Pentecoste

Nei testi dell’Antico Testamento è sempre una gioiosa festa agricola.
È chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua; nel greco ‘Pentecoste’ significa 50ª giornata.
Lo scopo primitivo di questa festa, era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai.
Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra e particolari sacrifici; ed era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme.
Per la Chiesa Cattolica è la festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. L’episodio è narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2; essi, insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo, dove presero poi a radunarsi abitualmente quando erano in città; e come da tradizione, erano affluiti a Gerusalemme gli ebrei in gran numero, per festeggiare la Pentecoste con il prescritto pellegrinaggio. I cristiani inizialmente chiamarono Pentecoste, il periodo di cinquanta
giorni dopo la Pasqua. Tertulliano, apologista cristiano (155-220), fu il primo a parlarne come di una festa particolare in onore dello Spirito Santo. Alla fine del IV secolo, la Pentecoste era una festa solenne, durante la quale era conferito il Battesimo a chi non aveva potuto riceverlo durante la veglia pasquale.
La Chiesa, nella festa di Pentecoste, vede il suo vero atto di nascita d’inizio missionario, considerandola insieme alla Pasqua, la festa più solenne di tutto il calendario cristiano. l colore dei paramenti liturgici è il rosso, simbolo dell’ amore dello Spirito Santo e del fuoco con il quale si manifestò.

La grande ora della Chiesa

Facciamoci aprire gli occhi dallo Spirito e usciamo dalla nostra cecità di uomini che non sanno alzare il capo verso il cielo. Questa davvero è l’ora di Dio, la grande ora che Dio, con il suo Spirito vuole scrivere con le nostre dita: il futuro del Suo Regno che lo Spirito conosce. Scriveva Paolo VI: “Grande ora è questa che offre ai fedeli la sorte di concepire la vita cattolica come una dignità e una fortuna, come una nobiltà e una vocazione: grande ora è questa che sveglia la coscienza cristiana dall’assopimento consuetudinario …Grande ora è questa, che non ammette che uno possa dirsi cristiano e conduca vita moralmente molle e indolente, isolata ed egoista e non piuttosto trasfigurata dalla volontà positiva di vivere la propria fede in pienezza di convinzioni e propositi. Grande ora è questa che fa dei giovani, degli uomini, delle donne, degli infermi, anime ardenti e vive per il cristianesimo … Grande ora è questa in cui la Pentecoste invade
di Spirito Santo il corpo Mistico di Cristo e gli dà un rinato senso profetico, secondo l’annuncio dell’apostolo Pietro”. E’ la stessa storia dei santi del nostro tempo così numerosi, che testimoniano come il vento dello
Spirito non abbia cessato di soffiare, ma anzi aumenta di intensità. Non c’è che da farsi trasportare coraggiosamente, perché, ricordiamolo quel vento impetuoso è in noi con la Cresima. “Insegnaci o Signore, a contare i nostri giorni, quelli trascorsi e quelli a venire: per conoscere la vera sapienza, quella del cuore, dono del tuo Spirito.” Tutti li raduniamo nelle tue mani: i giorni in cui lo Spirito fa festa in noi, con i suoi giorni di gioia e quelli di dolore; i giorni di pace e quelli di tormento; i giorni di incontri, frutto dello
Spirito che muove i cuori e quelli di abbandono; i giorni di povertà e di abbondanza. Tutti, come grano di incenso, consumati, dal fuoco dello Spirito, li bruciamo davanti a te, o Signore! Siano, davanti al tuo Volto,
l’omaggio dei tuoi poveri figli in cui ha trovato dimora il tuo Santo Spirito, anticipo della totale consegna che ti faremo quando ci chiamerai là dove non si contano più i giorni nel tuo radioso “giorno senza tramonto”.

La Pentecoste dei volti

Ancora e sempre Pentecoste: quando ti senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando senti nascere in te l’umile rete di forza e di pace mentre affronti la prova, è ancora lui, lo
Spirito. La capacità di intravedere, il guardare con speranza, con occhi « altri» capaci di sorprendere le gemme più che le cose evidenti e finite, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di contemplare e fidarti della sconvolgente
debolezza delle cose sul nascere; il coraggio di essere spesso soli a vegliare sui primi passi degli incontri, soli a guardare lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore. A ciascuno è data però una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. All’unità del sangue della croce si accompagna la diversità del fuoco: nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, sposa una libertà irriducibile, annuncia una vocazione.

Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento
di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice, la battaglia della coscienza.
Il suo compito, in questi tempi in cui la Pentecoste si fa segretamente più intensa, è generare al mondo uomini liberi, responsabili e creativi. Lo Spirito altro non fa’ che, come in Maria, incarnare anche in te la Parola. Perché il divino e l’umano trovano compimento solo così: l’uno nell’altro. Dio parla con le tue parole, piange le tue lacrime, ti sorride come nessuno. E le tue mani sono le sue mani, la tua parola gli dà parola, la tua vita disseta la sua sete di vita.

Ascensione del Signore

Per 40 giorni il Risorto ha accompagnato, mediante le apparizioni, il cammino della comunità dei suoi discepoli, nella piena comprensione del suo mistero pasquale. Terminati i 40 giorni è giunto il momento per Gesù, il glorificato, di assumere in pienezza la nuova modalità di presenza e di azione, al modo di Dio. L’Ascensione non è l’allontanamento e l’inizio dell’assenza di Gesù da questo mondo ma, al contrario, l’azione di una presenza più intima e più diffusa: quella che realizza mediante le comunità cristiane. “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro …”.

Dentro questo invito c’è un chiaro avvertimento perché non ci lasciamo tentare di viverlo come uno sforzo personale.

Il verbo caratteristico di questo evento è: “andate”. “Andare” significa “vivere con”, calarsi nelle varie situazioni, abbandonare i ripari rassicuranti, smetterla  di “stare tra noi”, frequentare i luoghi dell’assenza, rischiando una parola insolita, tentando di seminare germi di inquietudine, risvegliare un’attesa, mettere dentro la nostalgia di qualcos’altro. Oggi i discepoli vengono assunti come collaboratori e come prolungamento della missione di Gesù stesso. La comunità cristiana è chiamata, così, ad essere la Corporeità del Signore Gesù: il luogo dove egli si esprime, comunica e agisce. Non è la buona volontà di alcuni, ma la consapevolezza di aver ricevuti un mandato, di obbedire ad un ordine. Siamo mandati ad essere “Cristo” lungo le nostre strade, le strade di questo mondo. Viviamo in una situazione in cui non siamo chiamati a portare il primo annuncio, ma a risvegliare l’entusiasmo, la consapevolezza di un messaggio e di una persona già arrivata, ma per varie, tante e complesse circostanze, non compreso nel suo pieno significato. Lavoriamo con coraggio, entusiasmo e nella piena consapevolezza della presenza di Colui che è la ragione del nostro essere, esistere ed operare.

Don Giuseppe

S. Messa ore 10.30 in streaming

Ascensione di Gesù

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VI Domenica di Pasqua

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Santa Messa ore 10.30 in diretta streaming

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Immagini della processione

Quest’anno i preparativi per la Sagra sono stati sostituiti da un dibattito febbrile su come far sentire alla comunità la vicinanza della parrocchia. Dopo vari cambi di rotta, Don Giuseppe è riuscito a passare in tutte le vie del Paese con la reliquia del Santo, a bordo dell’auto del nostro sindaco Mario Ghidelli, che era alla guida. Il nostro compaesano Marzio Toniolo, fotografo di alto livello, ha invece documentato il nostro speciale 4 maggio. Ecco qualche immagine. 

La consolazione

La consolazione, quella vera, è qualcosa di cui sperimentiamo la necessità allorché ci troviamo in situazioni particolari e talvolta drammatiche, quando il dolore bussa alla nostra porta, anzi entra di prepotenza, senza fare troppi complimenti. Una beatitudine evangelica suona così: “Beati quelli che sono nel pianto perché essi saranno consolati” (Mt 5,4). Gesù, durante il pasto d’addio, assicura: “Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Consolatore (lett: Paraclito) perché rimanga con voi per sempre …”.

Gesù ha fatto delle esperienze mentre stava sulla terra. Ha osservato, si è reso conto, ha provato direttamente. Ora, il primo dato ricavato da tale esperienza è questo: l’uomo non può vivere senza un consolatore. Cristo si mostra preoccupato per il futuro dei propri amici. Non vuole che soffrano la solitudine, si sentano abbandonati, si dibattano nello sconforto. Perciò, dopo essere rimasto in mezzo a noi assicurando la sua presenza “di consolazione”, promette che, non appena farà ritorno al Padre, gli presenterà la lista delle cose più urgenti di cui abbiamo bisogno. Sarà una specie di “rapporto” (rapporto sulle nostre povertà), e verrà stilato non sulla base delle nostre richieste (di certe necessità non ci rendiamo neppure conto), ma verrà ricavato dalla sua esperienza personale. “Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal 69,21). Con la sua preghiera, Cristo intende risparmiarci questa prova, che ai suoi occhi appare disumana. Non può, ovviamente, dispensarci dalla sofferenza, dalla croce. Ma chiede al Padre che l’esperienza amara del dolore sia sempre accompagnata dall’esperienza della consolazione. Comunque, secondo Gesù, risulta impossibile vivere sulla terra senza una presenza consolatrice. Morire nella fede è facile e difficile al tempo stesso. Ma morire nell’abbandono è atroce. Consolazione, dunque, come espressione di speranza, come antidoto contro la disperazione, lo sconforto, lo smarrimento.

Stabiliamo un principio basilare: è in grado di consolare gli altri solo chi, essendo stato provato, ha avvertito il bisogno della consolazione e l’ha avuta. Paolo riferisce la propria esperienza personale in proposito: “Sia benedetto … Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo stati consolati da Dio” (2Cor 1,3-4). Da ciò deriva, per noi, una considerazione sul modo di recare conforto, sullo stile della consolazione, che non è semplicemente questione di parole. Spesso le parole di consolazione appaiono banali, scontate, perfino fastidiose, come quelle degli amici di Giobbe: “Ne ho udite già molte di simile cose! Siete tutti consolatori molesti. Non avran termine le parole campate in aria? … Anch’io sarei capace di parlare come voi, se voi foste al mio posto: vi affogherei con parole” (Gb 16,2-4).

La consolazione è, essenzialmente, una presenza partecipe, discreta, rispettosa. Fatta di silenzio, più che di parole. E se proprio parole ci devono essere, bisogna che queste rivelino, oltre che il coinvolgimento diretto della persona, anche la sua esperienza diretta del dolore, della prova e relativo strazio, turbamento. La consolazione è una presenza che rompe il nostro isolamento, va ad abitare nella solitudine dei fratelli per trasformarla in un luogo di comunione, fa emergere dal vuoto la forza di Dio. Le prove, le sofferenze, gli incidenti di percorso indeboliscono, fiaccano la resistenza, paralizzano, bloccano. Consolare è qualcosa più che lenire un dolore. In linguaggio biblico, consolare significa riabilitare, ricostruire, raddrizzare nella fede, rimettere in piedi, incoraggiare (ossia, ridare cuore). Il linguaggio dell’amore è un linguaggio che conforta, non che abbatte.

Dove arriva la consolazione, deve tirare aria di vita.

Il martirio: il cristiano uomo di lotta

Il martirio di san Floriano, nostro patrono, nella sua solennità, ci aiuti a renderci conto della nostra posizione cristiana nella storia attuale del mondo. Ci aiuti a cogliere da una parte le tentazioni e la facile rassegnazione in un mondo accettato passivamente e dall’altra l’invito al martirio che interpella tutti noi. Oggi, un cristiano è un uomo di lotta: per slegarsi dalla nostalgia di cose morte e per resistere all’invadenza di forme e di idee pagane  –  e quindi disumane  –  tranquillamente accettate dal mondo. La lotta diventa profezia: profetizzare la verità, la giustizia, la libertà, l’amore, la vita …

Il cristiano, o ha il coraggio di essere contro corrente, per essere coerente, oppure diventa un uomo senza volto, e senza storia, un uomo inutile e dannoso al mondo. La storia recente ci insegna, che là dove il cristiano diventa profeta, anche se è terra di desolazione e di persecuzione, il deserto fiorisce e rinasce la vita. Il cristiano di oggi è chiamato a essere profeta in questo momento di “diaspora”, di dispersione. Queste immense e pesanti responsabilità gravano sul cristiano, che come tale deve essere “voce”  che “grida”, testimone credibile di un modo di vivere tutto diverso da quello più comune perché più rispettoso della dignità e del destino dell’uomo figlio di Dio! È tempo di profezia.

Don Giuseppe