Il “logo” di questa domenica

Il Logo della Domenica dalla Parola di Dio si ispira al passo evangelico dei discepoli di Èmmaus e mette in evidenzia il tema del rapporto tra i viaggiatori, espresso in sguardi, gesti e parole. Gesù appare come colui che «si avvicina e cammina con» l’umanità, «stando in mezzo» .
In lui «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti siamo uno». Camminando tra i suoi, egli ne rinvigorisce i passi, additando gli orizzonti dell’evangelizzazione raffigurati nel logo dalla stella: «Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori.
E quando ha spinto fuori le pecore, cammina davanti ad esse ed esse lo seguono perché conoscono la sua voce».

Le sue parole sono un tutt’uno con quelle racchiuse nel rotolo che tiene tra le mani: «Chi è degno di aprire il rotolo e di scioglierne i sigilli». Se i due discepoli sono smarriti di fronte ai misteri della storia,
subito vengono rassicurati: «Non piangete; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il rotolo e i suoi sette sigilli». «E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» . La familiarità con la Parola di Dio nasce della relazione, dalla ricerca, nelle Sacre pagine, del volto di Dio. La Scrittura non ci porge concetti ma esperienze, non ci immerge solo in un testo, ma ci apre anche all’incontro con il Verbo della vita, decisivo «per insegnare, convincere,
correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona». Sullo sfondo una grande luce: c’è chi vede un solo al tramonto; a noi piace cogliere il «sole che sorge» e che, nel Risorto, annuncia l’alba di una nuova missione destinata a tutti i popoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura».

“Tenendo alta la Parola di Dio” (Fil 2,16)

L’espressione biblica con la quale quest’anno si intende celebrare la Domenica della Parola di Dio è tratta dalla Lettera ai Filippesi. Come si deduce da alcuni riferimenti, l’apostolo scrive la lettera dalla prigionia. Rappresenta certamente uno dei testi più importanti che la Chiesa tiene tra le sue mani. Il brano cristologico con il quale Paolo evidenzia l’abbassamento compiuto dal Figlio di Dio nel farsi uomo permane nel corso di tutta la nostra storia come un punto di riferimento di non ritorno per comprendere il mistero dell’incarnazione.

La liturgia non ha mai cessato di pregare con questo testo. La teologia ne ha fatto uno dei contenuti principali per l’intelligenza della fede. La testimonianza cristiana ha trovato in queste parole il fondamento per costruire il servizio pieno della carità. La lettera mentre esprime i contenuti essenziale della predicazione dell’apostolo, mostra anche quanto sia necessario per la comunità cristiana crescere nella conoscenza del Vangelo. Con il nostro versetto, l’apostolo intende offrire un insegnamento importante alla comunità cristiana per indicarle in quale modo è chiamata a vivere in mezzo al mondo. Richiama anzitutto all’importanza che i cristiani sono tenuti a dare al loro impegno per la salvezza, proprio in forza dell’evento realizzato dal farsi uomo da parte del Figlio di Dio e dall’essersi offerto alla violenza della morte in croce: «Con timore e tremore lavorate alla vostra salvezza» (Fil 2,12).

Nessun cristiano può pensare di vivere nel mondo prescindendo da questo evento di amore che ha trasformato la sua vita e l’intera storia. Certo, Paolo non dimentica che per quanto impegno i cristiani possano mettere nel raggiungere la salvezza, permane sempre il primato dell’azione di Dio: «È Dio che suscita tra voi il volere e l’agire in vista dei suoi amabili disegni». L’insieme di questi due elementi permette di comprendere le parole impegnative che l’apostolo dedica ora ai cristiani di Filippi avendo dinanzi agli  occhi i credenti che nel corso dei secoli saranno discepoli del Signore. Il primo impegno che i credenti  sono tenuti a fare proprio è la coerenza di vita. Il richiamo a essere “irreprensibili” e “integerrimi” in mezzo a un mondo dove predomina spesso la falsità e la furbizia, rimanda alla parola di Gesù quando   invitava i suoi discepoli: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». Perché questo si possa realizzare, Paolo indica la strada da perseguire: i cristiani hanno l’esigenza di rimanere fedeli e uniti alla Parola di Dio. «Tenendo alta la parola di vita» i discepoli di Cristo «brillano come astri nell’universo». È una bella immagine quella che l’apostolo offre oggi anche a tutti noi. Viviamo un momento drammatico. L’umanità pensava di avere  raggiunto le più solide certezze della scienza e le soluzioni di un’economia per garantire sicurezza di vita. Oggi è costretta a verificare che nessuna delle due le garantisce il futuro. Emerge in maniera forte il disorientamento e la sfiducia a causa dell’incertezza sopraggiunta in maniera inaspettata. I discepoli di Cristo hanno la responsabilità anche in questo frangente di pronunciare una parola di speranza. Lo possono realizzare nella misura in cui rimangono saldamente ancorati alla Parola di Dio che genera vita e si presenta come carica di senso per l’esistenza personale. Forse, l’interpretazione più autorevole di questo versetto può essere quella di Vittorino. Il grande retore romano di cui Agostino descrive nelle Confessioni la conversione, scriveva nel suo Commento ai Filippesi: «Io mi glorio in voi perché possedete la parola di vita, cioè perché conoscete Cristo, che è la Parola di vita, perché quello che è fatto in Cristo è vita. Quindi Cristo è la Parola di vita, da questo percepiamo quanto siano grandi il profitto e la gloria di coloro che reggono le anime degli altri». Nella Domenica della Parola di Dio, riscoprire la responsabilità di operare perché questa Parola cresca nel cuore nei credenti e li animi di gioia per l’evangelizzazione, è un augurio che si fa preghiera.