forza sia proprio la preghiera e la lode perenne e costante a Dio.
Ecco: questa deve essere la nostra Quaresima.
Cercare di trovare il tempo, anche un pò di più del solito, per stare con il Signore, partecipando alla Santa Messa feriale, all’Adorazione Eucaristica del Giovedì, ma soprattutto pregando.

Anche Gesù viene tentato come noi

Gesù è nostro fratello nel pellegrinaggio terreno. Il male esiste, ed esiste il Maligno.
Né il male né il Maligno appaiono brutti, sporchi e cattivi, anzi. Comunque attenzione a non illudersi: la vita è lotta. La tentazione è insidia e minaccia; è prova e verifica. Le tentazioni non si evitano, non si possono evitare; le tentazioni si attraversano. Sì, anche Gesù viene tentato. Sono tentazioni dette “messianiche”: cioè riguardano la sua missione, che sta per iniziare. In esse sono, però, adombrate anche
le nostre tentazioni: sono le lusinghe, i richiami, le proposte della logica di questo mondo.
Gesù entra nel silenzio misterioso del deserto, in dialogo con il Padre, per scegliere: quale Messia? Quale ministero? Quale progetto? Quale vita? Il deserto è il luogo della compagnia del Signore, ma diviene anche il crogiolo della prova e della tentazione, come era stato per il popolo ebraico.
Il demonio arriva. È più suadente e affascinante di tutte le rappresentazioni grottesche che ne abbiamo fatto. Non è brutto il diavolo: è attraente, e – in ogni caso – non si mostra per quello che è: appare sensibile al nostro benessere, alla nostra auto-realizzazione, alla nostra soddisfazione. La sua proposta è ragionevole. Vuoi essere il Messia? Devi essere un mago, un mago che accontenta i desideri, che trasforma le pietre in pane. Vuoi avere successo come Messia? Allora devi essere un vip, un arrampicatore, un duro, un vincente. Devi comandare. Vuoi proprio avere riuscita come Messia? Devi essere un attore, un grande attore che stupisce e seduce con l’immagine e l’apparenza. Gesù respinge le tentazioni: sarà il Messia-servo di Dio, che si dona per amore. Fino a dare la vita. Gesù non è un mago, non è un attore o un divo. Si farà vicino alle persone senza pretese, nel segno della prossimità e del servizio, con semplicità, come Buon samaritano e Buon pastore. Essere suoi discepoli significa accettare la logica del granello di senape, del dono gratuito, della seminagione generosa. Senza pretese di successo o di conquista. La vita cristiana si ritrova in una condizione di minorità sociale e culturale. La storia ci sta parlando e con i suoi soliti metodi sbrigativi ci tira per i capelli verso compiti ancora da decifrare. In questa situazione serpeggia la propensione a disperare della forza dell’annuncio evangelico, come se la fine della cristianità significasse la fine del Vangelo. Più Vangelo, a cominciare da noi stessi, meno rimpianti.

Cammino di Quaresima: cammino di Santità

Santi si è per grazia, ma lo si diventa nella libertà. Come a dire che, chiamati alla santità, si apre davanti a noi il cammino della santificazione. «Questa, infatti, è volontà di Dio – scrive san Paolo ai cristiani di Tessalonica – la vostra santificazione» (1Ts 4,3). Quel che Dio desidera per me deve diventare quel che io stesso desidero, nel quotidiano dialogo con il suo Santo Spirito. La santità è il nostro destino sin dal primo istante della nostra esistenza, ma domanda una ratifica personale e quotidiana. Nella santità dunque si cammina. E camminare significa progredire, crescere, maturare. La misura della santità non è uguale per tutti: dipende dall’adesione che ciascuno dà all’opera santificante della grazia di Dio, dalla disponibilità concreta a lasciarsi plasmare per essere una cosa sola con Cristo, il Santo di Dio. Si legge nella lettera di san Paolo ai cristiani di Roma: «Per mezzo del Battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). Il cammino di santità domanda anzitutto la conversione. Nell’intera Scrittura risuona continuamente l’invito alla conversione, cioè a un cambiamento radicale di vita che parta da una presa di coscienza della tremenda realtà del peccato. Il peccato va preso molto sul serio, perché è potenza distruttiva della vita e compromette radicalmente la nostra esperienza della santità. Il peccato è una sorta di cancro della vita spirituale e come tale domanda attenzione e decisione.
La santificazione comincia da qui: dalla lotta implacabile contro il peccato. Guarire, rinascere, cambiare strada: questo vuol dire di fatto conversione. Non consentire al maligno di prendere casa nel nostro mondo interiore e di comandare le nostre azioni. A Caino che è ormai in preda alla gelosia e coltiva progetti omicidi, il Signore Dio dice: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai!» (Gn 4,7). Il peccato uccide, insegna la Scrittura. Non solo nel senso che può trasformarci in assassini – come appunto nel caso di Caino – ma anche nel senso che comunque, in qualsiasi modo ci abbandoniamo a lui, la nostra vita, la nostra identità, la nostra bellezza, la nostra dignità verranno compromesse. Il peccato è la nostra stessa energia vitale utilizzata in modo parassita e orientata verso un obiettivo che è contrario al nostro bene; è l’attivarsi dei nostri sentimenti e desideri, delle nostre facoltà e intenzioni in una direzione contraria alla nostra verità per farci perire. Ci illudiamo di avere vita e in realtà ci stiamo rovinando. Il tempo è compiuto, e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo: con queste parole Gesù si presenta al mondo. L’accoglienza del lieto annuncio del Regno di Dio, cioè della sua sovranità misericordiosa, domanda conversione. La santificazione avrà sempre l’aspetto di una lotta, non contro nemici esterni ma contro misteriose potenze interiori, energie oscure che sperimentiamo nella forma di desideri disordinati, sentimenti velenosi, passioni morbose, pretese egoistiche.
La ricerca ossessiva di un benessere individuale, che coincide con l’appagamento di tutti i nostri bisogni più immediati, ci rende ciechi e chiusi su noi stessi e impedisce di riconoscere la bellezza della grazia che ci visita e ci inonda il cuore. Questa è in sostanza l’essenza del peccato.
È indispensabile consentire allo Spirito di Cristo di abitare il nostro mondo interiore, intraprendendo un combattimento spirituale. Allora il tempo della Quaresima si presenti per tutti noi come occasione propizia per camminare, personalmente, con i nostri familiari e con tutta la comunità parrocchiale, nella santità: lasciarci condurre dalla Provvidenza di Dio là dove intende portarci, senza rivendicare progetti nostri e senza pretendere di vedere realizzato ciò che abbiamo autonomamente deciso. «Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi» recita il salmo 116. E il salmo 36 aggiunge: «È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce».

Tempo di Quaresima: vivere 40 giorni intensamente

La Quaresima è un tempo di 40 giorni che ci prepara alla Pasqua.
Sono diversi i termini che ricorrono nella liturgia di questo tempo: conversione, penitenza, digiuno. Ma il termine che li raccoglie tutti ed esprime il senso di tutti è “libertà”. La penitenza è anzitutto la confessione che ci sono degli “idoli” che ci attraggono e ci illudono rendendoci schiavi delle cose; il digiuno è la purificazione della vita che ci riporta all’essenziale; la conversione è ritornare a guardare e vivere la vita con gli stessi sentimenti di Gesù, in comunione con Lui.
Per vivere bene la Quaresima non è necessario immaginare grandi gesti, bisogna guardare alla propria vita quotidiana e rinverdirne l’autenticità: quando iniziamo la giornata dove si indirizzano i nostri pensieri? Ebbene, dovremmo sempre mettere al centro non “per che cosa” ma “per chi” decidiamo di spendere il nostro tempo e svolgere le nostre attività. La libertà è fare della nostra vita un albero che, alimentato dalla Parola, germoglia e porta frutti di vita.

Venerdì di Quaresima: via Crucis

Dio Padre non si stanca di donarci del tempo per convertirci, di darci l’opportunità, anno dopo anno, di pregare, di digiunare, di esercitare la Carità. Un’ opportunità preziosa che ci indica la strada verso di Lui, che ci invita ad accettare e ad amare la nostra storia, personale e di comunità, sulle tracce dell’Accettazione e dell’Amore testimoniati da Gesù e dalla sua Croce.
Da qui, l’esercizio della Via Crucis a cui siamo invitati tutti noi, con il peso della nostra croce sulle spalle ma con il cuore teso verso la speranza, convinti più che mai che dopo la morte ci sia la Resurrezione …
Ma cos’è la Via Crucis? È un rito, un pio esercizio, che ci permette di ricostruire e commemorare il percorso doloroso di Gesù che si avvia verso la crocifissione per amore di tutti noi. È sicuramente un momento di preghiera, di riflessione e di cammino penitenziale che si celebra nei venerdì di Quaresima e culmina col Venerdì Santo.
In origine comportava il recarsi materialmente nei luoghi dove Gesù aveva patito ma, col tempo, si è capito che tale pellegrinaggio non era possibile a tutti. Per questo nelle chiese si cominciarono a rappresentare gli episodi dolorosi accaduti a Gesù, le cosiddette “stazioni”. Da allora, in ogni chiesa edificio vengono raffigurate le stazioni che sono tradizionalmente quattordici e che vengono ripercorse dai credenti con l’aiuto della Parola, di canti, preghiere e commenti.
A tutti noi l’augurio di saper coglier ed accogliere questa opportunità di profonda Conversione, Accettazione, Amore. Buon cammino… 
Ringrazio tutti coloro che, ogni venerdì di quaresima, alle ore 21.00 animeranno questo momento.

Le ceneri

Il Mercoledì delle Ceneri è giorno di digiuno e astinenza dalle carni (così come lo è il Venerdì Santo, mentre nei Venerdì di Quaresima si è invitati all’astensione dalle carni).
Come ricorda uno dei prefazi di Quaresima, «con il digiuno quaresimale» è possibile vincere «le nostre passioni» ed elevare «lo spirito». 
Durante la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri il sacerdote sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte. Secondo la consuetudine, la cenere viene ricavata bruciando i rami d’ulivo benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente. La cenere imposta sul capo è un segno che ricorda la nostra condizione di creature ed esorta alla penitenza.
Nel ricevere le ceneri l’invito alla conversione è espresso con una duplice formula: «Convertitevi e credete al Vangelo» oppure «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». 
Il primo richiamo è alla conversione che significa cambiare direzione nel cammino della vita e andare controcorrente (dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio).
La seconda formala rimanda agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3,19).
La parola di Dio evoca la fragilità, anzi la morte, che ne è la forma estrema. Ma se l’uomo è polvere, è una polvere preziosa agli occhi del Signore perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità.

Il passaggio dal Sabato Santo alla Domenica di Resurrezione…

…non avviene attraverso una notte, ma attraverso una prolungata e anticipata aurora, attraverso la Veglia, madre di tutte le veglie. Riunita nell’oscurità alle ore 21.30 al Mortorino, l’assemblea cristiana, in misteriosa comunione con il cosmo intero, si pone quasi simbolicamente sulle soglie della storia della salvezza, partendo da lontano, dalla notte del caos primordiale, dall’oscura lontananza della morte per camminare verso la luce della Vita, che è il Cristo risorto. E non è un vuoto simbolismo. Sull’umanità di oggi incombe ancora la notte angosciosa dell’assenza di Dio, la notte del male, la notte della solitudine che è chiusura alla comunione. Tutto grida un’esigenza di luce.
E quanto esprime la liturgia della luce, che apre la Veglia. Mentre il cero viene solennemente collocato nel presbiterio, prorompe il canto dell’Exultet che celebra lo splendore del Cristo risorto, liberatore del genere umano dalle tenebre del peccato e della morte. Immersa nella luce nuova, l’assemblea ascolta le grandi tappe della storia di salvezza, facendo così memoria delle “meraviglie” che Dio ha operato in favore del suo popolo e di tutta l’umanità, fino al punto culminante: «Cristo risuscitato dai morti non muore più… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù». 
Dal cuore dei fedeli erompe ormai, come un fiume di gioia, L’«Alleluia pasquale».

Venerdì Santo

La liturgia del Venerdì Santo ha un andamento grave; di ora in ora si fa più evidente e drammatico lo scontro tra la luce e le tenebre. Momento culminante di questa giornata è la Celebrazione della Passione alle ore 21.00 al Mortorino con la proclamazione – in forma dialogica – della Passione di Gesù secondo l’evangelista Giovanni. La comunità cristiana si riunisce idealmente sul Calvario per far proprio, attualizzandolo, il sacrificio della Croce, quel primo e unico sacrificio redentore che si rinnova ogni giorno, in tutto il mondo, nella celebrazione eucaristica.
Nella Chiesa il Venerdì Santo regna un clima di intensa gravità. Tutto è silenzio: silenzio del cuore, pieno di attenzione e di dolore davanti alla realtà della morte di Cristo sulla croce, morte di cui siamo tutti responsabili a motivo dei nostri peccati. Le campane sono mute, gli altari spogli, salvo il momento conclusivo della celebrazione in cui si fa la comunione eucaristica con le ostie consacrate nella Messa vespertina del Giovedì Santo.
È UN SILENZIO CHE SI PROTRAE E RICOLMA tutto il Sabato Santo, definito “giorno del sacro silenzio”. Qualcosa di enorme e tremendo è accaduto: la morte violenta del Giusto. Sbigottita, la terra tace davanti all’impenetrabile mistero. Ma è anche un silenzio di attesa vigilante, nella fede e nella speranza. Tutta l’attenzione è infatti rivolta a Colui che aveva predetto la sua risurrezione.

Giovedì Santo

Il colore liturgico bianco, che si sostituisce al viola, la presenza dei fiori e il canto del Gloria esprimono la letizia di un vero e proprio banchetto nuziale: con l’istituzione dell’Eucaristia, infatti, Cristo unisce per sempre se stesso alla Chiesa, sua sposa, con il vincolo di un amore indistruttibile. Siamo radunati per entrare in comunione di vita con il Signore e tra di noi, mangiando di quell’unico Pane e bevendo a quell’unico calice che il Cristo, nella notte in cui fu tradito, istituì quale nuova Alleanza tra Dio e gli uomini.
Il rito della lavanda dei piedi (bambini 4 elementare) – che avviene dopo la proclamazione del Vangelo – è una mirabile e commovente lezione pratica di umiltà, che ci mostra al vivo che cosa significhi “fare pasqua” con Gesù. La celebrazione si conclude con la processione con il Santissimo Sacramento fino alla Chiesina. Breve momento di Adorazione Comunitaria e spazio per la preghiera silenziosa e personale.

Mercoledì Santo

Le tenebre si fanno ancora più oscure il Mercoledì Santo, giorno in cui, nella pagina evangelica, ascoltiamo l’annunzio del tradimento di Gesù. Il brano si apre mettendo in luce quanto Giuda va maturando in segreto: il suo non è un tradimento causato dalla paura – come il rinnegamento di Pietro – ma premeditato e tenuto nascosto fino “all’occasione propizia”.
Gesù stesso, però, che conosce i cuori, svela la presenza di un traditore: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà», uno dei “suoi”, con i quali ha condiviso e confidato tutto. Un dolore inesprimibile afferra tutti i commensali. Profondamente turbati, i discepoli ad uno ad uno incominciano a domandargli: Sono forse io, Signore? Chi di noi potrebbe evitare di porsi questa drammatica domanda?