Maestro insegnaci a pregare

Si potrebbe dire che nella preghiera comandano tre pulsanti.
Impara a pregare chi è capace di maneggiare i tre pulsanti.
Il primo pulsante è l’umiltà, che vorrei descrivere così: far la verità in noi come primo atto della preghiera.
Mettersi davanti a Dio come si è, non come si vorrebbe essere: fare la verità, fare il punto della nostra
situazione con molta concretezza, con molta sincerità anche rude, profonda, senza mezze misure, toglierci le maschere, presentandoci a Dio come siamo… Non aver paura di perdere tempo in questa operazione di avviamento… non è avviamento è già vera preghiera, infatti è già amore.
Gli altri due pulsanti sono: aprirsi all’amore di Dio e amare.
Accorgersi dell’amore di Dio per te. Direi che è il pulsante decisivo: se è forte la convinzione che Dio ti ama personalmente, sinceramente, costantemente, fedelmente; se è forte la convinzione che Dio ti ama
anche se tu non rispondi (ma bada dev’essere una convinzione profonda, non un’idea peregrina che ti passa in testa); se tu sei proprio persuaso dell’amore di Dio per te, allora la preghiera parte sola senza sforzi.
Dio mi ama! Ecco il punto di fuoco della preghiera, ma deve essere un punto di fuoco che cambi in fuoco il tuo rapporto con lui. Le persone con la preghiera fiacca o malata non hanno ancora capito che Dio le ama…
Dovete lottare con tutte le forze per costruire in voi questa convinzione.
Non bastano pochi sforzi. Capire che Dio ci ama è come entrare nel profondo di Dio, nel cuore di Dio. Ogni pagina della scrittura è una scuola dell’amore di Dio, ma chi non impara a leggere nell’amore rimane analfabeta dell’amore. Chi non fa questo sforzo rimane solo un turista dell’amore.
Poi viene il terzo pulsante: amare! Come si ama nella preghiera? E’ difficile dirlo. Forse tutto sta in una cosa semplicissima, tutto sta nell’imparare a offrirci a Dio.
Il cammino della preghiera dovrebbe consistere in questi tre passaggi: Parlare  (preghiera vocale)
Ascoltare (preghiera di ascolto). Rispondere  (preghiera di amore).
“La preghiera è un bene sommo, è una comunione intima con Dio, deve venire dal cuore, deve fiorire
continuamente, giorno e notte. E’ luce dell’anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l’uomo;
è un desiderare Dio, è un amore ineffabile prodotto dalla grazia divina”.

(San Giovanni Crisostomo)

La famiglia: prima scuola

Nell’anno dedicato alla “Famiglia Amoris Laetitia”

Il compito educativo dei genitori è così fondamentale e primario che non può essere delegato del tutto ad altre istanze come la scuola. “Anche se i genitori hanno bisogno della scuola per assicurare un’istruzione di base ai propri figli, non possono mai delegare completamente la loro formazione morale”. I genitori, però, possono essere educatori attendibili soltanto se si mostrano degni di fiducia agli occhi dei loro figli. La responsabilità educativa passa attraverso il generare fiducia nei figli e l’ispirar loro un amorevole rispetto. La fiducia e il rispetto sono nutriti dal dialogo e consolidati dalla coerenza tra parola e vita. Attraverso un sano rapporto tra figli e genitori si costituiscono abitudini virtuose che diventano una seconda natura.
In contesti così, anche la sanzione e il rimprovero acquisiscono un valore positivo perché “un bambino corretto con amore si sente considerato, percepisce che è qualcuno, avverte che i suoi genitori riconoscono le sue potenzialità”. La famiglia si configura così come “la prima scuola dei valori umani, dove si impara il buon uso della libertà”. In essa si imparano a discernere i messaggi della società circostante.

La famiglia: prima Chiesa

In questo contesto ricco si inserisce l’educazione alla fede, compito reso più difficile ai nostri giorni, ed è proprio per questo che risulta ancora più indispensabile. La famiglia “deve continuare ad essere il luogo dove si insegna a cogliere le ragioni e la bellezza della fede, a pregare e a servire il prossimo”.
La fede va trasmessa con la gestualità e con una sensibilità narrativa e non solo con i concetti e i precetti.
Non si deve dimenticare, soprattutto, che la fede è dono di Dio. Bisogna parlare di Dio ai figli, ma bisogna altrettanto e soprattutto parlare dei figli a Dio. Le famiglie devono assumersi a pieno il loro ruolo, non come clienti, ma come credenti, come soggetto dell’azione pastorale dell’annuncio del Vangelo.

Educazione come processo integrale

Nell’anno dedicato alla “Famiglia Amoris Laetitia”

Una dimensione preziosa di Amoris laetitia è il suo sguardo lungimirante sull’educazione. Questo ampio respiro si esprime nel contesto in cui il Papa parla dell’educazione alla fede. Educare alla fede, nell’ottica di Francesco, è un processo ricco e complesso che implica anche l’educazione alla vita. Educare alla fede non è un’esperienza isolata.
La fede non ci toglie dal mondo, ma ci inserisce più profondamente in esso.
I genitori incidono molto nell’educazione umana, morale e religiosa dei propri figli. Per questo è di capitale importanza che i figli non vivano a casa come estranei. La comunione genitori-figli è di vitale necessità per la trasmissione generazionale dei valori. Ciò che educa i figli non sono le ramanzine, ma la presenza e l’esempio. Il Papa invita a scoprire la dimensione narrativa della genitorialità: “Soltanto i momenti che passiamo con loro, parlando con semplicità e affetto delle cose importanti, e le sane possibilità che creiamo perché possano occupare io loro tempo permetteranno di evitare una nociva invasione. C’è sempre bisogno di vigilanza.
L’abbandono non fa mai bene”. D’altro canto, l’ossessione poliziesca non è educativa. I figli hanno bisogno del loro spazio per maturare nella libertà responsabile e per toccare la vita con le loro mani.
Un distinguo fondamentale è espresso dal Papa quando invita a interrogarsi non dove si trovi fisicamente il figlio, ma dove si trova in un senso esistenziale, ovvero “dove sta posizionato dal punto di vista delle sue convinzioni, dei suoi obiettivi, dei suoi desideri, del suo progetto di vita”.
“La famiglia è la prima scuola dei valori umani, dove si impara il buon uso della libertà.
Ci sono inclinazioni maturate nell’infanzia che impregnano il profondo di una persona e permangono per tutta la vita come un’emozione favorevole nei confronti di un valore o come un rifiuto spontaneo di determinati comportamenti”.

Educazione implicita

Nell’anno dedicato alla “Famiglia Amoris Laetitia”

Un tratto speciale di Amoris Laetitia è lo sguardo ricco sul compito educativo. Esso non si riduce soltanto alle lezioni impartite verbalmente dai genitori. L’educazione comincia molto prima, in una maniera spontanea, con la gestualità affettiva e affettuosa dei genitori.
In un passo di ricca fenomenologia e sensibilità, il Pontefice indica come l’amore genitoriale può manifestarsi in tanti piccoli gesti: “I bambini, appena nati, incominciano a ricevere in dono, insieme col nutrimento e le cure, la conferma delle qualità spirituali dell’amore. Gli atti dell’amore passano attraverso il dono del nome personale, la condivisione del linguaggio, le intenzioni degli sguardi, le illuminazioni dei sorrisi. Imparano così che la bellezza del legame fra gli esseri umani punta alla nostra anima, cerca la nostra libertà, accetta la diversità dell’altro, lo riconosce e lo rispetta come interlocutore. E questo è amore, che porta una scintilla di quello di Dio”.

Bisogno di un padre e di una madre

Francesco ribadisce il bisogno naturale dei bambini di ricevere l’amore complementare nella diversità di un padre e di una madre. La madre e il padre sono cooperatori e interpreti dell’amore di Dio Creatore. Essi mostrano ai figli rispettivamente il volto materno e il volto paterno del Signore perché, come insegnò in modo memorabile Giovanni Paolo I, Dio è un Padre che ama con il cuore di una madre.
La madre dona e insegna la gratuità dell’amore, la sua incondizionata oblazione. Il padre insegna l’importanza di corrispondere all’amore, mostra come l’amore porta a crescere e a portare frutto. Le madri donano il cuore, i padri donano i confini. Entrambi collaborano a contribuiscono a formare l’identità unica del figlio.

Le rocce della prima Chiesa

Il primo Papa e l'apostolo delle genti. 
Uomini e carismi diversi uniti in un'unica festa che la liturgia celebra il 29 giugno, 
poiché, fin dalle origini, le comunità  cristiane hanno identificato in queste due figure le radici stesse della Chiesa. 
Nella fedeltà a Cristo, fino a dare la vita.

Di Simone (poi ribattezzato Pietro da Gesù stesso) i Vangeli, solitamente molto parchi nelle caratterizzazioni psicologiche, ci offrono un ritratto vivido. E’ irruento, sanguigno: parla e agisce d’impulso, al punto da meritarsi i rimproveri del Maestro. Ma è anche colui che, ispirato dallo Spirito Santo, intuisce prima degli altri la natura divina di Gesù: «Io credo Signore che tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente».


Da qui la chiamata a una particolarissima missione, quella di guida e sostegno della comunità. «E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’ inferno non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». E’ questo stesso primato che la Chiesa cattolica riconosce nel Papa, i cui simboli, le chiavi e l’anello del pescatore, immediatamente rimandano alla figura dell’apostolo.
Umanissimo nella sua fragilità, Pietro è, come gli altri discepoli, smarrito nel momento terribile della condanna e dell’agonia di Gesù. Ma più degli altri porta addosso un peso. «Non conosco quell’uomo»: con queste parole per tre volte rinnega pubblicamente Cristo, abbandonandolo di fatto al suo destino. Eppure, paradossalmente, proprio questo episodio gli consente di sperimentare, forse più di chiunque altro, l’abbraccio della misericordia. «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?», gli domanda per tre volte il Risorto, rinnovando poi subito la chiamata a guidare il gregge dei fedeli «Pasci le mie pecorelle». Una chiamata cui, dopo la Pentecoste, l’apostolo consacra la vita, diventando un riferimento per i Cristiani a Gerusalemme, in Palestina, ad Antiochia, e operando miracoli nel nome di Gesù. Fin qui le fonti bibliche: il resto è tradizione.
Varie testimonianze raccontano di un trasferimento a Roma. Nel cuore dell’impero il discepolo vive per alcuni anni, predica e coordina la comunità. Muore martire sotto Nerone, probabilmente intorno al 67 d.C. 

Paolo, da persecutore dei cristiani ad apostolo

Molto diversa è la vicenda umana e spirituale di Paolo di Tarso, che, a differenza di Pietro, non ha modo di incontrare il Gesù storico lungo le strade della Palestina. Lo incontra invece in modo misterioso, dopo anni di feroci persecuzioni contro la Chiesa. Per una parte della sua vita Saulo (questo il suo nome prima della conversione) è un uomo inflessibile, spietato, e colpisce i Cristiani con una determinazione che sembra sconfinare nel fanatismo. Poi, improvvisamente, accade qualcosa.

Tutta la vita dell’ Apostolo  è segnata da quell’ evento. È difficile per noi capirlo, perché, in realtà, Paolo stesso comprende solo al momento della morte che cosa abbia significato per lui quell’ episodio. E’ la cosiddetta folgorazione sulla via di Damasco. E’ quell’incidente di percorso che lo costringe a un cambio di prospettiva. E ad incamminarsi verso una vita nuova: inizia così il suo apostolato. Paolo comprende che il messaggio evangelico non si può limitare alle comunità giudaiche, ma ha una dimensione universale. Con lui la Chiesa si scopre a tutti gli effetti missionaria, aperta ai “gentili”, i pagani, i lontani. Uomo caparbio, infaticabile, di grande cultura, eccellente oratore, Paolo abbandona le sue sicurezze per mettersi costantemente in gioco, spinto da un’unica certezza: «per me vivere è Cristo», come scrive lui stesso nella Lettera ai Filippesi. I suoi viaggi lo portano dall’Arabia alla Grecia, dalla Turchia all’Italia. A Roma viene arrestato, ma per un certo tempo riesce, pur tra mille difficoltà, a predicare. Come Pietro muore martire, probabilmente intorno al 67 d.C. 
Le sue 13 lettere, inserite nel canone del Nuovo Testamento, sono un pilastro dottrinale del cristianesimo e un riferimento imprescindibile per i fedeli di tutte le epoche storiche e di tutti i continenti.

Giornata della carità del Papa

Nell’imminenza delle vigilia della solennità dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, si celebra la “Giornata per la carità del Papa” in tutte le diocesi del mondo, con la raccolta di quello che viene storicamente chiamato l’Obolo di San Pietro. In questa occasione tutti siamo invitati ad offrire il nostro contributo per sostenere il Santo Padre nella sua azione di aiuto ai tanti poveri che a lui si rivolgono. Papa Francesco con il suo magistero e le sue iniziative non cessa di ricordarci come la testimonianza della carità sia la caratteristica distintiva dei discepoli di Gesù, i quali proprio dall’amore reciproco saranno riconosciuti come tali dagli uomini. E questa giornata ci aiuta a tenere desta questa coscienza e a evitare che cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo, nel cinismo che distrugge.

Quella dell’Obolo è una storia antica e moderna allo stesso tempo.

Antica perché ha radici evangeliche. I primi cristiani che si riunivano intorno agli apostoli mettevano infatti in comune le loro sostanze per venire incontro alle necessità dei fratelli più deboli e bisognosi ed è nell’ottavo secolo comunque che gli anglosassoni ‘inventano’ il cosiddetto Denarius Sancti Petri a favore del successore di Pietro.

Moderna perché l’Obolo così come lo conosciamo oggi è stato normato dal beato Pio IX con l’enciclica Saepe venerabilis emanata nel 1871, dopo che la Santa Sede si era trovata in uno stato di particolare debolezza e vulnerabilità materiale in conseguenza della fine dello Stato pontificio. Così nel giorno della solennità dei santi Pietro e Paolo, o nella domenica più vicina, in tutte le Chiese del mondo ogni singolo fedele è invitato ad offrire il suo contributo, piccolo o grande a seconda della propria disponibilità e generosità, in favore del Papa. E questo invito riguarda tutte le comunità e non solo quelle più facoltose.

Le offerte raccolte durante le Celebrazioni Eucaristiche verranno consegnate secondo questa intenzione.