Ringraziare

È terminato il Grest 2023. Nel corso di queste tre settimane, immagino che ogni ragazzo, adolescente abbia ricevuto tanti doni, scoperto tante cose, conosciuto nuovi amici e tante persone. Una parola diventa la sintesi delle giornate trascorse insieme: Grazie
Grazie ad ogni volto, ad ogni persona che ha donato il suo tempo, le sue energie, le sue passioni. Grazie per ogni persona e per quella cura che ha saputo donare secondo le proprie capacità e inclinazioni.
Grazie per dire che porteremo nella nostra vita quel poco o tanto di bene che abbiamo elargito e ricevuto.
Grazie per dire che le fragilità, le nostre piccolezze, i nostri egoismi e i nostri errori fanno parte di un passato e non vogliono essere il ricordo di questa esperienza.
Grazie per dire che tutto il positivo sarà bagaglio prezioso per la nostra continua crescita verso la pienezza della vita.
Grazie o Signore per questo opportunità che ci hai dato.

«TuXTutti», fin da bambini!

Il prendersi cura è una caratteristica propria dell’essere umano che occorre coltivare fin da bambino per poter contribuire a rendere migliore il mondo, per realizzare la propria vocazione, qualsiasi essa sia, perché sempre, in ogni situazione di vita, siamo chiamati a prenderci cura di qualcuno e di qualcosa, ad aprirci agli altri, a non escludere nessuno dal nostro sguardo, a non precludere nessuna possibilità di bene nei confronti di chiunque, soprattutto quando ci sono situazioni di disagio come lo sfruttamento, la povertà, la diseguaglianza, la fragilità, la disabilità, ecc. 
Ogni persona, ogni «Tu» che sia anche un discepolo del Signore, non può trascurare queste situazioni, ma è chiamato con tutti gli altri a fare la sua parte, prendendosene cura (trascurare è il contrario di prendersi cura).
Una persona aperta e attenta, carica di passione e piena di amore per il prossimo, non può che accogliere con gioia l’invito a essere «TuXTutti», fin da bambino!

Tu x Tutti

Dieci volte al giorno ci salutiamo e ci chiediamo: come stai? Poche, però, sono quelle occasioni in cui questa domanda dà spazio a una vera condivisione. Ci siamo abituati a dire che stiamo bene e siamo in salute quando tutto, dentro di noi, tace: quando i nostri organi stanno in silenzio, lo stomaco non è inacidito, il polmone non è intasato, la testa non rimbomba o il piede non è gonfio. Eppure, «il silenzio della vita degli organi» è uno standard di salute troppo modesto! È un ottimo risultato per il medico, che si può ritenere soddisfatto quando i sintomi dello star-male sono scomparsi, ma stare bene è un’altra cosa: è passeggiare, abbracciarsi, piangere o gridare, è sentirsi pieni di energia o semplicemente diventare un tutt’uno con la natura. Prendersi cura della propria salute e della propria vita significa, infatti, investire sul positivo dell’esistenza, perché il nostro esserci nel mondo divenga un’esperienza carica di senso e densa di energia. Non basta, però, che la cura sia un atto limitato alla scelta del singolo: sono troppe le povertà esistenziali nel nostro territorio, troppe le fatiche a prendersi cura di sé e non sempre i nostri piccoli possono permettersi di avere attorno a sé un contesto sufficientemente sereno e funzionale alla crescita. Per questo, è necessario che la comunità si impegni a costruire una dimensione forica (nel senso del foro romano, di un luogo che raccoglie e ospita la vita e i commerci) nello spazio collettivo. L’espressione è molto utilizzata dalla sociologia e dalla psicoanalisi francesi e indica il gesto di caricare di valore simbolico ed esistenziale le cose materiali che ci circondano: perché la piazza non sia solo un pavimento in porfido o l’ufficio anagrafe uno sportello anonimo. In altre parole, la collettività è chiamata a creare le condizioni di giustizia affinché le persone che vi abitano possano prendersi cura di sé.
Se le persone imparano a prendersi cura di sé, infatti, è la società che si arricchisce, ed è per questo che la misura dello stato di salute di una collettività non si basa solo sul potenziamento del tenore economico, ma anche sul rafforzamento della capabilità di ogni individuo. Anche questo termine è tecnico, inventato dal premio Nobel per l’economia A. Sen, e indica la capacità di convertire le risorse personali di ogni individuo in libertà reali e positive, perché non basta che un bambino sopravviva alla crescita e si accontenti del contratto a tempo indeterminato! Occorre piuttosto che la società gli permetta di far uscire tutte le risorse di cui è portatore, perché possa realizzare la vita che più gli corrisponde. Questa è giustizia. Apprestarsi a vivere un’estate all’insegna del servizio è un proposito che mette subito la comunità cristiana in sintonia con queste riflessioni e con un bisogno sempre più diffuso sul nostro territorio, anche se non sempre il più ascoltato. La tecnocrazia che regola i nostri rapporti sociali non è interessata a far germogliare la vita buona o la cura di sé, perché si struttura a partire da altri valori, come la performance o l’utilità economica. Scommettere sulle risorse individuali e personalizzare lo stile educativo perché germogli nella vita di un ragazzo la sua più autentica vocazione è un’opera che si oppone alla standardizzazione dei bisogni a cui la logica tecnocratica è interessata. Per questa ragione, investire su un mese all’insegna della cura e del farsi carico della vita di altri è decisamente un atto rivoluzionario, capace di mettersi a servizio dei bisogni del mondo, ma anche di qualificare il discepolato cristiano. Investire sulla cura e sul servizio è anche un proposito in controtendenza, ed è importante esserne consapevoli: un tempo diventare adulti significava assumere una responsabilità nel mondo, all’interno della comunità; oggi non è più così. Non ci sono più riti di iniziazione che vanno in questa direzione e spesso l’età adulta corrisponde solamente con la possibilità di accedere a tutti e soli i diritti che spettano al cittadino. La società occidentale è a forma di single, perché l’individuo è il target della mens legislativa (manca per esempio un corpus di leggi adeguato per la famiglia, perché la famiglia non riveste più una dimensione pubblica/istituzionale). La questione è molto seria, perché cade su un punto cruciale del modo di intendere la vita: qual è il rapporto tra individuo e società? Si può pensare che un individuo acceda alla pienezza di vita senza che questo coinvolga il destino della sua comunità? In un’epoca in cui l’individuo basta a se stesso, la solidarietà e il servizio potrebbero facilmente trasformarsi in dis-valori, o comunque in hobbies facoltativi e non determinanti per la vita di un adulto. Come si può tornare a dire il valore prezioso e inestimabile di una vita spesa nel servizio? Come si può tornare a mostrare che un’educazione che non insegna il servizio è fallimentare? Su questo aspetto la comunità cristiana è chiamata a ribadire, anche attraverso la propria opera, che il compimento dell’esistenza non può darsi al di fuori dello sforzo di costruzione di una società giusta. Non si arriva al traguardo da soli!

XTutti e XTutto

L’amore che ci metti nel prenderti cura varrà anche per le altre cose, per tutte le cose della vita, per il creato e quindi per l’ambiente, per la casa comune in cui tutti abitiamo e quindi per il nostro paese. Sei chiamato a prenderti cura tantissimo del tuo tempo e a cercare passioni che ti rendano sempre più unico, sempre più «Tu», capace di fare del tuo talento, coltivato con cura, un dono «X Tutti». Anche l’arte è quella dimensione della vita che va coltivata per rendere più bella la vita stessa.

Prendersi cura è qualcosa che ha a che fare con l’amore. 

È la risposta alla domanda sul come sul chi amare. Potremmo osare dire che ha a che fare con il senso stesso della vita («Fa’ questo e vivrai»), insieme all’amore per Dio, che è comunque risposta al suo prendersi cura di noi.
Quando al Signore Gesù, provocatoriamente, viene fatta la domanda:  «e chi è mio prossimo?», immediatamente Lui racconta la parabola del Buon Samaritano.
Potremo dire allora a bambini e ragazzi: «Vuoi sapere anche tu chi è tuo prossimo? 
Se deciderai di imitare il Buon Samaritano in ogni incontro che farai oppure se ti accorgerai che, quando hai bisogno, accanto a te ci sono persone pronte a volerti bene, allora saprai chi è il prossimo: sei tu e lo sono tutti gli altri, quando uno si spende per l’altro, quando una persona sa mettere in pratica il comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”, senza distinzioni e senza mezze misure».

E chi è il mio prossimo?

attenzioni – è da scegliere ogni giorno ed è a questo che il progetto Grest 2023 desidera allenare. Tutti gli ambiti e i contesti di vita sono coinvolti: non importa che siano legati alla sfera privata oppure pubblica, a quella personale o istituzionale. E in ogni singolo atto, è sempre chiamato in causa il “tutto” di noi stessi: occhi, braccia, mani, gambe e cuore.
Ecco perché le relazioni e le esperienze diventeranno il terreno più fertile nel quale poterci sperimentare. Accompagniamo bambini, preadolescenti e adolescenti a comprendere che diventare grandi comporta diventare prossimi, prendere posizione e assumersi la responsabilità di un pezzo di mondo.
Accettando che in questa scelta ne va di sé, del proprio modo di pensare, della propria libertà, della propria vita!
Detto in altre parole: avventuriamoci nella sperimentazione dell’“I CARE” che don Lorenzo Milani insegnava ai ragazzi di Barbiana, con coraggio e fiducia: se tutto riguarda tutti e ciascuno, allora potremo costruire un mondo più umano ed esperienze di comunità nelle quali ci si prende cura, gratuitamente, gli uni degli altri.
E allora, che questa estate ci alleni ad essere TuxTutti e ad interrogarci costantemente su chi sia nostro prossimo!!

Nel Grest 2023 accompagneremo bambini e ragazzi a prendersi cura gli uni degli altri, da protagonisti, con un “Tu” che si mette in gioco, avendo come modello il Signore Gesù. Lui è il Buon Samaritano che si abbassa a fasciare le nostre ferite, si fa carico delle nostre sofferenze e dimostra il suo grande amore con sovrabbondanza.
Ecco l’esempio che risponde alla domanda: “e chi è mio prossimo?”.
Di fronte a un modello così – al modello del dono per eccellenza – ciascuno si scoprirà di poter essere importante X l’altro, senza distinzioni… perché “mio prossimo” è chiunque incontro nel mio cammino, lo sono “Tutti”! TuXTutti! è quell’invito a farsi dono per gli altri secondo il comandamento dell’amore, giocato ed esercitato nelle calde giornate dell’Oratorio estivo, ma ancora di più nella cura che ciascuno imparerà a dare agli altri, nei gesti quotidiani della sua vita.

Regole Grest

Un promemoria con alcune attenzioni fondamentali per vivere bene nella complessa macchina del Grest!
La vera motivazione: Il Grest è una vera opportunità per vivere bene l’Estate: la fraternità e le relazioni, la fede e la spiritualità, il gioco e il divertimento.
Rispetto delle persone, dei materiali e degli ambienti.
L’idea della cura passa anche dal rispetto generale che abbiamo nei confronti delle persone, dei materiali e degli ambienti. In particolare, è richiesto:

  • Comportamento adeguato al contesto;
  • Linguaggio adeguato al contesto;
  • Abbigliamento consono;
  • Buon esempio verso tutti;
  • Capacità di osservare e ascoltare gli altri;
  • Utilizzo limitato della tecnologia (lo smartphone non è necessario);
  • Riordino e cura dei materiali;
  • Riordino e pulizia degli ambienti

Rispetto degli orari: Dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle ore 17.00. È essenziale la puntualità anche nel rispetto dei diversi momenti di attività.
Attenzione ai tempi dedicati all’informalità
È il tempo giusto per guardare più in là. Cerchiamo di cogliere i bisogni degli altri.

Grest 2023: si parte!

IL TEMA: Sempre più Umani

Da qualche anno i temi elaborati per il Grest dell’estate cercano di tornare a restituire alle nuove generazioni la consapevolezza e l’esperienza di alcune fondamentali dimensioni umane. Quest’anno saranno la cura ed il servizio ad “impastare” le nostre giornate estive. Capaci di cura? Persone che si “accorgono” di una situazione; che si “avvicinano” e “prendono in mano la realtà”; che “agiscono” in una modalità di attenzione, tenerezza, condivisione, tutela, accompagnamento. Persone che “portano dentro” il gruppo chiunque, che sarebbe rimasto estraneo, isolato, e che attraverso questi gesti “fanno da ponte” per facilitare incontri, relazioni, senso di appartenenza. Sono i gesti che ha compiuto il Buon Samaritano dopo l’incontro, imprevisto e anche scomodo, con l’uomo incappato nei briganti. Gesti semplici e quotidiani, e insieme, libera decisione di fermarsi, di farsi vicino, di attuarli. I gesti quotidiani sono umani, comprensibili, condivisibili. La scommessa è di far uscire allo scoperto la capacità di cura che è dentro di noi, e di renderla condivisa e aperta non solo a sé e al vicino, ma all’intera comunità degli uomini. Educare significa coltivare nell’altro la capacità e la passione di dare forma a sé stessi, orientare l’altro ad avere cura di sé. La cura di sé e di ciò che è affidato all’uomo non è quindi azione e pensiero solo da adulti, ma interessa nel profondo anche i bambini, che grazie alla capacità di ricevere cure e prendersi cura dell’altro, possono sbocciare lungo la loro esistenza. Se noi fossimo degli dei, non avremmo bisogno della cura, perché un dio basta a se stesso, la sua vita non ha bisogno di altro al di fuori di sé. Gli esseri umani sono differenti. Noi che siamo/veniamo al mondo, abbiamo sempre bisogno di qualcosa che solo l’altro ci può dare.

Emozione e “sentire”: essere empatici

L’uomo percepisce le emozioni e impara a nominarle perché incontra qualcosa o qualcuno che gli fa da specchio e permette il processo di riconoscimento. Chiamiamo questa dinamica “empatia”, che non significa semplicemente “essere nei panni dell’altro”, ma più profondamente scoprire che io sento l’emozione dell’altro perché è come la mia e, reciprocamente, codifico la mia perché la percepisco nell’altro.
Tale processo, inoltre, è veramente maturo quando passa attraverso il riconoscimento, la riflessività e la consapevolezza cognitiva. Tramite l’empatia è possibile percepire l’esperienza e il vissuto dell’altro pur restando all’interno della propria prospettiva personale. Allo stesso tempo, mentre si impara a sentire come sente l’altro, si scopre la sua trascendenza, irriducibile nella sua alterità, al punto che sarà sempre impossibile sostituirsi realmente al suo vissuto. È come se, attraverso l’atto empatico, il soggetto avesse la possibilità di assumere il punto di vista dell’altro, senza però confondersi in lui. È fondamentale, quindi, ricordarsi che l’alterità è necessaria proprio per la costruzione e riconoscimento della propria identità: l’Io si dà sempre con un Tu. L’altro è misura e condizione di giudicabilità, non come atto negativo, ma come occasione di confronto e riflessione. Questa consapevolezza ha sempre orientato la spiritualità cristiana, soprattutto l’approccio mistico al mistero di Dio: la forma d’amore che unisce il Creatore alla creatura, infatti, non è mai di tipo fusionale. Ciò significa che il prezzo del rapporto con Dio, per un cristiano, non è mai l’annullamento di sé, come invece avveniva in altre forme di misticismo antico o avviene oggi in alcune proposte spirituali. La forma del legame cristiano di carità è sempre un’«unione nella (non oltre la) differenza».

Emozione ad essere uomo: aspetto cognitivo

Parlare oggi di emozioni significa interrogarsi sul significato più profondo (antropologico) dell’uomo. In prospettiva pedagogica e pastorale, questo invito si fa sempre più urgente e parlare di emozioni significa parlare dell’uomo, della sua vitalità, delle sue caratteristiche e di quello che lo costituisce, non esaurendosi in particolari abilità o specifiche competenze. Queste non hanno un mero compito strumentale, dal momento in cui sono parte dell’uomo e sono antecedenti della sua capacità razionale.
L’uomo è fatto di emozioni, ne compongono l’interiorità e queste sono processi della conoscenza, intesi sul piano funzionale come guida del comportamento. Nonostante la nostra storia occidentale stia uscendo solamente negli ultimi decenni da secoli di tabuizzazione del vissuto emotivo, la mentalità biblica è decisamente aperta a questo discorso: Sansone che fa fuori mille uomini con una mascella d’asino come arma, il popolo che piange di commozione quando sente pronunciare, dopo decenni, la legge di Dio che credeva dimenticata, Giobbe che si lamenta per quasi 40 capitoli, Giona che fa il risentito, Gesù che grida come un matto nel tempio e piange a dirotto quando muore Lazzaro (ecc.).
La Bibbia è un testo coloratissimo di emozioni e la storia della Salvezza non può fare a meno del temperamento dei suoi eroi. Per questo, il cammino che è stato proposto al grest ha voluto ribadire la necessità di riconoscere, nominare, esprimere e comprendere le emozioni, per armonizzarle all’esercizio del pensiero e al comportamento nelle relazioni.